— Ottimamente! — dissi a Trebazio. — Hai fatto un bel colpo, e senza la
tua prontezza i galilei sarebbero stati posti in sull'avviso.
L'uomo colpito dalla spada di Trebazio era stramazzato a terra, e non
dava più segno di vita. Però non ce ne curammo più oltre, e,
sgomberataci per tal modo la via, c'inoltrammo ancora sotto le arcate, e
allo svoltar di un angolo ci trovammo sopra alla conventicola dei
cristiani.
Da quanto posso oggi ricordarmene, era una vasta sala, rozza come tutte
le altre già percorse, e non doveva servire che da poco ad uso di
tempio, imperocchè era ignuda affatto di fregi, non aveva sarcofaghi, nè
epigrafi, nè alcuno di quelli emblemi che più tardi ebbi a notare nelle
sotterranee dimore della setta. Rischiaravano il luogo alcune faci di
resina, e al rossastro chiarore di queste potemmo scorgere forse un
centinaio di uomini e donne, quelli col capo scoverto e queste col velo
tirato sul volto, che stavano ginocchioni dinanzi ad un vecchio, coperto
di una lunga tonaca bianca, il quale sembrava in atto di parlare.
Ma noi non udimmo parola del suo discorso, perchè al nostro sbucar nella
sala un lungo grido di terrore interruppe la cerimonia, e cominciò tosto
uno scompiglio da non potersi descrivere.
I miei occhi, guidati dallo spirito della vendetta, trovarono subito
Valeriano. Egli si era rizzato in piedi a stava in mezzo a otto o dieci
che, più animosi degli altri, avevano posto mano ai ferri.
Mi feci innanzi, mentre i miei si precipitavano sulla moltitudine
spaventata, e gridai:
— A me, Valeriano! a me! —
Egli snudò la spada, ma io gli fui sopra, innanzi che potesse mettersi
in guardia, tempestandolo di colpi. Valeriano disputò tuttavia, ed
aspramente, la sua vita; ma parecchi dei miei, che avevano ottenuto
facile vittoria sui pochi compagni del mio nemico, gli furono a' fianchi
e lo rovesciarono. Egli allora gittò lungi da sè la spada e morì sotto
il mio ferro, più nobilmente che io non avessi voluto, dicendomi:
«ferisci, carnefice, e che Iddio ti perdoni!»
Questa bisogna fu spedita in breve ora. I miei soldati non erano stati
neppur essi con le mani alla cintola; molti dei cristiani erano caduti
nel loro sangue sul pavimento, altri legati e spinti, a furia di mani e
di piedi, contro i pilastri della sala. Parecchi si erano dati alla
fuga; ma, perdutisi nel buio, non erano venuti a capo di trovare un
altro andito per cui avrebbero potuto mettersi in salvo; e le loro
grida, il rumore delle frequenti cadute, gli urli feroci dei miei,
mostravano qual fine si avessero i loro tentativi. E intanto le donne,
atterrite, trepidanti, si erano andate a raccogliere, come un timido
gregge, intorno al vecchio dalla tonaca bianca, il quale, solo
imperterrito, stava con le mani alzate verso il cielo e pregava.
Tutte queste cose io vidi a mala pena, in quella che, col ginocchio sul
petto a Valeriano, raddoppiavo furente i miei colpi. E appunto allora,
una donna, che non era fuggita insieme con le altre, mi pose ambe le
mani sul braccio, tentando di rattenermi, e gridò:
— Codardo! tu infellonisci contro un cadavere! —
A quella voce, che mi parve di riconoscere, tremai tutto quanto; alzai
gli occhi a guardarla, ed essa allora diede in un forte grido e cadde
come corpo morto nelle mie braccia. Il velo le era caduto dal volto: era
Cecilia.
Qual fui allora? Quale mi apparve la vita? Cecilia! Cecilia in quel
luogo, in mezzo a quella strage! Voi già immaginate quanti pensieri mi
assalsero improvvisi in quel punto. La mia vendetta era sazia; il furore
sbollito; ed io vedevo tutto ad un tratto l'orrore di quella scena di
sangue, e l'angoscioso stato di quella donna divina.
Andando colà, io non avevo badato che ad uccidere Valeriano; il pensiero
che Cecilia si fosse potuta trovare con lui non mi era neppur balenato
alla mente. Ma era troppo tardi.... E come salvarla? Anelante, agitato
da mille confusi timori, e quasi fuori di me, in quella che avrei pure
avuto mestieri di tutto il mio senno, io restai là, chino sul petto
dell'amata donna, non curando le strida delle femmine trepidanti, nè il
rantolo dei moribondi, nè il gavazzar dei compagni.
