Era venuta nella mente mia
Quella donna gentil, cui piange Amore,
Entro quel punto che lo suo valore
Vi trasse a riguardar quel ch’io facìa.
Amor, che nella mente la sentìa,
S’era svegliato nel distrutto core,
E diceva a’ sospiri: Andate fuore;
Per che ciascun dolente si partìa.
Piangendo uscivan fuori del mio petto
Con una voce, che sovente mena
Le lagrime dogliose agli occhi tristi.
Ma quelli, che n’uscian con maggior pena,
Venìen dicendo: O nobile intelletto,
Oggi fa l’anno che nel ciel salisti.
Poi per alquanto tempo, conciofossecosa che io fossi in parte, nella
quale mi ricordava del passato tempo, molto stava pensoso, e con
dolorosi pensamenti tanto, che mi faceano parere di fuori una vista
di terribile sbigottimento. Ond’io, accorgendomi del mio travagliare,
levai gli occhi per vedere s’altri mi vedesse. Allora vidi che una
gentil donna, giovane e bella molto, da una fenestra mi riguardava
molto pietosamente quant’alla vista; sicchè tutta la pietade pareva in
lei accolta. Onde, conciossiacosa che quando i miseri veggono di loro
compassione altrui, più tosto, si muovono a lagrimare, quasi come di
sè stessi avendo pietade, io sentii allora li miei occhi cominciare
a voler piangere; e però temendo di non mostrare la mia vile vita, mi
partii dinanzi dagli occhi di questa gentile; e dicea fra me medesimo:
«E’ non può essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo
amore». E però proposi di dire un Sonetto, nel quale io parlassi a lei,
e conchiudessi in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione. E
però che questa ragione è assai manifesta, nol dividerò.
Videro gli occhi miei quanta pietate
Era apparita in la vostra figura,
Quando guardaste gli atti e la statura
Ch’io faccio pel dolor molte fïate.
Allor m’accorsi che voi pensavate
La qualità della mia vita oscura,
Sicchè mi giunse nello cor paura
Di dimostrar cogli occhi mia viltate.
E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
Che si movean le lagrime dal core,
Ch’era sommosso dalla vostra vista.
Io dicea poscia nell’anima trista:
Ben è con quella donna quello Amore,
Lo qual mi face andar così piangendo.
Avvenne poi che ovunque questa donna mi vedea, si facea d’una vista
pietosa e d’un color pallido, quasi come d’Amore: onde molte fiate mi
ricordava della mia nobilissima donna, che di simile colore si mostrava
tuttavia. E certo molte volte non potendo lagrimare nè disfogare la mia
tristizia, io andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea
che tirasse le lagrime fuori delli miei occhi per la sua vista. E però
mi venne anche volontade di dire parole, parlando a lei; e dissi questo
Sonetto che comincia: _Color d’Amore_, e ch’è piano senza dividerlo per
la sua precedente ragione.
Color d’amore, e di pietà sembianti,
Non preser mai così mirabilmente
Viso di donna, per veder sovente
Occhi gentili e dolorosi pianti,
Come lo vostro, qualora davanti
Vedetevi la mia labbia dolente;
Sì che per voi mi vien cosa alla mente,
Ch’io temo forte non lo cor si schianti.
Io non posso tener gli occhi distrutti
Che non riguardin voi spesse fïate,
Pel desiderio di pianger ch’egli hanno:
E voi crescete sì lor volontate,
Che della voglia si consuman tutti;
Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.
[Illustrazione: La donna della finestra]
Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi
si cominciaro a dilettare troppo di vederla; onde molte volte me
ne crucciava nel mio cuore, ed aveamene per vile assai; e più volte
bestemmiava la vanità degli occhi miei, e dicea loro nel mio pensiero:
«Or voi solevate far piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione,
ed ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira,
che non mira voi se non in quanto le pesa della gloriosa donna di cui
pianger solete; ma quanto far potete, fate; chè io ve la rimembrerò
molto spesso, maledetti occhi: chè mai, se non dopo la morte, non
dovrebbero le vostre lagrime esser ristate». E quando fra me medesimo
così avea detto alli miei occhi, e li sospiri m’assalìano grandissimi
ed angosciosi. Ed acciò che questa battaglia, che io avea meco, non
rimanesse saputa pur dal misero che la sentìa, proposi di fare un
Sonetto, e di comprendere in esso questa orribile condizione, e dissi
questo che comincia: _L’amaro lagrimar_.
