UN VELO BIANCO

La vidi la prima volta nella Galleria Subalpina dai signori Baratti e

Milano. Ero entrato per pigliare una _soda water_, che mi aiutasse a

digerire la colazione, e mi desse appetito pel pranzo. Ero già a questi

termini.

_Lei_ era con un'altra signora, ed io non osavo guardarla in viso, per

non mostrarmi indiscreto. Stavo voltato verso lo specchio, e la vedevo

in effigie. Che effigie, signori pittori! Che effigie! Se loro fossero

mai riusciti a farne una simile!

Lunga, sottile, svelta... se fossi a Milano, direi come la guglia del

Duomo. Ma vi potrebbe esser qualcuno che non l'ha veduta. Mettiamo,

svelta come un palo del telegrafo; un po' di linea e di buon garbo ce

l'aggiunga lei, signora lettrice, con quella parte d'immaginazione che

il suo cattivo genio le ha data.

Dico _il suo cattivo genio_, perchè l'immaginazione per me è stata una

fonte di disgrazie. Sentirà. Ma ora tiriamo innanzi.

Aveva i capelli neri come questo inchiostro; ed il viso bianco come

questa carta; e gli occhi vivaci, incisivi, come i tratti di spirito di

cui vorrei infiorare la mia narrazione se ne fossi capace. E la sua

bocca...

No. Qui bisogna che mi fermi un poco. La sua bocca era un poema.

Si figuri, signora lettrice, che la vidi nel momento in cui l'apriva per

introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa

accartocciate, _un marron glacé_. Il _marron glacé_ era dei più grossi,

e naturalmente _lei_ apriva la bocca a tutta forza come se gridasse:

— Aiutoooo!!!

Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel minuto là! Sarebbe

andato a nascondersi lui ed il suo _o_, che doveva essere uno sgorbio,

al confronto di quella rotondità di bocca. No. Sono pronto a giurarlo

sul Vangelo, sul Corano, sui libri dei Veda, sul libro mastro del mio

sarto, non è mai esistita nei fasti della bellezza umana, una bocca più

rotonda di quella.

E che denti! E che freschezza! Se i rettorici non mi avessero sfruttata

l'immagine dello scrignetto di perle, sarebbe il caso di applicarla

davvero. Così dovrò accontentarmi del paragone d'un gelato di fragole,

guarnito di mandorle. È un po' da credenziere; ma quella bocca color di

rosa non li sdegnava punto i lavori da credenziere. Oh punto, punto!

Quando il _marron glacé_ fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate

afferrarono una _brioche_; poi un _petit four_; poi un _croque en

bouche_, e l'uno dopo l'altro fecero scomparir tutto nel gelato di

fragola.

Il _croque en bouche_ fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero

cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto

quei dentini bianchi... cric, cric, cric...

Ah! quel cric, cric! La _soda water_ mi salì alla testa, mi entrò nel

naso, mi andò in gola a traverso, nell'eccesso della commozione. Tossii,

tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava

pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che

era con _lei_ che diceva:

— Sbrighiamoci, è l'ora del pranzo.

Che Santa Lucia le conservi la vista! L'ora del pranzo! Ah! era un

tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di

pasticcieria con accompagnamento di _vermouth_.

Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose,

avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per

tutta la sera, per tutta la notte, l'ebbi sempre in mente.

* * *

Avevo trentanove anni ed undici mesi. Il sagrestano della mia parrocchia

e gli spazzini del municipio possono far fede che non erano ancora

quaranta.

Avevo perduto i genitori poco dopo la mia maggiorità, ed avevo menato

una vita alquanto allegra, troppo forse, da cui m'ero ritirato da

qualche anno col patrimonio ridotto a metà, e le facoltà digestive

ridotte a zero. Non più pranzi d'amici, nè cene, nè ritrovi giovanili.

Ciascuno di codesti spassi lo scontavo, ormai, con una piccola malattia;

ed avevo finito per condannarmi ad una vita d'isolamento, di bistecche e

di _soda water_.

