CAPITOLO LXXX.

Crociate. — La Cavalleria.

Le imprese de' Pisani formano quasi il preludio della più segnalata del

medio evo, voglio dire le crociate. Antichissimo è l'uso di visitare le

tombe de' martiri e i santuarj, principalmente San Jacopo di Galizia,

Gerusalemme, ed in Italia il monte Gargano e le soglie degli Apostoli.

I devoti che d'ogni paese ed in ogni tempo venivano a queste, ci

portavano non soltanto denaro, ma ragguagli di contrade inaccesse; e

a vicenda qui attingevano idee d'una civiltà, ben superiore a quella

delle loro patrie.

I pellegrinaggi si volgeano principalmente a luoghi di reliquie famose;

e massime dopo il Mille si estese questa devozione, fondata non solo

su antica tradizione ecclesiastica, ma sulla natural venerazione per

gli avanzi di persone care ed onorate. Se ne abusò, e poichè aveansi

come un tesoro, si cercavano fin colla violenza o la frode. Ne vedemmo

smaniato Sicardo principe di Benevento, che colla guerra obbligò Napoli

a cedergli le ossa di san Gennaro, Amalfi quelle di santa Trifomene,

Lìpari quelle di san Bartolomeo. Queste ultime eccitarono il desiderio

di Ottone III, e i Beneventani non osando disdirgli la domanda, gliele

scambiarono con quelle di san Paolino (pag. 368).

Vuolsi che fino dal 653 i monaci di Fleuriac rubassero da Montecassino

i corpi di san Benedetto e santa Scolastica. Adalberto marchese di

Toscana, osteggiando Narni, ne portò via quelli di san Cassio e santa

Fausta, che depose in San Frediano di Lucca. Famoso involatore di

reliquie Teodoro vescovo di Metz, militando per tre anni in Italia

con Ottone Magno suo cugino, cercò d'averne _quocumque modo potuit_, e

Sigeberto ne fa lunga enumerazione. Trovandosi a Roma mentre Giovanni

VIII benediceva un convulsionario colla catena di san Pietro, esso la

ghermì, giurando non la rilascierebbe, se non gli si tagliassero le

mani: e a fatica fu ottenuto s'accontentasse d'averne un anello[414].

Era morto nel 1074 a Solaniga presso Vicenza san Teodebaldo romito

della stirpe dei conti di Sciampagna, e i Vicentini ne vollero per

forza il cadavere; ma i monaci della Vangadizza presso l'Adigetto

riuscirono a rapirlo, e di grandi miracoli egli fortunò la loro badia.

Rodolfo fratello dell'estinto venne per richiederlo a calde istanze; ma

fu assai se potè ottenerne qualche reliquia. Alcuni mercadanti di Bari,

trafficando a Mira nella Licia, macchinarono di rapire gli avanzi di

san Nicola, e fra scaltrezze e forza gli ebbero, e in mezzo a miracoli

li portarono a Bari, d'allora frequentatissima da devoti. Pure alcun

tempo dopo i Veneziani rubavano da Mira stessa un corpo, che asserivano

esser quello di san Nicola: pretensioni opposte, che recarono serie

emulazioni. Essi Veneziani con lunga astuzia tolsero da Alessandria

le reliquie di san Marco (pag. 523): giunte a Venezia, furono murate

entro un pilastro della cappella ducale, affidandone il secreto al solo

primicerio, al procuradore ed al vescovo: smarritasene poi la memoria,

fu per altri portenti rinnovata nel 1094, quando il corpo venne di

nuovo riposto con tal segretezza, che fino ai dì nostri non fu più

rinvenuto. Attorno al Mille crebbe la smania, l'amore delle reliquie;

molte per rivelazione se ne scopersero, e di preziose in santa Giustina

di Padova; onde parea, dice un contemporaneo, la risurrezione dei

morti.

Neppur frodi mancarono a quella pietà; e i Fiorentini venerarono un

braccio di santa Reparata, ottenuto da Teano, finchè s'avvidero ch'era

legno e gesso, finzione delle monache per serbarsi intera la loro

santa. Più spesso l'ignoranza traeva in errore, e dove si scoprisse

un sepolcro con una palma credeasi chiudesse un martire; le sigle _B.

M._ esprimenti _bonæ memoriæ_, s'interpretavano _beato martire_; il

ruolo d'una legione fu reputato un catalogo di santi; e i dottissimi

e devotissimi Papebrochio e Mabillon fecero espungere dal numero dei

santi una Argiride martire a Ravenna, un Catervio e una Saturnina a

Tolentino, venerati sopra falsa interpretazione d'epigrafi.

In tempi che da una parte predicavasi una morale pura, rigorosa, senza

condiscendenze; dall'altra le inclinazioni, non corrette da riguardi,

da abitudine, da educazione, e fomentate da sciagurati esempj,

portavano ad atti feroci, sentivasi il peccato anche nel commetterlo,

e nasceva presto il bisogno d'espiarlo avanti alla giustizia divina.

Di qui le penitenze pubbliche e rigorosissime. Un penitenziale di

Pisa ci descrive quella che infliggeasi agli omicidi volontarj.

Erano condannati a prigionia, e prima doveano da padrini ricevere la

penitenza di tutti gli altri peccati; poi con essi padrini venir alla

chiesa vescovile, davanti all'arciprete o al canonico penitenziario.

Questo domandava al reo se si fosse redento degli altri trascorsi, e se

per l'omicidio volesse entrare in carcere; e se affermava, venivagli

imposto che tutta la quaresima, eccetto la domenica, digiunasse in

pane e acqua, facesse cento genuflessioni, e recitasse cento _Pater_

ogni giorno, cento ogni notte; a nessuno parlare fin all'ora terza nè

dopo compieta; non si lavare o asciugare le mani; giacere vestito e

sulla paglia, del carcere non uscendo che per le necessità naturali;

il sacerdote gli darebbe a mangiare una volta al dì, e d'un cibo solo,

nè pesci o anguille; del pane datogli deve sempre far tre elemosine,

ma ciascun pane sarà tale che gli avanzi bastino a sostentarlo;

dal penitenziere o dal padrino è condotto al disposto luogo della

prigionia; ivi depone le vesti solite ed ogni pannolino, per mettersi

una tonaca aspra e zoccoli. Seguono le preghiere che si devono recitare

su lui, e quali esortazioni fargli[415].

Quelli che per delitti rifuggivano alle chiese, spesso dopo flagellati

condannavansi a pellegrinare. In espiazione del fratricidio, uno si

strinse al braccio destro la spada micidiale con cerchi di ferro,

sicchè la s'incarnò; quando arrivato al sepolcro di san Bononio

abate di Lucedio nel Vercellese, di subito que' cerchi si spezzarono.

Altrettanto accadde ad altri sulla tomba di sant'Appiano di Pavia in

Comacchio e di san Teodebaldo suddetto nel Vicentino[416].

Presso al Mille un conte Ugone dell'Auvergne colla moglie Isengarda

pellegrinò alla soglia degli Apostoli per iscontare le gravissime sue

colpe: ma quando volle entrare in San Pietro nol potè, spasimando

di dolori e rimorsi. Costretto a confessare questi patimenti, ha

l'assoluzione da papa Silvestro, e l'obbligo di edificare un monastero.