_Il sonetto ha due parti: nella prima, parlo agli occhi miei, siccome
parlava lo mio core in me medesimo; nella seconda, rimovo alcuna
dubitazione, manifestando chi è che così parla; e comincia questa parte
quivi:_ Così dice. _Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma
sariano indarno, però che è manifesto per la precedente ragione._
L’amaro lagrimar che voi faceste,
Occhi mïei, così lunga stagione,
Faceva lagrimar l’altre persone
Della pietate, come voi vedeste.
Ora mi par che voi l’obliereste,
S’io fossi dal mio lato sì fellone,
Ch’io non ven disturbassi ogni cagione,
Membrandovi colei, cui voi piangeste.
La vostra vanità mi fa pensare,
E spaventami sì, ch’io temo forte
Del viso d’una donna che vi mira.
Voi non dovreste mai, se non per morte,
La nostra donna, ch’è morta, obliare:
Così dice il mio core, e poi sospira.
Recommi la vista di questa donna in sì nuova condizione, che molte
volte ne pensava come di persona che troppo mi piacesse; e pensava
di lei così: «Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, ed
apparita forse per volontà d’Amore, acciò che la mia vita si riposi».
E molte volte pensava più amorosamente, tanto che il core consentiva
in lui, cioè nel suo ragionare. E quando avea consentito ciò, io mi
ripensava siccome dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo: «Deh,
che pensiero è questo, che in così vile modo mi vuol consolare, e non
mi lascia quasi altro pensare!» Poi si rilevava un altro pensiero,
e dicea: «Or che tu se’ stato in tanta tribulazione d’Amore, perchè
non vuo’ tu ritrarti da tanta amaritudine? Tu vedi che questo è uno
spiramento, che ne reca li desiri d’Amore dinanzi, ed è mosso da così
gentil parte, com’è quella degli occhi della donna, che tanto pietosa
ti s’è mostrata». Ond’io avendo così più volte combattuto in me
medesimo, ancora ne volli dire alquante parole; e però che la battaglia
de’ pensieri vinceano coloro che per lei parlavano, mi parve che si
convenisse di parlare a lei; e dissi questo Sonetto il quale comincia:
_Gentil pensiero_. E dico _gentile_ in quanto ragionava di gentil
donna: chè per altro era vilissimo. E fo in questo Sonetto due parti
di me, secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L’una parte
chiamo cuore, cioè l’appetito; l’altra chiamo anima, cioè la ragione; e
dico come l’uno dice all’altro. E che degno sia di chiamare l’appetito
cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro, a cui mi piace
che ciò sia aperto. Vero è che nel precedente Sonetto io fo la parte
del cuore contro a quella degli occhi, e ciò pare contrario di quel
ch’io dico nel presente; e però dico che anche ivi il cuore intendo per
l’appetito, però che maggior desiderio era il mio ancora di ricordarmi
della gentilissima donna mia, che di vedere costei, avvegna che alcuno
appetito ne avessi già, ma leggier parea: onde appare che l’uno detto
non è contrario all’altro.
_Questo Sonetto ha tre parti: nella prima, comincio a dire a questa
donna come lo mio desiderio si volge tutto verso lei; nella seconda,
dico come l’anima, cioè la ragione, dice al cuore, cioè all’appetito;
nella terza, dico come le risponde. La seconda parte comincia quivi:_
L’anima dice; _la terza quivi:_ Ei le risponde.
Gentil pensiero, che parla di vui,
Sen viene a dimorar meco sovente,
E ragiona d’amor sì dolcemente,
Che face consentir lo core in lui.
L’anima dice al cor: Chi è costui,
Che viene a consolar la nostra mente,
Ed è la sua virtù tanto possente,
Ch’altro pensier non lascia star con nui?
Ei le risponde: O anima pensosa,
Questi è uno spiritel nuovo d’amore,
Che reca innanzi a me li suoi desiri:
E la sua vita, e tutto il suo valore,
Mosse dagli occhi di quella pietosa,
Che si turbava de’ nostri martìri.
