I.

Il Sepolcro.

La collina che sorge dal lato orientale appena fuori di Brescia, è

tutta sparsa di casini ameni e pittoreschi, da cui dipendono poche

pertiche di terreno, chiuso intorno da un muro di confine. Questi

poderetti, che i Bresciani chiamano _ronchi_, sono la delizia dei

loro possessori, per lo più negozianti e uomini d’affari, i quali

nella stagione autunnale v’installano le loro famiglie per ricrearle.

Eglino medesimi vi si recano la sera dalla città dopo finite le cure,

e ne discendono il mattino appresso. Queste passeggiate sono salubri

e consolanti all’uomo laborioso e dabbene. Per esse con alterna

vicenda si congiunge a’ suoi cari e se ne stacca vagheggiando il non

lontano piacere di rivederli alla fine del giorno. Le viti, gli alberi

fruttiferi, le civaje e qualche sorta di grano formano il prodotto di

queste terre sassose, ma fatte dall’industria feraci. Alla primavera è

bello il vedere dal sottoposto piano spiccare sul pendio, in mezzo al

verde generale, i mandorli ed i peschi nella loro fioritura bianca e

rossa. «È la grande coccarda italiana composta dalla natura, dicevano

i Bresciani per lo passato. Il governo austriaco la permette perchè

essa non dura che pochi giorni d’aprile. Verrà il tempo della coccarda

composta da noi uomini, e quella durerà tutto l’anno.» Alcuni _ronchi_

più elevati hanno un paretajo nominato _roccolo_, dove si pigliano

uccelli in abbondanza con gioja e soddisfazione di chi attende e

di chi assiste a questo genere di caccia. I Bresciani sono abili

e appassionati cacciatori tanto collo schioppo quanto colle reti.

Fortunato chi possiede un _ronco_, e può soggiornarvi a sua voglia.

Colassù egli respira un’aria purissima, e gode d’un orizzonte ben

disegnato e spazioso. Nei giorni sereni vede distintamente il campanile

e la chiesa di Montechiaro, che stanno alla distanza di dodici miglia.

La sera del 4 settembre 1849, uscivano da una di queste casette

suburbane la signora Elisa e Faustino suo unico figlio tredicenne, i

quali tenendosi per mano si diressero mesti e silenziosi verso un luogo

appartato in fondo al recinto. Eravi colà vicino al muro un’ajuola

seminata di fiori, nel mezzo dei quali sorgeva una piccola croce di

marmo bianco portante un’iscrizione in caratteri neri. Con religioso

raccoglimento i due visitatori s’inginocchiarono presso l’ajuola, e la

donna pronunciò queste parole, che il giovinetto ripeteva sommesso: «O

martire infelice di una patria più infelice, o vittima dell’austriaca

ferocia, ecco la tua sposa e il tuo figlio che ti recano il consueto

tributo d’amore e di dolore. Possa la tua spoglia commoversi dolcemente

della nostra vicinanza, mentre la tua anima ci guarda benigna dal

cielo, e gradisce il nostro affettuoso e pio officio. Deh, come noi ti

preghiamo, così tu prega Iddio, della cui vista sei beato, affinchè

ponga un termine alle calamità dell’Italia. Pregalo che tolga dal

nostro paese i mali della tirannide straniera, che voglia nella

sua misericordia udire i gemiti e vedere le lacrime di un popolo

straziato.»

Indi baciarono la croce e dal lugubre e venerato luogo si dilungarono.

La notte aveva disteso il fosco suo manto sulle universe cose. Alcuni

nuvoloni di fantastiche forme cangianti erravano pel cielo e facevano

alla luna densi velami, dai quali tratto tratto si sviluppava per

esserne poi eclissata di nuovo. Nei momenti della sua apparizione

si poteva scorgere la massa confusa della sottostante città, e

distintamente la torre merlata del Broletto, e la cupola della

nuova cattedrale. Veduta dai _ronchi_, Brescia pareva una necropoli,

tanto era cupa e muta in quell’ora. Non il mormorìo lontano dei suoi

abitanti, non la penombra de’ suoi edificj, non un indizio di città

vivente partiva da essa. Quanti dolori racchiudeva nel suo seno!