Reduce, alloggiò a Susa presso un amico, al quale raccontò i mali e

la penitenza; ed esso l'esortò a dedicare il monastero all'arcangelo

Michele, mostrandogli la chiesa, ivi a dodici miglia, ove tanti

miracoli questo operava. Ed ecco la notte l'arcangelo stesso appare

in sogno, e lo conforta a tal fatto; e così ebbe origine il famoso

monastero di San Michele alla Chiusa, ricco di molta storia, e pietoso

ai tanti che da quella valle scendeano di Francia in Italia[417].

E in pellegrinaggi furono spesso cambiate le pubbliche penitenze:

il che non piaceva a Carlo Magno, perchè incentivo a gabbar gente;

e invece d'andar randagi coi ferri e ignudi, pareagli espierebbero

meglio i peccati stando fermi in un luogo a lavorare, servire, far le

penitenze canoniche[418]. Non valse l'avviso, anzi i pellegrinaggi

crebbero, e si dirigevano massimamente ai luoghi della Palestina,

dov'eransi compiti i grandi misteri dell'aspettanza e della redenzione.

Ivi ogni gleba portava l'orma d'un patriarca o d'un apostolo; i

racconti della prima fanciullezza come gli studj dell'età matura

erano pieni dei nomi di que' luoghi; i cantici di Salomone, i treni di

Geremia, le maledizioni d'Isaia, le istruzioni del vangelo li rendean

noti e cari a ciascuno come una seconda patria. Pertanto v'affluiva

gente a visitarli fin dai primi tempi del cristianesimo, e sempre più

quanto più si convertivano popoli germanici, amanti delle corse lontane

e avventurose e infervorati di zelo recente.

Nell'850 un diacono di Spoleto, involontariamente micidiale del

fratello, andò a Roma a riceverne penitenza, e cerchiate le braccia

e il collo di ferro, fu mandato ai luoghi santi finchè impetrasse

perdono. Dauferio, nobile beneventano, per avere ucciso Grimoaldo

principe di Benevento, passò a Gerusalemme tenendo in bocca un

sasso abbastanza grosso, cui traeva solo per mangiare[419]. Con quel

pellegrinaggio vedemmo puniti i concubinarj di Milano, ed Erlembaldo

andarvi ad attingere il coraggio di combatterli: a Cencio che l'aveva

tratto prigione, Gregorio VII impose di visitare Terrasanta. Ad

esortazione di Sergio IV vuolsi che molti Veneziani andassero a

Gerusalemme verso il 1009, tra i quali Gherardo Sagredo che colà morì

e fu sepolto. Ne ereditò il nome e la pietà il figlio, il quale fatto

monaco e priore di San Giorgio Maggiore, volle visitare il santo

sepolcro: ma una tempesta lo gettò a non so qual riva, dove un monaco

lo persuase andasse piuttosto ad apostolare l'Ungheria. In fatto vi

fruttò grandemente in propagar la fede, e vi ottenne un vescovado, poi

il martirio; onde ancora in Ungheria e a Venezia è venerato col nome di

san Gherardo[420].

Nel Mille, due reduci da Terrasanta, sorpresi da un miracolo, si

fermarono in val del Tevere, e fatto un oratorio, vi deposero reliquie,

dalla cui devozione originò la città di Sansepolcro. Il monastero di

San Vito nel Lodigiano fu fabbricato il 1030 da un Ilderado di Comazzo,

nobilissimo, vivente a legge ripuaria, il quale racconta: — Avendo

commesso grave misfatto, pensai scontarlo pellegrinando oltremare. Ma

il pontefice cui mi confessai, trovando leggera l'ammenda, m'impose di

continuare tre volte la visita al santo sepolcro e a cento santuarj,

scalzo i piedi, senza cavallo nè bastone, nè uso di moglie, nè fare

verun agio alla carne, e mai non passando il giorno ove la notte. Non

reggendo io a tanto, gli caddi a' piedi, supplicandolo ad alleviarmi

questa penitenza: ed egli impietosito mi ordinò di fondar questo

monastero, e offrirgli la decima di tutti i miei possessi»[421].

Quei possessi eran nullameno di quattromila quattrocensessantaquattro

pertiche, oltre molti diritti lucrosi: e quel monastero contribuiva

ogn'anno un denaro d'oro al santo sepolcro.

Ogn'anno poi da tutta Europa, ma principalmente dall'Italia e da Roma

partivano carovane di devoti, che colla schiavina in dosso, il bordone

alla mano, un cappello di larghe tese, uno zaino sospeso alle reni,

dopo confessi e comunicati, e benedetti colle preci che ancor sono nel

Rituale, andavano oltremare, donde portavano palme e conchiglie, che

reduci deponeano con solennità alla patria chiesa. Volle partire con

una siffatta comitiva Raimondo piacentino dopo perduto ne' traffici

ogni aver suo: ma sua madre non sofferse di staccarsene; e udita

insieme la messa solenne del pellegrinaggio, e ricevuto il bordone e la

bisaccia, si posero in cammino. Visitati i luoghi santi, tornavano per

nave quando Raimondo ammalò agli estremi. I marinaj voleano gettarlo

all'acqua perchè la sua morte non recasse maluria al vascello; ma la

madre li distolse. E guarì, e toccarono terra, ma allora la madre

infermò e morì; e Raimondo tornò soletto a Piacenza, ove depose il

sacro ramo della palma; e fu sempre nominato il Palmiero.

Coloro che da tutta Europa passavano in Terrasanta, soleano

attraversare l'Italia, con guadagno delle nostre città marittime,

le quali, oltre il naulo, vantaggiavano alle fiere che le carovane

de' Musulmani teneano a Gerusalemme, una delle città sacre anche

nella rivelazione di Maometto, e nominatamente sul calvario il giorno

dell'Esaltazione della croce; e nei porti di Siria trovavano occasioni

di utili baratti. La pietà faceasi un dovere di soccorrere ai devoti;

per loro fondavansi ospizj; Bernardo da Mentone ne fabbricò due sul

grande e sul piccolo Sanbernardo; un altro erane sul Cenisio; Venezia

già nel secolo x avea per essi un ospedale alla Giudecca, poi nel

seguente a Sant'Elena, ai Santi Pietro e Paolo di Castello, a San

Clemente.

Non di rado era occorso ai pellegrini di doversi difendere colle armi;

e quando il furibondo califfo d'Egitto Hakem Bamrillah perseguitò i

Cristiani di Siria, papa Silvestro II esortò i nostri a proteggerli

(1001), e in fatto Genovesi e Pisani corsero quelle spiaggie[422]. La

morte di Hakem sospese le minaccie; i nostri stipularono di pagare un

tributo al nuovo califfo (1021) Daher Ledinillah per vivere sicuri in

Palestina; e gli Amalfitani ottennero da lui di fabbricare, presso alla

chiesa di San Giovanni, uno spedale pei viaggiatori d'Occidente, con

ricca dotazione che ogn'anno mandavano d'Europa. Di qui l'origine degli

Spedalieri di San Giovanni, durati poi fin alla nostra età col nome di

cavalieri di Malta.

