AVVERTENZA.

PER QUESTA EDIZIONE DELLA «VITA NOVA» CI SIAMO VALSI DELLA LEZIONE

SEGUÌTA DA ALESSANDRO D’ANCONA COME DI QUELLA CHE, PER ESSERE STATA

SCRUPOLOSAMENTE RISCONTRATA SU CODICI E STAMPE, È FINORA IL PIÙ VERACE

TESTO DELL’AUREO LIBRO GIOVANILE DEL DIVINO POETA. LE TAVOLE SONO STATE

RIPRODOTTE IN ELIOTIPIA DALLO STABILIMENTO DANESI DI ROMA.

[Illustrazione: Dante Alighieri]

In quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si

potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice:

_INCIPIT VITA NOVA._

Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole, le quali è mio

intendimento d’assemprare in questo libello; e se non tutte, almeno la

loro sentenzia.

Nove fiate già, appresso al mio nascimento, era tornato lo cielo della

luce quasi ad un medesimo punto, quanto alla sua propria girazione,

quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente,

la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sapeano che sì

chiamare. Ella era già in questa vita stata tanto, che nel suo tempo

lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente delle dodici

parti l’una d’un grado: sì che quasi dal principio del suo anno nono

apparve a me, ed io la vidi quasi dalla fine del mio. E apparvemi

vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto sanguigno, cinta ed

ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenìa. In

quel punto dico veracemente che lo Spirito della Vita, lo quale dimora

nella segretissima camera del core, cominciò a tremare sì fortemente,

che apparia nelli menomi polsi orribilmente; e tremando disse queste

parole: _Ecce Deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi_. In

quel punto lo Spirito animale, il quale dimora nell’alta camera,

nella quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si

cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente alli Spiriti

del viso, disse queste parole: _Apparuit jam beatitudo vestra_. In

quel punto lo Spirito naturale, il quale dimora in quella parte ove

si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e disse queste

parole: _Heu miser! quia frequenter impeditus ero deinceps_. D’allora

innanzi dico ch’Amore signoreggiò l’anima mia, la quale fu sì tosto

a lui disposata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e

tanta signoria, per la virtù che gli dava la mia imaginazione, che mi

convenìa fare compiutamente tutti i suoi piaceri. Egli mi comandava

molte volte, che io cercassi per vedere quest’angiola giovanissima:

ond’io nella mia puerizia molte fiate l’andai cercando; e vedeala di

sì nuovi e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella

parola del poeta Omero: «Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma

di Dio». Ed avvegna che la sua imagine, la quale continuamente meco

stava, fosse baldanza d’Amore a signoreggiarmi, tuttavia era di sì

nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse senza il

fedele consiglio della ragione, in quelle cose là dove cotal consiglio

fosse utile a udire. E però che soprastare alle passioni ed atti di

tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e

trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre dell’esemplo onde

nascono queste, verrò a quelle parole, le quali sono scritte nella mia

memoria sotto maggiori paragrafi.

[Illustrazione: Il saluto di Beatrice]

Poi che furono passati tanti dì, che appunto erano compiuti li nove

anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima,

nell’ultimo di questi dì avvenne, che questa mirabile donna apparve

a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne,

le quali erano di più lunga etade; e passando per una via volse gli

occhi verso quella parte dov’io ero molto pauroso; e per la sua

ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo,

mi salutò virtuosamente tanto, ch’e’ mi parve allora vedere tutti i

termini della beatitudine. L’ora, che lo suo dolcissimo salutare mi

giunse, era fermamente nona di quel giorno: e però che quella fu la

prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi,

presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partii dalle genti. E

ricorsi al solingo luogo d’una mia camera, e puosimi a pensare di

questa cortesissima; e pensando di lei, mi sopraggiunse un soave sonno,

nel quale m’apparve una maravigliosa visione: che mi parea vedere

nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro dalla quale

io discernea una figura d’uno signore, di pauroso aspetto a chi la

guardasse: e pareami con tanta letizia, quanto a sè, che mirabil cosa

era: e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se

non poche; tra le quali io intendea queste: _Ego dominus tuus_. Nelle

sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta

mi parea in un drappo sanguigno leggermente; la quale io riguardando

molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale

m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E nell’una delle mani mi

parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami

che mi dicesse queste parole: _Vide cor tuum_. E quando egli era

stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto

si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare quella cosa che in

mano gli ardeva, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò,

poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto:

e così piangendo, si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e

con essa mi parea che se ne gisse verso il cielo: ond’io sostenea sì

grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non potè sostenere, anzi

si ruppe, e fui disvegliato. E inmantanente cominciai a pensare; e

trovai che l’ora, nella quale m’era questa visione apparita, era stata

la quarta della notte: sì che appare manifestamente, ch’ella fu la

prima ora delle nove ultime ore della notte. E pensando io a ciò che

m’era apparito, proposi di farlo sentire a molti, i quali erano famosi

trovatori in quel tempo: e con ciò fosse cosa ch’io avessi già veduto

per me medesimo l’arte del dire parole per rima, proposi di fare un

sonetto, nel quale io salutassi tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli

che giudicassero la mia visione, scrissi loro ciò ch’io avea nel mio

sonno veduto; e cominciai allora questo Sonetto:

A ciascun’alma presa e gentil core,

Nel cui cospetto viene il dir presente,

A ciò che mi riscrivan suo parvente,

Salute in lor signor, cioè Amore.

Già eran quasi ch’atterzate l’ore

Del tempo ch’ogni stella n’è lucente,

Quando m’apparve Amor subitamente,

Cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor, tenendo

Mio core in mano, e nelle braccia avea

Madonna, involta in un drappo, dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo

Lei paventosa umilmente pascea:

Appresso gir lo ne vedea piangendo.

_Questo Sonetto si divide in due parti: nella prima parte saluto, e

domando risponsione; nella seconda, significo a che si dee rispondere.

La seconda parte comincia quivi:_ Già eran.

A questo Sonetto fu risposto da molti e di diverse sentenzie, tra

li quali fu risponditore quegli, cui io chiamo primo de’ miei amici;

e disse allora un Sonetto lo quale comincia: _Vedesti al mio parere

ogni valore_. E questo fu quasi il principio dell’amistà tra lui e me,

quando egli seppe ch’io era quegli che gli avea ciò mandato. Lo verace

giudicio del detto sogno non fu veduto allora per alcuno: ma ora è

manifesto alli più semplici.

Da questa visione innanzi cominciò il mio Spirito naturale ad essere

impedito nella sua operazione, però che l’anima era tutta data nel

pensare di questa gentilissima; ond’io divenni in picciolo tempo

poi di sì frale e debole condizione, che a molti amici pesava della

mia vista: e molti pieni d’invidia si procacciavano di sapere di me

quello ch’io voleva del tutto celare ad altrui. Ed io accorgendomi del

malvagio addomandare che mi faceano, per la volontà d’Amore, il quale

mi comandava secondo il consiglio della ragione, rispondea loro, che

Amore era quegli che così m’avea governato: dicea d’Amore, però che

io portava nel viso tante delle sue insegne, che questo non si potea

ricoprire. E quando mi domandavano: «Per cui t’ha così distrutto questo

Amore?» ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.

Un giorno avvenne, che questa gentilissima sedea in parte, ove s’udiano

parole della Reina della gloria, ed io era in luogo, dal quale vedea

la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me, per la retta linea,

sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava

spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra

lei terminasse; onde molti s’accorsero del suo mirare. E in tanto vi fu

posto mente, che, partendomi di questo luogo, mi sentii dire appresso:

«Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui». E nominandola,

intesi che diceano di colei, che mezza era stata nella linea retta

che movea dalla gentilissima Beatrice, e terminava negli occhi miei.

Allora mi confortai molto, assicurandomi che il mio segreto non era

comunicato, lo giorno, altrui per mia vista: ed inmantanente pensai

di fare di questa gentile donna ischermo della veritade; e tanto ne

mostrai in poco di tempo, che il mio segreto fu creduto sapere dalle

più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti

anni e mesi; e per più fare credente altrui, feci per lei certe cosette

per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere qui, se non in

quanto facesse a trattare di quella gentilissima Beatrice: e però le

lascerò tutte, salvo che alcuna ne scriverò, che pare che sia loda di

lei.

Dico che in questo tempo, che questa donna era ischermo di tanto amore,

quanto dalla mia parte, mi venne una volontà di voler ricordare il

nome di quella gentilissima, e d’accompagnarlo di molti nomi di donne,

e specialmente del nome di questa gentile donna; e presi i nomi di

sessanta le più belle donne della cittade, ove la mia donna fu posta

dall’altissimo Sire, e composi una epistola sotto forma di Serventese,

la quale io non scriverò: e non n’avrei fatta menzione, se non per dire

quello che, componendola, maravigliosamente addivenne: cioè, che in

alcuno altro numero non sofferse il nome della mia donna stare, se non

in sul nono, tra’ nomi di queste donne.

La donna, con la quale io avea tanto tempo celata la mia volontà,

convenne che si partisse della sopradetta cittade, e andasse in paese

molto lontano: per che io, quasi sbigottito della bella difesa che mi

era venuta meno, assai me ne sconfortai, più che io medesimo non avrei

creduto dinanzi. E pensando che, se della sua partita io non parlassi

alquanto dolorosamente, le persone sarebbero accorte più tosto del mio

nascondere, proposi adunque di farne alcuna lamentanza in un Sonetto,

lo quale io scriverò; perciò che la mia donna fu immediata cagione di

certe parole, che nel Sonetto sono, siccome appare a chi lo ’ntende: e

allora dissi questo Sonetto:

O voi, che per la via d’Amor passate,

Attendete, e guardate

S’egli è dolore alcun, quanto il mio, grave:

E priego sol, ch’udir mi sofferiate;

E poi imaginate

S’io son d’ogni dolore ostello e chiave.

Amor, non già per mia poca bontate,

Ma per sua nobiltate,

Mi pose in vita sì dolce e soave,

Ch’i’ mi sentia dir dietro spesse fiate:

Deh! per qual dignitate

Così leggiadro questi lo cor have?

Ora ho perduta tutta mia baldanza,

Che si movea d’amoroso tesoro;

Ond’io pover dimoro

In guisa, che di dir mi vien dottanza.

Sì che, volendo far come coloro,

Che per vergogna celan lor mancanza,

Di fuor mostro allegranza,

E dentro dallo cor mi struggo e ploro.

_Questo sonetto ha due parti principali: che nella prima intendo

chiamare i fedeli d’Amore per quelle parole di Jeremia profeta:_ O vos

omnes, qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut

dolor meus; _e pregare che mi sofferino d’udire. Nella seconda narro là

ove Amore m’avea posto, con altro intendimento che l’estreme parti del

Sonetto non mostrano: e dico ciò che io ho perduto. La seconda parte

comincia quivi:_ Amor non già.