Contra questo avversario della ragione si levò un dì, quasi nell’ora
di nona, una forte imaginazione in me, che mi parea vedere questa
gloriosa Beatrice, con quelle vestimenta sanguigne, colle quali apparve
prima agli occhi miei, e pareami giovane, in simile etade a quella
in che prima la vidi. Allora incominciai a pensare di lei; e secondo
l’ordine del tempo passato ricordandomene, lo mio core incominciò
dolorosamente a pentirsi del desiderio, a cui così vilmente s’avea
lasciato possedere alquanti dì contro alla costanza della ragione:
e discacciato questo cotal malvagio desiderio, si rivolsero tutti i
miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. E dico che d’allora
innanzi cominciai a pensare di lei sì con tutto il vergognoso cuore
che li sospiri manifestavano ciò molte volte; però che quasi tutti
diceano nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè
lo nome di quella gentilissima, e come si partìo da noi. E molte
volte avvenìa che tanto dolore avea in sè alcuno pensiero, che io
dimenticava lui, e là dov’io era. Per questo raccendimento di sospiri
si raccese lo sollevato lagrimare in guisa, che li miei occhi pareano
due cose, che desiderassero pur di piangere: e spesso avvenìa che,
per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro si facea un colore
purpureo, quale apparir suole per alcuno martìro che altri riceva:
onde appare che della loro vanità furono degnamente guiderdonati, sì
che da indi innanzi non poterono mirare persona che li guardasse sì,
che loro potesse trarre a simile intendimento. Onde io volendo che
cotal desiderio malvagio e vana tentazione paresse destrutto, sì che
alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole ch’io avea dette
dinanzi, proposi di fare un Sonetto, nel quale io comprendessi la
sentenza di questa ragione. E dissi allora: _Lasso! per forza_ ec.; e
dissi _lasso_, in quanto mi vergognava di ciò che gli miei occhi aveano
così vaneggiato.
_Questo Sonetto non divido, però che è assai manifesta la sua ragione._
Lasso! per forza de’ molti sospiri,
Che nascon de’ pensier che son nel core,
Gli occhi son vinti, e non hanno valore
Di riguardar persona che gli miri.
E fatti son che paion due disiri
Di lagrimare e di mostrar dolore,
E spesse volte piangon sì, ch’Amore
Gli cerchia di corona di martìri.
Questi pensieri, e li sospir ch’io gitto,
Diventan dentro al cor sì angosciosi,
Ch’Amor vi tramortisce, sì glien duole;
Però ch’egli hanno in sè li dolorosi
Quel dolce nome di Madonna scritto,
E della morte sua molte parole.
Dopo questa tribulazione avvenne, in quel tempo che molta gente andava
per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi
per esempio della sua bellissima figura, la quale vede la mia donna
gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via, la quale è
quasi mezzo della cittade, ove nacque, vivette e morìo la gentilissima
donna, e andavano, secondo che mi parve, molto pensosi. Ond’io pensando
a loro, dissi fra me medesimo: «Questi peregrini mi paiono di lontana
parte, e non credo che anche udissero parlare di questa donna, e non
ne sanno niente; anzi i loro pensieri sono d’altre cose che di questa
qui; chè forse pensano delli loro amici lontani, li quali noi non
conoscemo». Poi dicea fra me medesimo: «Io so che se questi fossero
di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati, passando
per lo mezzo della dolorosa cittade». Poi dicea fra me stesso: «S’io
li potessi tenere alquanto, io pur gli farei piangere anzi ch’egli
uscissero di questa cittade, però che io direi parole, che farebbero
piangere chiunque le intendesse». Onde, passati costoro dalla mia
veduta, proposi di fare un Sonetto, nel quale manifestassi ciò ch’io
avea detto fra me medesimo; ed acciò che più paresse pietoso, proposi
di dire come se io avessi parlato a loro; e dissi questo Sonetto, lo
quale comincia; _Deh peregrini_ ec. E dissi _peregrini_, secondo la
larga significazione del vocabolo: chè peregrini si possono intendere
in due modi, in uno largo e in uno stretto. In largo, in quanto è
peregrino chiunque è fuori della patria sua; in modo stretto, non
s’intende peregrino se non chi va verso la casa di santo Jacopo, o
riede: e però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le
genti che vanno al servigio dell’Altissimo. Chiamansi _palmieri_, in
quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi
_peregrini_, in quanto vanno alla casa di Galizia, però che la
sepoltura di santo Jacopo fu più lontana dalla sua patria, che d’alcuno
altro apostolo; chiamansi _romei_, in quanto vanno a Roma, là ove
questi ch’io chiamo _peregrini_, andavano.
