"Era passato un anno dalla nascita della nostra bambina; noi non ci
saziavamo mai di vederla, di recarcela sulle braccia e coprirla di baci.
Quel piccolo amore incominciava a balbettare, a chiamarci a nome. La
nostra felicità era così grande, che quasi la temevamo.
La felicità è paurosa al pari della sventura; il troppo sofferire e la
sovrabbondanza di gioia infiacchiscono allo stesso modo--però il tapino
che non ha nulla a perdere teme la codarda prepotenza degli uomini e
l'uomo dovizioso e contento teme l'instabilità della sorte. Così il
fardello delle miserie non cessa un solo istante di battere sul dorso
dell'umanità incurvata.
Di quei giorni ricevetti lettera di Eugenio da Roma. Aveva compiuti i
suoi studi presso un artista celebre che era morto poco prima; però egli
si trovava solo e sarebbe venuto a stabilirsi a Milano. Sperava di
riaccostarsi in qualche modo alla sua infanzia riaccostandosi a me che
ero stato fra i pochi suoi amici di quell'età benedetta.
La sua lettera era mesta, esalava un profumo di amore, di dolcezza, di
entusiasmo melanconico. Mi parlava a lungo del suo maestro come se io lo
avessi conosciuto, di quadri che egli aveva in mente di fare prima di
morire, di quelli che aveva condotto a termine negli ultimi giorni di
sua vita.
Le sue parole mi fecero una strana impressione. Tentando raffigurare
Eugenio ai miei occhi, ne feci da principio un ritratto di capriccio; lo
immaginai alto di statura, con barba bionda e rara, e coi capelli
lunghi, a poco a poco quel tipo si trasformò nella mia testa, nè io
seppi riuscire ad altro che all'Eugenio del collegio. Allora fui tratto
a pensare al mio passato, ritessei la lunga tela della mia vita
conturbata, rifeci ad uno ad uno i miei viaggi faticosi.
Melanconica cosa la memoria; quel ripetersi le gioie e i dolori senza
provarne lo spasimo e la dolcezza, e dire a sè stessi che tutto ciò non
è più, non sarà più mai; e che pure è una parte di ciò che noi siamo.
Però io diventai mesto; ma quando vidi venirmi incontro Clelia
sorridente e colla bambina fra le braccia, allora io sentii qualche cosa
di freddo, quasi un brivido di piacere corrermi per le vene, e mi gettai
nelle braccia di quelle creature coll'anima traboccante di fede. Quelle
creature erano il mio avvenire.
Da quel punto non pensai più che a rallegrarmi della mia felicità.
Rivedere Eugenio, dividere la mia vita fra l'amicizia e l'amore era
troppo grande fortuna perchè io me ne mostrassi ingrato.
Comunicai a Clelia la lieta novella e con tanta anima come se io mi
tenessi sicuro di farle piacere, e che il suo giubilo dovesse crescere
il mio. Ella sorrise e mi domandò chi fosse Eugenio; e poichè
comprendeva che la sua domanda mi avrebbe confuso, unì le sue mani
passandole attorno al mio braccio, e mi guardò in volto carezzevole.
"Tu hai cento volte ragione;" le dissi. E siccome mi sovvenne allora che
non solo Clelia non conosceva Eugenio, ma non ne aveva forse udito
parlare una sola volta da me, le palesai brevemente i nostri rapporti di
collegio, facendo di lui un ritratto lusinghiero, perchè ella pigliasse
a stimarlo. Clelia mi ascoltava, pareva godere del mio godimento, e mi
assicurava che avrebbe avuto piacere di conoscerlo. Se non che io scorsi
nelle sue parole un po' di freddezza, e quasi me ne piccai. Ella se ne
avvide e mi si fece dappresso.
"Quando arriverà egli? mi domandò.
"Fra quattro giorni.
"E tu gli andrai incontro, non è vero? e passerai le tue giornate con
lui, mi abbandonerai per questo nuovo amico che viene appositamente da
Roma per allontanarti da me?...
La poveretta parlava in sul serio; io non sapeva che risponderle, ma il
mio cuore traboccava di tenerezza. La confortai come seppi; le ripetei
mille giuramenti; e che io l'amava più d'Eugenio e che l'avrei amata
sempre.
Quando fu più calma, levò il suo volto ingenuo e mi confessò ch'era
gelosa e che ci badassi."