LA CASSAFORTE DI DON FIORENZO.

Quando don Fiorenzo fu in fondo alla chiesa, si voltò, disse a bassa

voce: -- Signore, ve li consegno a Voi! --; e segnatosi con la solita

rapidità, uscì.

Il cielo schiariva. Pallidamente, il sole intiepidiva l'aria invernale.

E il prete si mise a sedere sul gradino per riscaldarsi un poco al sole

e quasi per rischiararsi lui pure dentro, nell'animo, che una commozione

strana conturbava: di letizia amareggiata da un prossimo timore; di

gioia impedita da una persistente gravezza.

-- La mia cassaforte! -- pensò; e sorrise. Ma il pensiero gli ricadde

inerte, ed egli restò a lungo così, seguendo con lo sguardo la vicenda

della nuvolaglia più o meno tenue, non ancora trapassata nè aperta da

raggi del tutto vittoriosi.

Finchè, grazie a Dio, irradiò una vivida spera.

-- Mille e settecentocinquanta lire riscosse allora allora, calde calde.

Mille e settecentocinquanta! Che somma! Che cordiale! Ah!, i quattrini,

hanno proprio il vigore, l'ardore d'un cordiale che risuscita! -- E

questa volta rise di gusto, e si diede a pensare rinvigorito,

infervorato, franco. Ne aveva abbastanza; finalmente non avrebbe più un

centesimo di debito, con nessuno al mondo! Finalmente potrebbe spendere

senza angustia per una veste (e si guardò la veste rossigna e tignosa),

per un paio di scarpe (e si guardò a quelle scarpe). Finalmente potrebbe

cavarsi qualche onesta voglia senza paura! No? Gli arriverebbe addosso

l'Americano, suo fratello, con la solita burbanza, con la solita

prepotenza, con i soliti assalti? -- Che prete sei? Dove hai nascosti i

quattrini che hai riscossi da Bisaccia? Dammeli! Ne ho bisogno! Li

voglio! Bada!...

-- No! non te li dò! Trovali!; e se li trovi, prendili! Cadrai

fulminato!

Una pausa. Quindi don Fiorenzo rispose forte a suo fratello come

l'avesse davvero lì davanti, trattenuto dalla tremenda minaccia; e si

sfogò, finalmente.

-- Che prete sono? Un prete che ha sempre fatto il suo dovere; un

galantuomo, sono, io, che ha sempre sofferto in lite con la miseria!

Sempre! E adesso che ho quel che ho, un capitale mio, tutto mio (un

biglietto da mille, stupendo; uno da cinquecento, sudicio, ma stupendo

anche lui; due da cento, del Banco di Napoli, belli e buoni; due

marenghi d'oro lucidi e sonanti che consolano a toccarli, e una carta da

dieci per giunta), adesso che posso rifiatare, io, fratello, non ti

scongiuro più a mani in croce di non rovinarmi, di non sacrificarmi, di

non rubarmi, e ti domando, io, a te: -- Che fratello sei? che cristiano

sei? che uomo sei? E ti dico:

Quando io digiunavo per tirar innanzi gli studi e arrivare a dir messa;

quando nostra madre rompeva il digiuno a fette di polenta, tu eri già in

America a far fortuna, e non mandavi un soldo, che è un soldo, a casa,

mai; e affrettavi con la tua condotta, col tuo silenzio, coi tuoi

misteri, la morte di quella santa! Che Dio ti perdoni! E quando sei

tornato e mi hai veduto qui, nella parrocchia più misera, più trista

della diocesi, e mi hai veduto nelle spese e nei debiti -- la cascina,

bruciata, da rifare; il fondo da bonificare; la vigna da ripiantare, da

scassare, da curare --, sei venuto forse ad aiutarmi? Ti sei dato,

invece, alle gozzoviglie in paese, laggiù, perchè ti credessero un gran

signore e ti dicessero l'Americano; ti sei mangiato, bevuto, giocato

tutto. Spassi e bagordi! Donnacce! Faraone e goffetto! E io non conosco

nemmeno le carte! Poi, dopo: -- Fiorenzo, prestami cinquanta lire, cento

lire! -- Non le avevo: il capomastro da pagare; il solfato da pagare; la

banca da pagare. Povero me! E tu a rimproverarmi: -- Che prete sei? -- A

minacciarmi: -- Bada che sono stato in America! -- Come per

spiattellarmi che in America ne hai fatte di peggio. Dio ti perdoni! E

appena in paese ti informavano che avevo venduto qualche cosa, súbito mi

correvi addosso, a martirizzarmi. -- Dammi i denari!