_Questo Sonetto non si divide, però ch’assai il manifesta la sua
ragione._
Deh, peregrini, che pensosi andate
Forse di cosa che non v’è presente,
Venite voi di sì lontana gente,
Come alla vista voi ne dimostrate?
Chè non piangete, quando voi passate
Per lo suo mezzo la città dolente,
Come quelle persone, che neente
Par che ’ntendesser la sua gravitate.
Se voi restate, per volere udire,
Certo lo core ne’ sospir mi dice,
Che lagrimando n’uscirete pui.
Ella ha perduta la sua Beatrice:
E le parole, ch’uom di lei può dire,
Hanno virtù di far piangere altrui.
Poi mandaro due donne gentili a me, pregandomi che mandassi loro di
queste mie parole rimate; ond’io pensando la loro nobiltà, proposi di
mandar loro, e di fare una cosa nuova, la quale io mandassi loro con
esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li loro prieghi. E dissi
allora un Sonetto, il quale narra il mio stato, e manda’lo loro col
precedente Sonetto accompagnato, e con un altro che comincia: _Venite a
intender_ ec. Il Sonetto, il quale io feci allora, comincia: _Oltre la
spera_ ec.
_Questo Sonetto ha in sè cinque parti: nella prima, dico là ove va
il mio pensiero, nominandolo per nome di alcuno suo effetto; nella
seconda, dico perchè va lassù, cioè chi ’l fa così andare; nella
terza, dico quello che vide, cioè una donna onorata: e chiamolo
allora_ spirito peregrino, _acciò che spiritualmente va lassù, e
sì come peregrino, lo quale è fuori della sua patria giusta; nella
quarta, dico com’egli la vede tale, cioè in tale qualità, ch’io
non la posso intendere: cioè a dire, che il mio pensiero sale nella
qualità di costei in grado, che il mio intelletto nol può comprendere;
conciossiacosa che il nostro intelletto s’abbia a quelle benedette
anime, come l’occhio nostro debole al sole: e ciò dice il Filosofo nel
secondo della_ Metafisica; _nella quinta, dico che, avvegna che io non
possa intendere là ove il pensiero mi trae, cioè alla sua mirabile
qualità, almeno intendo questo, cioè che tal è il pensare della mia
donna, perchè io sento spesso il suo nome nel mio pensiero. E nel fine
di questa quinta parte dico:_ Donne mie care, _a dare ad intendere che
son donne coloro a cui parlo. La seconda parte comincia:_ Intelligenzia
nuova; _la terza:_ Quand’egli è giunto; _la quarta:_ Vedela tal;
_la quinta:_ So io ch’el parla. _Potrebbesi più sottilmente ancora
dividere, e più sottilmente intendere, ma puossi passare con questa
divisione; e però non mi trametto di più dividerlo._
[Illustrazione: Dantis Amor]
Oltre la spera, che più larga gira,
Passa il sospiro ch’esce del mio core;
Intelligenzia nuova, che l’Amore
Piangendo mette in lui, pur su lo tira.
Quand’egli è giunto là, dov’el desira,
Vede una donna, che riceve onore,
E luce sì, che per lo suo splendore
Lo peregrino spirito la mira.
Vedela tal, che, quando il mi ridice,
Io non lo ’ntendo, sì parla sottile
Al cor dolente, che lo fa parlare.
So io ch’el parla di quella gentile,
Però che spesso ricorda Beatrice:
Sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.
Appresso a questo Sonetto apparve a me una mirabil visione, nella quale
vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta,
infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di
venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sa veramente. Sicchè,
se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia
vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non
fu detto d’alcuna. E poi piaccia a Colui, ch’è Sire della cortesia, che
la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua donna, cioè
di quella benedetta Beatrice, che gloriosamente mira nella faccia di
Colui, _qui est per omnia saecula benedictus._
[Illustrazione: Il saluto di Beatrice nell’Eden]