Molte volte m'era venuta l'idea di ammogliarmi per avere chi confortasse

i miei dolori di stomaco, e sorvegliasse meglio le mie bistecche. Ma mi

ero sempre incontrato con signorine che mangiavano poco e bevevano

acqua, ed avevo tremato di sposare uno stomaco fragile come il mio, per

passare con mia moglie il resto dei nostri giorni ad intenerirci a

vicenda sulle nostre indigestioni, ed a prodigarci decotti di camomilla.

Alla vista di quella fanciulla, le mie idee coniugali si ridestarono.

Era lo stomaco delle mie aspirazioni. L'apparecchio digestivo d'uno

struzzo nel petto gentile d'una bella signorina di vent'anni.

Non sapevo chi fosse. Aveva l'aspetto ed il vestire d'una straniera. E

la signora che l'accompagnava, piccola, grossa, col viso infiammato, ed

una pioggia di ricci d'un biondo scialbo misto di grigio lungo le

guancie, gli abiti corti, le scarpe di grossa pelle a doppia suola, ed

un lungo velo turchino sopra un cappello ridicolo, era quanto si potesse

desiderare di meno bello, ma di più _touriste_.

Però quella specie di pallottola, del peso di qualche tonnellata, aveva

cinguettato in italiano:

— Sbrighiamoci; è l'ora del pranzo.

Aveva veramente cinguettato? Il suo accento era veramente straniero? Non

avrei saputo dirlo. Avevo fissata tutta la mia attenzione sulla giovine,

e queste considerazioni circa la loro nazionalità le facevo dopo,

fondate sopra memorie molto vaghe.

Ad un tratto mi colpì improvvisa ed atroce come un crampo allo stomaco

questa idea:

— Se sono straniere in viaggio, può darsi che partano domani, che siano

già partite questa sera, per Londra, per Nuova-York, per le steppe della

Russia, e che io non le riveda più.

Parlavo in plurale, ma il mio rimpianto era per una sola.

Era notte inoltrata quando mi venne quel pensiero pauroso. Passai delle

ore agitatissime, ed appena fu giorno, mi slanciai ai musei, alla sala

d'armi, al giardino del re, al cimitero. Visitai molte chiese, poi il

Teatro Regio, desolato come un disinganno, alla luce scialba che vi

penetra di giorno, coi palchetti vuoti cavernosi come tante orbite

cieche. Ma in nessun luogo incontrai la bella straniera.

— Sarà andata a Superga, pensai.

Erano le quattro del pomeriggio. Non avevo più il tempo di andarci

anch'io. Stanco, affannato, corsi giù giù in via di Po, fino alla Gran

Madre di Dio e passeggiai più d'un'ora nella speranza di vedere le

viaggiatrici tornare.

Ma nemmeno per ombra! ed intanto pensavo la sua bella figura, i suoi

occhi, la sua bocca rotonda, ed il suo appetito, il suo meraviglioso

appetito. Mi pareva di sentire ancora il cric, cric del _croque en

bouche_.

— Se fosse rimasta a Torino? Se fosse là, come ieri a quest'ora, ad

esercitare i suoi dentini? Infatti, che cosa mi prova che sia andata ad

assiderarsi fra quei morti reali? Dio degli Dei! Ed io sto qui ad

aspettarla come un grullo. Oh! l'immaginazione!

E via, un'altra volta di corsa lungo i portici di Po senza fermarmi

finchè mi trovai, ansimante ed acceso in volto, nel negozio del

pasticciere.

Era là. L'avevo trovata! Per tutte le cose dolci della terra! Mi sentii

sollevare un peso dal cuore, come se avessi digerita la colazione.

Tornai a piantarmi, come il giorno prima, in faccia allo specchio, per

contemplarla senza soggezione. Ma la vecchia rotonda dai ricci biondi le

stava sempre dinanzi, e mi toglieva la vista della personcina elegante.

