XLVI.

"Quella notte Clelia ebbe la febbre.

Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale.

Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di

lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso

dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si

trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così

rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le

legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la

forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.

Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa

che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva

comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le

aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella

aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva

parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha

diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora

ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore

agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me

stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e

me ne strussi indarno.

Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i

suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui

ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra

causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con

me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile,

disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che

avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro

potenza d'amore?

Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale

di Clelia coll'anima lacerata.

Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a

rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole

fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.

A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione

più regolare, il suo sonno più tranquillo.

Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi

dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e

non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi

questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava

più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si

alimenta di speranze e di promesse.

Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli

orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata

a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che

quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva...

agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo

volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed

ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.

Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non

destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un

nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a

schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio

corpo tremò e fui per cadere.

"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio

ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo

sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si

rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"

Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in

quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa

l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è

combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo

me ne accostava la coppa alle labbra.

Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva

non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel

nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne

alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una

freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito

all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.

I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda

ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.

Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere

bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del

lenzuolo.

Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche

cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi

aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano

capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano

innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo

a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo

nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto

pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i

suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel

sorriso e quella parola: _Eugenio_....

Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me

medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta

dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo

sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare

incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la

ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."

Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora.

Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi

un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....

Fuggii per non udire quella parola.

Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi

così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la

pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un

fanciullo."

"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E

tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi

essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi

aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e

poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una

rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che

un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"

Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.

Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene

quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.

Due amori · 第 63 / 101 题