I papi. Gregorio Magno.

Chiave della volta al grand'edifizio ecclesiastico sono i pontefici,

residenti in Roma. Ne accompagnammo la serie fino a Silvestro (336-52),

il quale vide data da Costantino la pace alla Chiesa. Gli successero

Marco, poi Giulio, indi Liberio, che alternando debolezza e coraggio,

incappò in una formola ariana, e ben presto si ravvide. A Dàmaso

fu contrastata la sede da Ursicino (366), con turpi fazioni e molto

sangue; al qual proposito Ammiano Marcellino, pagano, prorompeva[164]:

«Se considero il fasto mondano di chi copre la dignità pontifizia, non

meraviglio che per ottenerla non si tralasci sforzo od arte. Ottenuta

che l'abbiano, sono certi di impinguare mercè le oblazioni delle

devote matrone; e che andranno per Roma in carrozza, magnificamente

in addobbo; e faranno banchetti che nulla invidiino la suntuosità

di re ed imperatori. Più felici se, invece di scusar questi eccessi

colla grandezza e magnificenza di Roma, riformassero il viver loro sul

modello d'alcuni vescovi di provincia, i quali colla savia frugalità,

col povero vestire, cogli occhi a terra, rendono non meno a Dio che

ai veri suoi adoratori venerabile la purezza de' loro costumi e la

modestia del portamento».

Damaso ebbe amico e segretario san Girolamo; scrisse prose, versi,

epitafj di martiri, ove si desidera minore artifizio e maggior

sentimento. Ad Innocenzo la invasione del goto Alarico offrì campo

d'esercitare la carità (401), e d'intromettere la pacifica sua

mediazione tra la viltà e la ferocia. Altrettanto fece con Attila

Leone, degno del titolo di Magno per l'ingegno e per le azioni (440).

Restano di lui novantasei Sermoni, d'un'eloquenza sentita qualora non

la guastino le antitesi; e censettantatre Lettere, attestanti indefesso

zelo per la purità della dottrina e la pace della Chiesa.

Ilario suo successore al battistero di Laterano unì due biblioteche

(461); adoprò vivamente nel concilio calcedonese; ma non si seppe

schermire dalle multiformi insidie de' novatori (467). Simplicio ebbe

a travagliarsi nel tutelare l'unità della Chiesa, perchè, essendosi

sfasciato l'impero occidentale, Acacio patriarca di Costantinopoli

pretendeva la primazia, quasi andasse connessa alla sede imperiale.

L'elezione del papa in principio faceasi da un senato ecclesiastico

di ventiquattro preti e diaconi, ad immagine dei ventiquattro seniori

astanti al trono di Dio: dopo Silvestro essendovi annessi anche

beni temporali, concorsero alla nomina il clero ed il popolo: poi

quando la ricchezza cominciò a fare ambìto quel posto, gl'imperatori

intervennero alle nomine per impedire le sedizioni; in appresso le

confermarono. Odoacre vietò d'eleggere il vescovo di Roma senza prima

consultato il re od il prefetto, fosse gelosia politica, o per ovviare

le dissensioni; ma il decreto non tenne (482): e Felice III della sua

nomina informò l'imperatore, esortandolo alla retta fede[165].