Quel giorno mi proposi di non lasciarmela sfuggire senza scoprire almeno

dove fosse alloggiata, e quando uscì le tenni dietro.

_Lei_ e la sua compagna camminavano con una celerità inglese, e mi

fecero correre sino in via Cernaia. Là, entrarono in una casina piccola,

che aveva un giardinetto a fianco.

Andavano a fare una visita? O a casa loro!

Rimasi al mio posto come una sentinella tedesca, per aspettare la

risposta a queste domande. Sonarono le sei, le sei e un quarto, le sei e

mezzo. Le signore non uscivano. Erano appunto le sei e mezzo il giorno

innanzi quando la mamma aveva detto alla figliola:

— Sbrighiamoci, è l'ora del pranzo.

Dunque pranzavano là, e dovevano essere a casa loro, perchè la vecchia

con quelle scarpe e quegli abiti corti, non era certo in arnese per un

pranzo d'invito.

Sapevo dove abitavano; era già qualche cosa. Ma è nella natura

dell'amore di non fermarsi mai nella scala ascendente dei desiderii. Ora

avrei voluto sapere chi erano.

Mi avventurai ad entrare. Il portinaio aveva una faccia incoraggiante.

— È da affittare questa palazzina? domandai.

— Nossignore. È già affittata a due signore inglesi.

— Ah! le signore...

— Sì. Le signore... Hanno un nome spropositato che non si può dire.

— Aspetta... e finsi di cercare nella mia memoria. Che! l'ho dimenticato

anch'io. Non importa; una giovine...

— Una vedova ed una miss.

Diedi un biglietto da cinque lire al bimbo del portinaio ed uscii

trionfante.

A conti fatti non ero molto bene informato. Che la giovine era una

_miss_ lo sapevo anche prima. Che la vecchia fosse vedova, non

m'importava affatto. Tuttavia quella vedovanza mi dispensava dalle

lunghe aspettative, per domandare traverso la Manica il consenso del suo

signore e padrone, per sposare la figliola.

Ed intanto era certo che abitavano là; che non mi guizzerebbe via la

sposa come un'anguilla, fischiando dietro alle mie speranze, pel tubo

della locomotiva.

Mentre stavo fermo dinanzi alla porta a fare l'inventario delle notizie

raccolte, vidi venire un servitore con due bottiglie di selz: mi passò

accanto, entrò nella palazzina e salì, senza parlare al portinaio che

era uscito a guardarmi dietro, per imprimersi bene in mente come sono

fatti gli uomini che pagano cinque lire tre risposte inconcludenti.

— Il servitore delle signore inglesi? gli dissi accennando l'uomo dalle

bottiglie.

Egli chinò più volte il capo in segno affermativo ammiccandomi degli

occhi... Anche quella conoscenza era buona. Un servitore può essere un

alleato; ed io ne avevo bisogno, perchè avevo la velleità romanzesca di

voler conoscere la signorina, ed assicurarmi d'essere amato prima di

presentarmi ufficialmente come pretendente. Per una inglese questo era

nelle regole.

L'indomani replica dell'incontro dal pasticciere, e dell'inseguimento

fino in via Cernaia. Quel giorno pranzai in una trattoria da quelle

parti per non iscostarmi troppo, e verso le sette andai a passeggiare

dinanzi alla palazzina aspettando di vedere il servitore. Avevo

preparato un biglietto rispettoso, serio, pratico, degno d'una giovine

inglese.

«SIGNORINA,

«Dal primo giorno che la vidi dal pasticciere mi ha divorato il cuore

col suo _croque en bouche_. Sono gentiluomo; patrimonio discreto,

abitudini tranquille, carattere uguale, trentanove anni e undici mesi;

un po' avariato nelle funzioni digestive. Questa confessione le provi la

mia lealtà. Quanto all'aspetto può giudicarlo da sè, e se potessi

sperare di ottenere le sue simpatie, sarei felice di offrirle la mia

mano, e di domandarle in ginocchio la sua».

Seguiva il nome e l'indirizzo, contrada, numero e tutto perchè potesse

rispondermi.