Io: -- No! -- E me li hai portati via: più di una volta; dal canterano,

di dentro il pagliericcio, di sotto i mattoni. Ladro! che Dio ti

perdoni.

A tal punto la fosca immagine fraterna sembrava cedere, sopraffatta. Ma

risollevava il capo. Domandava: -- Mille e settecentocinquanta franchi?

-- Sì! E questi non me li becchi! Questi sono in una cassaforte, mio

caro, che non si tocca senza tremare. Questi li ha in custodia un

carabiniere che ferma le mani e le gambe anche di chi è stato in

America! Próvati; cadrai fulminato! --

Non c'era da ribattere. L'Americano sembrava allontanarsi intimidito da

un sacro spavento. E dileguava.

Don Fiorenzo oramai si sentiva libero e tranquillo; guardò nella realtà.

Gli olmi terrei e squallidi sfilavano con le vecchie braccia aperte,

quasi a reggere un peso grande, e reggevano due o tre esili rami. Tra

gli alberi, in un punto, l'acqua del rio specchiava, dentro una luce

opaca, la sponda di contro: scolorita; brulla. Ma sollevandosi e

ondeggiando, la nebbia scopriva a poco a poco tutta la costa e svelava

il verde vivo del grano. E anche l'aria si mosse. Lì dinanzi le

foglioline dell'erba tremarono, piegarono, brillarono inargentate nel

riflettere il sole che or sì or no le colpivano a pieno. Le galline

beccavano nel fosso, tra le foglie morte, e di tanto in tanto, mentre si

parlavano a grassa voce, ergevano il collo e la testa, per ascoltare e

occhieggiare. Una balzò fuori. Bene incappottata di piume, cercò luogo

da far covino al sole, e, sbattute le ali, si beò della polvere che le

fumava dintorno. Garrivano i passeri; si chiamavano i ragazzi lontano. E

una figura di donna sorse improvvisa alla riva, nera e lieve quale

un'ombra; si colorì nella gonna, nel fazzoletto che le copriva quasi

tutto il volto; e súbito disparve, per ricomparire e disparir poco dopo.

-- L'Assunta che raccoglie la mia e la sua cena -- pensò don Fiorenzo.

Povera vecchia! Quanto le doveva! Da anni lei e il figlio Andrea

condividevano la sua povertà; nè essa si lamentava: si lamentava Andrea,

mal rimunerato del triplice ufficio di campanaro, becchino e vignaiuolo,

ma essa lo quetava dicendogli: -- Quando il curato ne avrà, ce ne darà,

anche a noi. È un santo.

Ora il curato ne aveva.... Dargliene?

-- Faremo un buon desinaretto il primo dell'anno -- pensò don Fiorenzo

con agevole trapasso. -- Una bella mangiatina, fra tre giorni.

E sorrise, indulgente a sè stesso, alla sua debolezza. In verità, per

resistere alla gola aveva patito più che per ogni altra tentazione e

contrizione; forse perchè aveva patito tanto da ragazzo! E riebbe il

senso doloroso e strano d'allorchè, coi libri sotto il braccio e le mani

nelle tasche vuote, si fermava in città, davanti alle vetrine dei

pasticcieri e alle botteghe dei fruttaioli. In uno stupore avido

assaporava con gli occhi, con l'anima le ignote dolcezze; e quelle

delizie inafferrabili gli mettevano nel sangue e nei nervi come una

esasperazione e quasi uno spasimo; da piangere. Più tardi aveva

costrette in sè voglie ben più sostanziali ma non minori. Oh un cappone

arrosto! E i capponi bisognava venderli. Oh i cappelletti in brodo! E il

riso era la minestra dei dì solenni. Oh una torta vanigliata! E grazie

se gliene toccava, rare volte, alle feste d'altre parrocchie!

I colleghi non scorgevano che fatica egli durava a contenersi nei loro

pranzi e a ingoiar acquolina. Piuttosto essi lo accusavano di poca

sollecitudine, di poco zelo nel suo ministero.

A torto? del tutto? No? Forse no. Perchè..., perchè egli non era stato

abbastanza sincero nel confortare gli infelici sentendosi più infelice

di loro; non era stato abbastanza ardente e puro nei riti essendo

angustiato sempre dagli affari e dai debiti, quando non erano i terrori

delle cambiali in scadenza, delle citazioni e dei sequestri.

Maledetti i quattrini!, allora.... Ma adesso, oh!, adesso che gli

ridavano la pace e la gioia, eran benedetti, dentro quella cassaforte,

anche dall'invulnerabile custode!

-- Signore, mi raccomando a Voi! -- ripetè don Fiorenzo; e

nell'invocazione, congiunse al desiderio d'essere perdonato delle sue

mancanze, la piena fiducia di meritar tuttavia aiuto e difesa. Quindi

tornò a guardar fuori di sè.