Ci fu veduto come i Musulmani avessero occupato la costa settentrionale

d'Africa, e di là invaso la Sicilia e l'Italia meridionale, correndo

continuamente il Mediterraneo a danno delle navi e del litorale; e come

contro di loro operassero Giovanni XIV e i Pisani; e finalmente battuti

dai Normanni, non solo rinunziassero a dominare l'Italia, ma anche in

Sicilia fossero ridotti a condizione servile.

In altre parti però le minaccie de' Musulmani rinfocarono non solo

contro Terrasanta ma contro tutta Europa, quando una nuova gente

settentrionale rianimò la foga dei seguaci del Profeta, voglio dire i

Turchi Selgiucidi, che avendo invasa la Siria (1078), vi trucidarono i

Cristiani e i Musulmani Alidi, rei del pari al loro cospetto di credere

che un Dio s'incarnasse. Fu sentito allora il bisogno di prevenire il

pericolo coll'assalire i nemici; e Gregorio VII invitò i Cristiani ad

assumere le armi, e passar a combattere per Cristo, proponendo condurli

egli stesso, appena domi i suoi nemici[423].

Spetta dunque a lui la prima idea delle crociate; ed è notevole che

non nomina tampoco il santo sepolcro, titolo d'emozione allora, come

adesso pretesto: bensì ne motiva l'estendere il regno di Cristo,

respingere l'Islam, restituire all'Impero le provincie tolte dai

Selgiucidi, riunirlo alla Chiesa latina siccome prometteva l'imperatore

Michele Parapinace, spingersi fino in Armenia regno di Cristiani, e

ricacciare i Turchi nel deserto Tartaro. Vittore III continuò quelle

esortazioni nel suo breve pontificato, e tenuto coi vescovi e cardinali

un concilio, da tutti i paesi d'Italia adunò un esercito cristiano,

al quale diede il vessillo di san Pietro e indulgenza plenaria[424].

All'impresa pigliarono principal parte Genovesi e Pisani, che invasero

le coste d'Africa (1088), e delle spoglie levatene abbellirono le

patrie chiese.

Non era dunque nuovo il grido della guerra santa in Italia, allorchè

un Pietro, eremita d'Amiens (1093), andato pellegrino a Gerusalemme,

e tocco dalla miseria a cui gl'Infedeli vi riducevano la popolazione

cristiana e i devoti avveniticci, corse l'Italia e l'Europa, in nome di

Dio invitando i popoli a redimere la santa terra dall'obbrobrio della

servitù straniera. In tempo che predominava il sentimento religioso,

efficacissima sonò quella parola; tutta cristianità si scosse gridando

_Dio lo vuole_, e ne cominciarono le spedizioni note sotto il nome

di crociate. Raccolse quel grido popolare papa Urbano II, e convocò

un sinodo a Piacenza (1095), al quale intervennero ducento vescovi

d'ogni paese, da quattromila cherici e più di tremila laici, talchè

le adunanze bisognò tenere all'aperta. Ivi si fecero molti decreti per

restaurare la scarmigliata disciplina ecclesiastica e per garantire la

tregua di Dio; e furono uditi nunzj dell'imperatore Alessio Comneno che

esponeano le desolazioni della Palestina, esortando a dargli soccorso

contro gli Infedeli, che spingeano le correrie fin sotto ai baluardi di

Costantinopoli, e minacciavano tutta cristianità. Papa Urbano esortò

all'impresa, e da molti ne ricevette giuramento: poi nel concilio di

Clermont promise (cosa allora insolita) indulgenza di tutte le meritate

penitenze a chi assumesse la croce e le armi. — Chi non prende la sua

croce e mi segue, non è degno di me» ripeteasi da tutti i pulpiti. — Le

cavallette non hanno re, e vanno insieme per bande. — Maledetto chi in

viaggio porta il sacco o il bastone! Provvederà Iddio, il quale veste i

gigli de' campi. — Dio lo vuole, Dio lo vuole!»

Come poc'anzi aveano tutti creduto alla fine del mondo, così allora

tutti credettero al riscatto; ognuno lasciava ciò che più avea diletto,

il castello, la sposa, i figliuoli; chi jeri rideva, oggi flagellavasi;

i ladroni sbucavano dalle tane; parricidi, adulteri, sacrileghi

vestivansi di cilizio, e moveano per fare sconto di loro colpe; v'era

chi ferrava i bovi, e sulle benne caricava tutta la famiglia: turbe

incomposte d'uomini, fanciulli, donne, senza guida, senza viveri,

senz'armi s'avviavano a Gerusalemme, non sapendo ove ella fosse nè come

vi giungerebbero, ma fidando nel Dio che aveva pasciuto Israele nel

deserto. Con questo entusiasmo che avrebbe creduto colpa il ragionare,

la turba, sui passi di Piero Eremita, precipitavasi per la via meno

acconcia, cioè per l'Ungheria e la Bulgaria; e per difetto di cibi, o

per assalto de' nemici e per vendetta delle popolazioni su cui arrivava

devastando, perì a centinaja di migliaja. I baroni di Francia e Lorena

mossero con ordine migliore per la Germania: un altro stuolo, con Ugo

fratello del re di Francia, Roberto di Fiandra, Roberto di Normandia,

Eustachio di Boulogne, passarono per Italia. A Lucca trovato il papa,

vollero esserne benedetti; indi rivoltisi su Roma, ne cacciarono

l'antipapa Guilberto, che dovette rinchiudersi in Castel Sant'Angelo.

Giunti in Puglia quando più non era acconcia la stagione al tragitto,

vi attesero la primavera.

Colà Amalfi erasi ribellata a Ruggero duca di Puglia, il quale per

domarla si raccomandò a suo zio Ruggero conte di Sicilia; e questi,

radunato gran numero di Saracini dell'isola[425] e unitili alle sue

truppe e a grossa squadra di navi, assediò la città. Ma ecco in quello

spargersi l'arrivo de' Crociati; subito il grido di Dio lo vuole

risuona fra gli accampati; l'odio rinfervorato contro gl'infedeli fa

parere iniquo l'adoperarlo contro i Cristiani: Boemondo, principe di

Taranto e fratello del duca Ruggero, piglia tosto la croce, nella

speranza di fare alcun acquisto in quell'Asia dove già egli avea

combattuto i Greci; e moltissimi si accingono al passaggio. Così

spegnesi l'ira fratricida, e Amalfi conserva la sua libertà.

I Crociati passarono in Epiro (1096); ma i Greci (che del resto

mostraronsi sempre tepidi, spesso sleali in una guerra da essi

invocata e di loro principale vantaggio) si adombrarono dell'arrivo di

questi Normanni che testè aveano provati nemici, e in fatto non tardò

occasione di venire all'armi. Boemondo li battè, occupò molto paese, e

comparve nella reggia di Costantinopoli con tal fierezza, che Alessio

Comneno non trovò migliore spediente che chiamarlo a sè, lasciargli

scegliere quante ricchezze volesse, e rimandarlo col solo patto che gli

facesse omaggio.

