I.

Ritorno col pensiero ad un tempo molto lontano, io non aveva compiuto

ancora i tredici anni, e le _camerate_ del collegio di B** m'avevano

accolto da pochi giorni in mezzo ad una nidiata di vispi fanciulletti.

Ve n'erano di grandicelli, ma la più parte erano più piccini di me; così

che nel primo giorno che io vi era entrato, la mia comparsa era stata

causa di molte gare fra i miei nuovi compagni. E l'uno cercava

guadagnarsi la mia amicizia facendo pompa del suo coraggio, e l'altro

coll'astuzia delle sue gherminelle. Solo i più maturi se ne stavano

ritrosi, temendo in me un rivale pericoloso.

Il collegio è un'immagine viva della società--volgo di plaudenti e

d'ammiratori da un lato; e un branco di autocrati, sempre rissosi fra di

loro, che si contendono le bricciole dell'adulazione. Se non che là dove

nella vita delle grandi città veggiamo l'astuzia e la fortuna in

trionfo, e la povertà e la virtù divorare nel segreto le loro lagrime,

nei collegi invece si bada agli anni. Così la gerarchia è stabilita

sulle sicure basi dell'eguaglianza; però che ognuno sa che alla sua

volta sarà anch'egli il despota, e che non gli sarà frodata la sua parte

di regno.

E so d'aver provato più volte io stesso questo sentimento di

compiacenza, e d'essermi domandato più tardi senza frutto la ragione di

quell'intenso desiderio di crescere che ci fa precorrere nei primi anni

la tribolata carriera della vita.

Fu in quel luogo che io conobbi Raimondo.

Da principio la sua mestizia, e l'abituale suo starsene solo e taciturno

erami sembrato indizio d'alterigia; e poi che io non voleva essere il

primo ad accostarmi a lui, sebbene una irresistibile attrazione mi

spingesse a farlo, stetti gran tempo senza rivolgergli la parola. Ma in

segreto io mi struggeva di diventargli amico, e cercava ogni modo per

essergli vicino, per vederlo, per essere da lui veduto.

Il suo contegno aveagli procurato molti odii--a quell'età si odia, si sa

odiare--però i più robusti dei suoi compagni lo temevano, non ch'egli

fosse dotato di maggior forza, ma per quella natura ferma ed impassibile

che faceva paurosi i più gagliardi.

Avevamo nella nostra _camerata_ una specie di sorvegliante, un pretocolo

sui 28 anni, il quale aveva preso a trattare bruscamente Raimondo; nè

mai avvenne che questi se ne lamentasse. A poco a poco anche Don

Giuseppe (così veniva chiamato il sorvegliante) avea subito il

predominio della energica fermezza di Raimondo; e se ne inviperiva ogni

dì più; così colla stizza crescevano i rimbrotti, le querele e le

punizioni. Raimondo soffriva senza fiatare.

Nessuno di noi amava certamente Don Giuseppe; ma a me venne in tanta

ripugnanza, che la sua voce mi faceva male. Cercai da principio di

dissimulare; ma non andò guari che egli se n'accorse, e prese a

vendicarsene. In breve Raimondo ed io fummo accomunati nelle

persecuzioni; questo vincolo dovea stringere la nostra amicizia.

Don Giuseppe era ghiotto dei zuccherini. Un giorno un grosso cartoccio

ch'egli nascondeva in un antico forziere che era nella _camerata_, cadde

nelle mani dei nostri compagni. I zuccherini furono spartiti e divorati

in un istante. Non s'avea ancora avuto tempo di far sparire l'involto di

carta azzurra che li conteneva, che Don Giuseppe capitò fra noi, e dal

turbamento cagionato dalla sua presenza e dalla vista della carta

azzurra fu avvertito della nostra colpa. Aprì il forziere e conobbe la

verità dei suoi sospetti.

Parve per un momento furibondo, e ci aspettavamo che si scagliasse

contro di noi; ma con nostra sorpresa lo vedemmo allontanarsi senza dir

motto. Nessuno seppe immaginare che cosa si passasse in quell'anima

rabbiosa, ma io non andava errato pensando che Raimondo ed io avremmo

scontato la pena per tutti.

Venne il mattino successivo. Don Giuseppe chiamò a sè Raimondo. Egli vi

andò coll'abituale sua calma; poco stante fui chiamato anch'io, e vi

andai trepidante, ma pur deciso a non tradire la mia debolezza.

