"Quella notte Clelia ebbe la febbre.
Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale.
Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di
lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso
dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si
trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così
rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le
legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la
forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.
Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa
che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva
comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le
aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella
aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva
parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha
diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora
ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore
agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me
stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e
me ne strussi indarno.
Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i
suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui
ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra
causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con
me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile,
disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che
avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro
potenza d'amore?
Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale
di Clelia coll'anima lacerata.
Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a
rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole
fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.
A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione
più regolare, il suo sonno più tranquillo.
Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi
dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e
non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi
questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava
più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si
alimenta di speranze e di promesse.
Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli
orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata
a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che
quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva...
agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo
volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed
ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.
Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non
destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un
nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a
schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio
corpo tremò e fui per cadere.
"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio
ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo
sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si
rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"
Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in
quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa
l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è
combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo
me ne accostava la coppa alle labbra.
Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva
non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel
nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne
alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una
freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito
all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.
I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda
ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.
Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere
bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del
lenzuolo.
Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche
cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi
aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano
capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano
innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo
a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo
nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto
pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i
suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel
sorriso e quella parola: _Eugenio_....
Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me
medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta
dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo
sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare
incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la
ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."
Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora.
Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi
un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....
Fuggii per non udire quella parola.
Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi
così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la
pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un
fanciullo."
"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E
tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi
essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi
aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e
poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una
rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che
un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"
Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.
Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene
quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.