Circa le otto vidi il servitore che usciva dalla palazzina e s'avviava

ad un'edicola in piazza Solferino, dove comperò alcuni giornali.

Quando stava per rientrare in casa, me gli accostai, e gli dissi:

— Vorreste portare questa lettera alla signorina?

— _I don' dan't understand_ mi rispose. (Non capisco).

— _To miss._ Gli dissi mostrandogli la lettera.

— _Yes, sir._ E, presa la lettera, se ne andò, senza farmi difficoltà e

senza mostrare la menoma meraviglia.

— Miss è molto accessibile, a quanto pare, pensai. Troppo accessibile.

Si vede che la sua mamma le accorda tutta la libertà inglese.

Aspettavo di ricevere il giorno dopo un invito, o un biglietto che mi

offrisse il mezzo di farmi presentare alla mamma, per poter conoscere la

signorina, e farmi conoscere da lei.

Dio! che agitazione fu quella. Avrei giurato di avere vent'anni.

Dimenticai la magnesia, la soda, le pastiglie di bismuto. Passai la

notte a leggere un romanzo d'amore.

La mattina mi alzai ad un'ora inverosimile, e mi provai allo specchio

tutti i miei abiti neri e le mie cravatte bianche. Alle nove ero in gran

toletta da visita. Non c'era senso comune a quell'ora. Ma non potevo

persuadermene.

— Non si sa mai quel che può accadere, suggeriva la mia impazienza.

Potrebbe scrivermi di mettermi in relazione con Tizio, che mi facesse

conoscere a Sempronio, che mi presentasse a Caio, che mi conducesse da

Martino, il quale fosse incaricato di offrirsi d'introdurmi presso la

signora vedova e la miss. Supposto che tutti quei personaggi avessero

qualche altro affare oltre la mia presentazione, ci vorrebbe del tempo a

trovarli ed a farli agire; infine è meglio tenersi pronto ad ogni

evento.

Più presto che non osassi sperarlo, ricevetti un biglietto di grossa

carta inglese, scritto a lunghi caratteri inglesi. Lascio stare i miei

palpiti, le mie agitazioni, le mani tremanti nell'aprire la busta, che

si possono trovare descritti un paio di volte in tutti i romanzi che

addormentano l'umanità. La lettera veniva dalla posta, e diceva così:

«MIO SIGNORE,

«Io non conosco voi. Io sono non abbastanza libera per pregar voi di

venire, e conoscere me. Cosa fare?

«MISS GEMMY FAAT.»

Mandai dal cuore tutt'altro che benedizioni a quella madre crudele che

teneva schiava la bella fanciulla. A cosa serve esser inglesi, a cosa

serve aver un servitore compiacente, se sul più bello si debbono

troncare a questo modo le speranze d'un galantuomo?

Dovevo essere commovente col mio abito nero, la cravatta bianca, il

_gibus_ sotto il braccio, i guanti a tre bottoni, gli occhi imbambolati,

e quel pochino di languido appetito che mi aveva dato la speranza,

completamente svanito.

Povera bimba. Era vittima della tirannia della vedova; ma quanto a lei

non mi respingeva; tutt'altro. Si affidava a me, mi domandava nella

semplicità del suo cuore:

— Cosa fare!

Infatti, cosa fare? Non era il caso di darsi vinti così. Bisognava

pensarci, cercare. Intanto avevo il conforto di vederla dal pasticciere.

Quel giorno la vedova rotonda, mi parve più vecchia di vent'anni, ed

orribile. Aveva una avidità di _croque en bouche_, che mi irritava. Ne

divorò una dozzina, e ad ogni uno mi guardava come se volesse divorare

anche me.

Mi venne il sospetto che avesse scoperta la mia lettera alla figliola, e

cercasse d'impaurirmi per impedire il nostro matrimonio. Mi proposi

d'esser cauto, e quando uscirono non le seguii.