Appresso il partire di questa gentil donna, fu piacere del Signore

degli angeli di chiamare alla sua gloria una donna giovane e di

gentile aspetto molto, la quale fu assai graziosa in questa sopraddetta

cittade; lo cui corpo io vidi giacere senza anima in mezzo di molte

donne, le quali piangeano assai pietosamente. Allora, ricordandomi

che già l’aveva veduta fare compagnia a quella gentilissima, non potei

sostenere alquante lagrime; anzi piangendo mi proposi di dire alquante

parole della sua morte in guiderdone di ciò, che alcuna fiata l’avea

veduta con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa nell’ultima parte

delle parole che io ne dissi, siccome appare manifestamente a chi

le ’ntende: e dissi allora questi due Sonetti, dei quali comincia il

primo: _Piangete amanti_; il secondo: _Morte villana_.

Piangete, amanti, poi che piange Amore,

Udendo qual cagion lui fa plorare:

Amor sente a pietà donne chiamare,

Mostrando amaro duol per gli occhi fuore;

Perchè villana Morte in gentil core

Ha messo il suo crudele adoperare,

Guastando ciò che al mondo è da lodare

In gentil donna, fuora dell’onore.

Udite quant’Amor le fece orranza;

Ch’io ’l vidi lamentare in forma vera

Sovra la morta imagine avvenente;

E riguardava invêr lo ciel sovente,

Ove l’alma gentil già locata era,

Che donna fu di sì gaia sembianza.

_Questo primo Sonetto si divide in tre parti. Nella prima chiamo e

sollecito i fedeli d’Amore a piangere; e dico che lo signore loro

piange, e che udendo la cagione perch’e’ piange, si acconcino più

ad ascoltarmi; nella seconda, narro la cagione; nella terza, parlo

d’alcuno onore, che Amore fece a questa donna. La seconda comincia

quivi:_ Amor sente; _la terza quivi:_ Udite.

Morte villana, di pietà nimica,

Di dolor madre antica,

Giudicio incontestabile, gravoso,

Poi c’hai data materia al cor doglioso

Ond’io vada pensoso,

Di te biasmar la lingua s’affatica.

E se di grazia ti vo’ far mendica,

Convenesi ch’io dica

Lo tuo fallir, d’ogni torto tortoso;

Non però che alla gente sia nascoso,

Ma per farne cruccioso

Chi d’Amor per innanzi si nutrica.

Dal secolo hai partita cortesia,

E, ciò che ’n donna è da pregiar, virtute

In gaia gioventute:

Distrutta hai l’amorosa leggiadria.

Più non vo’ discovrir qual donna sia,

Che per le proprietà sue conosciute:

Chi non merta salute,

Non speri mai d’aver sua compagnia.

_Questo Sonetto si divide in quattro parti: nella prima, chiamo la

Morte per certi suoi nomi propri; nella seconda parlando a lei, dico la

ragione perch’io mi movo a biasimarla; nella terza, la vitupero; nella

quarta, mi volgo a parlare a indiffinita persona, avvegna che quanto al

mio intendimento sia diffinita. La seconda parte comincia quivi:_ Poi

c’hai data; _la terza quivi:_ E se di grazia; _la quarta quivi:_ Chi

non merta.

Appresso la morte di questa donna alquanti dì, avvenne cosa, per la

quale mi convenne partire della sopradetta cittade, ed ire verso quelle

parti, dov’era la gentil donna ch’era stata mia difesa, avvegna che non

tanto lontano fosse lo termine del mio andare, quanto ella era. E tutto

che io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista, l’andare mi

dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l’angoscia,

che il cuore sentia, però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine. E

però lo dolcissimo signore, il quale mi signoreggiava per virtù della

gentilissima donna, nella mia imaginazione apparve come peregrino

leggiermente vestito, e di vili drappi. Egli mi parea sbigottito,

e guardava la terra, salvo che talvolta mi parea, che li suoi occhi

si volgessero ad uno fiume bello e corrente e chiarissimo, il quale

sen gìa lungo questo cammino là ove io era. A me parve che Amore mi

chiamasse, e dicessemi queste parole: «Io vegno da quella donna, la

quale è stata lunga tua difesa, e so che il suo rivenire non sarà; e

però quel cuore ch’io ti facea avere da lei, io l’ho meco, e portolo

a donna, la quale sarà tua difensione come questa era»; e nomollami

sì, ch’io la conobbi bene. «Ma tuttavia di queste parole, ch’io t’ho

ragionate, se alcuna ne dicessi, dille per modo che per loro non si

discernesse lo simulato amore che hai mostrato a questa, e che ti

converrà mostrare ad altrui». E dette queste parole, disparve tutta

questa mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte, che

mi parve ch’Amore mi desse di sè; e, quasi cambiato nella vista mia,

cavalcai quel giorno pensoso molto, e accompagnato da molti sospiri.

Appresso lo giorno, cominciai questo Sonetto:

Cavalcando l’altr’ieri per un cammino,

Pensoso dell’andar, che mi sgradia,

Trovai Amor nel mezzo della via,

In abito leggier di peregrino.

Nella sembianza mi parea meschino

Come avesse perduta signoria;

E sospirando pensoso venia,

Per non veder la gente, a capo chino.

Quando mi vide, mi chiamò per nome,

E disse: Io vegno di lontana parte,

Dov’era lo tuo cor per mio volere;

E recolo a servir novo piacere.

Allora presi di lui sì gran parte,

Ch’egli disparve, e non m’accorsi come.

[Illustrazione: Beatrice nega il saluto a Dante]

_Questo Sonetto ha tre parti: nella prima parte dico siccome io trovai

Amore, e qual mi parea; nella seconda, dico quello ch’egli mi disse,

avvegna che non compiutamente, per tema ch’io avea di non scovrire lo

mio segreto; nella terza, dico com’egli disparve. La seconda comincia

quivi:_ Quando mi vide; _la terza quivi:_ Allora presi.

Appresso la mia tornata, mi misi a cercare di questa donna, che lo

mio signore m’avea nominata nel cammino de’ sospiri. Ed acciò che il

mio parlare sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia difesa

tanto, che troppa gente ne ragionava oltra li termini della cortesia;

onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di

questa soperchievole voce, che parea che m’infamasse viziosamente,

quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizj e

reina della virtù, passando per alcuna parte mi negò il suo dolcissimo

salutare, nel quale stava tutta la mia beatitudine. E uscendo alquanto

del proposito presente, voglio dare ad intendere quello che il suo

salutare in me virtuosamente operava.

Dico, che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza della

mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di

caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso: e chi

allora m’avesse addimandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe

stata solamente: «Amore» con viso vestito d’umiltà. E quando ella

fosse alquanto propinqua al salutare, uno Spirito d’amore, distruggendo

tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti Spiriti

del viso, e dicea loro: «Andate ad onorare la donna vostra»; ed egli

si rimanea nel loco loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, far lo

potea mirando lo tremore degli occhi miei. E quando questa gentilissima

donna salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse obumbrare

a me la intollerabile beatitudine, ma egli quasi per soperchio di

dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora

sotto il suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave

inanimata. Sicchè appare manifestamente che nelle sue salute abitava

la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia

capacitade.

Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia beatitudine mi fu

negata, mi giunse tanto dolore, che partitomi dalle genti, in solinga

parte andai a bagnare la terra d’amarissime lagrime: e poi che alquanto

mi fu sollevato questo lagrimare, misimi nella mia camera, là dove io

potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia

alla donna della cortesia, e dicendo: «Amore, aiuta il tuo fedele»,

m’addormentai come un pargoletto battuto lagrimando. Avvenne quasi

nel mezzo del mio dormire, che mi parve vedere nella mia camera lungo

me sedere un giovane vestito di bianchissime vestimenta; e, pensando

molto quanto alla vista sua, mi riguardava là ov’io giacea; e quando

m’avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse,

e diceami queste parole: _Fili mi, tempus est ut prætermittantur

simulacra nostra._ Allora mi parea ch’io ’l conoscessi, però che mi

chiamava così come assai fiate nelli miei sospiri m’avea già chiamato.

E riguardandolo parvemi che piagnesse pietosamente, e parea che

attendesse da me alcuna parola: ond’io assicurandomi, cominciai a

parlare così con esso: «Signore della nobiltade, perchè piagni tu?»

E quegli mi dicea queste parole: _Ego tamquam centrum circuli, cui

simili modo habent circumferentiæ partes; tu autem non sic._ Allora

pensando alle sue parole, mi parea che mi avesse parlato molto oscuro,

sì che io mi sforzava di parlare, e diceagli queste parole: «Ch’è ciò,

Signore, che tu mi parli con tanta scuritade?». E quegli mi dicea in

parole volgari: «Non dimandare più che utile ti sia». E però cominciai

con lui a ragionare della salute, la quale mi fu negata, e domanda’lo

della cagione; onde in questa guisa da lui mi fu risposto: «Quella

nostra Beatrice udì da certe persone, di te ragionando, che la donna,

la quale io ti nominai nel cammino de’ sospiri, ricevea da te alcuna

noia. E però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le

noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa.

Onde conciossiacosa che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo

tuo segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi certe parole

per rima, nelle quali tu comprenda la forza ch’io tegno sovra te

per lei, e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia. E di ciò

chiama testimonio colui che ’l sa: e come tu prieghi lui che gliele

dica; ed io, che sono quello, volentieri le ne ragionerò; e per questo

sentirà ella la tua volontade, la quale sentendo, conoscerà le parole

degl’ingannati. Queste parole fa che sieno quasi uno mezzo, sì che tu

non parli a lei immediatamente, chè non è degno. E non le mandare in

parte alcuna senza me, ove potessero essere intese da lei; ma falle

adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le volte che farà

mestieri». E dette queste parole, disparve, e lo mio sonno fu rotto.

Ond’io ricordandomi, trovai che questa visione m’era apparita nella

nona ora del dì; e anzi che io uscissi da questa camera, proposi di

fare una Ballata, nella quale seguitassi ciò che ’l mio Signore m’avea

imposto, e feci poi questa Ballata:

Ballata, io vo’ che tu ritruovi Amore,

E con lui vadi a Madonna davanti,

Sì che la scusa mia, la qual tu canti,

Ragioni poi con lei lo mio Signore.

Tu vai, Ballata, sì cortesemente,

Che, senza compagnia,

Dovresti avere in tutte parti ardire:

Ma, se tu vuogli andar securamente,

Ritruova l’Amor pria;

Chè forse non è buon sanza lui gire:

Però che quella, che ti debbe udire,

Se, com’io credo, è invêr di me adirata,

E tu di lui non fussi accompagnata,

Leggieramente ti farìa disnore.

Con dolce suono, quando se’ con lui,

Comincia este parole

Appresso ch’averai chiesta pietate:

Madonna, quegli che mi manda a vui,

Quando vi piaccia, vuole,

Se egli ha scusa, che la m’intendiate.

Amore è quei, che per vostra beltate

Lo face, come vuol, vista cangiare:

Dunque, perchè gli fece altra guardare

Pensatel voi, dacch’e’ non mutò ’l core.

Dille: Madonna, lo suo cuore è stato

Con sì fermata fede,

Ch’a voi servir l’ha pronto ogni pensero:

Tosto fu vostro, e mai non s’è smagato.

