FIORE D'ARANCIO

Da quanto più lontano risalgono le mie memorie, mi ricordo di aver

aperta la corolla alla scossa di una brezza mattinale, e d'essermi

trovato ad un'altezza straordinaria. Ero proprio sulla punta d'un ramo

che si slanciava verso il cielo, e vedevo il terreno del giardino, al di

sotto, molto al di sotto di me.

Mi guardai beatamente intorno, superbo della mia alta posizione.

Al di là del giardino che avevo immediatamente ai piedi, dominavo il

pendìo della collina, nella sua discesa ripida fino al Po; su quel

pendìo facevano macchietta tante ville signorili, sparse qua e là, come

un branco di pecore biancheggianti. E giù giù in fondo, vedevo il Po,

che s'incurvava, si torceva, mandava riflessi metallici come un

serpente.

— Com'è bello stare al dissopra di tutti; dominare sui proprii simili!

pensavo olezzando dalla corolla sospiri di soddisfazione.

Poi guardavo gli altri fiori d'arancio che erano sbocciati sulla stessa

mia pianta, ma nei rami inferiori, e che, per quanto allargassero i

petali, non potevano vedere lo spazio immenso che io abbracciavo con uno

sguardo. Li osservavo dall'alto, ed esclamavo con disprezzo:

— Poveretti!

Non l'avessi mai detta quella parola orgogliosa! Da Lucifero in poi, la

superbia non ebbe mai miglior risultato che un capitombolo. Io ero

destinato ad aggiungere un documento di più alla serie già numerosa di

documenti, che provano la vanità delle cose di questo mondo.

Mentre ero assorto nella contemplazione della mia grandezza, vidi venire

dall'estremità del giardino un signore abbrunato dal sole come una

statua di bronzo, con un giubbino di tela bianca, ed un largo cappello

di paglia. Camminava colle mani dietro il dorso canticchiando: «Uhm!

Uhm! Uhm!» Teneva nella destra una piccola falce, lucente come un quarto

di luna.

Quando fu vicino alla bella pianta d'arancio, che era come chi dicesse

il mio albero genealogico, osservò con compiacenza il tronco robusto, le

foglie spesseggianti, ed i fiori; fiori bassolocati, i miei umili

fratelli che avevo disprezzati.

Ma invece di dividere la mia commiserazione, quel signor Botanico

esclamò:

— Bella pianta! Bella fioritura, per bacco! Questa va mandata

all'esposizione.

Quella parola mi scese nel calice, soave come una goccia di rugiada!

L'esposizione! Era là che la mia posizione eminente avrebbe attirata

l'ammirazione di tutti.

Ad un tratto il signor Botanico alzò lo sguardo fino a me. Cercai di

allargarmi e rizzarmi sullo stelo per piacergli. Ma egli si rabbuiò

tutto in volto, e si pose a chiamare:

— Michele! Chele! Cheee!

— Signore! rispose il giardiniere sbucando in lontananza da dietro un

chiosco di gelsomini, e correndo, con grande accompagnamento di zoccoli,

alla nostra volta.

— Chi v'ha insegnato a lasciar allungare un ramo a quel modo? gli gridò

il padrone accennando il mio ramo. Mi guasta tutta la pianta. Voi non

badate a nulla. Ch'io stia una settimana in città, e ritrovo il mio

giardino ridotto come l'orto di Renzo.

Il giardiniere non sapeva come fosse l'orto di Renzo. Ma io, che in una

precedente esistenza aveva udito leggere i _Promessi Sposi_, stando nei

capelli d'una bella signora, ed ero morto soffocato tra due pagine di

quel libro, compresi benissimo. Lo slancio preso dal mio ramo non andava

punto a genio del signor Botanico; provai un'angoscia indicibile.

— Vuole che lo tagli quel ramo, signor padrone? domandò con piglio

compunto quello snaturato giardiniere.

Se avessi potuto stritolarlo!

— Sì eh? A quest'ora ci pensate? Ma quando sono qui io non ho bisogno di

voi. Stateci attento un'altra volta.

Nell'agonia di quel momento i miei sentimenti erano così eccitati, che

stavo per fare un miracolo, ed in uno sforzo supremo sciogliere la

parola, ad eterna meraviglia del signor Botanico e di tutti i botanici

presenti e futuri. Ma non ne ebbi il tempo. Vidi il signore color di

bronzo alzare il braccio verso di me, vidi balenare nella sua mano il

piccolo quarto di luna, sentii un dolore atroce alla congiuntura del

ramo. Tutto il paesaggio mi oscillò d'intorno; perdetti l'equilibrio, e

caddi rovinando a terra, mentre il signor Botanico si allontanava

ripetendo in tono di soddisfazione il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!»

* * *

Là, umiliato ripensavo ad Icaro, che era caduto anch'esso per aver

voluto salire troppo alto; e le mie povere foglioline bianche si

rammollivano al sole come le sue ali di cera.