Non è nostro ufficio il divisare quell'impresa, la prima che

s'assumesse a nome dell'intera cristianità, e la più magnifica negli

effetti, giacchè impedì che l'Europa divenisse musulmana. Diremo

solo come i nostri non vi si precipitassero con tanto ardore quanto

gli stranieri, attesochè da un lato (al par degli Spagnuoli) non

aveano bisogno di cercare fuor di casa la guerra contro gl'infedeli,

dall'altro teneano traffici vivi in Siria: pure Folco, poeta di

quegli avvenimenti, canta che dalle rive dell'Adige, dell'Eridano,

del Tevere, della Magra, del Vulturno, del Crustamino partì gran

popolo, Liguri, Italiani (Lombardi?), Toscani, Sabini, Ombri, Lucani,

Calabresi, Sabelli, Aurunci, Volsci, Etruschi, Apuli[426]. V'è chi

scrive l'impresa essere stata consigliata e ispirata dalla contessa

Matilde[427]; ma nessun contemporaneo ne fa motto, benchè all'indole

di lei si convenga il credere vi persuadesse e ajutasse gl'italiani, e

massime i Toscani.

Fra gli ostacoli dei Greci infidi e dei Turchi nemici, l'esercito

procedette fin che prese Nicea ed Antiochia, _occhio della Siria, perla

dell'Oriente_ (1097-98).

Repugna all'indole feudale il supporre la spedizione diretta da un

solo capitano, come disacconciamente favolò il Tasso: ciascun barone,

ciascun uomo passava cogli uomini, colle provvigioni, colle armi, coi

consigli che credeva, nulla avendo di comune se non l'intento, ispirati

dall'unica idea allora universale, la religione, e col calore che le

passioni sogliono acquistare in una moltitudine radunata al medesimo

scopo. Fra' baroni andati da Italia si segnalò Tancredi, figlio del

marchese Odone Buono e di Emina sorella di Roberto Guiscardo, tipo

del valor generoso e devoto; mai non invocato indarno dal debole,

fedele a tutta prova, d'un valore che crescea cogli ostacoli e che si

nascondeva, cercando meriti pel cielo non acquisti in terra. Fiero ed

astuto invece Boemondo suo cugino aspirava più ai regni mondani che al

celeste: onde appena fu presa Antiochia, vi si fermò, facendosene un

regno.

Dopo lunghi travagli (1099 — 15 giug.) anche Gerusalemme fu espugnata,

e si trattò di porne re Tancredi: ma egli preferì consacrare la sua

spada a difenderla dai rinascenti Musulmani; e lo scettro fu dato a

Goffredo di Bouillon. Al modo che i Barbari aveano fatto dell'Italia,

la Palestina fu allora partita fra i cavalieri latini, ciascuno

regnandone un brano, difendendolo, estendendolo, governandolo, sotto la

nominale primazia del re di Gerusalemme.

Anche i conti di Biandrate e di Savoja campeggiarono colà. De' minori

combattenti non si parla, giacchè, se le imprese del medio evo son la

più parte anonime, queste ancor più, dove tutti chiedeano ricompense

eterne, anzichè glorie mondane. Bensì le tradizioni posteriori

accennano a fatti e persone non bene accertati. Padova nomina Aicardo

di Montemerlo e Isnardo di Sant'Andrea del Musone, il primo de' quali,

nobilissimo giovane e soldato arditissimo, restò morto all'assedio

di Nicea. Galvano Fiamma vuole che da Milano un mirabile esercito

passasse alla crociata cantando Ultreja: ma il suo genio parabolano,

l'esser vissuto due secoli dopo, e il silenzio dei cronisti coevi o

vicini, come Landolfo Juniore, gli scemano fede; tanto più che l'abate

Uspergese afferma che sin al 1100 i Lombardi aveano sempre mancato

al voto di concorrere alla crociata. Pure i cronisti milanesi sanno

che il loro arcivescovo Anselmo da Bovisio partì a menare soccorsi

ai Crociati, e dinanzi all'immensa turba portava un braccio di

sant'Ambrogio in atto di benedirla[428]: era banderajo Giovanni da

Ro, e capitano Ottone Visconti, il quale, ucciso un gigante infedele,

gli tolse il cimiero, figurante un drago che ingoja un fanciullo, e

ne formò lo stemma de' Visconti. La spedizione riuscì alla peggio,

e l'arcivescovo stesso vi perì, o combattendo, o a Costantinopoli in

conseguenza d'una ferita: e i Crociati che rimpatriarono, istituirono

il luogo pio delle Marie e la chiesa di San Sepolcro, alla quale poi

annualmente dirigeasi e dirigesi[429] dalla metropolitana lombarda

una processione in ricordanza di quel fatto. A Imola i Sassatelli e

i Carradori presero la croce, e Vincenzo Cesare de' Carradori vi menò

cento compatrioti a proprie spese. A Siena in Bicherna è un quadro che

ricorda l'invio di 2000 crociati.

Tarda adulazione inventò un Rinaldo, giovane eroe, dal quale poi

derivasse la casa d'Este; ma nella storia non n'è il minimo vestigio.

I Fiorentini vorrebbero che Pazzino de' Pazzi montasse il primo sulle

mura di Gerusalemme, onde da Goffredo ebbe in dono alcune scaglie del

santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto. Ne

derivò a quella famiglia il privilegio di rinnovare il fuoco al sabbato

santo, e correvano a recar la facellina per tutte le vie sopra un

carro, che poi s'ingrandì e ornò; ed oggi ancora va in volta mandando

la colombina fin al coro della cattedrale, poi dando il volo a molti

fuochi artifiziali sul canto dei Pazzi.

Alla prima crociata andarono i Pisani (vuol la tradizione), e Cucco

Ricucchi portava un crocifisso, il quale nell'assalto di Gerusalemme

voltossi verso i combattenti gridando: «Seguite, o Cristiani, che avete

vinto». Quel crocifisso tennero sempre i Pisani in gran venerazione nel

loro duomo, caricandolo di doni e voti: e da qui derivò l'uso a Pisa

e al restante contado, che nelle processioni si porti il crocifisso

rivolto verso i seguaci. Il Trinci fa andare a quella guerra Guido

da Buti, Guido da Ripafratta, Ezelino da Caprona, Alfeo Salvucci da

Biéntina. Ma mentre alcuni fan principale onore ai Pisani della presa

di Gerusalemme, Guglielmo di Tiro li dice arrivati solo alla fine del

1099, condotti dall'arcivescovo Daimberto, che salì patriarca della

santa città, e del quale abbiamo la lettera con cui, a nome anche di

Goffredo, del conte Raimondo e di tutto l'esercito, dava ragguaglio di

quella presa a Pasquale II, che ne scrisse ringraziamenti ai consoli di

Pisa.