Invece di avviarsi a casa come gli altri giorni, entrarono dalla modista

di contro, e fecero spiegare una quantità di tulle bianco, che riempì la

bottega, velò la bacheca, avvolse le signore come in una nuvola

trasparente.

— Un abito da ballo! pensai; deve andare ad una festa; è l'occasione di

conoscerla. È andata apposta in quel negozio ed a quest'ora, per farmelo

capire. Dovunque sia quel ballo giuro che non mancherò.

E mi diedi d'attorno per sapere dove e quando si ballasse.

Andai da tutti i miei amici eleganti, da tutte le signore brillanti di

Torino; nessuno sapeva d'una prossima festa. Nessuno pensava a ballare.

Cominciavo ad inquietarmi. Andavo cercando nei _clubs_, nei caffè;

fermavo la gente per la strada; volevo una festa da ballo ad ogni costo.

Finalmente la trovai in Doragrossa. Vidi un giovine di studio del mio

notaio che mi salutò, e lo aggredii gettandogli contro come un colpo di

rivoltella la solita domanda:

— Scusi, sa dove si balla in questi giorni?

— Sissignore, in casa Pepesale.

Gli avevo presa una mano; afferrai anche l'altra, le strinsi

amorosamente. Avrei voluto stringermelo al cuore in un amplesso di

gratitudine.

— E lei ci andrà, esclamai. Ed io pure ci andrò. Mi procuri un invito...

— Ma signore...

— La prego, non mi dica di no. Non può credere come desidero di

conoscere la famiglia Pepesale. È il più ardente dei miei voti; ne perdo

l'appetito ed il sonno. I signori Pepesale sono necessari alla mia vita,

alla mia felicità...

Dovetti pregare, insistere. Quel povero giovine, rimandato come una

palla avanti e indietro mi portò le risposte più negative, più scortesi.

«Era una festicciola affatto privata; non ricevevano altri che gli amici

intimi; avevano già troppi ballerini; le signore erano poche; ero

soverchio; non mi volevano a nessun patto.

Ma insistetti sempre; ed a forza d'indiscrezione, mi riuscì di estorcere

quell'invito.

C'erano tre giorni da aspettare; ed ogni giorno la bella miss e la

grossa mamma, dopo il vermouth entrarono dalla modista, ed ogni giorno

misero fuori stoffe e veli bianchi.

Finalmente venne l'ora di rivestire il mio povero abito nero, la mia

disgraziata cravatta bianca, il mio _gibus_, che respinto con impeto

quella mattina, s'era guastata una molla, e ad ogni movimento

scricchiolava in suono di pianto. Mi vestii palpitando e partii.

Quando la carrozza si fermò alla porta indicata, guardai dallo sportello

e dissi al cocchiere:

— Tira via. Non è qui.

— Sissignore. Ha detto numero trentuno.

Guardai meglio; era proprio quel numero e quella contrada... Ma la porta

era buia, e la scala poco illuminata. Non si vedeva un servitore, non

s'udiva alcun suono, non c'era una carrozza. Ed erano le dieci e mezzo.

Salii al primo piano. Tutti gli usci chiusi, e profondo silenzio. Salii

al secondo: usci chiusi ed un fievole suono in lontananza. Al terzo

piano il suono si faceva un po' più distinto. Doveva esser là. Ma gli

usci erano sempre chiusi.

Per quanto la cosa mi paresse strana sonai il campanello.

— Forse non avranno abbastanza servitù per lasciare una persona fissa

alla porta, pensai.

Venne ad aprirmi lo stesso scrivano del mio notaio, da cui avevo estorto

l'invito. Servitori punto. L'unica lampada dell'anticamera mandava un

profumo di petrolio fatale al mio stomaco. Fui sul punto di tornare

indietro. Ma pensai a miss Gemmy, così elegante, così bella, e con un

eroismo da innamorato, mi tolsi il soprabito.

— Oh mio Dio! esclamò lo scrivano stupefatto, come se dal mio soprabito

avesse veduta uscire la statua del Conte Verde a cavallo.

