Parve lieto che io l'avessi seguito; ma non mi palesò la cagione della
sua mestizia. Credendo ch'egli volesse andarne a casa, lo accompagnai.
Durante la via non mi disse parola. Come fummo arrivati alla sua
abitazione, feci atto di arrestarmi; ma egli passò oltre. Assolutamente
Raimondo era distratto.
Attraversammo molte vie, sempre collo stesso silenzio--così di passo in
passo uscimmo alla campagna.
Il cielo era sereno; le stelle fitte e lucenti; qualche rara nuvoletta
bianca viaggiava in quell'immenso aere notturno.
Le tenebre avevano animato le voci strane dei loro cantori; i grilli
nelle praterie, le rane nella vicina palude, e a quando a quando la
civetta e il gufo nell'estrema punta della quercia levavano al cielo il
loro inno melanconico. Intendendo l'orecchio si udiva da lungi come un
vago mormorio di mille note diverse; il silenzio ha la sua voce, una
voce confusa che non si sa d'onde parta, ma che arriva sempre al cuore.
Ci arrestammo estatici.
Poco dopo Raimondo mi afferrò le mani, levò gli occhi al cielo, e mi
disse con un accento singolare di selvaggia esultanza:
--Amico mio, amico mio, non ti pare che la natura susurri il suo arcano
linguaggio per noi soli? Io mi sento leggiero--vorrei salire in alto....
in alto, inseguire quella nuvola. Mi si dilata il cuore--ho un gran
cuore--vorrei stringere tra le braccia l'universo, e dirgli che l'amo.
--Mi par proprio di volare, aggiunse con crescente entusiasmo, mi par
proprio di credere. La mia fede è fatta di voli.
In quella soave contemplazione passò alcun tempo.
Suonava mezzanotte, e noi non ci eravamo ancora mossi.
Vedendo come quel rintocco non lo scuotesse, io fermai in mente che
Raimondo era distratto.