Il sole risplendeva libero, ora, d'ogni velame; con raggi vibranti di

vita inesausta rianimava tutte le cose intirizzite, assopite, stinte,

spogliate, strinate dal freddo, e ai suoi raggi correva in tutto,

sensibilmente, una aspettazione benefica: di fronde e foglie negli

alberi, di acque chiare nel rio, di fiori tra l'erba, di spiche sulla

costa, di grappoli nella vigna, di opere e di canti agli uomini.

Potenza di Dio! Questo granellino di polvere sperso nell'infinito, che

dicono sia la nostra terra, come è grande!, che portenti racchiude!

Quante energie! Quante creature! Quante forme diverse di erbe e di

fiori, di colori e profumi! quante sorgive limpide e fresche! quante

messi e granaglie! quante sorti di uva bianca e nera, e che vini!

Nella ingenua ignoranza pareva al povero prete d'essere improvvisamente

illuminato quel giorno da una miracolosa rivelazione.

Per la prima volta immaginava con anima partecipe la gioia del vivere in

ogni cosa vivente. Gli pareva di tornare nel mondo dopo esserne stato

escluso fin dall'infanzia, e di comprendere, di vederne solo ora le

segrete leggi di armonia naturale ed arcana. Mai, mai aveva riflettuto

così sulle semine che riposano nell'inverno e al lento sviluppo dei

germi e al verzicare; mai aveva pensato che le creature vegetative

fossero uguali, nell'immensa voluttà dell'esistere, alle animali, alle

umane; e tutte uguali nell'amplesso di Dio. Mai, mai aveva pensato alle

forze fecondatrici e vivificatrici e pensato anche, così, all'unico

palpito universale, al totale amore profondo e sublime.

E questo piacere che aveva adesso dalla mente e dal cuore, questa

coscienza di penetrazione, la quale pareggiava lui, povero prete

ignorante, allo scienziato e al sapiente, a poco a poco lo turbava,

l'affannava come un astemio che teme di inebriarsi e si inebria quasi

senza volere.

Ne resistè. Provò il bisogno di espandere liberamente quell'intima

gioia; ebbe voglia di cantare. Ma seguendo a voce sommessa la patetica

cadenza dell'inno a Santa Lucia, s'intenerì; dovè smettere, recitare,

con la solita fretta, una preghiera. E lo riprese il senso gioioso di

prima: anzi più alacre, più copioso, più possente. Gli pareva di sentire

il fluido che nutriva le midolle arboree, che a primavera dilatava le

scorze e rompeva in gemme; di sentire la virtù che faceva fiorire i

bocci, l'irrequietudine vitale che agitava in istrida e voli i passeri,

la tranquillità vitale che faceva chiocciar le galline vicine a lui; e

sentì da lontano, impetuoso, precipitoso, avanzare il trotto di un

cavallo. Avanzava, avanzava. Divenne, istantaneamente, quel trotto, un

galoppo furioso, il rombo di cento cavalli sfrenati in una confusione

enorme. Una confusione enorme, dentro, nel cuore; dentro nel cervello.

Un crollo, uno schianto dell'universo; e il sole rosso, di sangue. --

Gesummaria!

Tentò d'alzarsi in piedi. Ricadde.

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L'Assunta, che rincasava con una grembiulata di duri radicchi e d'ispide

cicerbite, credendo che il curato dormisse, lo sgridò:

-- Dorme al sole? Fa male.

Ma accostatasi vide meglio; e si diè a urlare:

-- Andrea! Andrea!

.... Presto la voce della disgrazia corse dalla canonica alla prima

casa; di là, per tutta la parrocchia. In paese portò la notizia il

medico: il quale era giunto lassù quando non gli restava che constatare

il decesso, per aneurisma. E uno, entrando all'osteria del Gallo,

annunziò:

-- È morto d'un accidente il curato del Palèsio.

L'Americano stava giocando. Volse il capo; e rimase con le carte a

mezz'aria. Appena però Bisaccia, il commerciante, che mangiava in

disparte, ebbe esclamato: -- Gli ho pagato stamattina i quattrini

dell'uva e del grano, ed era tutto svelto! --, l'Americano gettò le

carte, si staccò dalla tavola, si raccomandò all'oste:

-- Un cavallo, un biroccino, subito! È morto mio fratello!

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Sì: suo fratello. Là in canonica, nel letto, scorgendolo quale se

riposasse queto e contento, ritrasse lo sguardo; e mentre l'Assunta in

ginocchio biascicava il rosario e Andrea smoccolava con le dita le

candele che gocciavano, l'Americano tolse dal portapanni la veste e il

panciotto, frugò nelle tasche, invano; borbottò parole incomprensibili.