Quante cagioni di taciturnità e di mestizia! Il medesimo silenzio

malinconioso regnava per tutta la collina. Sotto i porticati e sopra le

aje delle case i _ronchieri_ pigiavano la vendemmia fatta di giorno, e

spannocchiavano il grano turco. Si vedevano i lumi rischiaranti la loro

opera, ma non si udiva un canto, non un grido festevole, di cui cento e

cento ne ripeteva in altri tempi l’eco giojosa.

Il marito della signora Elisa, giovane uomo amantissimo dell’Italia,

cittadino agiato e stimabile pagò largamente colla persona e cogli

averi il suo tributo di caldo patriota alla rivoluzione del 1848. Egli

impugnò le armi come volontario, e si mostrò eguale ai più consumati

nell’arte militare. Durante l’armistizio si rifugiò in Piemonte e

nella Svizzera, aspettando la ripresa delle ostilità. All’epoca della

battaglia di Novara i Bresciani, ingannati da false notizie intorno ai

fatti della guerra, assalirono la guarnigione austriaca della città

credendo con ciò di giovare alla causa dell’indipendenza. Il marito

della signora Elisa penetrò in Brescia con una mano di risoluti per

unirsi a’ suoi concittadini. Il generale Hainau, avuto notizia della

sollevazione, accorse dal Veneto con quattromila uomini onde domarla.

S’impegnò un accanito combattimento fuori della città e dentro le sue

mura. Hainau, che sapeva esattamente le cose di Novara, avrebbe potuto

risparmiare il sangue, disingannando i Bresciani e persuadendoli a

deporre le armi, essendo inutile ogni resistenza. Ma quell’uomo feroce

anelava alla vendetta, e voleva l’esterminio dei ribelli. Grandissimo

fu allora, come sempre, il coraggio mostrato dai Bresciani, che

contesero al nemico palmo a palmo il terreno della città. Le donne ed

i fanciulli presero parte alla pugna nelle strade, sotto gli atrii

delle case, dai tetti e dalle finestre. Intanto il presidio, chiuso

nel castello, lanciava projettili infiammati, che produssero incendj

di edificj. Alla fine i valorosi disfortunati dovettero soccombere

ad una forza di gran lunga superiore. Hainau impose enormi tributi ai

cittadini, e fece uccidere quanti venivano presi colle armi alla mano.

Egli preludiava a Brescia nelle stragi continuate dappoi in Ungheria.

Fra il numero dei fucilati vi fu il marito della signora Elisa, il

quale si distinse nel combattimento per una prodezza degna del nome

di eroismo, e morì intrepido, acclamando all’Italia e maledicendone

gli oppressori. La vedova di lui potè ottenere furtivamente il suo

cadavere, che venne sepolto dove abbiamo detto. Ella abbandonò la città

e si stabilì al _ronco_ in compagnia del figlio, alla cui educazione

si dedicava, siccome donna di molto senno e di grande coltura dotata.

Comportando con dignità e con fortezza d’animo la sua sventura,

non ruppe in lacrime imbelli nè in vane querimonie. Quasi schiva

dell’altrui compianto, chiuse in petto il dolore, e soltanto col figlio

vi dava sfogo per la comunanza degli affetti, e perchè nel giovinetto

cuore il miserando fato del padre fosse incitamento all’odio contro i

carnefici suoi. La signora Elisa varcava appena il trentunesimo anno.

Difficilmente si avrebbe potuto trovare una donna, che alle virtù del

suo sesso e alla formosità del volto e della persona congiungesse un

animo virile ed un’ altezza di sentimenti, come si verificava in lei.

Era una di quelle rare donne che si guardano con ammirazione, che

spirano dal loro insieme un incanto irresistibile, che sembrano avere

qualche cosa di superiore alla terrena condizione. Una di quelle donne

che in mezzo al tesoro delle loro prerogative serbano una modestia

singolare, e credono che non vi abbia virtù ad essere virtuose. Modelli

di fedeltà conjugale, non amano di essere lodate per ciò, e ascoltano

il complimento coll’aria di voler quasi rispondere: Che ne sapete voi?

Conoscendone i pregi morali, si è costretti a dire di queste donne che

la bellezza onde risplendono non è un dono del caso, ma una distinzione

di che Dio le ha segnate in premio dei loro meriti. Tali anime dovevano

necessariamente albergare in tali corpi.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 6 / 31 题