Gelasio succedutogli (492), scrisse inni e prefazj, e trattati sulle

questioni allora discusse, ed uno contro del senatore Andromaco e

d'altri Romani, i quali volevano ripristinare i giuochi lupercali,

pretendendo le malattie moltiplicassero dacchè non si esorava il dio

Februario. In concilio distinse i libri canonici dagli apocrifi,

e a quali scrittori competesse il titolo di padri della Chiesa, e

definì ecumenici i quattro sinodi di Nicea, Costantinopoli, Efeso e

Calcedonia. Scriveva all'imperatore Anastasio: «Il mondo è governato

dall'autorità dei pontefici e dalla potestà regia; delle quali la

sacerdotale è più grave in quanto deve render ragione a Dio per l'anima

dei re. Sebbene tu sovrasti a tutto il genere umano per dignità, pure

ai capi delle cose divine pieghi devoto il collo, e da loro chiedi i

mezzi di salute, e vedi pei sacramenti e per l'ordine della religione

doverti a loro sottomettere anzichè sovrastarvi, e in tali cose

pendere dal giudizio loro anzichè ridur loro alla tua volontà. Se nella

pubblica disciplina, conoscendo essere conferito a te l'imperio per

disposizione superna, anche i capi della religione obbediscono alle

leggi tue, con quale affetto non dovete voi obbedire a coloro che hanno

incarico di dispensare gli augusti nostri misteri?»

Dopo che Anastasio II la occupò due anni (496), la sede fu disputata

tra Lorenzo e Simmaco, i quali si compromisero in Teodorico, re ariano.

Simmaco preferito, da quindici anni sedeva allorchè i malcontenti lo

accusarono d'enormità, e richiamarono Lorenzo: la Chiesa andò sossopra,

e neppure la presenza di Teodorico mitigò gli sdegni. Raccoltisi a

concilio i vescovi d'Italia, Simmaco, mentre v'andava, fu assalito a

pietre; alfine chiarita l'innocenza sua, fu ripristinato; ma Lorenzo

per quattro anni tenne alquante chiese a forza, sinchè Teodorico la

volle finita.

Quando agli Ariani in Oriente furono tolte le chiese, Teodorico mandò

il nuovo pontefice Giovanni (523) a Costantinopoli per ottenere a'

suoi religionarj esercizio libero del culto; se no, lo turberebbe egli

pure a' Cattolici in Italia. Il papa non potè o non volle riuscire; e

Teodorico il lasciò morir prigione, come complice di congiure ordite

allora per ammutinare l'Italia (pag. 48).

Dopo altri, s'illustrò Agapito, che fondò in Roma un'Accademia per le

belle lettere (535). Spedito da Teodato a Giustiniano per proporre

pace, tornò disconcluso; ma a Costantinopoli aveva potuto reprimere

gli eretici, e deporre il mal eletto patriarca. Indarno Giustiniano

gli si era opposto, minacciandolo anche d'esiglio; ma l'imperatrice

Teodora a Vigilio, diacono della chiesa romana, promise ottenere il

papato, purchè aderisse alle credenze dei prelati ch'essa proteggeva.

Vigilio trescò a danno del nuovo papa Silverio (536), che da Belisario

accusato d'intendersi con re Teodato per introdurre i Goti in Roma, fu

spogliato degli abiti pontificali e trasferito a Patara nella Licia. Sì

infelici tempi correvano, che nessuno s'oppose; e Vigilio, per ordine

del generale, fu unto pontefice (538). L'imperatore, informatone,

impose che Silverio fosse ricondotto a Roma, ed ivi esaminato sulle

accuse: ma Belisario, ligio ai desideri di Teodora, l'arrestò per via,

e relegollo nell'isola Palmaria rimpetto a Terracina, dove morì di fame

o strozzato; e la compassione pel giusto perseguitato volle in molti

miracoli vedere attestata la sua santità.

Vigilio ebbe allora conferma dal clero: ma in quel primato, che

subdolamente aveva invaso, resistette a' capricci religiosi di Teodora

e ai dissidenti, benchè strascinato per le vie di Costantinopoli con

una corda al collo e gittato in un fondo di torre, sinchè la morte del

patriarca Antimio tolse il pretesto di quelle scissure.

