VII.

Parve lieto che io l'avessi seguito; ma non mi palesò la cagione della

sua mestizia. Credendo ch'egli volesse andarne a casa, lo accompagnai.

Durante la via non mi disse parola. Come fummo arrivati alla sua

abitazione, feci atto di arrestarmi; ma egli passò oltre. Assolutamente

Raimondo era distratto.

Attraversammo molte vie, sempre collo stesso silenzio--così di passo in

passo uscimmo alla campagna.

Il cielo era sereno; le stelle fitte e lucenti; qualche rara nuvoletta

bianca viaggiava in quell'immenso aere notturno.

Le tenebre avevano animato le voci strane dei loro cantori; i grilli

nelle praterie, le rane nella vicina palude, e a quando a quando la

civetta e il gufo nell'estrema punta della quercia levavano al cielo il

loro inno melanconico. Intendendo l'orecchio si udiva da lungi come un

vago mormorio di mille note diverse; il silenzio ha la sua voce, una

voce confusa che non si sa d'onde parta, ma che arriva sempre al cuore.

Ci arrestammo estatici.

Poco dopo Raimondo mi afferrò le mani, levò gli occhi al cielo, e mi

disse con un accento singolare di selvaggia esultanza:

--Amico mio, amico mio, non ti pare che la natura susurri il suo arcano

linguaggio per noi soli? Io mi sento leggiero--vorrei salire in alto....

in alto, inseguire quella nuvola. Mi si dilata il cuore--ho un gran

cuore--vorrei stringere tra le braccia l'universo, e dirgli che l'amo.

--Mi par proprio di volare, aggiunse con crescente entusiasmo, mi par

proprio di credere. La mia fede è fatta di voli.

In quella soave contemplazione passò alcun tempo.

Suonava mezzanotte, e noi non ci eravamo ancora mossi.

Vedendo come quel rintocco non lo scuotesse, io fermai in mente che

Raimondo era distratto.

Due amori · 第 15 / 101 题