Pensavo che presto sarei morto, per rinascere chissà quando e chissà

come; ed olezzavo languidamente negli ultimi sospiri la mia animuccia di

fiore quando vidi due scarpine di pelle bronzata, e due calzettine

azzurre tese su due gambine rotonde, che si avanzavano rapidamente verso

di me, col movimento alternato di due piccoli stantuffi d'una macchina a

vapore.

Feci uno sforzo straordinario per guardare più in su, ma non potei

vedere che due ginocchietti color di rosa che si piegavano al mio

fianco; ogni energia mi mancò e rimasi appassito.

Udii vagamente una vocina armoniosa che diceva:

— Oh! chi me l'ha gettato a terra il mio povero fiore? Il mio fiore

bello che saliva fino alla mia finestra? Povero fiore! Povero fiore!

Mi sentii rialzato nella posizione verticale, e due labbruzzi come due

fragole, mi sfioravano i petali susurrando ancora:

— Ti hanno gettato a terra, povero fiore! povero fiorellino mio! Ma io

ti farò tornar vivo, e sarai la mia pianta. Io so fare; io so fare; m'ha

insegnato il babbo.

Fui sottoposto ad un'operazione dolorosa. Mi si schiacciò con un sasso

l'estremità del gambo; mi fu ravvolto intorno alla parte schiacciata

qualche cosa come dei fili, poi fui piantato in terra. Ma tutto codesto

era fatto con garbo infinito, da due manine minuscole e liscie, ed io

pensavo nel mio dolore, che molti ammalati avrebbero voluto esser

guariti a quel modo.

* * *

Quando fui piantato sul gambo, e la terra del vaso fu leggermente

inaffiata, mi sentii rinfrescato, e ripresi abbastanza vigore per

osservare il medico pietoso che m'aveva salvato.

Era una bella bimba di otto anni. Bianca, rosea, bionda come un puttino

dell'Albani. E mi saltellava intorno giuliva, proprio come quei puttini

nella _Danza degli amori_; soltanto un po' più vestita.

Dio dei fiori! Quanto ho voluto bene a quella bimba! Quanta riconoscenza

le ho votata! Morii e mi riprodussi, sempre sulla _sua_ pianta, e sempre

devoto alla mia piccola salvatrice.

Ogni autunno veniva un giorno triste, in cui Dora mi salutava, mi

copriva amorosamente i piedi colla paglia, mi raccomandava al

giardiniere, poi saliva in carrozza mostrandomi le gambine, ed i

ginocchietti dal rovescio, ed il fondo bianco delle gonnelline corte.

Poi mi mandava un bacio, ed un altro, ed un altro; i cavalli

scalpitavano, prendevano la corsa e via! Per sei mesi non la vedevo più.

L'inverno era lungo ed uggioso, e lo passavo pensando a lei, e

tesoreggiando profumi per inebbriarla in primavera.

Ad ogni maggio la vedevo tornare più alta, più bella. Mi faceva un gran

chiasso d'intorno. Ripeteva le lezioni camminando su e giù accanto al

vaso, con voce alta e monotona, ed alternando le risposte poco sicure,

con domande fatte in tono cattedratico e colla voce grossa per imitare

una maestra.

Poi buttava i libri all'aria, giocava, rideva, cantava; mi circondava il

vaso di bambole. Talvolta stendeva a' miei piedi una tovaglina più

stretta d'una pezzuola, disponeva tondini e bicchieri infinitesimali,

chiamava i bimbi del giardiniere, ed imbandiva un banchettino da burla

con foglie di rosa, confetti ed acqua inzuccherata.

— Bei tempi erano quelli! Bei tempi!

* * *

Poi venne un anno, lo ricordo sempre, un anno in cui non vidi più le

gambine rotonde ed i ginocchietti color di rosa. Le gonnelline corte

erano allungate. I bei capelli, sciolti fin allora come una pioggia

d'oro, erano intrecciati e raccolti a spirale a sommo il capo.

Dora non saltava più; camminava composta. Non canticchiava più

canzonette stonate al vento; cantava in tempo ed a tono, con

accompagnamento di pianoforte; non mi ingombrava più il vaso di bambole;

vi sedeva tranquilla con qualche libro accanto, e leggeva versi e prose

in lingue strane che non potevo comprendere, ma che sonavano soavi come

una melodia udite dalla sua voce armoniosa.

La bimba era divenuta una signorina.

Però mi amava sempre, mi chiamava sempre la _sua_ pianta, il _suo_

fiore; ed io mi avvezzai a vederla così.

Fu ancora un tempo bello. La signorina veniva in villa colle sue

compagne. Sedeva o passeggiava con loro intorno a me. Parlava di studi,

d'arti, di teatri, di libri, di musica, di abbigliature.