Se ella non ti crede,

Di’ che ’n domandi Amor, che sa lo vero:

Ed alla fin le fa umil preghiero,

Lo perdonare se le fosse a noia,

Che mi comandi per messo ch’i’ moia;

E vedrassi ubidir bon servidore.

E di’ a colui ch’è d’ogni pietà chiave,

Avanti che sdonnei,

Che le sappia contar mia ragion buona:

Per grazia della mia nota soave

Riman tu qui con lei,

E del tuo servo, ciò che vuol, ragiona;

E s’ella per tuo priego gli perdona,

Fa’ che gli annunzi in bel sembiante pace.

Gentil Ballata mia, quando ti piace,

Muovi in quel punto, che tu n’aggi onore.

_Questa Ballata in tre parti si divide: nella prima, dico a lei ov’ella

vada, e confortola però che vada più sicura; e dico nella cui compagnia

si metta, se vuole securamente andare, e senza pericolo alcuno;

nella seconda, dico quello che a lei s’appartiene di fare intendere;

nella terza, la licenzio del gire quando vuole, raccomandando lo

suo movimento nelle braccia della fortuna. La seconda parte comincia

quivi:_ Con dolce suono; _la terza quivi:_ Gentil Ballata. _Potrebbe

già l’uomo opporre contro a me e dire che non sapesse a cui fosse il

mio parlare in seconda persona, però che la Ballata non è altro, che

queste parole ch’io parlo: e però dico che questo dubbio io lo intendo

solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte più dubbiosa:

ed allora intenderà qui chi più dubbia, o chi qui volesse opporre, in

quello modo._

Appresso di questa soprascritta visione, avendo già dette le parole,

che Amore m’avea imposte a dire, m’incominciarono molti e diversi

pensamenti a combattere e a tentare, ciascuno quasi indefensibilmente:

tra li quali pensamenti, quattro m’ingombravano più il riposo della

vita. L’uno dei quali era questo: «Buona è la signoria d’Amore, però

che trae lo ’ntendimento del suo fedele da tutte le vili cose». L’altro

era questo: «Non buona è la signoria d’Amore, però che quanto lo

suo fedele più fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti gli

conviene passare». L’altro era questo: «Lo nome d’Amore è sì dolce

a udire, che impossibile mi pare, che la sua propria operazione sia

nelle più cose altro che dolce, conciossiacosa che i nomi seguitino le

nominate cose, siccome è scritto: _Nomina sunt consequentia rerum_». Lo

quarto era questo: «La donna per cui Amore ti strigne così, non è come

le altre donne, che leggiermente si mova del suo core». E ciascuno mi

combattea tanto, che mi facea quasi stare come colui, che non sa per

qual via pigli il suo cammino, che vuole andare, e non sa onde si vada.

E se io pensava di voler cercare una comune via di costoro, cioè là ove

tutti si accordassero, questa via era molto inimica verso di me, cioè

di chiamare e di mettermi nelle braccia della Pietà. Ed in questo stato

dimorando, mi giunse volontà di scriverne parole rimate; e dissine

allora questo Sonetto:

Tutti li miei pensier parlan d’amore:

Ed hanno in lor sì gran varïetate,

Ch’altro mi fa voler sua potestate,

Altro folle ragiona il suo valore.

Altro sperando m’apporta dolzore;

Altro pianger mi fa spesse fïate;

E sol s’accordano in chieder pietate,

Tremando di paura ch’è nel core.

Ond’io non so da qual matera prenda;

E vorrei dire, e non so che mi dica:

Così mi truovo in amorosa erranza.

E se con tutti vo’ fare accordanza,

Convenemi chiamar la mia nemica,

Madonna la Pietà, che mi difenda.

_Questo Sonetto in quattro parti si può dividere: nella prima, dico e

propongo che tutti li miei pensieri sono d’Amore; nella seconda, dico

che sono diversi, e narro la loro diversitade; nella terza, dico in

che tutti pare che s’accordino; nella quarta, dico che, volendo dire

d’Amore, non so da qual parte pigli matera; e se la voglio pigliare

da tutti, conviene che io chiami la mia nemica, madonna la Pietà. Dico

madonna, quasi per isdegnoso modo di parlare. La seconda parte comincia

quivi:_ Ed hanno in lor; _la terza quivi:_ E sol s’accordan; _la

quarta:_ Ond’io non so.

Appresso la battaglia delli diversi pensieri, avvenne che questa

gentilissima venne in parte, ove molte donne gentili erano adunate;

alla qual parte io fui condotto per amica persona, credendosi fare a me

gran piacere in quanto mi menava là dove tante donne mostravano le loro

bellezze. Ond’io, quasi non sapendo a che io fossi menato, e fidandomi

nella persona, la quale un suo amico all’estremità della vita condotto

avea, dissi a lui: «Perchè semo noi venuti a queste donne?» Allora

quegli mi disse: «Per fare sì ch’elle sieno degnamente servite». E lo

vero è, che adunate quivi erano alla compagnia d’una gentil donna, che

disposata era lo giorno; e però, secondo la usanza della sopradetta

cittade, conveniva che le facessero compagnia nel primo sedere alla

mensa nella magione del suo novello sposo. Sì che io, credendomi far

il piacere di questo amico, proposi di stare al servigio delle donne

nella sua compagnia. E nel fine del mio proponimento mi parve sentire

un mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte,

e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora dico

che io poggiai la mia persona simulatamente ad una pintura, la quale

circondava questa magione; e temendo non altri si fosse accorto del

mio tremare, levai gli occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la

gentilissima Beatrice. Allora furono sì distrutti li miei Spiriti

per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla

gentilissima donna, che non mi rimase in vita più che gli Spiriti

del viso; ed ancor questi rimasero fuori de’ loro strumenti, però che

Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile

donna. E avvegna ch’io fossi altro che prima, molto mi dolea di questi

Spiritelli, che si lamentavano forte, e diceano: «Se questi non ci

sfolgorasse così fuori del nostro luogo, noi potremmo stare a vedere la

maraviglia di questa donna, così come stanno gli altri nostri pari». Io

dico che molte di queste donne, accorgendosi della mia trasfigurazione,

si cominciarono a maravigliare; e ragionando si gabbavano di me con

questa gentilissima: onde, lo ingannato amico mi prese per la mano, e

traendomi fuori della veduta di queste donne, mi domandò che io avessi.

Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti Spiriti miei,

e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio

amico queste parole: «Io ho tenuti i piedi in quella parte della vita,

di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare».

E partitomi da lui, mi ritornai nella camera delle lagrime, nella

quale, piangendo e vergognandomi, fra me stesso dicea: «Se questa

donna sapesse la mia condizione, io non credo che così gabbasse la

mia persona, anzi credo che molta pietà le ne verrebbe». E in questo

pianto stando, proposi di dire parole, nelle quali, a lei parlando,

significassi la cagione del mio trasfiguramento, e dicessi che io so

bene ch’ella non è saputa, e che se fosse saputa, io credo che pietà ne

giugnerebbe altrui: e propuosele di dire, desiderando che venissero per

avventura nella sua audienza; e allora dissi questo Sonetto:

Con l’altre donne mia vista gabbate,

E non pensate, donna, onde si mova

Ch’io vi rassembri sì figura nova

Quando riguardo la vostra biltate.

Se lo saveste, non porrìa Pietate

Tener più contra me l’usata prova;

Chè quando Amor sì presso a voi mi trova,

Prende baldanza e tanta sicurtate,

Ch’el fier tra’ mïei Spirti paurosi,

E quale uccide, e qual pinge di fuora,

Sì ch’ei solo rimane a veder vui;

Ond’io mi cangio in figura d’altrui;

Ma non sì, ch’io non senta bene allora

Gli guai degli scacciati tormentosi.

_Questo Sonetto non divido io in parti, perchè la divisione non si fa

se non per aprire la sentenzia della cosa divisa: onde, conciossiacosa

che, per la ragionata cagione, assai sia manifesto, non ha mestieri

di divisione. Vero è che tra le parole, ove si manifesta la cagione di

questo Sonetto, si trovano dubbiose parole; cioè quando dico ch’Amore

uccide tutti i miei Spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che

fuori degli strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a

chi non fosse in simile grado fedele d’Amore; ed a coloro che vi sono,

è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene

a me dichiarare cotale dubitazione, acciò che lo mio parlare sarebbe

indarno, ovvero di soperchio._

Appresso la nuova trasfigurazione mi giunse un pensamento forte, lo

quale poco si partìa da me; anzi continuamente mi riprendea, ed era di

cotale ragionamento meco: «Poscia che tu pervieni a così schernevole

vista quando tu se’ presso di questa donna, perchè pur cerchi di

veder lei? Ecco che se tu fossi domandato da lei, che avresti tu

da rispondere? ponendo che tu avessi libera ciascuna tua virtude,

in quanto tu le rispondessi». Ed a questo rispondea un altro umile

pensiero, e dicea: «Se io non perdessi le mie virtudi, e fossi libero

tanto ch’io potessi rispondere, io le direi, che sì tosto com’io

imagino la sua mirabil bellezza, sì tosto mi giugne un desiderio di

vederla, lo quale è di tanta virtude, che uccide e distrugge nella mia

memoria ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi ritraggono

le passate passioni di cercare la veduta di costei». Ond’io, mosso

da cotali pensamenti, proposi di dire certe parole, nelle quali,

scusandomi a lei di cotal riprensione, ponessi anche di quello che mi

addiviene presso di lei; e dissi questo Sonetto:

Ciò che m’incontra, nella mente more

Quando vegno a veder voi, bella gioia,

E quand’io vi son presso, sento Amore,

Che dice: Fuggi, se ’l perir t’è noia.

Lo viso mostra lo color del core,

Che, tramortendo, dovunque s’appoia;

E per l’ebrïetà del gran tremore

Le pietre par che gridin: Moia, moia.

Peccato face chi allor mi vide,

Se l’alma sbigottita non conforta,

Sol dimostrando che di me gli doglia,

Per la pietà, che ’l vostro gabbo uccide,

La qual si cria nella vista morta

Degli occhi, c’hanno di lor morte voglia.

_Questo Sonetto si divide in due parti: nella prima, dico la cagione,

per che non mi tegno di gire presso a questa donna; nella seconda, dico

quello che m’addiviene per andare presso di lei; e comincia questa

parte quivi:_ E quando io vi son presso. _E anche si divide questa

seconda parte in cinque, secondo cinque diverse narrazioni: chè nella

prima dico quello che Amore, consigliato dalla ragione, mi dice quando

le son presso; nella seconda, manifesto lo stato del core per esemplo

del viso; nella terza, dico siccome ogni sicurtade mi vien meno; nella

quarta, dico che pecca quegli che non mostra pietà di me, acciò che mi

sarebbe alcun conforto; nell’ultima, dico perchè altri dovrebbe aver

pietà, cioè per la pietosa vista, che negli occhi mi giugne; la qual

vista pietosa è distrutta, cioè non pare altrui, per lo gabbare di

questa donna, la quale trae a sua simile operazione coloro, che forse

vedrebbono questa pietà. La seconda parte comincia quivi:_ Lo viso

mostra; _la terza:_ E per l’ebrïetà; _la quarta:_ Peccato face; _la

quinta:_ Per la Pietà.