Il primo consiglio che mi sovvenne fu quello di chiamar soccorso. Alzai
la testa; ma lo spettacolo che si parò dinanzi ai miei occhi mi gelò le
parole sulle labbra. Una povera donna tentava invano di svincolarsi
dalle strette di un soldato, che, mezzo ginocchioni, col volto acceso,
col mento appoggiato sul petto della meschina, mentre con le mani la
teneva avvinghiata, lei riluttante buttava al suolo. Scene simiglianti
io avevo vedute di spesso, con occhi non curanti, nella mia vita di
soldato, in ogni borgata di Germania da noi messa a ferro e a fuoco, pel
feroce diritto di vincitori. Ma là, nel sotterraneo, io vedevo le cose
sotto il più orrido aspetto. Cecilia, non la moglie di Valeriano, ma la
divina fanciulla che io avevo tanto amata, che anche allora mi faceva
riardere in seno la fiamma antica con tutta la casta virtù delle
ricordanze, era in quel covo di belve umane, fuori dei sensi, colla
bionda testa arrovesciata sulle mie braccia, senz'altro scudo,
senz'altra difesa che l'uccisore di suo marito, il condottiero di quella
coorte sfrenata, libera esecutrice di sanguinari comandi.
Intanto che cosiffatti pensieri mi tenzonavano nella mente, Trebazio mi
si accostò.
— E così? — mi disse egli, con ghigno feroce. — La è finita a dovere. Tu
hai menato un bel colpo a quel Valeriano.
— Trebazio, — gli risposi con accento disperato, — aiutami a soccorrere
questa donna!
— Soccorrerla? oh non badare a lei più che tanto. Queste galilee sono
tutte di una risma: piangono, si disperano, graffiano; ma lagrime ed
unghie di donna non fanno prova su tempre come le nostre. Certo, egli è
molto meglio se escono dei sensi, come fa questa tua. Vedi là in fondo
quel gramo di un Marsico; egli non può domare quella belva, che strepita
e si dimena come una furia. Contentati dunque tu, che l'hai tra le
braccia svenuta.
— Trebazio! — esclamai, sentendo drizzarmisi i capegli per raccapriccio
sulla fronte; — tu ardiresti?...
— E che?... — proseguì egli, con quel suo piglio scherzevole. — Sei
dunque una femminuccia? Questa donna, per Ercole, è bella come una
Venere. Se non ardisci tu stesso, tanto meglio; sarà per me, che non ho
ancora fatto voto di entrare nelle Vestali.
— Tu non l'avrai, per l'abisso! — esclamai, saltando in piedi e mettendo
mano alla spada, mentre con ardita mossa mi ponevo tra lui e il corpo di
Cecilia.
— Che sì, che sì, ch'io la prenderò, ora che me ne ha còlto il
desiderio! Ah, tu fai il cattivello, o greco? —
E, così dicendo, Trebazio aveva dato indietro due passi, snudando il
ferro a sua volta.
— Soldati, a me! — gridai con voce tuonante, volgendomi intorno. —
Una brigata di costoro accorse al mio grido.
— Che vuoi? mi domandarono essi.
— Che difendiate questa donna. Nessuno ha da metterle un dito sulla
persona. —
I soldati rimasero lì, tra incerti e curiosi. Le mie parole frattanto
avevano chiamato altri dei loro, e in breve si formò un largo cerchio di
spettatori, avidi, ansiosi di sapere che fosse. Nel mezzo ero io con
Cecilia svenuta; poco lungi Trebazio, col ferro stretto nel pugno e gli
occhi torvi affisati su me.
Egli stesso ruppe il silenzio, rivolgendo la parola ai soldati.
— Sentite, voi altri. Questo greco, che il prefetto Almaco ha colmato
delle sue grazie, vuole che noi rispettiamo questa donna, una delle
femmine di questi immondi galilei. Ora, se egli la vuol rispettata come
una nobil matrona, si accomodi; non io, il quale mi affretto a prendere
ciò che egli ricusa. E neppur questo egli vuole acconsentirmi, e non lo
consentirà a voi, se vorrete richiamarvene alle consuetudini della
guerra. Vi par giustizia, cotesta? —
Un bisbiglio minaccioso si fe' udir nella turba, che a me non prometteva
atti di obbedienza per fermo. Uno dei più audaci, tenendo bordone a
Trebazio, gittò in mezzo questa sentenza:
— È una cristiana, è una buona preda!...
— Sì, sì, buona preda! — gridarono tutti in coro. — Il greco non può
levarcela di mano. —
Io qui cominciai davvero a tremare. Intanto Cecilia, ricuperati in quel
tumulto i sensi, e trovatasi in mezzo a quella cerchia di manigoldi che
la guardavano con occhi di bragia, fece per gettarsi nelle mie braccia;
ma si risovvenne, e, strappatasi da me con un gesto di terrore, ricadde
sulle ginocchia, nascondendosi il viso nelle palme.
— Soldati! — gridai, tentando una seconda volta di comandare a quel
tumulto di voglie sfrenate. — Io sono il vostro centurione. Mi
obbedirete voi?
— Soldati! — gridò a sua volta Trebazio, guardando me con un piglio di
truce ironia. — Io sono Trebazio, il fido servitore di Almaco, il
possente prefetto di Roma. Mi obbedirete voi?
— Sì, sì; — urlarono tutti. — Tu hai ragione! Tu rispetti le
consuetudini. La donna è nostra; è buona preda, è una cristiana. La
donna a noi! —
E con la minaccia negli occhi, si mossero incontro a me, stringendo il
cerchio per modo che il loro alito infocato mi soffiò sulle guance.