Accompagnavali la flotta genovese di ventotto galee e sei vascelli,

sulla quale montava pure lo storico Caffaro, e vuolsi comandata da

Guglielmo Embriaco, il quale avrebbe insegnato l'uso delle torri

mobili. Le due genti di conserva assalirono Cesarea; e ricevuta prima

la comunione, ed esortati da Daimberto e dal console genovese Malio,

la presero d'assalto. Dalle spoglie i Genovesi ottennero il famoso

catino, che credeasi uno smisurato smeraldo e donato dalla regina Saba

a Salomone, e che ancora si venera come reliquia se non come tesoro. Da

Tancredi ottennero un quartiere d'Antiochia dov'egli era principe, e di

Laodicea con mercato franco e il libero uso dei porti[430].

Venezia, per non guastare i suoi traffici coi principi di Levante,

freddamente avea cooperato alla crociata: come però vide Pisani e

Genovesi tornarne carichi di prede, volle partirle, e impedire che

quelli preponderassero; e scontrata la flotta genovese, la battè e

svaligiò, dando agl'infedeli l'abbominevole soddisfazione di veder

Cristiani uccisi da Cristiani.

Durava ancora l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno

d'investitura dagli imperatori di Costantinopoli. Domenico Michiel,

elevato a quel posto (1117), mandò impetrarla da Giovanni Comneno;

e questo, pretessendo qualche insulto fatto dai Veneziani, non solo

ricusò, ma fe staggire quanti legni ancoravano ne' suoi porti (1123),

finchè la Repubblica desse soddisfazione. La soddisfazione fu che esso

doge menò a Rodi la flotta, dianzi vincitrice dei Turchi, saccheggiò

quell'isola ed altre, sinchè composero pace ad istanza di Baldovino,

secondo re di Gerusalemme. Allora ducento navi veneziane, su cui

Arrigo Contarini vescovo d'Olivolo, veleggiarono verso Levante, e

colata a fondo la flotta egizia di sessanta galee oltre i legni minori,

approdarono in Siria, patteggiando coi Crociati di soccorrerli, purchè

d'ogni città conquistata ottenessero una via franca, una chiesa,

e bagno e forno e tribunale proprio, e immunità da gravezze, oltre

un terzo della città contro cui campeggiassero, e trecento bisanti

sulle rendite di essa. Sopra Tiro si concentrò lo sforzo; e il doge

Vitale Michiel II, come vide che l'esercito di terra esitava nella

paura d'essere abbandonato dalla flotta, depose il sartiame sulla

spiaggia, distribuì centomila ducati fra i combattenti, e mostrò voler

salire la breccia co' suoi marinaj, armati non d'altro che di remi.

L'esempio incuora, la città è presa, al doge s'offre fin la corona di

Gerusalemme; ma egli preferisce il berretto dogale, e rimena l'armata

trionfante a Venezia, la quale in una sola campagna ebbe acquistato

potenza e spoglie maggiori, che non Pisa e Genova in tanti anni. Poi

nel 1130 da re Baldovino ottenne d'aver un quartiere indipendente

in ciascuna città del reame di Gerusalemme, dove i gabellieri non

potessero impacciare la libertà de' suoi traffici[431]. Anche Genova

all'assedio di Tolemaide patteggiò le si concedesse un terzo del

bottino, e nella città una chiesa, un banco, un tribunale della propria

nazione.

Ma i Musulmani dal primo abbattimento presto risorsero, e minacciavano

cacciare i Cristiani dai loro nuovi stabilimenti, onde fu duopo

rinnovare le spedizioni, sempre con men fervore e più meditati

provvedimenti. San Bernardo (1147) eccitò Luigi VII re di Francia

e Corrado III imperatore di Germania alla seconda crociata, «mal

convenendo che il re del Cielo perdesse una porzione del suo regno in

terra»; e sull'esempio di regina Eleonora di Guienna, ricchi e signori

presero la croce, e si mandava fuso e conocchia a chi tardasse: i

poeti eccitavano al valore, i frati vi spingeano i ribaldi come a via

di salvamento. Molti Italiani v'ascoltarono, fra cui Amedeo duca di

Torino, Guglielmo marchese di Monferrato, Guido di Biandrate, Martin

della Torre milanese che vi fu preso e ucciso, Ezelino il Balbo da

Romano. Ai Crociati raccolti a Etampes Ruggero di Puglia mandò offrire

navi, vitto e il proprio figliuolo, purchè volessero prendere la via di

mare. Sventuratamente non gli diedero retta; e per terra camminando,

si trovarono esposti ai multiformi tradimenti dei Greci; sicchè

l'impresa fallì, ducentomila Cristiani vi perirono, e tardi si vide

quanto saviamente gl'Italiani consigliassero, non di fare soltanto una

punta sovra Gerusalemme, ma di piantare colonie tutto lungo le coste e

nell'Asia Minore: provvedimento che avrebbe tanto operato sull'avvenire

dell'Asia, e prevenuto le minaccie che poi i Turchi recarono

all'Italia.

In quel tempo Ruggero di Sicilia occupava Corfù (1149); e l'imperatore

greco Manuele Comneno invocò i Veneziani per combatterlo. La loro

flotta imbattutasi in Luigi di Francia che tornava di Gerusalemme,

lo prese; ma l'armata di Ruggero poco dopo il liberò: e i Veneziani

devastarono la Sicilia, non tanto per far grato all'augusto bisantino,

quanto per isfogo di rivalità.

Così in Asia si agitavano le passioni e gl'interessi italiani.

Il normanno Boemondo duca d'Antiochia, dopo rimasto lungo tempo

prigioniero dei Turchi, girò Francia e Italia concitando i Cristiani

a mandare soccorsi a Terrasanta; e dal suo principato di Táranto cavò

molta gente, sicchè da Brindisi (1107) potè salpare con ducencinquanta

navi, quarantamila fanti e cinquemila cavalli. Invece però di volgersi

sulla Palestina, prese la Vallona e assediò Durazzo, appartenenti

all'impero greco, finchè Alessio Comneno non ne comprò la pace colla

promessa di più non molestare i Crociati. Poco stante Boemondo morì.

Era pur morto il conte Ruggero di Sicilia, lasciando un fanciullo del

nome stesso, per cui governava Adelaide sua madre. Baldovino II di

Gerusalemme credette opportune ai gravissimi suoi bisogni le ingenti

ricchezze di lei, e la domandò sposa. Ella assentì, patto che, se non

generasse altri figli, il regno di Gerusalemme verrebbe al suo Ruggero;

e passò in Terrasanta con grosso tesoro e fra grandi feste. Ma dopo

alcun tempo Baldovino essendosi gravemente malato, le confessò d'avere

un'altra moglie, onde Adelaide fu rimandata senza le ricchezze. Suo

figlio Ruggero ne concepì tale dispetto, che più non volle soccorrere i

Crociati, per quanto li sapesse in bisogno.

Serve a paragone e chiarimento degli ordini feudali che trovammo

in Italia, il rammemorare come i signori stabiliti in Terrasanta

eleggessero diversi uomini savj _ad inquirere e sapere da la gente

de diverse terre che erano lì, le usanze de le loro città; e tuttociò

che quelli, li quali elesser a questo effetto, hanno possuto saper et

apprendere, el feceno mettere in scriptis_, appunto come Rotari faceva

scrivere le precedenti usanze del suo popolo. E ne venne il codice,

detto _delle Assise_, non estraneo agli Italiani perchè regolò tanti

possessi di questi in Levante, e specialmente Candia, colonia dei

Veneziani, i quali ad uso di essa le fecero tradurre in loro dialetto,

e ve le applicarono come legge comune.

