Le romanze (_romances_) popolari del Portogallo, di cui nessuna è, per
quanto si crede, anteriore al sec. XV, e che non ebbero chi si desse a
raccoglierle prima del decimonono; furon messe insieme e variamente
ordinate dal poeta Gio. Battista De Almeida-Garrett, da Teofilo Braga e
da altri: io tenni per testi: BELLERMANN, _Portugiesische Volkslieder
und Romanzen_, Leipzig, Engelmann, 1864, ed HARDUNG, _Romanceiro
portuguez_, Leipzig, Brockaus, 1887. Hanno i Portoghesi, oltre alle
romanze, parecchie altre forme di poesia popolare; come canzoni liriche
di piú generi, buon numero di quartine di soggetto molto diverso
arieggianti alle _coplas_ dell'Andalusia, aforismi in distici intorno
alle stagioni, canti funebri (_endeixas_) sul fare dei _vòceri_ corsi e
dei _bocet_ rumeni, ed altri assai differenti di contenenza e di metro.
(Vedili enumerati in PUYMAIGRE, _Romanceiro_, Choix de vieux chants
portugais traduits et annotés, Paris, Leroux, 1881, pag. L.) Degne di
particolar menzione sono le _xacaras_, sorta di ballate o canzoni di
genere drammatico, ed ora elegiache, ora pastorali, ora burlesche o
satiriche. Non fu dunque iperbole sconfinata, come a prima vista
parrebbe, quella di Manuel Faria, che nella prefazione di un suo libro
osò scrivere che ogni fontana del Portogallo è un'Aganippe, ogni monte
un Parnaso.
Delle romanze, le piú son comuni a tutta la penisola iberica, con
differenze talora notevoli e talora di nessun conto: di alcune non si ha
traccia in Ispagna. Una certa quantità ci fu conservata dalla
tradizione; ma la maggior parte giunsero fino a noi riportate da
Gil-Vicente, dal Ferreira de Vasconcellos e da altri scrittori
drammatici. Non di rado vi allude Luigi Camões.
I versi hanno forma di ottosillabi; rimati, e piú sovente assonati,
quelli pari; senza rima né assonanza i dispari. Se non che oggi questi
ultimi son considerati da molti come semplici emistichi; e “certo è che
non andavano nel canto staccati e soli, ma constituivano la prima parte
d'una tipodia trocaica.„[1] La pensi il lettore in quel modo che gli par
meglio.
La verseggiatura, che, quando mi venne fatto, usai nel tradurre le
poesie contenute in questo volume, non dovrebbe agl'Italiani odierni
apparire “strana e barbarica„ dopo l'ottimo saggio offertone da Giosuè
Carducci nella sua versione, o piuttosto ricomposizione epica, del _Don
Beltran_.[2] Non dovrebbe, ripeto; ma pur troppo ciò che nei maestri
dell'arte è bell'ardimento, in altri è presunzione brutta e mal
tollerata. Sento perciò un gran bisogno di raccomandarmi all'indulgenza
delle persone discrete, se anch'io, “dopo l'audacia dell'accettare in
italiano la serie monoritma, non dubitai di conservare l'assonanza,
comunissima, del resto, nei canti del nostro popolo e non ignota alle
rime degli antichi.„ La quale indulgenza non verrà, spero, a mancarmi,
per aver inoltre, sempre confortato da un sí autorevole esempio, ardito
trasporre l'accento di molti ottosillabi italiani, “ripensando come e
quali ne canta il nostro popolo nei _maggi_; ripensando che Lorenzo de'
Medici, Angiolo Poliziano e gli altri antichi autori di ballate ne
scrivevano di cosí fatti:
Donne, venite a vedere--Donne, i' allevo un uccello--Fanciulle,
siate invitate--Quando vedete un amante--Vagheggiano a'
gonfaloni--Né macinano a raccolte--Ma io no 'l vo' però dire--Da
me non sarai richiesta--Non ti sarà fatto torto.„
Questa, dunque, la verseggiatura, che quando mi venne fatto (dicevo piú
sopra) usai nel tradurre: ma difficoltà gravi per sé, e che alla mia
scarsa perizia furono insuperabili, mi costrinsero piú d'una volta a
tenere altro modo, rimando e assonando come potei, con libertà che pare
a me stesso eccessiva.[3] Confesso umilmente l'involontario peccato,
nella speranza di aver meno severo il giudizio degl'intendenti.
* * * * *
Pochi son quelli che pongono mente all'_errata_ quando è in fine
dell'opera: ciò valga a scusarmi se mi è parso di metterlo qui a
principio, importandomi assai di correggere alcuni sbagli di
qualche rilievo incorsi nella stampa.
A pag. 65, riga 25, le parole _Cfr._ FERRARO, BERNONI, IVE _ed
altri_ dovevano esser ultime della nota quarta, ossia nella riga
32.
A pag. 77, riga 22, in luogo di p. 176, leggi 174.
Alla stessa pag., riga 24-25, dov'è scritto M. _de la_
VILLEMARQUÉ, _Guverziou Breiz-Izel_ (_Les Matelots_), Paris,
1846, leggi LUZEL, ecc., ediz. cit.
A pag. 127, riga 24, ove dice _non abbia a perire_, tolgasi il
_non_.
Altri pochissimi errori di minor gravità non occorre notarli.
[Nota 1: CARDUCCI, _Nuova Antol._, fasc. del 15 maggio 1881, p. 242-43.]
[Nota 2: _Nuova Antol._, fasc. cit., e _Rime nuove_, Bologna, 1887, p.
265-71.]
[Nota 3: Ciò mi accadde in quattro romanze, che sono: _Conte Yanno_,
_Il cacciatore_, _La pellegrina_ e _Lo schiavo_. La xacara _La
pastorella_ varia le rime anche nell'originale.]