Lo guardai con disprezzo. Come voleva che vestissi, quel selvaggio, dove

le signore erano in bianco? Osservai la sua giacchetta, il suo _gibus_,

la sua cravatta scura.... E là dentro c'era miss Gemmy colla nuvola di

tulle.... Mascalzone!

Entrai in una sala col _gibus_ sotto il braccio, chiudendomi il terzo

bottone d'un guanto, e pregando lo scrivano di presentarmi alla padrona

di casa.

— Scusi non c'è. Dev'essere di là.

— Andiamo di là, dissi avviandomi sempre cogli occhi al bottone del mio

guanto, per cercare la signora in un'altra sala.

— Ma che le pare! rispose quel giovine arrestandomi, vorrebbe venir lei

in cucina?

— In cucina? Alzai gli occhi sbalordito, e mi guardai intorno.

Per quanto v'ha di ridicolo sopra la terra, avrei voluto esser di sotto!

Un salotto di pochi metri quadrati, coi mattoni nudi, alcune vecchie in

cuffia che mi fissavano come un oggetto di curiosità, un gruppo di

fanciulle vestite di scuro, che mi sbirciavano sogghignando come

monelli, e cinque o sei giovani di studio o commessi di negozio senza

guanti, che le incoraggiavano a burlarsi di me.

In quella lo scrivano, partito in esplorazione in cerca della padrona di

casa che stava in cucina, mi venne incontro con una donnetta in abito di

seta nera, che mi porse la sua manuccia nuda e disse:

— Mi fa piacere di conoscerla signor.... E lasciò il nome sospeso come

fanno le signore dei negozi salutando gli avventori.

Seppi più tardi che erano una famiglia di droghieri ritirati allora

allora dal commercio.

Le dissi che ero passato un momento solo per iscusarmi di non poter

profittare del suo invito. Ero aspettato ad un contratto di nozze....

Accennai alla mia toeletta ridicola, per giustificarla con quel

pretesto, e presi la porta, accompagnato dall'ilarità rumorosa delle

signorine e dei commessi di negozio.

* * *

Quella scena mi pose in uno stato deplorabile. Ero irritato,

svergognato, deluso. Non si poteva andare innanzi così. La mia pace ne

soffriva troppo. E la mia digestione poi!

— Cosa fare? Miss Gemmy lo domandava a me. Avrebbe anche dovuto aiutarmi

un poco. Nell'eccitazione dell'animo, le scrissi:

_Signorina_,

«Mi sono reso ridicolo per cercare di trovarmi con lei.

«Sono andato in abbigliatura di gala ad inchinarmi alla moglie d'un

droghiere. Perchè non dirmi dove è stata, o dove andrà in abito da

ballo? Me lo dica per carità.»

Mandai il biglietto per la posta, ed ebbi la risposta il giorno

seguente.

Miss Gemmy non era stata, nè andava a nessun ballo. Viveva

ritiratissima. Una vedova ed una signorina sole, non potevano

frequentare la società. Trovava la moglie del droghiere molto

_shocking_; ma non ci aveva colpa. E, daccapo, non era abbastanza

indipendente per poter invitarmi a casa sua.

La mia parte di pazienza era esaurita. Bisognava finirla. Uscii, deciso

a seguirla dovunque, ad osare qualunque cosa, pur d'entrare in relazione

con lei.

Ma la lettura della lettera, che era giunta colla distribuzione delle

cinque, mi aveva ritardato un poco. Quando giunsi in galleria le nuvole

di tulle biancheggiavano già ammonticchiate nella bottega della modista.

Miss Gemmy era là.

Nulla poteva arrestarmi. Il mio amore, irritato dai contrasti, prendeva

un carattere feroce. Spinsi eroicamente la porta, ed entrai dalla

modista, gridandole:

— Mi favorisca una cravatta! coll'accento con cui avrei detto: O la

borsa o la vita. Ed impugnai il portamonete come un'arma micidiale.