Raimondo era in un canto col capo chino, e mi guardava con curiosità.

Don Giuseppe era seduto; mi fece accostare a lui e m'interrogò in tuono

burbero s'io sapessi chi per il primo avesse frugato nel forziere della

_camerata_; minacciavami il digiuno e la chiusura se non lo palesassi.

Compresi che la stessa domanda era stata fatta a Raimondo, e

involontariamente mi rivolsi a lui. Incontrai i suoi sguardi fissi nei

miei, e parvemi di scorgervi il timore che io avrei palesato per

sfuggire al castigo. Ma ciò non era nel mio cuore, e se pure vi fosse

stato, quello sguardo mi avrebbe dato forza per vincere la codardia.

Risposi essermi trovato anch'io nella _camerata_; avere per conseguenza

cognizione del fatto e del suo autore; ma non volere per nissun conto

denunziare chicchessia.

Gli occhi di Don Giuseppe schizzarono fiamme; Raimondo li teneva come

prima abbassati al suolo.

Se non che all'improvviso Eugenio S... entrò in quella camera. Era egli

uno scapestratello, sempre allegro, sempre pronto ai colpi di mano, ai

chiassi; e perciò Raimondo ed io avevamo avuto poco a fare con lui.

Don Giuseppe gli domandò imperiosamente che cosa venisse a fare senza

essere chiamato. Rispose con accento fermo essere venuto ad indicare il

nome di colui che aveva commesso il furto del giorno antecedente.

Raimondo ed io ci guardammo sorpresi. Sapevamo entrambi che egli stesso

n'era stato l'autore, e stentavamo a dar fede a tanta codardia.

Nessuno di noi aveva in pratica il cuore d'Eugenio S...; però temevamo

ch'egli venisse per riversare sovr'altri la propria colpa, non potendo

immaginare che avesse intenzione di abbandonarsi all'ira di Don

Giuseppe.

Ma il nostro stupore fu tanto più grande, quando udimmo quel giovinetto

palesare coll'impudenza della sua età la sua colpa, ed implorare con

aria di canzonatura il perdono del sorvegliante.

Quell'atto lo riabilitò ai nostri occhi. Compresi che Raimondo aveva

concepito per lui in quell'istante una grandissima stima--nè io ne fui

geloso, lusingandomi di poterla dividere.

Fummo posti tutti tre nel _camerino di riflessione_; e per tre giorni

tenuti al semplice regime di pane ed acqua.

Non appena ci trovammo soli, l'irresistibile tendenza d'espansione che

la natura ha chiuso nel petto degli uomini ruppe la giovane barriera che

la chiudeva.

E ci vennero sulle labbra i nostri sentimenti, le nostre idee, i nostri

propositi.

A quell'età non si hanno segreti; si recita la parte colla maschera

nelle mani; si mostra il viso aperto, e nel viso l'anima.

Un'ora dopo noi eravamo vecchi amici. Ciascuno di noi conosceva il

passato dell'altro. Quale passato, mio Dio? Una breve ora di vita volata

fra i turbini del desiderio--un petalo di rosa che la nostra mano avea

strappato e che il vento recava sulle sue ali.--Nessuno di noi si

sarebbe certamente arrestato nel suo cammino per rivolgersi un istante a

contemplarne la fuga, se il timore che alcuna parte di noi rimanesse

celata ai nuovi amici non ci avesse spinto a farlo in quel giorno;

perocchè non si pensa allora che verrà tempo in cui si tenterà a gran

fatica ricostruire tutta la tela della nostra vita, e che quegli anni

infantili così rapidamente fuggiti saranno i soli su cui vorremo

arrestarci con compiacenza.

Il dolore e la colpa fanno la giornata dell'uomo, e il rimorso ne

accompagna il tramonto; la vita ha un solo raggio di luce che le

passioni non han deturpato--l'infanzia.

Raimondo per lo addietro così taciturno ci avea rivelato una folla di

progetti; pareva ch'egli uscisse con voluttà da quella sua abituale

riservatezza.

Eugenio teneva pronte le sue celie per ogni cosa. Era riuscito a

trafugare alcune nocciuole prevedendo che gli sarebbe toccato _il pane

ed acqua_, e rovesciò le tasche sul nostro desco.

Così fra i motteggi e le confidenze passarono quei tre giorni.

D'allora in poi fummo indivisibili.

Due amori · 第 9 / 101 题