Appresso ciò che io dissi questo Sonetto, mi mosse una volontà di

dire anche parole, nelle quali dicessi quattro cose ancora sopra il

mio stato, le quali non mi parea che fossero manifestate ancora per

me. La prima delle quali si è, che molte volte io mi dolea, quando la

mia memoria movesse la fantasia ad imaginare quale Amor mi facea; la

seconda si è, che Amore spesse volte di subito m’assalìa sì forte,

che in me non rimanea altro di vita se non un pensiero, che parlava

di questa donna; la terza si è, che quando questa battaglia d’Amore

mi pugnava così, io mi movea, quasi discolorito tutto, per veder

questa donna, credendo che mi difendesse la sua veduta da questa

battaglia, dimenticando quello che per appropinquare a tanta gentilezza

m’addivenia; la quarta si è, come cotal veduta non solamente non mi

difendea, ma finalmente disconfiggeva la mia poca vita; e però dissi

questo Sonetto:

Spesse fïate vegnonmi alla mente

L’oscure qualità ch’Amor mi dona;

E vienmene pietà sì, che sovente

Io dico: lasso! avvien egli a persona?

Ch’Amor m’assale subitanamente

Sì, che la vita quasi m’abbandona:

Campami un spirto vivo solamente,

E quei riman, perchè di voi ragiona.

Poscia mi sforzo, chè mi voglio atare;

E così smorto, e d’ogni valor vôto,

Vegno a vedervi, credendo guarire:

E se io levo gli occhi per guardare,

Nel cor mi si comincia uno tremoto,

Che fa de’ polsi l’anima partire.

_Questo Sonetto si divide in quattro parti, secondo che quattro cose

sono in esso narrate: e però che sono esse ragionate di sopra, non

m’intrametto se non di distinguere le parti per li loro cominciamenti:

onde dico che la seconda parte comincia quivi:_ Ch’Amor; _la terza

quivi:_ Poscia mi sforzo; _la quarta:_ E se io levo.

Poi che io dissi questi tre Sonetti, ne’ quali parlai a questa donna,

però che furo narratori di tutto quasi lo mio stato, credendomi tacere

e non dir più, però che mi parea avere di me assai manifestato, avvegna

che sempre poi tacessi di dire a lei, a me convenne ripigliare materia

nova e più nobile che la passata. E però che la cagione della nova

materia è dilettevole a udire, la dirò quanto potrò più brevemente.

Conciossiacosa che per la vista mia molte persone avessero compreso

lo segreto del mio cuore, certe donne, le quali adunate s’erano,

dilettandosi l’una nella compagnia dell’altra, sapeano bene lo mio

cuore, perchè ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte. Ed io

passando presso di loro, sì come dalla fortuna menato, fui chiamato

da una di queste gentili donne; e quella, che m’avea chiamato, era

donna di molto leggiadro parlare. Sì che quando io fui giunto dinanzi

da loro, e vidi bene che la mia gentilissima donna non era tra esse,

rassicurandomi le salutai, e domandai che piacesse loro. Le donne

erano molte, tra le quali n’avea certe che si rideano tra loro. Altre

v’erano, che guardavanmi aspettando che io dovessi dire. Altre v’erano

che parlavano tra loro, delle quali una volgendo gli occhi verso me, e

chiamandomi per nome, disse queste parole: «A che fine ami tu questa

tua donna, poi che tu non puoi la sua presenza sostenere? Dilloci,

chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo». E poi

che m’ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma tutte le altre

cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione. Allora dissi

loro queste parole: «Madonne, lo fine del mio amore fu già il saluto

di questa donna, forse di cui voi intendete; ed in quello dimorava

la beatitudine, ch’è ’l fine di tutti li miei disiri. Ma poi che

le piacque di negarlo a me, lo mio signore Amore, la sua mercede,

ha posta tutta la mia beatitudine in quello, che non mi puote venir

meno». Allora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e sì come

talor vedemo cadere l’acqua mischiata di bella neve, così mi parea

vedere le loro parole uscire mischiate di sospiri. E poi che alquanto

ebbero parlato tra loro, anche questa donna mi disse, che prima m’avea

parlato, queste parole: «Noi ti preghiamo, che tu ne dichi ove sta

questa tua beatitudine». Ed io rispondendole, dissi cotanto: «In quelle

parole che lodano la donna mia». Ed ella rispose: «Se tu ne dicessi

vero, quelle parole che tu n’hai dette notificando la tua condizione,

avresti tu operate con altro intendimento». Ond’io pensando a queste

parole, quasi vergognandomi mi partii da loro; e venìa dicendo tra

me medesimo: «Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano

la mia donna, perchè altro parlare è stato il mio?» E però proposi di

prendere per materia del mio parlare sempre mai quello che fosse loda

di questa gentilissima; e pensando a ciò molto, pareami avere impresa

troppo alta materia, quanto a me, sì che non ardìa di cominciare;

e così dimorai alquanti dì, con desiderio di dire e con paura di

cominciare.

Avvenne poi che, passando per un cammino, lungo il quale correva un

rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontà di dire, che cominciai

a pensare il modo ch’io tenessi; e pensai che parlare di lei non si

conveniva, se non che io parlassi a donne in seconda persona; e non

ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili, e non sono pur

femmine. Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sè stessa

mossa, e disse: _Donne ch’avete intelletto d’amore_. Queste parole io

riposi nella mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio

cominciamento: onde poi ritornato alla sopradetta cittade, e pensando

alquanti dì, cominciai una Canzone con questo cominciamento, ordinata

nel modo che si vedrà di sotto nella sua divisione. La Canzone comincia

così:

Donne, ch’avete intelletto d’amore,

Io vo’ con voi della mia donna dire;

Non perch’io creda sua laude finire,

Ma ragionar per isfogar la mente.

Io dico che, pensando il suo valore,

Amor sì dolce mi si fa sentire,

Che, s’io allora non perdessi ardire,

Farei, parlando, innamorar la gente;

Ed io non vo’ parlar sì altamente,

Che divenissi per temenza vile:

Ma tratterò del suo stato gentile,

A rispetto di lei leggeramente,

Donne e donzelle amorose, con vui,

Chè non è cosa da parlarne altrui.

Angelo chiama in divino intelletto,

E dice: Sire, nel mondo si vede

Maraviglia nell’atto, che procede

Da un’anima, che fin quassù risplende.

Lo cielo, che non have altro difetto

Che d’aver lei, al suo Signor la chiede,

E ciascun santo ne grida mercede.

Sola Pietà nostra parte difende;

Chè parla Iddio, che di madonna intende:

Diletti miei, or sofferite in pace,

Che vostra speme sie quanto mi piace

Là, ov’è alcun che perder lei s’attende,

E che dirà nell’inferno a’ malnati:

Io vidi la speranza de’ beati.

Madonna è disiata in l’alto cielo:

Or vo’ di sua virtù farvi sapere.

Dico: qual vuol gentil donna parere

Vada con lei; chè quando va per via,

Gitta ne’ cor villani Amore un gelo,

Per che ogni lor pensiero agghiaccia e père.

E qual soffrisse di starla a vedere

Diverrìa nobil cosa, o si morrìa:

E quando trova alcun che degno sia

Di veder lei, quei prova sua virtute,

Chè gli avvien ciò che gli dona salute,

E sì l’umilia, che ogni offesa oblia.

Ancor le ha Dio per maggior grazia dato,

Che non può mal finir chi le ha parlato.

Dice di lei Amor: Cosa mortale

Come esser può sì adorna e sì pura?

Poi la riguarda, e fra sè stesso giura

Che Dio ne ’ntende di far cosa nova.

Color di perla ha quasi in forma, quale

Conviene a donna aver, non fuor misura;

Ella è quanto di ben può far natura,

Per esemplo di lei beltà si prova;

Degli occhi suoi, come ch’ella gli muova,

Escono spirti d’amore infiammati,

Che fieron gli occhi a qual, che allor la guati,

E passan sì, chè ’l cor ciascun ritrova.

Voi le vedete Amor pinto nel riso,

Là ’ve non puote alcun mirarla fiso.

Canzone, io so che tu girai parlando

A donne assai, quando t’avrò avanzata:

Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata

Per figliuola d’Amor giovane e piana,

Che dove giugni, tu dichi pregando:

Insegnatemi gir; ch’io son mandata

A quella, di cui loda io sono ornata.

E, se non vogli andar, sì come vana

Non ristare ove sia gente villana.

Ingègnati, se puoi, d’esser palese

Solo con donna o con uomo cortese,

Che ti merranno per la via tostana.

Tu troverai Amor con esso lei;

Raccomandami a lui come tu dêi.

_Questa Canzone, acciò che sia meglio intesa, la dividerò più

artificiosamente che le altre cose di sopra, e però prima ne fo tre

parti. La prima parte è proemio delle seguenti parole: la seconda, è

lo intento trattato; la terza, è quasi una servigiale delle precedenti

parole. La seconda comincia quivi:_ Angelo chiama; _la terza quivi:_

Canzone, io so. _La prima parte si divide in quattro: nella prima,

dico a cui dir voglio della mia donna, e perchè io voglio dire; nella

seconda, dico che mi pare a me stesso quand’io penso lo suo valore, e

come io direi se non perdessi l’ardimento; nella terza, dico come credo

dire di lei, acciò che io non sia impedito da viltà; nella quarta,

ridicendo ancora a cui intendo di dire, dico la ragione per che dico

a loro. La seconda comincia quivi:_ Io dico; _la terza quivi:_ Ed

io non vo’ parlar; _la quarta quivi:_ Donne e donzelle. _Poi quando

dico:_ Angelo chiama, _comincio a trattare di questa donna; e dividesi

questa parte in due. Nella prima, dico che di lei si comprende in

cielo; nella seconda, dico che di lei si comprende in terra, quivi:_

Madonna è disiata. _Questa seconda parte si divide in due; chè nella

prima dico di lei quanto dalla parte della nobiltà della sua anima,

narrando alquante delle sue virtudi effettive, che dalla sua anima

procedeano: nella seconda, dico di lei quanto dalla parte della nobiltà

del suo corpo, narrando alquante delle sue bellezze, quivi:_ Dice di

lei Amor. _Questa seconda parte si divide in due, chè nella prima, dico

d’alquante bellezze, che sono secondo tutta la persona; nella seconda

dico d’alquante bellezze, che sono secondo determinata parte della

persona, quivi:_ Degli occhi suoi. _Questa seconda parte si divide in

due; che nell’una dico degli occhi, che sono principio di Amore; nella

seconda, dico della bocca, ch’è fine d’Amore. Ed acciò che quinci si

levi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi legge, che di sopra è scritto

che il saluto di questa donna, lo quale era operazione della sua bocca,

fu fine de’ miei desiderj, mentre che io lo potei ricevere. Poscia

quando dico:_ Canzone io so, _aggiungo una stanza quasi come ancella

dell’altre, nella quale dico quello che da questa mia Canzone desidero.