Le Assise, come tutti i codici e statuti del medio evo, si occupavano

soprattutto del rendere giustizia; al qual uopo v'avea due corti

secolari. Dell'alta corte era capo il re, e davanti ad essa si

dibattevano le cause fra la corona e i baroni, o di questi fra loro

o coi loro sudditi o vassalli; onde le Assise trattano a lungo dei

diritti feudali, dei modi di possedere, investire, spropriare, e

principalmente de' giudizj per mezzo del duello: sicchè non potrà dire

di conoscere le ragioni feudali chi in quelle non abbia studiato. Alla

seconda corte della borghesia presedeva un visconte nominato dal re,

e vi si controvertevano le cause fra i semplici borghesi, cioè non

investiti di feudo, nè cavalieri o soldati, ma mercanti, o persone

franche, o sudditi indigeni o schiavi. Qui pure discuteasi per prove e

testimonj, e spesso si ricorreva al duello, e più ancora alle prove del

ferro rovente, dell'acqua o simili.

La corruzione non tardò ad entrare nel regno di Gerusalemme; i

Musulmani si rinforzarono, il generoso Saladino li ricondusse contro

la città (1187) che è santa anche per essi, e in breve l'Europa intese

che Dio avea perduto il suo patrimonio in terra, e Gerusalemme e il

santo sepolcro eran novamente preda ai cani. I popoli tutti, cui quella

era come una patria comune, levarono il pianto, e chiesero armi, armi

(1189). Mentre Ricardo Cuor di leone re d'Inghilterra, Filippo Augusto

di Francia, Federico Barbarossa di Germania vi si accingeano, Genova,

Pisa, Venezia, dimenticati per poco i dissidj, correano a sostenere

Tolemaide assediata, alla guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna:

Piacenza vi mandò seicento guerrieri, Cremona una grossa nave, duemila

uomini i Bolognesi[432]: i Pisani due volte sconfissero la flotta

musulmana: i Genovesi portavano ambasciadori a tutte le potenze, e a

Ricardo d'Inghilterra esibirono stanza in città, ricovero in porto, e

quanti trasporti per mare occorressero; ed egli gradì l'offerta; poi

combattendo al loro fianco in Palestina, imparò a stimarne il valore,

e com'essi adottò per insegna navale la croce rossa in campo bianco, e

san Giorgio per patrono.

Mercè degli Italiani Tiro fu salva: ma tosto le discordie rivalsero,

e i Cristiani combatterono fra loro, per modo che Corrado marchese

di Tiro dovette obbligare i Genovesi a ritirarsi (1193). Anche i

re crociati furono presto a litigi ed alle armi, talchè la terza

spedizione sortì infelice termine.

Alla quarta già l'ardore devoto erasi intepidito a segno, che fu duopo

esibire denaro perchè il popolo s'armasse, e l'imperatore Enrico VI

prometteva trenta oncie d'oro a chiunque si crociasse: ma costui non

badava tanto al ricupero di Terrasanta, quanto ad assicurare a sè colle

armi pietose il regno di Puglia, siccome vedremo (Cap. LXXXVII).

Meglio che pei fatti particolari, sono memorabili a noi pure

le crociate per la generale influenza esercitata da quel

movimento dell'intera popolazione, dal rimescolamento delle idee,

dall'esaltazione degli spiriti. Per due secoli il crociarsi fu guardato

come un debito, di cui ognuno fosse tenuto a Cristo; le città spedivano

torme di prodi; il principe levava somme a prestanza, mettendo a pegno

i possessi; l'ecclesiastico i benefizj; il barone alienava i feudi;

il poeta ne sperava un non caduco alloro; il monaco la palma della

perseveranza nella fede; la fanciulla, il vecchio, la monaca non si

sgomentavano innanzi a pericoli sì diversi. Ai Crociati perdonavansi

i pedaggi: nei contratti di nozze i nobili si riservavano la libertà

di crociarsi: poteva la moglie impedire al marito di chiudersi in un

convento, ma non di prender la croce[433], quand'anche le lasciasse

dei bambini. Uno non sapeva come schermirsi da un nemico mortale?

crociavasi; uno voleva dalla Chiesa indulgenza de' suoi delitti?

crociavasi. Ricchi e grandi credevano crescere di merito quando in que'

disagi si mettessero a paro co' più abjetti: migliaja giuravano di più

non tornare in patria, che non avessero riscattata Terrasanta; e chi

al voto fallisse, non era più dalla Chiesa riconosciuto per figlio,

restava vile agli occhi degli uomini d'onore. I pellegrini, mantenuti

dalla pubblica carità, cantavano lietamente la terra promessa, la

patria del Salvatore, la genitrice de' santi padri, il teatro della

riconciliazione con Dio: perivano mille di mille segnati? benedicevasi

il Signore che tanti nuovi testimonj di sua fede fossero saliti al

cielo. Voleasi dopo morte esser involti nella tonaca che si tenea

in dosso nel visitare il santo sepolcro; i Pisani trasportarono di

Palestina la terra di che empire il loro cimitero, per potere così

dirsi sepolti in terra santa.

Le crociate fecero pure dalla feudalità e dall'importanza personale

germogliare la Cavalleria, per la quale il nobile tenevasi obbligato

ad usare il massimo valore nelle prove più difficili, cercarle anche a

bella posta, fosse ne' tornei ed in finti armeggi, ovvero in lontani

paesi e in assalti rischiosissimi, e sovrattutto a difesa del bel

sesso, degli ecclesiastici e del proprio signore: della patria non si

parlava ancora. La maggior forza di corpo, il miglior cavallo, l'elmo,

la corazza e la spada meglio temprati erano il vanto del cavaliero, che

doveva non conoscer paura, non rifiutare cimento per quanto disuguale,

non ritirarsi mai da un voto per quanto difficile, non mai mancare a

data parola per quanto gli costasse. Un altro prode, e più specialmente

qualche principe armava il cavaliero, ponendogli i distintivi di quel

grado, cioè l'elsa e gli sproni dorati e il cingolo, e dandogli la

guanciata come s'usa nella cresima, oppur battendolo sulla spalla colla

propria spada.

Il corredo delle prove e delle iniziazioni, e le cerimonie

dell'inaugurazione, precedute dalla veglia dell'armi, nacquero

poc'a poco quando si volle ridur la Cavalleria ad una specie di

condizione privilegiata, com'erano tutte l'altre di quei tempi.

Allora s'introdussero differenti specie di cavalieri: e in Italia

si conosceano cavalieri del bagno, che con solennissime cerimonie si

astergeano il corpo a indizio della purificazione dell'anima; cavalieri

di corredo, vestiti verdebruno e con ghirlanda dorata; cavalieri di

scudo, fatti da popoli e signori, e che pigliavano l'ordine colla

barbuta in capo; cavalieri d'arme, investiti sul campo senz'altra

cerimonia che dar loro la spada, la guanciata, l'abbraccio e il

giuramento di lealtà[434].

