"Per via noi camminammo silenziosi; non so che avvenisse in me, e per
qual fine io che aveva tanto desiderato l'arrivo di Eugenio, vedendolo,
sentissi a un tratto una mestizia profonda in luogo di quell'allegra
espansione che io aveva immaginato. Gli è forse perchè gli uomini,
teneri sempre del loro passato, se ne fanno gelosi custodi; però il
rivedere un amico dopo tant'anni, il rivederlo mutato, non è soltanto
uno sconforto che tocca all'amicizia, ma una grave ed irreparabile
offesa che si fa all'edificio delle nostre memorie. So di molti che
lamentarono lo stesso sentimento. Io stesso l'ho provato altra volta.
Sulla riva del _Purus_ io m'era costrutta una tenda, e vi aveva lasciato
Charruà a custodirla durante una peregrinazione che doveva durare alcuni
mesi. Dopo un cammino faticoso ed una assenza più breve che io non
avessi immaginato, feci ritorno alla mia tenda. Per via io aveva
sospirato il momento di rivedere la sua banderuola svolazzante, e la
rividi con gioia, ma quando ricercai dell'occhio la stretta apertura che
vi dava accesso e la vidi coperta da un palmizio che Charruà vi avea
fatto crescere per temperare l'ardenza del sole, la mia aspettazione
delusa distrasse in gran parte la gioia del ritorno. Quel palmizio non
era nel mio cuore, io non lo aveva lasciato, non aveva pensato al
momento di rivederlo. Nè io amai per gran tempo quel palmizio
benefico--anche oggi egli si caccia a forza nei miei ricordi, come un
importuno che per riconoscenza o per compassione non si vuol cacciare
dalla soglia della propria casa.
Questo pensiero mi correva alla mente anche in quel punto, però mi
adoperai del mio meglio a riparare al mio contegno, e dissi non so più
che cosa ad Eugenio. Ma le parole mi venivano stentate e le sue risposte
non meno. E seppi più tardi da lui che egli aveva rimuginalo in quel
punto le stesse considerazioni e che avea dubitato di essermi riuscito
sgradevole.
Convenne rinnovare la nostra amicizia; ricostruirla sulle rovine.
Somigliavamo a due povere capanne che il rivale capriccio di due
tirannuzzi abbia celato sotto gli enormi macigni di due castelli
merlati. I due castelli non si odiano, ma non si amano per anco; pendono
incerti fra l'amore e l'odio, e si guardano con occhi di meraviglia, non
sapendo tuttavia se le feritoie nasconderanno gli archibugieri, o
lascieranno sventolare in quella vece due bianchi fazzoletti, innocenti
segnali d'innamorati. Quei due castelli sono lì, immoti, colossi
terribili se saranno amici, più terribili ancora se nemici, ma il
profumo di quelle povere capanne non è più, i comignoli non gettano più
quel fumo che si confondeva nell'aria; quella misteriosa favella di due
esseri di sasso non s'è udita più mai.
Eugenio era dolce, amorevole, incontaminato ancora da quell'amarezza che
il volgare cinismo degli uomini pone inesorabilmente sulle labbra degli
onesti. La sua mente errava ancora nelle fantasticherie fanciullesche;
si piaceva di progetti assurdi, di dorate chimere; pur conoscendo
ch'egli ingannava sè stesso, viveva lieto dei suoi inganni.
Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia
sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella
sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei
nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile
che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita
dalla sorte.
Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta;
nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso
sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la
parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai
bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni
dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se
ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo
volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo
lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla
guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede;
avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava
nulla, fuor che di benedire.
Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo
così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si
elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo
tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.
Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede
non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella
speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii
più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il
mondo con un nuovo sorriso.
Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un
concetto, domandava un'ispirazione, voleva _creare_. Questo era il suo
dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi
sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.
Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale,
e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli
pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse
uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.
In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la
mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si
risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del
pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione,
come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza
immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva
colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele
nel breve giro di alcuni mesi.
Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto
dell'arte, e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò
che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti
invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la
vita dell'uomo, ed è fango.
In breve diventammo indivisibili.
Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò
gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei
occhi, che mi celava l'animo suo.
Le domandai un giorno scherzando se fosse ancora gelosa di Eugenio; mi
abbracciò e sorrise, ma non disse di no. A poco a poco non potè più
riuscire a nascondermelo; me lo diceva francamente: l'affetto che io
accordava ad Eugenio era rubato al nostro amore. Mi rimproverava di non
amarla più come prima, di trascurarla come un tempo non avrei fatto.
Fui così sorpreso di questa rivelazione, che per un istante ne rimasi
afflitto, e scesi dentro di me ad interrogarvi il mio cuore. La gelosia
di Clelia era ingiusta; io sentiva d'amarla come l'aveva amata, più che
non l'avessi amata; i due affetti vivevano concordi nel mio petto,
nutriti dello stesso palpito, rinvigoriti l'uno dell'altro. Glielo
dissi, e ne parve giubilante. Ma dopo alcuni giorni si rifece da capo ai
suoi timori.
La donna vuole essere esclusiva nel suo amore; vuol dire a colui che
ama: io sono tua, tutta tua; e poter dire al suo cuore: colui che amo è
mio, di nessun altri, interamente ed esclusivamente mio. Quella creatura
debole è paurosa di tutto; e di che temerebbe ella la poveretta, se non
di colui che ama? Dappertutto ella vede un'insidia per rapirglielo; e ve
lo dice: vorreste offendervi perchè ella vi ama troppo?
--Tu esci; non guarderai nessuno per via?...
--Nessuno, mi conosci.
--Lo so, tu sei buono; ma che vuoi? quelle donne che passano per la via
sono così sfacciate, appiccano gli occhi sulla faccia a tutti i
giovinotti; non è vero che sono sfacciate?
--Impertinenti....
--Ecco qui.... mi canzoni; ma ve n'è di così belle....