Ma una nuova ne sorse per _Tre Capitoli_, che al IV concilio ecumenico

di Calcedonia erano stati proposti, onde condannare Teodoro da

Mopsuesta come seguace delle opinioni di Pelagio, Iba vescovo di

Edessa autore d'una lettera meno cattolica, e Teodoreto di Ciro che

avea scritto ingiurie contro il concilio Efesino. Quel sinodo li

rimandò assolti alle loro chiese; ma Giustiniano li fece condannare

da un altro, congregato in Costantinopoli. Gli Occidentali sapeano

scarsamente di greco, nè aveano letto Teodoreto o Iba, ma sapevano che

dal concilio di Calcedonia erano stati riconosciuti incolpevoli, talchè

di questo s'infirmerebbe l'autorità qualora fossero riprovati. Al modo

stesso la pensava papa Vigilio, ma poi lasciossi indurre a condannarli

anch'esso, salva l'autorità del concilio di Calcedonia, e patto che

più non se ne discutesse a voce o in iscritto. Partito mezzano, che

disgustò entrambe le parti, i nemici de' Capitoli per la riserva, i

Cattolici per la condanna; e i vescovi d'Africa, Illiria, Dalmazia si

segregarono dal papa.

Il debole Vigilio ne sbigottì, e revocò il proprio giudicato: ma

insieme promise a Giustiniano d'adoprarsi per far condannare secondo

i Tre Capitoli, purchè questa sua promessa si tenesse segreta;

intanto la cosa restasse in bilico fino ad un concilio generale.

L'imperatore invece ripubblicò la sua costituzione, e il papa, non

ascoltato, separossi dagli Orientali; trattato come prigioniero,

sofferse coraggioso dicendo: — Voi tenete me, non san Pietro»; poi

nel nuovo sinodo Costantinopolitano (553) condannò gli errori che

trovavansi negli scritti di quei tre, non eretici, ma esagerati

difensori dell'ortodossia. In Italia, gli arcivescovi d'Aquileja,

Milano, Ravenna, coi vescovi provinciali dell'Istria, della Venezia

e della Liguria, stettero avversi al papa; alcuni apertamente,

altri limitandosi a non aderire ai Tre Capitoli; e Paolino patriarca

d'Aquileja in un sinodo provinciale rigettò il concilio di Calcedonia,

nè più volle comunicare col papa, introducendo uno scisma che durò

fin nel 698, quando, ad istanza del pontefice Sergio, un nuovo sinodo

d'Aquileja accettò esso concilio[166].

Morto Vigilio in Siracusa (555), gli fu dato successore Pelagio, più

per volontà dell'imperatore che non per la libera scelta del clero

e del popolo, il quale anzi lo supponeva colpevole della morte del

predecessore, finch'egli dal pulpito non si giurò innocente. Dalla

morte di lui si fanno più lunghe le vacanze per aspettare la conferma

dell'imperatore. Il disordine crescente poche notizie lasciò di

Giovanni III (560-78), che fece terminare la chiesa de' santi Giacomo e

Filippo con molte storie dipinte e a musaico; e così di Benedetto e di

Pelagio II.

In mezzo all'interna inquietudine ed alle esteriori minaccie, erasi

assodata la primazia che i pontefici traevano dalla parola di Cristo

e dall'apostolica tradizione. Ariani essendo la maggior parte de'

conquistatori, eretici spesso gl'imperatori d'Oriente, i Cattolici di

tutta Europa guardavano il papa come capo e protettore universale, e ne

invocavano i consigli per le anime, la protezione per le vite. Le nuove

chiese, non potendo vantarsi pari nè vicine alla romana per età o per

apostolica origine, con assoluta devozione chinavansi ai pontefici. E

poichè le conversioni erano opere d'incivilimento, e sicuravano dalle

invasioni i regni già stabiliti, perciò in questi il papa acquistava

venerazione, non solo pel primato del sacerdozio, ma anche per gli

interessi temporali. Il re a lui più vicino, Teodorico ostrogoto,

essendo il più poderoso fra quei principi, ne ringrandiva nell'opinione

il pontefice, che presso lui faceasi intercessore d'altri principi e

vescovi, a nome di esso trattava cogl'imperatori bisantini.