Così fatti si moltiplicarono, e per pompa non per merito: Ruggero di

Sicilia, facendo cavalieri i suoi due figliuoli Ruggero e Tancredi, ne

insignì con loro quaranta; nel 1294 Azzo d'Este aprì corte bandita per

ottenere il cingolo da Gherardo di Camino, e avutolo, armò di propria

mano cinquantadue militi; trecento ne armò Carlo Martello quando fu

coronato re di Napoli il 1290: poi se n'abusò a segno, che Carlo IV

imperatore nel 1355 commise al patriarca di dichiarar cavalieri tutti

quei che venuti erano per ciò a Siena; onde coloro i quali aspiravano

ad un onore che cessava d'esser tale dacchè rendeasi vulgato, ma che

rincresceva di non possedere appunto perchè vulgato, raccomandavansi

a quei ch'erano attorno al patriarca, «e quando erano a lui nella

via, lo levavano in alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta

la guanciata in segno di cavalleria, gli mettevano il cappuccio

accattato col fregio d'oro, e traevanlo dalla pressa, ed era fatto

cavaliere»[435]. Quando poi Carlo V fu coronato a Bologna, «colla spada

toccava la testa di chi voleva esser cavaliere, dicendogli Esto miles;

e tanti s'affollarono chieditori intorno a lui, dicendo Sire, sire, ad

me, ad me, che egli stanco e sudando, e dicendo ai cortigiani No puedo

mas, inchinò sopra tutti la sua spada, soggiungendo Estote milites

todos todos; e così replicando, gli astanti si partirono cavalieri e

contentissimi»[436].

Ottimo modo di svilire un'istituzione! e il farlo ben conveniva a

cotesti superbi stranieri, che colla spada venivano a radere le

gloriose memorie dell'Italia, e ai sentimenti nobili e generosi

surrogare il calcolo e l'obbedienza incondizionata. E per verità

allora la Cavalleria avea passato stagione, ma già avea prodotto gli

effetti, che non furono pochi. In mezzo a gente armata, a un diritto

universale della forza, si udì per essa proclamare la lealtà e la

generosità: il braccio del prode fu armato a tutela del debole e a

terror del prepotente; la vedova, il pupillo trovarono chi ne sosteneva

i diritti, chiamando al duello giudiziario l'usurpatore de' loro beni:

il castellano dal suo covile udiva squillare il corno del cavaliero,

che lo sfidava alla prova dell'armi, per dimostrargli ch'era un

villan traditore, un sanguinario. Istituzione mirabilmente opportuna

quando verun potere sociale bastava a imporre un ordine interiore,

o a proteggere gl'individui; convertiva l'educazione militare in

poderoso stromento di sociabilità, facendo ancora, al contrario di

ciò che stabiliva il feudalismo, alla nascita prevalere il merito per

mezzo d'una nobiltà, diversa dalla germanica e feudale, e creata per

valore dapprima, sempre per meriti personali; alla potenza stazionaria

e inumana de' possidenti ne opponeva una mobile e generosa, con

sentimenti elevati, colla passione della gloria e il puntiglio della

lealtà: l'inviolabilità della parola e la squisitezza del punto d'onore

davano una dignità, esagerata talvolta, ma che divenne carattere de'

tempi moderni.

Questa comunanza, non forse di simboli e riti quanto alcuno vorrebbe,

bensì di sentimenti, affratellava uomini di disparatissime nazioni, che

cessavano di guardarsi per nemici dacchè erano cavalieri. Una gioventù,

che cercava la fatica dei combattimenti e il riposo delle cortesie, che

per istituto consacrava il coraggio alla giustizia e alla religione,

crebbe l'amor delle pompe, de' tornei, delle corti bandite, ch'erano

pure un nuovo riposo fra lo strepito dell'armi; introdusse il culto

della donna, venerata come auspice della Cavalleria, e chiesta giudice

e premio delle prodezze e delle tenzoni: onde il braccio del forte

fu sottomesso all'irresistibile potenza della debolezza; e i nobili,

inorgogliati soltanto della forza, rendevansi gentili; e mettendosi

a contatto con altri, e a brillare nelle corti, alla selvatichezza

surrogavano quelle maniere che da ciò appunto trassero il nome di

_cortesia_.

I primi Crociati disegnavano sullo scudo la croce, che per tutta la

vita attestava le devote loro prodezze, poi conservato nella famiglia,

diveniva una testimonianza ai posteri. Quel semplice carattere venne

poi complicato con altri segni, che esprimevano con nuovo linguaggio le

imprese; e quegli scudi, sospesi ne' castelli paterni, trasmettevansi

come illustrazione delle famiglie, divenendo così un distintivo

delle case, mentre prima non n'era altro che il nome del feudo, e

consolidando la società coll'attaccarla alle memorie.

Dalla Cavalleria e dalle crociate vennero pure gli Ordini cavallereschi

militari. Uno di Spedalieri troviamo fin dal 952 all'Altopascio in

Toscana, coll'uffizio d'accogliere i pellegrini, assistere i viandanti,

mantenere le strade e i porti[437]. Dalla magnifica torre donde tutto

si domina il val di Nievole, sonava la sera una squilla per avviare

sulla bruna quei che ancora non avessero attraversato le palustri selve

della Cerbaja.

All'ospedale di San Giovanni a Gerusalemme, che dicemmo fondato dagli

Amalfitani, era affisso un Ordine di Spedalieri, il cui priore Gerardo

della Scala, al tempo delle crociate, armò i suoi frati per ajutare

l'impresa; e così venne alterata la loro natura, conservando la cura

degl'infermi e dei pellegrini, ma più combattendo gl'Infedeli, e ne

uscì quell'Ordine nobile che fu poi famoso col nome di Giovanniti e

di cavalieri di Rodi e di Malta. Seguirono i Templari, i Teutonici

ed altri estranei all'Italia. Per noi fa l'indicare i cavalieri di

San Lazaro, segnati dalla croce verde, e dediti a curare i lebbrosi e

difendere i sacri luoghi; che poi trasferiti in Francia, e nel 1572 con

autorità di Gregorio XIII uniti all'Ordine di San Maurizio fondato da

Amedeo VIII di Savoja il 1434, si conservarono fin ad oggi in Piemonte.

Particolari all'Italia furono i Frati Gaudenti di Santa Maria Gloriosa,

istituiti nel 1204 da Loderingo di Andalò, con Gruamonte Caccianemici

e Ugolino Capreto de' Lambertini nobili bolognesi, un Reggiano, il

modenese Ranieri degli Adelardi ed altri, per insinuazione di frà

Bartolomeo Breganze, vescovo di Vicenza, poi santo; ed approvati da

Urbano IV[438]. Dovevano esser nobili per padre e madre; e seguivano

la regola dei Domenicani senz'obbligo di celibato e di convivenza; e

portavano mantello bianco, e su campo simile croce vermiglia sormontata

da due stelle. Assumeano di protegger vedove e pupilli, orfani e

poveri, e intromettersi delle paci: il comune di Bologna gli esentò da

tutti i pesi reali e personali, ed altrimenti li privilegiò; e sovente

le città d'Italia affidavano a loro la riscossione delle gabelle. Ma

(dice Giovan Villani) troppo presto seguirono al nome i fatti, cioè

d'intendere più a godere che ad altro.

