Da qualche tempo io lottava per non lasciarmi vincere dal sonno. E fui
preso da quel vago sopore dello spirito che non è dormire, ma sognare.
Tristi sogni quelli delle veglie notturne al capezzale d'un caro
infermo.
Un orologio battè le due ore.
Scossi bruscamente il capo per tenermi desto, mi venne in mente la
contessa che m'avea pregato di farla avvisare a quell'ora, e pensai che
non sarebbe stata carità il farlo.
Guardai il volto di Clelia. Era sereno. Appoggiai il capo al guanciale
di lei.
Non so quanto tempo trascorresse di tal guisa; io mi era ridato un'altra
volta a fantasticare. I miei pensieri erano meno tristi. Pensavo a
Clelia, mi lusingavo che sarebbe guarita; mi proponevo di farla felice,
di dimenticare e di farle dimenticare. In quel momento io era buono,
avevo pietà dello strazio patito da Clelia, ed avrei voluto aggiungerlo
al mio. Ne sarei forse morto, ma nelle sue braccia, felice di pagare a
questo patto la felicità di lei.
All'improvviso sentii la mano di Clelia stringere più forte la mia.
"Ella si desta" pensai.
Mi rizzai, vidi il suo labbro muoversi mormorando qualche parola.
"Incontrerà il mio bacio" e la baciai sulla bocca. Quelle labbra erano
fredde, un alito lieve lieve come quello d'un bambino sfiorò le mie
guancie.
Attesi, invano. Pensai allora che sognasse, ritrassi il capo, per non
svegliarla.
Un gemito, un orribile gemito, partì dal petto della meschina, il suo
corpo si rizzò a mezzo sul letto e cadde rovesciato fra le mie braccia.
"Clelia! Clelia!"
Le sollevai la fronte, le toccai il seno e i polsi.
"Clelia! Clelia!" gridai un'altra volta disperato.
Non mi rispose, non mi avrebbe risposto più mai--era morta.
Caddi senza pensiero, senza vita, sul letto, col corpo di Clelia stretto
fra le mie braccia.
Quando mi svincolai da quell'amplesso, l'alba penetrava attraverso i
vetri...
Charruà bocconi per terra, la contessa immobile a piedi del
letto,--piangevano entrambi.
Io guardava la luce del giorno che batteva sulla fronte della povera
morta: ma i miei occhi non avevano lagrime."