Scesi i Longobardi, mancò un capo generale all'Italia, ed ai Romani

soggiogati e ai liberi non restò persona più eminente del papa in

cui fissare gli sguardi. Possedeva egli immensi tenimenti in Sicilia,

Calabria, Puglia, Campania, Sabina, Dalmazia, Illiria, Sardegna, fra

le alpi Cozie e fin nelle Gallie; ed essendo coltivati all'antica,

cioè per coloni, sopra questi egli esercitava legale giurisdizione,

spedendovi uffiziali, dando ordini, mentre colle rendite potea

sovvenire alle carestie, ospitare rifuggiti, soldare truppe.

Conservando verso l'imperatore la sommessione imparata allorchè Roma

era capitale, da esso i papi chiedevano la conferma della nomina loro,

pagavano altre retribuzioni, tenevano alla corte sua un apocrisario

che trattasse i loro negozj. Ma la dipendenza si diminuiva sempre più

a fronte di imperatori lontani, di esarchi deboli e malvisti al popolo;

mentre interrotte dalla conquista le relazioni coll'esarca di Ravenna,

il papa, trovandosi a capo degli ordinamenti municipali mantenutisi in

Roma intatta da Barbari, elideva l'autorità del duca sedente in questa

città, corrispondeva direttamente con Costantinopoli, e accostavasi ad

una specie di signoria.

Pelagio II scriveva ad Aunacario (581) vescovo di Auxerres perchè di

tutta sua possa rimovesse i re Franchi dall'amicizia coi Longobardi,

nefandissima gente avversa ai Romani, sopra la quale non potrebbe

tardare la vendetta di Dio, sicchè era bello non mettersi a pericolo

di parteciparne. Spedì anche un diacono alla Corte greca per

implorarne soccorsi, e — Rappresentate all'imperatore che i perfidi

Longobardi, contro la fede giurata, ci han fatto soffrire tanti mali,

che ridirli sarebbe infinito. Se Dio non ispira all'imperatore di

mandar almeno un maestro della milizia e un duca, siamo abbandonati

d'ogni ajuto, massime il territorio di Roma, sguarnito di presidio:

l'esarca scrive non poterci soccorrere, giacchè non basta tampoco a

difendere le sue vicinanze. Voglia Dio che l'imperatore ci assista

prima che quest'abbominevole nazione s'impadronisca di quanto rimane

all'Impero»[167].

Gl'Italiani dunque guardavano il pontefice qual rappresentante non

solo della vera fede ma della nazionalità; e più il fecero quando

(590) sulla cattedra di Pietro s'assise Gregorio Magno, che sentiva

l'importanza di quel grado, e tutta ne spiegò la dignità. Stratto

dall'antica ricchissima famiglia Anicia, dalla giovinezza volse

all'acquisto delle scienze un intelletto vivace e una straordinaria

capacità, e da Giustino II fu elevato prefetto di Roma, la carica

più insigne; ma nojato del mondo, sull'esempio de' suoi genitori

si raccolse nel convento di sant'Andrea, ch'egli avea fondato nella

propria casa, come sei altri in Sicilia. Rinvigoritosi nel ritiro,

impetrò da papa Benedetto di missionare la Bretagna; ma il popolo

romano cominciò a gridare al pontefice: — Voi avete offeso san Pietro,

avete disfatto Roma, lasciando partire Gregorio»; sicchè quegli il

rivocò. Da Pelagio II fu posto fra i sette diaconi della chiesa romana;

e spedito ambasciatore alla corte di Costantinopoli per implorare

soccorsi contro i Longobardi, vi guadagnò stima e benevolenza a segno,

che Maurizio imperatore lo volle padrino di suo figlio. Morto Pelagio,

Gregorio apprese con isgomento che i voti comuni lo avevano eletto

papa, e tre giorni dovettero andarlo rintracciando nella solitudine,

ove dal suo convento si era trafugato nelle corbe d'alcuni merciaj;

scrisse anche a Maurizio, scongiurandolo per la loro amicizia a non

confermare la scelta; poi ribramò sempre la pristina quiete, e — Non

mi so frenare dal pianto (scriveva a Leandro di Siviglia) qualvolta

torno in pensiero a quel porto felice, da cui m'hanno divelto: geme il

cuor mio al solo ricordare quella terraferma, cui più non m'è possibile

approdare».