Luigi di Táranto, secondo marito che fu di Giovanna regina di Napoli,

in memoria della sua coronazione inventò l'ordine del Nodo (1347), i

cui cavalieri giuravano ajutare il principe in qualunque occorrente;

dovevano portare sull'abito un nodo di qual colore volessero, col motto

_Se a Dio piace_; il venerdì prendevano cappa nera con nodo di seta

bianca, senz'oro nè argento o perle, a memoria della passione. Se il

cavaliero avesse dato o ricevuto ferita, il nodo doveva restare sciolto

finchè avesse visitato il santo sepolcro; reduce dal quale, poneavi il

proprio nome e il motto Piacque a Dio. A pentecoste, congregatisi in

Castel dell'Ovo, biancovestiti, rendeano conto de' fatti d'arme più

notevoli nel _Libro degli avvenimenti de' cavalieri della compagnia

dello Spirito Santo dal dritto desìo_. Chi fosse imputato d'azione

indegna, dovea quel giorno presentarsi con una fiamma sul cuore,

e attorno scritto _Ho speranza nello Spirito Santo di riparare mia

grand'onta_: mangiava in disparte nella sala, ove il principe e i

cavalieri banchettavano. L'Ordine morì coll'istitutore; ma il Libro

degli avvenimenti e degli statuti venne alla repubblica di Venezia, che

ne fece dono ad Enrico III quando passò d'Italia il 1573; ed egli ne

tolse norma per fondare poco poi l'Ordine del Santo Spirito in Francia.

Si pretese che Costantino Magno, a commemorare la vittoria sopra

Massenzio, istituisse l'Ordine di San Giorgio o Costantiniano. Certo

i Flavj Comneno, discendenti degl'imperatori di Costantinopoli,

possedettero lungo tempo il granmaestrato di questa sacra milizia,

e Giannandrea, ultimo di essi, lo lasciò a Francesco Farnese duca di

Parma. Competeva esso ai Farnesi come duchi di Parma, o come retaggio

domestico? punto che i recenti trattati lasciarono irresoluto; onde

continuò a distribuirsi dal duca di Parma non meno che dai re di Napoli

succeduti ai Farnesi, finchè non furono spossessati.

Vorrebbero connettere alle crociate anche l'Ordine savojardo

dell'Annunziata, istituito, dal conte Verde il 1362, la cui collana

è composta di lacci d'amore, colle lettere Fert, che si favoleggiano

iniziali di _Fortitudo Ejus Rhodum Tenuit_. Amedeo VIII gli diede nuovi

statuti nel 1409; Carlo III, il nome e l'immagine della ss. Annunziata

nel 1518: e venti soli ne vanno decorati.

Quando i Turchi minacciavano la Germania e l'Italia, Pio II istituì

l'Ordine della Madonna di Betlem e quello de' Gesuiti, d'effimera

durata. Pio IV istituì lo Speron d'oro (1560), proprio de' pontefici,

che davasi a tutti gli ambasciadori venuti a Roma, e potea conferirsi

anche dalla famiglia Sforza Cesarini, dal maggiordomo del papa, dal

governatore di Roma e dai nunzj; la quale comunicazione d'un diritto

sovrano lo abjettò tanto, che Gregorio XVI (1831) ne mutò il nome e le

divise.

L'arte trovò nella Cavalleria un nuovo campo, esteso quanto quello

della devozione, dalla quale del resto era indivisibile. E ben presto

anche l'Italia fu inondata da romanzi di Cavalleria, tradotti anche in

vulgare; e se noi non contribuimmo verun originale ai periodi della

Tavola Rotonda, de' Paladini di Carlo Magno, del Santo Graal, avemmo

la più splendida esposizione della vita cavalleresca nell'Ariosto, e la

più toccante nel Tasso.

Il primo veniva in tempi di critica, talchè della Cavalleria non

presentò che il lato beffardo, e imprese che, a forza d'essere

esagerate, diventano ridicole; paladini che uccidono migliaja d'uomini;

armi incantate che rivestono eroi invulnerabili; spade che tagliano le

armadure più robuste; scudi che abbagliano; lancie che col solo tocco

scavalcano; e tutto il corredo della magìa, e di castelli incantati

e cavalli volanti e foglie converse in navi...; e il cercare imprese

folli e contro potenze sovrumane, e la religione volta in celia e in

empietà, e l'amore inebbriantesi nella spensierata voluttà. Pure la

vita cavalleresca ci è mostrata in quelle armadure a tutta botta, in

quelle spade famose quanto i loro eroi, come la durlindana d'Orlando,

la belisarda di Ruggero, la fusberta di Rinaldo, «che fa l'arme parer

di vetro frale»; in que' cavalli rinomati, il Bajardo di Rinaldo, il

Brigliadoro di Orlando, il Frontino di Ruggero; in quella fedeltà alla

parola, per cui Zerbino protegge anche la scellerata Gabrina; in quella

riconoscenza, per cui Ruggero combatte invece dell'imperatore Leone fin

contro la propria amante; in quella difesa del debole oppresso, assunta

da Rinaldo, da Bradamante, da Sansonetto; in quell'amore d'Isabella,

che per serbar fede all'estinto sposo subisce la morte; in quella

devozione di Orlando, che, qualora non sia impazzito d'un amor puerile,

combatte incessante per l'imperatore e per Dio, e raccomanda l'anima

al moribondo Brandimarte, «che de' suoi falli al re del paradiso può

domandar perdono anzi l'occaso».

Il Tasso impicciolì il concetto delle crociate, facendone un'impresa

regolare, d'esercito giusto sotto un capitano supremo, e con gerarchia

di uffiziali e riviste e marce e stendardi: ma nell'anima devota e

cavalleresca, più per sentimento che per istudio, intese egli que'

costumi; e tu li ravvisi in Rinaldo, giovinetto insoffrente della

disciplina, volonteroso d'imprese personali, e facilmente distratto

dalle voluttà; in Raimondo che, quantunque vecchio, affronta lo

sfidatore pagano; e meglio ancora in Tancredi, amoroso eppur fedele

al capitano e alla croce, sempre primo ne' cimenti, che duellando

con Argante, ricusa avere il vantaggio d'armi migliori; vedendolo

esanimarsi, lo invita ancora generosamente a cedergli, senza insuperbir

della vittoria[439]; che salva la figlia del signore d'Antiochia, e

la rispetta; che invaghito di Clorinda, la combatte non conoscendola,

e feritala a morte, corre attingere nel proprio elmo per dare col

battesimo la vita eterna a quella cui toglieva la terrena.

È quel Tancredi, di cui le croniche narrano che, avendo compito

stupende geste, fe giurare al suo scudiero di non dirne parola finchè

vivesse.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 30 / 39 题