Come si riebbe da quella estasi malinconica, e facendosi scorrere una
mano sulla fronte, il pover'uomo proseguì:
— Nata, siccome vi ho detto, di nobilissima gente, cresciuta in mezzo
agli agi di una splendida vita, Cecilia era il desiderio dei giovani
patrizii di Roma.
Era pur bella, nella sua serena tranquillità! Biondi capegli le
incoronavano la fronte alabastrina, su cui non faceva ruga mondano
pensiero; gli occhi nerissimi non scintillavano di voluttà come quelli
delle Eleusine, sibbene spiravano un fuoco soave; e talvolta, in mezzo
alla lieta comitiva dei parenti e degli amici che le si raccoglieva
dintorno sotto le magnifiche arcate dell'atrio domestico, essi
illanguidivano, assorti in una contemplazione divina.
Vi parlo, con parole nuove, di cose antiche, le quali allora io non
avrei neppur saputo colorire, perchè non sempre mi era dato
d'intenderle. Ricordate che noi assistevamo alla rovina di un vecchio
mondo e ai nascimenti di un nuovo. La confusione era nelle lingue, nei
riti, nel costume, nei pensieri, e da per tutto. Il greco, il germanico,
l'assiro, l'egizio, il gallo e il britanno, si confondevano colà, in
quel vasto centro del mondo, e davano temperanze svariate ai colori,
forme nuove ai modi del vivere.
Io paragonavo nel mio cuore Cecilia a Diana, perchè la mia educazione
pagana non trovava altro esempio di purezza che quello della casta e
solitaria dea delle selve. Dopo la mia vita militare sul Baltico, avrei
potuto paragonarla assai meglio ad una delle belle ed ispirate
profetesse dell'isola di Rugene, ad una sacerdotessa di Herta, la
invisibile ed ignota Dea della Germania.
Ma anche prima, ed allorchè vidi per la prima volta le mani di Cecilia
posarsi sul cembalo e gli occhi suoi cercar l'infinito, ben mi accorsi
che Diana cedeva al raffronto; bene intesi allora che una nuova donna
era nata, non pure meno materiale di Cerere, ma più pensosa di Minerva e
più casta di Diana: ch'ella recava in terra l'immagine della Venere
celeste, che i miei concittadini, per consiglio di paurosa riverenza,
avevano collocata nelle nubi, molto più in su dell'Olimpo.
E l'amai, l'amai con tutte le potenze dell'anima. Intrinseco del fratel
suo e tenuto in gran conto dal padre, io passavo i miei giorni nella sua
casa, alternando con lei i suoni del cembalo e le canzoni.
Mi ricambiò ella?... Oh, Cecilia non amava gli uomini se non come
fratelli, e l'essere meco, il conversar meco assiduamente, non la turbò,
come suole turbare i nostri animi la fiamma dell'amore, come la sua
vista turbava l'animo mio. Era la sua vita un'estasi continua, ogni suo
sguardo, ogni atto, ancor che lieve, l'adorazione di una cosa ignota
agli occhi della mia mente mortale; e non è a dire quanto me ne
struggessi in silenzio.
Frattanto il tempo scorreva; le mie dovizie erano ite; Volumnio era
volubile come il suo nome e si era allontanato da me. Egli pure aveva
amato Cecilia e l'aveva chiesta in maritaggio ai suoi, che avevano
accolta con giubilo l'offerta; ma Cecilia aveva ricusato, ed egli,
credendomi cagione del rifiuto, me ne voleva un mal di morte. Così,
percosso d'ogni parte dai fati, io andavo perdendo anche gli amici e mi
trovavo solo nell'ampia Roma; non ero nulla; non potevo esser nulla.
La necessità, la urgenza dei casi miei, mi diede l'ardimento. Fui come
la lucerna che, presso a mancare, dà l'ultimo guizzo. Narrai a Cecilia
del mio immenso affetto per lei, come l'avessi amata lunga pezza
tacendo; come alla perfine più non sapessi frenarmi, e la supplicai
pietosamente dell'amor suo.
Sulle prime ella non rispose parola; poi, fervidamente pregata, e
alzando, giusta il suo costume, gli occhi al cielo, — «tu non puoi, mi
disse ella, o Calisto, essere lo sposo mio. Da gran tempo io m'ho eletto
il signore di tutta me stessa, e debbo serbargli la mia fede.»