Poi mise sossopra quant'era nel canterano e nella cassapanca. Poi disse

ad Andrea: -- Aiutami!

Levarono il morto dal letto e lo adagiarono su la cassapanca. Ma anche

dentro al pagliericcio non si trovò niente. Nè si trovò nessun mattone

smosso. Allora lui, il fratello, aggrottando le ciglia, chiese:

-- Questa mattina è venuto Bisaccia, il mercante?

Era venuto.

-- E dove sono i quattrini?

La vecchia non rispose. Il figlio rispose:

-- Non lo so.

-- Badate -- disse l'altro -- che saltin fuori prima di notte, o vi

denuncio!

E uscì a rovistare altrove.

-- Siamo rovinati! -- mormorò Andrea. Ma la madre, guardando a don

Fiorenzo:

-- Pregherà lui, per noi.

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L'Americano, infatti, non osò denunciarli neanche il giorno dopo.

-- Mio fratello -- pensava -- era una gazza; nascondeva tutto. Dove li

avrà messi?

-- Dove li avrà messi? -- si chiedevano a vicenda la vecchia e il

figliuolo --. E se non si trovano?

Consultavano trepidanti, l'una le amiche, l'altro gli amici.

-- Con sè non li ha presi -- diceva Andrea.

E l'Assunta:

-- In che rischio ci ha lasciati, se non ci avvia a trovarli!

-- Non ve ne mettete -- rispondevano amiche e amici --. Male non fare e

paura non avere! -- Ma tra loro.... Oh tra loro, strizzavan l'occhio e

mormoravano: -- Se li son presi; e fan bene a tenerseli!

Per poco i più arditi non gliela gettavano in faccia: -- Meglio li

godiate voi che quel birichino!

E quei poveri incolpati capirono che cosa volessero significare certe

mosse di spalle, certe occhiate oblique, certi sorrisi sfuggenti, certe

parole finte. L'Assunta piangeva e si premeva d'una mano il cuore; e

Andrea scampanando, zappando e vangando ribatteva, quasi a persuadere in

sè ogni incredulo: -- Ladro io non sono mai stato! Ladro, io, non sarò

mai!

Nemmeno il cappellano, che era stato mandato per economo dalla Curia,

súbito dopo il mortorio, li consolava. Non conoscendoli, sospettava,

taceva.

Ma più di tutto li sgomentava il silenzio di quell'altro, del fratello.

Uscito dalla canonica all'entrare dell'economo, non si era più veduto

lassù.

.... E due giorni dopo, all'ultimo dell'anno, che faceva un gran freddo,

la chiesa era piena di gente. Aspettavano la messa. Quando uno udì, o

credè d'udire uno scalpitìo e un suono di squadroni sbattuti; e susurrò:

-- I carabinieri!

-- I carabinieri! -- susurrarono i vicini.

-- I carabinieri! -- avvertirono di panca in panca.

L'Assunta impallidì; gemè forte: -- Signore! e Andrea, che per servir la

messa accompagnava il prete dalla sagrestia, fu assalito da un tremito

convulso. Intanto alcune donne si inginocchiarono alla balaustra per

ricevere la Comunione.

E il prete sale il gradino, depone il calice sull'altare, apre il

tabernacolo, si volta a segnar nell'aria, con la mano, la croce: ricorda

ad Andrea che deve recitare il _Confiteor_. Ed ecco; il prete si volta

ancora, tende il braccio a trar fuori dal tabernacolo la pisside; ma....

Che è? che non è? Un cartoccio. Cade sull'altare, si apre: una di qua,

una di là, due cose lucide scappan via, in terra, sonando. Monete?

Marenghi? Che è? che non è?

-- Miracolo! -- esclama Andrea, più bianco in faccia che la sua cotta.

E le donne che sorreggono l'Assunta esclamano:

-- Miracolo! Miracolo!

E tutti, in punta di piedi, ansiosi:

-- Miracolo! Miracolo! I quattrini di don Fiorenzo!

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Ricuperato l'onore, l'Assunta e Andrea si rallegrarono come fossero essi

gli eredi del curato.

Solo, si sentivano in credito verso l'Americano appunto per quanto li

aveva fatti soffrire; e quando poi egli tornò a prendere le cose

dell'eredità, coraggiosamente gli dissero che da anni non avevano avuto

nulla da don Fiorenzo. Domandare era lecito: la carità di un centinaio

di franchi.

Ma l'Americano li guatò stupito.

-- Oh non ne avete avuto abbastanza del miracolo?

Il diavolo nell'ampolla · 第 9 / 29 题