E però che quest’ultima parte è lieve ad intendere, non mi travaglio

di più divisioni. Dico bene, che a più aprire lo intendimento di questa

Canzone si converrebbe usare più minute divisioni; ma tuttavia chi non

è di tanto ingegno, che per queste che son fatte la possa intendere,

a me non dispiace se la mi lascia stare: chè certo io temo d’avere a

troppi comunicato il suo intendimento, pur per queste divisioni che

fatte sono, s’egli avvenisse che molti le potessono udire._

Appresso che questa Canzone fu alquanto divolgata tra le genti,

conciofossecosa che alcuno amico l’udisse, volontà lo mosse a pregarmi

ch’io gli dovessi dire che è Amore, avendo forse, per le udite parole,

speranza di me oltre che degna. Ond’io pensando che appresso di

cotal trattato, bello era trattare alcuna cosa d’Amore, e pensando

che l’amico era da servire, proposi di dire parole, nelle quali io

trattassi d’Amore; e dissi allora questo Sonetto:

Amore e ’l cor gentil sono una cosa,

Sì come ’l Saggio in suo dittato pone;

E così esser l’un sanza l’altro osa,

Com’alma razional sanza ragione.

Fagli Natura, quando è amorosa,

Amor per sire, e ’l cor per sua magione,

Dentro allo qual dormendo si riposa

Tal volta brieve, e tal lunga stagione.

Beltate appare in saggia donna pui,

Che piace agli occhi sì, che dentro al core

Nasce un disio della cosa piacente:

E tanto dura talora in costui,

Che fa svegliar lo Spirito d’amore:

E simil face in donna uomo valente.

_Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima, dico di lui in

quanto è in potenza; nella seconda, dico di lui in quanto di potenza si

riduce in atto. La seconda, comincia quivi:_ Beltate appare. _La prima

si divide in due: nella prima, dico in che soggetto sia questa potenza;

nella seconda, dico come questo soggetto e questa potenza sieno

prodotti insieme in essere, e come l’uno guarda l’altra, come forma

materia. La seconda comincia quivi:_ Fagli natura. _Poi quando dico:_

Beltate appare, _dico come questa potenza si riduce in atto; e prima,

come si riduce in uomo: poi, come si riduce in donna, quivi:_ E simil

face in donna.

Poscia che io trattai d’Amore nella sopradetta rima, vennemi volontà

di voler dire anche in loda di questa gentilissima parole, per le quali

io mostrassi come si sveglia per lei quest’amore, e come non solamente

si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenza, ella mirabilmente

operando il fa venire. E dissi allora questo Sonetto:

Negli occhi porta la mia donna Amore,

Per che si fa gentil ciò ch’ella mira:

Ov’ella passa, ogni uom vêr lei si gira,

E cui saluta fa tremar lo core:

Sì che, bassando il viso, tutto smuore,

E d’ogni suo difetto allor sospira:

Fugge dinanzi a lei superbia ed ira:

Aiutatemi, donne, a farle onore.

Ogni dolcezza, ogni pensiero umìle

Nasce nel core a chi parlar la sente;

Ond’è laudato chi prima la vide.

Quel ch’ella par quand’un poco sorride

Non si può dicer nè tener a mente,

Sì è novo miracolo gentile.

_Questo Sonetto ha tre parti. Nella prima, dico siccome questa donna

riduce in atto questa potenza, secondo la nobilissima parte degli occhi

suoi: e nella terza, dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte

della sua bocca. E intra queste due parti ha una particella, ch’è quasi

domandatrice d’aiuto alla precedente parte ed alla seguente, e comincia

quivi:_ Aiutatemi, donne. _La terza comincia quivi:_ Ogni dolcezza.

_La prima si divide in tre; chè nella prima, dico come virtuosamente

fa gentile ciò ch’ella vede; e questo è tanto a dire, quanto inducere

Amore in potenza là ove non è. Nella seconda, dico come riduce in atto

Amore ne’ cuori di tutti coloro cui vede. Nella terza, dico quello che

poi virtuosamente adopera ne’ lor cuori. La seconda comincia:_ Ov’ella

passa; _la terza:_ E cui saluta. _Quando poscia dico:_ Aiutatemi,

donne, _do ad intendere a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando

le donne che m’aiutino ad onorare costei. Poi quando dico:_ Ogni

dolcezza, _dico quel medesimo ch’è detto nella prima parte, secondo

due atti della sua bocca: uno de’ quali è il suo dolcissimo parlare, e

l’altro lo suo mirabile riso; salvo che non dico di questo ultimo come

adoperi ne’ cuori altrui, perchè la memoria non puote ritener lui, nè

sue operazioni._

Appresso questo non molti dì passati, sì come piacque al glorioso Sire,

lo quale non negò la morte a sè, colui ch’era stato genitore di tanta

maraviglia, quanta si vedeva ch’era questa nobilissima Beatrice, di

questa vita uscendo, se ne gìo alla gloria eternale veracemente. Onde,

conciossia che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e

sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia così intima amistà,

come quella da buon padre a buon figliuolo e da buon figliuolo a buon

padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo

padre, siccome da molti si crede, e vero è, fosse buono in alto grado;

manifesto è, che questa donna fu amarissimamente piena di dolore.

E conciossiacosa che, secondo è l’usanza della sopradetta cittade,

donne con donne e uomini con uomini si adunino a cotale tristizia,

molte donne s’adunaro colà, ove questa Beatrice piangea pietosamente:

ond’io veggendo ritornare alquante donne da lei, udii lor dire parole

di questa gentilissima com’ella si lamentava. Tra le quali parole

udi’ che diceano: «Certo ella piange sì, che qual la mirasse dovrebbe

morire di pietade». Allora trapassarono queste donne; ed io rimasi in

tanta tristizia, che alcuna lagrima talor bagnava la mia faccia, ond’io

mi ricoprìa con porre le mani spesso agli miei occhi. E se non fosse

ch’io attendea anche udire di lei, però che io era in luogo onde ne

gìano la maggior parte di quelle donne che da lei si partiano, io mi

sarei nascoso incontanente che le lagrime m’aveano assalito. E però

dimorando ancora nel medesimo luogo, donne anche passarono presso di

me, le quali andavano ragionando e dicendo tra loro queste parole: «Chi

dee mai esser lieta di noi, che avemo udita parlare questa donna così

pietosamente?» Appresso costoro passarono altre, che veniano dicendo:

«Questi che quivi è, piange nè più nè meno come se l’avesse veduta,

come noi avemo». Altre poi diceano di me: «Vedi questo che non pare

desso: tal è divenuto». E così passando queste donne, udii parole di

lei e di me in questo modo che detto è. Ond’io poi pensando, proposi

di dire parole, acciò che degnamente avea cagione di dire, nelle quali

io conchiudessi tutto ciò che udito avea da queste donne. E però che

volentieri le avrei domandate, se non mi fosse stata riprensione, presi

materia di dire, come se io le avessi domandate, ed elle mi avessero

risposto. E feci due Sonetti; che nel primo domando in quel modo che

voglia mi giunse di domandare; nell’altro, dico la loro risponsione,

pigliando ciò ch’io udii da loro, sì come lo m’avessero detto

rispondendo. E cominciai il primo: _Voi, che portate_; il secondo: _Se’

tu colui_.

Voi, che portate la sembianza umìle,

Cogli occhi bassi mostrando dolore,

Onde venite, chè ’l vostro colore

Par divenuto di pietà simìle?

Vedeste voi nostra donna gentile

Bagnar nel viso suo di pianto Amore?

Ditelmi, donne, chè mel dice il core,

Perch’io vi veggio andar senz’atto vile.

E se venite da tanta pietate,

Piacciavi di ristar qui meco alquanto,

E che che sia di lei, nol mi celate.

Io veggio gli occhi vostri c’hanno pianto,

E veggiovi venir sì sfigurate.

Che ’l cor mi trema di vederne tanto.

_Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima, chiamo e dimando

queste donne se vengono da lei, dicendo loro ch’io il credo, perchè

tornano quasi ingentilite. Nella seconda, le prego che mi dicano di

lei; e la seconda comincia quivi:_ E se venite.

Se’ tu colui c’hai trattato sovente

Di nostra donna, sol parlando a nui?

Tu rassomigli alla voce ben lui,

Ma la figura ne par d’altra gente.

Deh! perchè piangi tu sì coralmente,

Che fai di te pietà venir altrui?

Vedustù pianger lei, chè tu non pui

Punto celar la dolorosa mente?

Lascia pianger a noi, e triste andare!

E’ fa peccato chi mai ne conforta,

Chè nel suo pianto l’udimmo parlare.

Ella ha nel viso la pietà sì scorta,

Che qual l’avesse voluta mirare,

Sarebbe innanzi a lei piangendo morta.

_Questo Sonetto ha quattro parti, secondo che quattro modi di parlare

ebbero in loro le donne per cui rispondo. E però che di sopra sono

assai manifesti, non m’intrametto di narrare la sentenzia delle parti,

e però le distinguo solamente. La seconda comincia quivi:_ Deh! perchè

piangi tu; _la terza:_ Lascia piangere a noi; _la quarta;_ Ella ha nel

viso.

[Illustrazione: Gli angeli portano al cielo l’anima di

Beatrice]

Appresso ciò per pochi dì, avvenne che in alcuna parte della mia

persona mi giunse una dolorosa infermitade, ond’io continuamente

soffersi per nove dì amarissima pena; la quale mi condusse a

tanta debolezza, che mi convenia stare come coloro, i quali non si

possono movere. Io dico che nel nono giorno sentendomi dolore quasi

intollerabilemente, a me giunse uno pensiero, il quale era della mia

donna. E quando ebbi pensato alquanto di lei, e io ritornai pensando

alla mia deboletta vita; e veggendo come leggiero era lo suo durare,

ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta

miseria. Onde sospirando forte, fra me medesimo dicea: «Di necessità

conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia». E però mi

giunse uno sì forte smarrimento, ch’io chiusi gli occhi, e cominciai

a travagliare come farnetica persona, e ad imaginare in questo modo:

che nel cominciamento dell’errare che fece la mia fantasia, apparvero

a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: «Tu pur morrai».

E poi, dopo queste donne, m’apparvero certi visi diversi ed orribili

a vedere, i quali mi diceano: «Tu se’ morto». Così cominciando ad

errare la mia fantasia, venni a quello, che io non sapea dov’io mi

fossi; e veder mi parea donne andare scapigliate piangendo per la

via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì,

che le stelle si mostravano d’un colore, che mi facea giudicare che

piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che

fossero grandissimi terremoti. E maravigliandomi in cotale fantasia,

e paventando assai, imaginai alcuno amico che mi venisse a dire: «Or

non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo». Allora

incominciai a piangere molto pietosamente; e non solamente piangea

nella imaginazione, ma piangea con gli occhi bagnandoli di vere

lagrime. Io imaginava di guardare verso il cielo, e pareami vedere

moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi

da loro una nebuletta bianchissima: e pareami che questi angeli

cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire

che fossero queste: _Osanna in excelsis;_ ed altro non mi parea udire.