La modista era intenta a ripiegare un magnifico velo di blonda bianca,

che aveva mostrato a miss Gemmy.

— È quanto posso mostrarle di più bello, di più elegante, diceva.

— Lo vedo; mi piace tanto, tanto, rispose la bella _miss_ con una voce

da far impazzire i sette savi della Grecia, e tutti gli altri; ma costa

troppo. Non voglio fare quella spesa. M'accontento del tulle.

Ella uscì volgendo a quella meraviglia di velo uno sguardo di tanto

rincrescimento, che tutta la mia ira svanì, e mi sentii intenerito fino

al pianto, all'idea della privazione a cui la mamma crudele condannava

quella fanciulla.

Non c'era a' miei occhi peggior malfattore di lei.

Domandai alla modista il prezzo del velo di blonda.

— Seicento lire! mi rispose. (Dico 600!)

Ebbi un momento di vertigine. Mi parve di precipitare da un campanile, e

mi aggrappai al banco come un uomo che cade. Ma mi riebbi tosto e

sorrisi all'idea di fare una pazzia malgrado il mio stomaco rovinato!

Del resto quella pazzia sarebbe debitamente registrata e messa in conto

nel contratto di nozze; perchè quella fanciulla doveva essere mia

moglie; doveva esserla ad ogni costo.

Comperai il velo e vi aggiunsi un biglietto di visita, in cui scrissi,

sotto il mio nome: — «... domanda in ginocchio di poter offrire a miss

Gemmy questo velo bianco, che, s'ella vuole, potrebbe anche essere un

velo da sposa.»

La sera aspettai il servitore sotto la palazzina, e gli porsi la scatola

col velo, ed il biglietto:

— _To Miss._

— _Yes, sir._

La cosa più facile del mondo. Eppure quella fanciulla, tanto libera

quanto alla corrispondenza, non poteva ricevere una visita.

* * *

La mattina quando mi svegliai la risposta era già in casa ad aspettarmi.

Miss Gemmy era sensibile, _very, very_ sensibile al mio amore, ed al mio

dono _nuziale_. Mi era tanto grata, e desiderava tanto di farsi una

famiglia proprio sua, di avere la sua casa, e qualcuno che l'amasse, che

consentiva ad essere mia sposa, se i nostri cuori si fossero compresi

conoscendosi. Mi trovassi la sera alle nove presso la porticina del

giardino. Il servitore m'introdurrebbe. Miss Gemmy era desolata di

ricevermi così misteriosamente; ma non era libera. Mi dispiaceva

d'essere accolto a quel modo?

Pensi signora lettrice, se poteva dispiacermi! M'incresceva per lei

povera bimba, che era costretta a ricorrere a tali mezzi con un

galantuomo, il quale domandava soltanto di essere presentato onestamente

in casa, per conoscerla, e fare poi la compagna delle sue gioie, de'

suoi dolori e delle sue digestioni.

— Ecco a cosa riducono le figliole, i genitori troppo severi! esclamai.

E maledissi ancora una volta quella vedova snaturata.

Rinuncio a descrivere l'eccitamento in cui passai quella giornata, e la

sua lunghezza sterminata. Eravamo nella stagione delle giornate lunghe;

ma quella fu più lunga di tutte. Feci colazione; pranzai; tornai a far

colazione; tornai a pranzare. Presi una dozzina di caffè, _seltz_, _soda

water_. Mi vestii; mi tornai a vestire; fumai una scatola di sigari; mi

ridussi lo stomaco in uno stato compassionevole. E dopo tutto questo,

non erano che le sette! Due ore ancora!

Presi una carrozza, ed ordinai al cocchiere di farmi girare due ore. Ma

alle otto e mezzo non seppi più reggere a quell'inerzia, e mi feci

condurre in via Cernaia.

Il servitore tornava dall'edicola coi giornali. Appena mi vide, s'avviò

alla porticina del giardino, l'aperse, poi, da uomo prudente, andò pei

fatti suoi.