Ben aveva onde sgomentarsi. Il pontefice, per l'eminente posizione

sua, dovrebbe rispondere di quanto potesse avvenire in Roma; eppure

non era libero, giacchè il duca, il prefetto imperiale, il senato, i

decurioni, inetti a giovare, valeano a dar impaccio. Intorno, popoli o

idolatri od ariani; di sopra, imperatori teologastri, che turbavano or

colle dispute or colle pretensioni; fra il clero de' paesi convertiti,

simonìa e scostumatezza[168]; alle porte di Roma, Longobardi

minacciosi; Italia sbranata da lungo scisma per la quistione dei Tre

Capitoli, e, per giunta, attrita da orribile peste.

Al governo «d'un bastimento vecchio, sdrucito e battuto dal nembo»,

com'egli chiamava Roma, Gregorio adoprò le preghiere e un carattere

indomabile. Da un capo all'altro del mondo stendeva le premure per

ispargere la verità ove non fosse conosciuta, per combattere l'errore,

per sostenere la morale. Fermo quanto indulgente cogli eretici, al

vescovo di Napoli scriveva d'accettar pure chiunque volesse rientrare

in grembo della Chiesa, e — Tolgo sopra di me qualunque sconcio nascer

potesse dalla falsità della riconciliazione; la soverchia severità

pregiudicherebbe alle anime loro»: a quei di Terracina, di Cagliari,

d'Arles, di Marsiglia vietava d'usar violenze agli Ebrei, «acciocchè il

fonte ove si rinasce alla vita divina, non divenisse a loro occasione

di una seconda morte, più della prima funesta per l'apostasia»;

si restituisse loro la sinagoga tolta, nè s'adoprasse con essi che

dolcezza e carità[169]. Adunò un concilio in Roma per riparare allo

scisma di Aquileja, come almeno in parte ottenne; quaranta nostri

spedì a convertire l'Inghilterra, guidati dall'abate Agostino (596),

che vi fu primo arcivescovo di Cantorberì; reciprocamente dall'Irlanda

venivano frati a noi, e principalmente san Colombano, che girate le

Gallie e la Svizzera, si fermò a Milano, e da re Agilulfo ebbe in dono

San Pietro di Bobbio con quattro miglia di territorio all'intorno,

dov'egli fondò il monastero famoso (612), da cui uscirono monaci che

altri cenobj posero per la Liguria e altrove. Nuovi missionarj inviò

Gregorio ai Barbaricani, idolatri della Sardegna; e in lontani paesi.

Delle laute rendite, oltre mantenere il lustro del suo seggio, valevasi

per far limosine, fondare scuole e spedali, sussidiare diocesi remote,

esercitare l'ospitalità; ogni dì faceva dal suo sacellario convitare

dodici avveniticci, e la gratitudine popolare disse che una volta

Cristo in persona si mettesse tra quelli. Egli intanto, modesto

nel trattamento, parco alla mensa, esatto alle pratiche della vita

monastica, non faceva verun agio alla sua carne; e non agli onori e

vantaggi del mondo, ma badava al proprio dovere.

Bisogna udire da lui quante cure esteriori e secolari s'affollassero

intorno al papa[170]; esercita perfino atti che si direbbero di

temporale sovranità: manda un governatore a Nepi, comandando al popolo

d'obbedirgli come al sommo pontefice; un tribuno a Napoli per custodire

quella grande città: al vescovo di Terracina raccomanda che nessuno

lasci sottrarsi all'obbligo di fare la scolta alle mura. Poi dalle

cure del mondo scendeva a minime particolarità dell'amministrazione

patrimoniale, acciocchè non fossero vessati i lavoranti sulle terre

della Chiesa; essendo troppo dispendiose le razze di cavalli che

si tengono sui fondi siciliani, si vendano, serbando solo alquanti

stalloni, cioè quattrocento; a Pietro, economo in Sicilia, scriveva:

— M'hai mandato un cattivo cavallo e cinque buoni asini; non posso

montar il primo perchè cattivo, non gli altri perchè asini». E

altrove: — Odo che ai villani si computa a minor prezzo il grano

in tempo d'abbondanza: nol fate, ma si paghi al prezzo corrente, e

senza detrarre quel che perisce per naufragi. Nè i fittajuoli devono

pagamento o servigi oltre il convenuto; non dar il grano a misura

maggiore: e perchè dopo la nostra morte nessuno gli aggravi, date

loro un'investitura per iscritto, che determini il prezzo. So che

alcuni per pagare il primo termine han dovuto togliere a prestanza

con usura eccessiva: voi dunque somministrerete loro questi capitali

dal fondo della Chiesa, e li riscoterete poco a poco, in modo che non

si vedano costretti a vendere le derrate a basso mercato. Al postutto

non vogliamo che gli scrigni della Chiesa sieno contaminati da sordido

guadagno»[171].

A vescovi e a re parlava colla dignità dolce ma ferma di un capo

universale. Contro le vessazioni imperiali difese la libertà della

Chiesa con umiltà di parole ma franchezza di fatti; e all'imperatore

Foca scriveva, questo divario correre tra gl'imperatori gentili ed i

cristiani, che quelli son signori di servi, questi signori di liberi.

Ingegnavasi intanto di mantenere in armonia l'imperatore greco coi

Longobardi: ma pure esortava i Siciliani a stornare con settimanali

litanie un'invasione minacciata dai Longobardi, i quali come fossero

a temere lo vedessero dalla desolazione dell'Italia[172]; poi ostò

vigorosamente ad Agilulfo allorchè assediò Roma.

Proibiva di esigere nulla per la sepoltura, chè non paresse titolo di

compiacenza la morte degli uomini. A Venanzio vescovo di Genova ordina,

non permetta che Cristiani rimangano a servitù di Ebrei; se però sono

loro coloni, soddisfacciano secondo giustizia. Querela il vescovo di

Terracina che tuttavia durassero colà avanzi del paganesimo, immolando

ad idoli, riverendo certi alberi, sacrificando teste d'animali; e

l'imperatrice Costantina, che i magistrati greci facessero guadagno in

Sardegna col permettere l'idolatria[173]. Avendogli costei domandato

alcune reliquie, rispose che in Occidente si ha per sacrilegio il

metter mano ai corpi santi, e meravigliarsi che altrimenti i Greci la

sentano; qui non darsi altro che delle catene di san Pietro o della

graticola di san Lorenzo, o pannilini avvicinati entro una scatola al

corpo del santo: soggiunge che il predecessor suo, avendo voluto mutare

qualche fregio d'argento sopra il corpo di san Pietro, benchè discosto

quindici piedi, fu sgomentato da terribile visione; e alcuni mansionarj

e monaci che avevano veduto quel di san Lorenzo, morirono fra dieci

giorni.

Nella peste d'allora introdusse la processione che ancora si fa al san

Marco, col nome di Litanie maggiori: primo segnò i brevi col giorno e

il mese al modo odierno. La Chiesa non era fin qua riuscita a recare

anche nella liturgia quell'unità che è suo carattere; e Gregorio

pensò farlo col _Sacramentario_, il quale col suo _Antifonario_ delle

parti della messa che doveansi cantar in note, e col _Benedizionario_

costituisce il messale romano.

Nel sinodo Romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e

sacerdoti il dissolversi nella vanità d'imparare la musica, sconvenendo

al maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi

e ne' gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce

destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane

virtù. Pertanto deputa suddiaconi e cherici inferiori a cantare i salmi

e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato; a tal uopo istituendo

scuole, ch'egli in persona dirigeva, e che duravano ancora trecent'anni

dipoi.

Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non sieno

che ripetizione dei sette primi, divisò che sette segni bastavano per

tutt'i toni, purchè si replicassero alto e basso, giusta l'estensione

del canto, delle voci e degli stromenti[174]. Quella maestosa melodia,

ove ci furono conservate preziose reliquie dell'ammirata musica antica

de' Greci, crebbe splendore al culto divino, con motivi semplici e

grandiosi, che poi s'andarono dimenticando fin alla profanità de'

nostri giorni, in cui la devozione è distratta da arie guerresche e da

teatrali.

Gregorio fra tante occupazioni trovò tempo a scrivere moltissime opere,

le quali, non men che le sue virtù, gli procacciarono il cognome di

Magno. Le lettere, concernenti per lo più la disciplina, provano quanto

instancabile adoperasse a governare la Chiesa e a fondo si conoscesse

delle divine leggi e delle umane. Commentò Giobbe ed Ezechiele, e fece

omelie sopra gli Evangeli. A Giovanni arcivescovo di Ravenna diresse la

_Regola pastorale_, in quattro parti trattando per quali vie s'entri al

santo ministero, quali i doveri, come istruire i popoli, e applicarsi

alla propria, mentre s'attende alla santificazione di quelli, affine

di non perdere, per segreta compiacenza di sè, il premio degli sforzi

fatti. L'imperatore Maurizio ne volle copia, e la mandò ad Anastasio

patriarca d'Antiochia, da mutare in greco e diffondere per le chiese

d'Oriente: re Alfredo la tradusse in sassone pei vescovi d'Inghilterra:

le chiese di Spagna e di Francia la proposero per modello ai vescovi,

e Carlo Magno e i suoi successori nei capitolari non rifinano di

raccomandarla.

Nei Dialoghi narra molte e troppe storie maravigliose di santi

italiani, a provare le verità fondamentali per mezzo di rivelazioni

fatte da morti risorti e simili casi. Il santo il quale nelle opere sue

mostrasi tutt'altro che dappoco, e cita ogni volta da chi gl'intese,

s'acconciò al gusto del suo secolo e alla capacità di quelli cui

destinava l'opera: e in fatto essa levò immenso grido; mandata a

Teodolinda, contribuì assai a convertire i Longobardi, sopra cui

cadevano molti dei miracoli ivi narrati; fin in arabo fu tradotta;

ai Greci piacque tanto, che Gregorio n'ebbe tra loro il soprannome di

_Dialogo_.

Compose inni[175]; aprì scuole; si fece dipingere nel monastero di

sant'Andrea a Roma; e nelle copie divulgatesi di quel ritratto soleasi

sovrapporgli alla testa lo Spirito Santo in forma di colomba: altra

prova che la pittura usavasi in quei tempi.

Eppure v'è chi lo intitola l'Attila della letteratura, dicendo

ordinasse l'incendio della biblioteca Palatina, e distruggesse i

monumenti della grandezza romana, acciocchè la loro ammirazione non

distraesse dal venerare le cose sante. Forse era egli sovrano di Roma

da poter ciò? Ben è vero che si mostrò avverso agli antichi autori,

forma e null'altro, e pericolosi per lo allettamento del bello,

in tempo che non era peranco finita la lotta di questo col vero: e

quantunque nel primo dei Dialoghi dica non avere conservato le parole

proprie degl'interlocutori, perchè sì villanescamente proferite che non

vi starebbero acconciamente, altrove scrive: — Non fuggo la collisione

del metacismo, non evito la confusione del barbarismo, trascuro di

serbare i luoghi e i modi delle preposizioni, stimando indegno che le

parole del celeste oracolo stringansi sotto le regole di Donato»[176].

E però le sue scritture van macchiate dalle colpe de' tempi e da

sue proprie; scarsa critica, erudizione inesatta, locuzioni viziose;

diffuso e insieme oscuro e avviluppato, sovente si ripete, e vuole

aver detto ogni cosa sopra ogni argomento che assume, e soverchiamente

inclina alla allegoria.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 13 / 39 题