Allora mi parea che il cuore, ov’era tanto amore, mi dicesse: «Vero

e certo è che la donna nostra morta giace». E per questo mi parea

andare per vedere lo corpo, nel quale era stata quella nobilissima e

beata anima. E fu sì forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa

donna morta: e pareami che donne la coprissero, cioè la sua testa,

con un bianco velo; e pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto

d’umiltade che parea dicesse: «Io sono a vedere lo principio della

pace». In questa imaginazione mi giunse tanta umiltade per veder lei,

che io chiamava la Morte, e dicea: «Dolcissima Morte, vieni a me, e

non m’esser villana: però che tu dei esser fatta gentile: in tal parte

se’ stata! or vieni a me che molto ti desidero: tu ’l vedi, ch’io

porto già lo tuo colore». E quando io avea veduti compiere tutti i

dolorosi mestieri, che alle corpora de’ morti s’usano di fare, mi parea

tornare nella mia camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo; e

sì forte era la mia imaginazione, che piangendo cominciai a dire con

vera voce: «O anima bellissima, com’è beato colui che ti vede!». E

dicendo queste parole con doloroso singulto di pianto, e chiamando la

Morte che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale era lungo

il mio letto, credendo che il mio piangere e le mie parole fossero

lamento per lo dolore della mia infermità, con grande paura cominciò a

piangere. Onde altre donne, che per la camera erano, s’accorsero di me

che io piangeva per lo pianto che vedeano fare a questa: onde facendo

lei partire da me, la quale era meco di propinquissima sanguinità

congiunta, elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo che

io sognassi, e diceanmi: «Non dormir più, e non ti sconfortare».

E parlandomi così, allora cessò la forte fantasia entro quel punto

ch’io volea dire: «O Beatrice, benedetta sii tu!». E già detto avea:

«O Beatrice», quando riscotendomi apersi gli occhi, e vidi ch’io era

ingannato; e con tutto ch’io chiamassi questo nome, la mia voce era

sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne non mi poterono

intendere. Ed avvegna che io mi vergognassi molto, tuttavia per alcuno

ammonimento d’amore mi rivolsi loro. E quando mi videro, cominciaro a

dire: «Questi par morto»; e a dir fra loro: «Procuriam di confortarlo»;

onde molte parole mi diceano da confortarmi, e talora mi domandavano

di che io avessi avuto paura. Ond’io essendo alquanto riconfortato, e

conosciuto lo fallace imaginare, risposi loro: «Io vi dirò quello che

io ho avuto». Allora cominciai dal principio, e fino alla fine dissi

loro quello che veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima.

Onde io poi, sanato di questa infermità, proposi di dir parole di

questo che m’era avvenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa a

udire; e dissi questa Canzone:

Donna pietosa e di novella etate,

Adorna assai di gentilezze umane,

Era là ov’io chiamava spesso Morte.

Veggendo gli occhi miei pien di pietate,

Ed ascoltando le parole vane,

Si mosse con paura a pianger forte;

Ed altre donne, che si furo accorte

Di me per quella che meco piangìa,

Fecer lei partir via,

Ed appressârsi per farmi sentire.

Qual dicea: Non dormire;

E qual dicea: Perchè sì ti sconforte?

Allor lasciai la nova fantasia,

Chiamando il nome della donna mia.

Era la voce mia sì dolorosa,

E rotta sì dall’angoscia del pianto,

Ch’io solo intesi il nome nel mio core;

E con tutta la vista vergognosa,

Ch’era nel viso mio giunta cotanto,

Mi fece verso lor volgere Amore.

Egli era tale a veder mio colore,

Che facea ragionar di morte altrui:

Deh confortiam costui,

Pregava l’una l’altra umilemente;

E dicevan sovente:

Che vedustù che tu non hai valore?

E quando un poco confortato fui,

Io dissi: Donne, dicerollo a vui.

Mentre io pensava la mia fragil vita,

E vedea ’l suo durar com’è leggiero,

Piansemi Amor nel core, ove dimora;

Perchè l’anima mia fu sì smarrita,

Che sospirando dicea nel pensiero;

Ben converrà che la mia donna mora.

Io presi tanto smarrimento allora,

Ch’io chiusi gli occhi vilmente gravati;

E furon sì smagati

Gli spirti miei, che ciascun giva errando.

E poscia imaginando,

Di conoscenza e di verità fuora,

Visi di donne m’apparver crucciati,

Che mi dicean pur: Morra’ti, morra’ti.

Poi vidi cose dubitose molte

Nel vano imaginare, ov’io entrai;

Ed esser mi parea non so in qual loco,

E veder donne andar per via disciolte,

Qual lacrimando e qual traendo guai,

Che di tristizia saettavan foco.

Poi mi parve vedere a poco a poco

Turbar lo sole ed apparir la stella,

E pianger egli ed ella;

Cader gli augelli volando per l’a’re,

E la terra tremare;

Ed uom m’apparve scolorito e fioco,

Dicendomi: Che fai? non sai novella?

Mort’è la donna tua, ch’era sì bella.

[Illustrazione: Il sogno di Dante]

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,

E vedea, che parean pioggia di manna,

Gli angeli che tornavan suso in cielo:

Ed una nuvoletta avean davanti,

Dopo la qual cantavan tutti: Osanna;

E s’altro avesser detto, a voi dire’lo.

Allor diceva Amor: Più non ti celo;

Vieni a veder nostra donna che giace.

L’imaginar fallace

Mi condusse a veder mia donna morta;

E quando l’ebbi scorta,

Vedea che donne la covrian d’un velo;

Ed avea seco una umiltà verace,

Che parea che dicesse: Io sono in pace.

Io diveniva nel dolor sì umile,

Veggendo in lei tanta umiltà formata,

Ch’io dicea: Morte, assai dolce ti tegno:

Tu dêi omai esser cosa gentile,

Poi che tu se’ nella mia donna stata,

E dêi aver pietate, e non disdegno.

Vedi che sì desideroso vegno

D’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede:

Vieni, chè ’l cor ti chiede.

Poi mi partìa, consumato ogni duolo;

E, quando io era solo,

Dicea, guardando verso l’alto regno:

Beato, anima bella, chi ti vede!

Voi mi chiamaste allor, vostra mercede.

_Questa Canzone ha due parti; nella prima, dico parlando a indiffinita

persona, com’io fui levato d’una vana fantasia da certe donne, e come

promisi loro di dirla: nella seconda, dico com’io dissi a loro. La

seconda comincia quivi:_ Mentr’io pensava. _La prima parte si divide in

due: nella prima, dico quello che certe donne, e che una sola, dissero

e fecero per la mia fantasia, quanto è dinanzi ch’io fossi tornato

in verace cognizione; nella seconda, dico quello che queste donne mi

dissero, poich’io lasciai questo farneticare; e comincia questa parte

quivi:_ Era la voce mia. _Poscia quando dico:_ Mentr’io pensava, _dico

com’io dissi loro questa mia imaginazione; e intorno a ciò fo due

parti. Nella prima, dico per ordine questa imaginazione; nella seconda,

dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio chiusamente; e questa parte

comincia quivi_: Voi mi chiamaste.

Appresso questa vana imaginazione, avvenne un dì, che sedendo io

pensoso in alcuna parte, ed io mi sentii cominciare un tremito nel

core, così come s’io fossi stato presente a questa donna. Allora dico

che mi giunse una imaginazione d’Amore: che mi parve vederlo venire

da quella parte ove la mia donna stava; e pareami che lietamente mi

dicesse nel cuor mio: «Pensa di benedire lo dì ch’io ti presi, però

che tu lo dêi fare». E certo mi parea avere lo core così lieto, che in

me non parea che fosse lo core mio, per la sua nova condizione. E poco

dopo queste parole che ’l core mi disse con la lingua d’Amore, io vidi

venire verso me una gentil donna, la quale era di famosa beltade, e fu

già molto donna di questo primo amico mio. E lo nome di questa donna

era Giovanna; salvo che per la sua beltade, secondo ch’altri crede,

imposto l’era nome di Primavera: e così era chiamata. E appresso lei

guardando, vidi venire la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso

di me così l’una appresso l’altra, e parvemi che Amore mi parlasse nel

core, e dicesse: «Quella prima è nominata Primavera solo per questa

venuta d’oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così

_Primavera_, cioè _prima verrà_ lo dì che Beatrice si mostrerà dopo

l’imaginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare, lo primo

nome suo tanto è dire quanto Primavera, perchè lo suo nome Giovanna

è da quel Giovanni, lo quale precedette la verace luce, dicendo: _Ego

vox clamantis in deserto: parate viam Domini_». Ed anche mi parve che

mi dicesse, dopo queste, altre parole, cioè: «Chi volesse sottilmente

considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore, per molta somiglianza

che ha meco». Ond’io poi ripensando, proposi di scrivere per rima al

primo mio amico, tacendomi certe parole le quali pareano da tacere,

credendo io che ancora il suo cuore mirasse la beltà di questa

Primavera gentile. E dissi questo Sonetto:

Io mi sentii svegliar dentro dal core

Un spirito amoroso che dormìa:

E poi vidi venir da lungi Amore

Allegro sì, che appena il conoscìa;

Dicendo: Or pensa pur di farmi onore;

E ’n ciascuna parola sua ridìa.

E, poco stando meco ’l mio signore,

Guardando in quella parte onde venìa,

Io vidi monna Vanna e monna Bice

Venire invêr lo loco là ov’i’ era,

L’una appresso dell’altra maraviglia:

E sì come la mente mi ridice,

Amor mi disse: Questa è Primavera,

E quella ha nome Amor, sì mi somiglia.

_Questo Sonetto ha molte parti: la prima delle quali dice, come io

mi sentii svegliare lo tremore usato nel core, e come parve che Amore

m’apparisse allegro da lunga parte; la seconda, dice come mi parve che

Amore mi dicesse nel mio core, e quale mi parea; la terza dice come,

poi che questo fu alquanto stato meco cotale, io vidi ed udii certe

cose. La seconda parte comincia quivi:_ Dicendo: or pensa pur; _la

terza quivi:_ E poco stando. _La terza parte si divide in due: nella

prima, dico quello ch’io vidi; nella seconda, dico quello ch’io udii; e

comincia quivi:_ Amor mi disse.