Entrai colle braccia spalancate per accogliere Gemmy che senza dubbio

correrebbe ad incontrarmi. Ma abbracciai soltanto una pianta; Gemmy non

c'era.

— Infatti ho anticipato, considerai. E mi posi a passeggiare

aspettandola. Eravamo ai primi di settembre. Le finestre della palazzina

erano aperte. Si vedeva il lume in una sala terrena, traverso la

persiana abbassata.

Non seppi frenare la mia curiosità. Mi avanzai fino alla persiana e

guardai.

Miss Gemmy era là in piedi davanti ad uno specchio, e si provava in capo

un velo bianco di semplice tulle, ed intanto parlava con la sua mamma,

che non potevo vedere perchè era seduta proprio sotto la finestra.

— Questo velo bianco non è adatto, diceva. Dovrei portarlo nero anche

per andare a nozze; ma sono tanto giovine....

— E tanto bella! disse la persona che stava seduta sotto la finestra.

Per tutti gli inganni che hanno desolato il mondo! Era la voce d'un

uomo! Un uomo che poteva andare in casa, che si permetteva di trovare

_tanto bella_ miss Gemmy, la mia miss Gemmy! E lei si lasciava trovare

tanto bella da un altro, mentre lusingava me, mentre si disponeva a

venire ad un convegno segreto in giardino... Tanta doppiezza a

quell'età!

Mi cacciai un pugno in bocca per non urlare.

Quell'uomo, quel ladro di spose, si alzò. Era bello; via, la verità

avanti tutto. Poteva avere trent'anni, era alto, bruno e prosperoso....

o prosperoso!... Come doveva digerire!

Lo vidi accostarsi a lei....

_Ahi! dura terra, perchè non t'apristi?_

Le cinse con un braccio la vita, le pose una mano dietro la bella

testina bruna, e le ripetè guardandola negli occhi:

— Sì, tanto bella, Magdalen; mia cara sposa.

Magdalen! sua sposa! Cominciai a tremare per tutte le membra. Le mie

idee si confondevano. Magdalen! E mi sentivo scricchiolare nella tasca

del soprabito le sue lettere firmate miss Gemmy. Sua sposa; ed aveva

scritto a me che accettava il dono nuziale, ed era disposta a sposarmi!

Ebbi paura d'impazzire.

— Bella o no, disse ancora _lei_, non ho più diritto di portare il velo

bianco; perchè sebbene non abbia ancora ventidue anni, sono vedova.

Ira di Dio! La vedova era lei, quella giovinetta; e si chiamava

Magdalen! Ma chi era dunque miss Gemmy?

— Miss Gemmy, continuò Magdalen, come se rispondesse al mio pensiero,

dice che le vedove debbono andare a nozze col velo nero.

Dunque esisteva davvero in casa sua una miss Gemmy. E non erano che due

signore.... Miss Gemmy doveva essere la vecchia, una governante, una

zia, una zitellona!

Ed io, grazie alla mia fatale immaginazione avevo scritto a lei; le

avevo offerto di sposarla; le avevo regalato un velo da seicento lire.

Ed a momenti verrebbe là in giardino, ad impormi i suoi sfoghi

sentimentali, al chiaro di luna...

Mi diedi a correre come un ladro per uscire da quel tranello infernale.

Ma nell'attraversare il giardino, vidi una forma rotonda, che si

avanzava misteriosamente verso di me, col capo e le spalle ravvolte nel

mio magnifico velo bianco di blonda. Accelerai la corsa, mi slanciai

verso la porticina; era chiusa.

Ed intanto la forma rotonda si avanzava sempre e stendeva le braccia....

A quella minaccia, il delirio della paura mi invase; non pensai più che

a salvarmi da quell'amplesso a qualunque costo. M'arrampicai al

piedestallo, d'una Pandora di sasso, salii sul suo cornucopio, e da

quell'altezza spiccai un salto disperato al disopra del muro di cinta,

che separava il giardino dalla strada.

_E caddi come corpo morto cade._

Serate d'inverno · 第 16 / 19 题