Potrebbe qui dubitar persona degna da dichiarargli ogni dubitazione, e

dubitar potrebbe di ciò ch’io dico d’Amore, come se fosse una cosa per

sè, e non solamente sostanza intelligente, ma sì come fosse sostanza

corporale. La qual cosa, secondo verità, è falsa; chè Amore non è per

sè siccome sostanza, ma è un accidente in sostanza. E che io dica

di lui come fosse corpo, ed ancora come se fosse uomo, appare per

tre cose che io dico di lui. Dico che ’l vidi di lungi venire; onde

conciossiacosa che il _venire_ dica moto locale, e localmente mobile

per sè, secondo il filosofo, sia solamente corpo; appare che io ponga

Amore essere corpo. Dico anche di lui che elli ridea, e anche che

parlava; le quali cose paiono esser proprie dell’uomo, e specialmente

esser risibile; e però appare ch’io ponga lui esser uomo. A cotal cosa

dichiarare, secondo ch’è buono al presente, prima è da intendere che

anticamente non erano dicitori d’Amore in lingua volgare, anzi erano

dicitori d’Amore certi poeti in lingua latina: tra noi, dico, avvegna

forse che tra altra gente addivenisse, e avvegna ancora che, siccome

in Grecia, non volgari, ma litterati poeti queste cose trattavano. E

non è molto numero d’anni passato, che apparirono prima questi poeti

volgari; chè dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi

in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciol tempo

è, che se volemo cercare in lingua d’_oco_ e in lingua di _sì_, noi

non troveremo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni. E la

cagione per che alquanti grossi ebbero fama di saper dire, è che quasi

furono i primi che dissero in lingua di _sì_. E lo primo che cominciò

a dire siccome poeta volgare, si mosse però che volle fare intendere

le sue parole a donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi

latini. E questo è contro a coloro che rimano sopra altra materia che

amorosa; conciossiacosa che cotal modo di parlare fosse dal principio

trovato per dire d’Amore. Onde, conciossiacosa che a’ poeti sia

conceduta maggior licenza di parlare che alli prosaici dittatori, e

questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno

e ragionevole che a loro sia maggior licenza largita di parlare, che

agli altri parlatori volgari: onde, se alcuna figura o colore retorico

è conceduto alli poeti, conceduto è a’ rimatori. Dunque, se noi vedemo

che gli poeti hanno parlato alle cose inanimate come se avessero senso

e ragione, e fattele parlare insieme; e non solamente cose vere, ma

cose non vere; cioè che detto hanno, di cose le quali non sono, che

parlano, e detto che molti accidenti parlano, siccome fossero sostanze

e uomini; degno è lo dicitore per rima fare lo simigliante, non senza

ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d’aprire

per prosa. Che li poeti abbiano così parlato come detto è, appare per

Virgilio; il quale dice che Giuno, cioè una dea nemica dei Troiani,

parlò ad Eolo signore delli venti, quivi nel primo dell’_Eneida_:

_Æole, namque tibi_, e che questo signore rispose, quivi: _Tuus, o

regina, quid optes_. Per questo medesimo poeta parla la cosa che non è

animata alle cose animate, nel terzo dell’_Eneida_, quivi: _Dardanidæ

duri_. Per Lucano parla la cosa animata alla cosa inanimata, quivi:

_Multum, Roma, tamen debes civilibus armis_. Per Orazio parla l’uomo

alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona; e non solamente

sono parole di Orazio, ma dicele quasi recitando lo modo del buono

Omero, quivi nella sua _Poetria; Dic mihi, Musa, virum_. Per Ovidio

parla Amore, come se fosse persona umana, nel principio del libro c’ha

nome _Rimedio d’Amore_, quivi: _Bella mihi, video, bella parantur,

ait_. E per questo puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte

di questo mio libello. E acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona

grossa, dico che nè li poeti parlano così senza ragione, nè que’ che

rimano deono così parlare non avendo alcuno ragionamento in loro di

quello che dicono, però che grande vergogna sarebbe a colui che compone

cose sotto vesta di figura o di colore retorico, e poi domandato non

sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa che avessero

verace intendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo bene di

quelli che così rimano stoltamente.

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole,

venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le

persone correano per veder lei; onde mirabile letizia me ne giungea.

E quando ella fosse presso ad alcuno, tanta onestà venìa nel core di

quello, ch’egli non ardìa di levare gli occhi, nè di rispondere al suo

saluto; e di questo molti, siccome esperti, mi potrebbono testimoniare

a chi nol credesse. Ella coronata e vestita di umiltà s’andava, nulla

gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poi

che passata era: «Questa non è femina, anzi è uno de’ bellissimi angeli

di cielo». E altri diceano: «Questa è una meraviglia; che benedetto

sia lo Signore che sì mirabilmente sa operare!» Io dico ch’ella si

mostrava sì gentile e sì piena di tutti i piaceri, che quelli che

la miravano comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto,

che ridire non la sapevano; nè alcuno era lo quale potesse mirar lei,

che nel principio non gli convenisse sospirare. Queste e più mirabili

cose da lei procedeano mirabilmente e virtuosamente. Ond’io pensando

a ciò, volendo ripigliare lo stile della sua loda, proposi di dire

parole nelle quali dessi ad intendere delle sue mirabili ed eccellenti

operazioni; acciò che non pure coloro che la poteano sensibilmente

vedere, ma gli altri sapessono di lei quello che le parole ne possono

fare intendere. Allora dissi questo Sonetto:

[Illustrazione: Beatrice]

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia, quand’ella altrui saluta,

Ch’ogni lingua divien tremando muta

E gli occhi non l’ardiscon di guardare.

Ella sen va, sentendosi laudare,

Benignamente d’umiltà vestuta;

E par che sia una cosa venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

Che dà per gli occhi una dolcezza al core,

Che ’ntender non la può chi non la prova.

E par che della sua labbia si muova

Un spirito soave pien d’amore,

Che va dicendo all’anima: sospira.

_Questo Sonetto è si piano ad intendere, per quello che narrato è

dinanzi, che non ha bisogno d’alcuna divisione._

Dico che questa mia donna venne in tanta grazia, che non solamente

era ella onorata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte.

Ond’io veggendo ciò, e volendolo manifestare a chi ciò non vedea,

proposi anche di dire parole, nelle quali ciò fosse significato: e

dissi allora questo altro Sonetto, lo quale narra come la sua virtù

adoperava nelle altre.

Vede perfettamente ogni salute

Chi la mia donna tra le donne vede:

Quelle che van con lei sono tenute

Di bella grazia a Dio render mercede.

E sua beltate è di tanta virtute,

Che nulla invidia all’altre ne procede,

Anzi le face andar seco vestute

Di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa ogni cosa umìle,

E non fa sola sè parer piacente,

Ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è negli atti suoi tanto gentile,

Che nessun la si può recare a mente,

Che non sospiri in dolcezza d’amore.

_Questo Sonetto ha tre parti; nella prima, dico tra che gente questa

donna più mirabile parea; nella seconda, dico come era graziosa la

sua compagnia; nella terza, dico di quelle cose ch’ella virtuosamente

operava in altrui. La seconda parte comincia quivi:_ Quelle che van;

_la terza quivi:_ E sua beltate. _Quest’ultima parte si divide in

tre: nella prima, dico quello che operava nelle donne, cioè per loro

medesime; nella seconda, dico quello che operava in loro per altrui;

nella terza, dico come non solamente nelle donne operava, ma in tutte

le persone, e non solamente nella sua presenza, ma ricordandosi di lei,

mirabilmente operava. La seconda comincia quivi:_ La vista; _la terza

quivi:_ Ed è negli atti.

Appresso ciò cominciai a pensare un giorno sopra quello che detto avea

della mia donna, cioè in questi due Sonetti precedenti; e veggendo

nel mio pensiero ch’io non aveva detto di quello che al presente tempo

adoperava in me, pareami difettivamente aver parlato; e però proposi di

dire parole, nelle quali io dicessi come mi parea esser disposto alla

sua operazione, e come operava in me la sua virtude. E non credendo ciò

poter narrare in brevità di Sonetto, cominciai allora una Canzone, la

quale comincia:

Sì lungamente m’ha tenuto Amore,

E costumato alla sua signoria,

Che, sì com’egli m’era forte in pria,

Così mi sta soave ora nel core.

Però quando mi toglie sì ’l valore,

Che gli spiriti par che fuggan via,

Allor sente la frale anima mia

Tanta dolcezza, che ’l viso ne smuore.

Poi prende Amore in me tanta virtute,

Che fa li miei sospiri gir parlando;

Ed escon fuor chiamando

La donna mia, per darmi più salute.

Questo m’avviene ovunque ella mi vede,

E sì è cosa umìl, che non si crede.

_Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua

domina gentium._ Io era nel proponimento ancora di questa Canzone, e

compiuta n’avea questa sovrascritta stanza, quando lo Signore della

giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di

quella reina benedetta, Virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima

reverenza nelle parole di questa Beatrice beata. Ed avvegna che forse

piacerebbe al presente trattare alquanto della sua partita da noi,

non è mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni: la prima

si è, che ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel

proemio, che precede questo libello; la seconda si è, che, posto che

fosse del presente proposito, ancora non sarebbe sufficiente la mia

lingua a trattare, come si converrebbe, di ciò; la terza si è, che,

posto che fosse l’uno e l’altro, non è convenevole a me trattare di

ciò, per quello che, trattando, converrebbe me essere laudatore di me

medesimo, la qual cosa è al postutto biasimevole a chi ’l fa; e però

lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, perchè molte

volte il numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde

pare che sia non senza ragione, e nella sua partita cotale numero pare

che avesse molto luogo, conviensi qui dire alcuna cosa, acciò che pare

al proposito convenirsi. Onde prima dirò come ebbe luogo nella sua

partita, e poi ne assegnerò alcuna ragione, perchè questo numero fu a

lei cotanto amico.

[Illustrazione: Beata Beatrix]

Io dico che, secondo l’usanza d’Italia, l’anima sua nobilissima si

partì nella prima ora del nono giorno del mese; e secondo l’usanza di

Sorìa, ella si partì nel nono mese dell’anno; perchè il primo mese è

ivi Tisrin, il quale a noi è Ottobre. E secondo l’usanza nostra, ella

si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini,

in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinajo,

nel quale in questo mondo ella fu posta: ed ella fu de’ cristiani del

terzodecimo centinajo. Perchè questo numero fu tanto amico di lei,

questa potrebb’essere una ragione: conciossiacosa che, secondo Tolomeo,

e secondo la cristiana verità, nove siano li cieli che si movono, e

secondo comune opinione astrologica li detti cieli adoperino quaggiù

secondo la loro abitudine insieme, questo numero fu amico di lei per

dare ad intendere che nella sua generazione tutti e nove li mobili

cieli perfettissimamente s’aveano insieme. Questa è una ragione di ciò;

ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo

numero fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così: Lo

numero del tre è la radice del nove, però che senz’altro numero, per sè

medesimo moltiplicato, fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre

via tre fa nove. Dunque, se il tre è fattore per sè medesimo del nove,

e lo fattore dei miracoli per sè medesimo è tre, cioè Padre, Figliuolo

e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fu accompagnata

da questo numero del nove a dare ad intendere che ella era un nove,

cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade.

Forse ancora per più sottil persona si vedrebbe in ciò più sottil

ragione; ma questa è quella ch’io ne veggio, e che più mi piace.

Poi che la gentilissima donna fu partita di questo secolo, rimase tutta

la sopradetta cittade quasi vedova e dispogliata di ogni dignitade;

ond’io, ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrissi a’

prìncipi della terra alquanto della sua condizione, pigliando quello

cominciamento di Geremia profeta: _Quomodo sedet sola civitas!_

E questo dico, acciò che altri non si maravigli perchè io l’abbia

allegato di sopra, quasi come entrata della nuova materia, che appresso

viene. E se alcuno volesse me riprendere di ciò che non scrivo qui

le parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, però che lo

intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare:

onde, conciossiacosa che le parole che seguitano a quelle che sono

allegate, sieno tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se io

le scrivessi: e simile intenzione so che ebbe questo mio primo amico, a

cui ciò scrivo, cioè ch’io gli scrivessi solamente in volgare.

Poi che gli occhi miei ebbero per alquanto tempo lagrimato, e tanto

affaticati erano ch’io non potea disfogare la mia tristizia, pensai di

volerla disfogare con alquante parole dolorose; e però proposi di fare

una Canzone, nella quale piangendo ragionassi di lei, per cui tanto

dolore era fatto distruggitore dell’anima mia; e cominciai allora: _Gli

occhi dolenti_ ec.

_Acciò che questa Canzone paia rimanere più vedova dopo il suo fine,

la dividerò prima ch’io la scriva: e cotal modo terrò da qui innanzi.

Io dico che questa cattivella Canzone ha tre parti: la prima, è

proemio; nella seconda, ragiono di lei; nella terza, parlo alla Canzone

pietosamente. La seconda comincia quivi:_ Ita n’è Beatrice; _la terza

quivi:_ Pietosa mia Canzone. _La prima parte si divide in tre: nella

prima, dico per che mi muovo a dire; nella seconda, dico a cui voglio

dire; nella terza, dico di cui voglio dire. La seconda comincia quivi:_

E perchè mi ricorda; _la terza quivi:_ E dicerò. _Poscia quando dico:_

Ita n’è Beatrice, _ragiono di lei, e intorno a ciò fo due parti.

Prima, dico la cagione perchè tolta ne fu; appresso, dico come altri

si piange della sua partita, e comincia questa parte quivi:_ Partissi

della sua. _Questa parte si divide in tre: nella prima, dico chi non la

piange; nella seconda, dico chi la piange; nella terza, dico della mia

condizione. La seconda comincia quivi:_ Ma vien tristizia e doglia; _la

terza;_ Dannomi angoscia. _Poscia quando dico:_ Pietosa mia Canzone,

_parlo a questa mia Canzone, designandole a quali donne sen vada, e

steasi con loro._

Gli occhi dolenti per pietà del core

Hanno di lagrimar sofferta pena,

Sì che per vinti son rimasi omai.

Ora s’io voglio sfogar lo dolore,

Che a poco a poco alla morte mi mena,

Convenemi parlar traendo guai.

E perchè mi ricorda ch’io parlai

Della mia donna, mentre che vivìa,

Donne gentili, volentier con vui

Non vo’ parlare altrui,

Se non a cor gentil che ’n donna sia;

E dicerò di lei piangendo, pui

Che se n’è gita in ciel subitamente,

Ed ha lasciato Amor meco dolente.

Ita n’è Beatrice in alto cielo,

Nel reame ove gli angeli hanno pace,

E sta con loro; e voi, donne, ha lasciate.

Non la ci tolse qualità di gelo,

Nè di calor, sì come l’altre face;

Ma sola fu sua gran benignitate:

Chè luce della sua umilitate

Passò li cieli con tanta virtute,

Che fe’ maravigliar l’eterno Sire,

Sì che dolce disire

Lo giunse di chiamar tanta salute,

E fêlla di quaggiuso a sè venire;

Perchè vedea ch’esta vita noiosa

Non era degna di sì gentil cosa.

Partissi della sua bella persona

Piena di grazia l’anima gentile,

Ed èssi glorïosa in loco degno.

Chi non la piange quando ne ragiona,

Core ha di pietra sì malvagio e vile,

Ch’entrar non vi può spirito benegno.

Non è di cor villan sì alto ingegno,

Che possa imaginar di lei alquanto,

E però non gli vien di pianger voglia:

Ma vien tristizia e doglia

Di sospirare e di morir di pianto;

E d’ogni consolar l’anima spoglia

Chi vede nel pensiero alcuna volta

Qual ella fu, e com’ella n’è tolta.

Dannomi angoscia li sospiri forte.

Quando il pensiero nella mente grave

Mi reca quella che m’ha il cor diviso:

E spesse fiate pensando alla morte,

Me ne viene un disìo tanto soave,

Che mi tramuta lo color nel viso;

E quando ’l ’maginar mi tien ben fiso,

Giugnemi tanta pena d’ogni parte,

Ch’i’ mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;

E sì fatto divento,

Che dalle genti vergogna mi parte.

Poscia piangendo, sol nel mio lamento

Chiamo Beatrice; e dico: Or se’ tu morta!

E mentre ch’io la chiamo, mi conforta.

Pianger di doglia e sospirar d’angoscia

Mi strugge il core ovunque sol mi trovo,

Sì che ne increscerebbe a chi ’l vedesse:

E qual è stata la mia vita, poscia

Che la mia donna andò nel secol novo,

Lingua non è che dicer lo sapesse:

E però, donne mie, per ch’io volesse,

Non vi saprei ben dicer quel ch’io sono,

Sì mi fa travagliar l’acerba vita:

La quale è sì invilita,

Che ogn’uom par che mi dica: Io t’abbandono,

Vedendo la mia labbia tramortita.

Ma qual ch’io sia, la mia donna sel vede,

Ed io ne spero ancor da lei mercede.

Pietosa mia Canzone, or va piangendo;

E ritrova le donne e le donzelle,

A cui le tue sorelle

Erano usate di portar letizia;

E tu che sei figliuola di tristizia,

Vattene sconsolata a star con elle.

Poi che detta fu questa Canzone, sì venne a me uno, il quale secondo

li gradi dell’amistade, è amico a me immediatamente dopo il primo: e

questi fu tanto distretto di sanguinità con questa gloriosa, che nullo

più presso l’era. E poi che fu meco a ragionare, mi pregò che io gli

dovessi dire alcuna cosa per una donna che s’era morta; e simulava

sue parole, acciò che paresse che dicesse d’un’altra, la quale morta

era cortamente: ond’io accorgendomi che questi dicea solo per quella

benedetta, dissi di fare ciò che mi domandava lo suo prego. Ond’io poi

pensando a ciò, proposi di fare un Sonetto, nel quale mi lamentassi

alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciò che paresse, che per lui

l’avessi fatto; e dissi allora questo Sonetto che comincia: _Venite ad

intender_, ecc.

_Questo Sonetto ha due parti: nella prima chiamo li fedeli d’Amore

che m’intendano; nella seconda, narro della mia misera condizione. La

seconda comincia quivi:_ Li quai disconsolati.

Venite a intender li sospiri miei,

O cor gentili, che pietà il disìa;

Li quai disconsolati vanno via,

E, s’e’ non fosser, di dolor morrei;

Però che gli occhi mi sarebbon rei

Molte fïate più ch’io non vorrìa,

Lasso di pianger sì la donna mia,

Ch’io sfogherei lo cor piangendo lei.

Voi udirete lor chiamar sovente

La mia donna gentil, che se n’è gita

Al secol degno della sua virtute;

E dispregiar talora questa vita

In persona dell’anima dolente,

Abbandonata dalla sua salute.

Poi che detto ebbi questo Sonetto, pensandomi chi questi era, cui lo

intendeva dare quasi come per lui fatto, vidi che povero mi pareva lo

servigio e nudo a così distretta persona di questa gloriosa. E però

innanzi ch’io gli dessi il soprascritto Sonetto, dissi due stanze di

una Canzone; l’una per costui veracemente, e l’altra per me, avvegna

che paia l’una e l’altra per una persona detta, a chi non guarda

sottilmente. Ma chi sottilmente le mira, vede bene che diverse persone

parlano; in ciò che l’una non chiama sua donna costei, e l’altra sì,

come appare manifestamente. Questa Canzone e questo Sonetto gli diedi,

dicendo io che per lui solo fatto l’avea.

_La Canzone comincia:_ Quantunque volte, _ed ha due parti: nell’una,

cioè nella prima stanza, si lamenta questo mio caro amico, distretto

a lei; nella seconda, mi lamento io, cioè nell’altra stanza che

comincia:_ E’ si raccoglie. _E così appare che in questa Canzone si

lamentano due persone, l’una delle quali si lamenta come fratello,

l’altra come servidore._

Quantunque volte, lasso! mi rimembra

Ch’io non debbo giammai

Veder la donna, ond’io vo sì dolente,

Tanto dolore intorno al cor m’assembra

La dolorosa mente,

Ch’io dico: Anima mia, chè non ten vai?

Chè li tormenti, che tu porterai

Nel secol che t’è già tanto noioso,

Mi fan pensoso di paura forte;

Ond’io chiamo la Morte,

Come soave e dolce mio riposo;

E dico: Vieni a me, con tanto amore,

Ch’io sono astioso di chiunque muore.

E’ si raccoglie negli miei sospiri

Un suono di pietate,

Che va chiamando Morte tuttavia.

A lei si volser tutti i miei desiri,

Quando la donna mia

Fu giunta dalla sua crudelitate:

Perchè il piacere della sua beltate,

Partendo sè dalla nostra veduta,

Divenne spirital bellezza grande,

Che per lo cielo spande

Luce d’amor, che gli angeli saluta,

E lo intelletto loro alto e sottile

Face maravigliar; tanto è gentile!

In quel giorno, nel quale si compiva l’anno che questa donna era

fatta de’ cittadini di vita eterna, io mi sedea in parte, nella quale

ricordandomi di lei, disegnava un angelo sopra certe tavolette: e

mentre io ’l disegnava, volsi gli occhi e vidi lungo me uomini, a’

quali si conveniva di fare onore. E’ riguardavano quello ch’io facea,

e secondo che mi fu detto poi, egli erano stati già alquanto, anzi

che io me n’accorgessi. Quando li vidi, mi levai, e salutando loro

dissi: «Altri era testè meco, e perciò pensava». Onde partiti costoro,

ritornaimi alla mia opera, cioè del disegnare figure d’angeli. Facendo

ciò, mi venne un pensiero di dire parole per rima, quasi per annovale

di lei, e scrivere a costoro, li quali erano venuti a me: e dissi

allora questo Sonetto, che comincia: _Era venuta_, lo quale ha due

cominciamenti; e però lo dividerò secondo l’uno e l’altro.

[Illustrazione: Dante sorpreso a disegnare un angelo]

_Dico che, secondo il primo, questo Sonetto ha tre parti: nella prima,

dico che questa donna era già nella mia memoria; nella seconda, dico

quello che Amore però mi facea; nella terza, dico degli effetti

d’Amore. La seconda comincia quivi:_ Amor che; _la terza quivi:_

Piangendo uscivan. _Questa parte si divide in due: nell’una, dico

che tutti i miei sospiri usciano parlando; nell’altra, dico come

alquanti diceano certe parole diverse dagli altri. La seconda comincia

quivi:_ Ma quelli. _Per questo medesimo modo si divide secondo l’altro

cominciamento, salvo che nella prima parte dico quando questa donna era

così venuta nella mia memoria, e ciò non dico nell’altro._

La vita nuova · 第 6 / 14 题