Posava sul mio vaso la gabbia del canarino, e gli diceva molte cose

graziose, molti vezzeggiativi, a cui il canarino rispondeva

gorgheggiando. Allora erano grandi elogi, grandi ammirazioni pel suo

canto e pe' suoi occhi innamorati; ed io ero geloso. Non de' suoi occhi,

che per la bellezza non avevo nulla da invidiargli; ma dei suoi

gorgheggi. Oh come avrei voluto sciogliere anch'io una canzone a quella

bella fanciulla!

Nel mio dolore, le soffiavo in volto una ondata di profumo, ed allora

ella si volgeva a me, e dava a me pure espansioni e lodi. Ed io pensavo:

— A lui il canto, a me l'olezzo. E non invidiavo più il canarino.

* * *

Più volte si diedero delle feste. Vennero molti bei signori dalla città.

Si appesero lampioncini a tutti gli alberi del giardino. Tutte le sale

furono illuminate. Udivo la musica. Vedevo traverso le finestre belle

coppie di signori e dame agitarsi in tempo di danza. Ed i bicchieri

tinnivano, ed echeggiavano i discorsi galanti e le risa.

La mia salvatrice era ammirabile allora, col volto acceso dal movimento

e dall'allegrezza. Andava, veniva, danzava, rideva, ricercata da tutti,

cortese con tutti, bella, gioconda, felice.

Il signor Botanico, vestito di nero, coi guanti, e senza il terribile

quarto di luna, ma sempre color di bronzo, la seguiva coll'occhio

passeggiando di sala in sala, e spesso gli sfuggiva, sui tre toni più

alti della soddisfazione paterna, il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!

Quell'anno Dora venne a salutarmi il mattino dopo la festa, un po'

abbattuta dalla lunga veglia, ma sorridente, spensierata. Andava

incontro al carnovale, co' suoi divertimenti che amava tanto; e non si

affliggeva punto di tornare in città.

Ne fui lungamente crucciato, tanto più che il canarino era partito con

lei. E nelle giornate uggiose dell'inverno ripensai quel saluto senza

rimpianto della signorina, lo confrontai coi saluti espansivi della

bimba, ed appassii di dolore. Mi sentivo meno amato.

Con che ansietà aspettai la primavera! Con che gioia la sentii venire

tepida e serena! Il succo mi corse più rapido e caldo negli steli; mi

sentii ravvivato, e sperai.

* * *

Un mattino, quando non me l'aspettavo ancora, udii rotare la carrozza

dei signori. Mi feci investire dal primo soffio d'aria che passò per

voltarmi da quella parte ed essere il primo a vedere la mia salvatrice.

Stava seduta in fondo alla carrozza. Era pallida e mesta.

Il mio primo sguardo fu per lei; il secondo per cercare il mio piccolo

rivale biondo. Ma nè presso la signorina, nè dietro colla cameriera, mi

riuscì di vedere la gabbia. Il canarino non c'era.

— Forse è morto pensai. E nella mia semplicità di fiore compiansi

sinceramente il mio rivale.

Ma, nello scendere di carrozza, la vecchia zia di Dora, che faceva

raccogliere dalla cameriera una catasta di scialli, mantelli, sciarpe,

veli, borse ed ombrelli, si volse alla nipote, e le disse:

— E il tuo canarino, Dora?

— Ah! esclamò Dora con un atto di sorpresa incresciosa; ma fu

passeggera. Riprese subito con indifferenza:

— L'ho dimenticato!

Flora e Cerere! Aveva dimenticato il canarino! Ma a che cosa pensava

dunque?

Mi passò accanto senza guardarmi ed entrò in casa. Più tardi però uscì,

e venne a vedermi, e mi accarezzò. Ma erano carezze distratte. Il suo

cuore non era più là. Le olezzai contro tutto il mio profumo per

consolarla. Ella lo accolse colla stessa indifferenza con cui s'era

ricordata del canarino.

Passò un mese senza che udissi la sua voce intonare una canzone. Non la

vidi mai sorridere. Passeggiava lenta, solitaria, silenziosa, e spesso

aveva gli occhi rossi e gonfiati.

Piangeva? E perchè? Avrei voluto saperlo, ed avrei dato fin l'ultimo

atomo d'essenza che poteva esalare dalla mia corolla per risparmiarle

una pena.

Anche il signor Botanico avrebbe voluto saperlo, ed avrebbe dato fin il

suo quarto di luna per risparmiarle una pena. Ma non riusciva neppur lui

a capirne nulla e gemeva tristamente in tuono di dolore il suo piccolo

crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!

* * *

Un giorno erano tutti seduti dinanzi a me sotto la gradinata della sala

da pranzo. _Tutti_ non erano molti. Il signor Botanico, la vecchia zia e

Dora.

Parlavano d'una festa da dare in villa, come l'anno precedente.

Dora aveva un taccuino sulle ginocchia, e scriveva colla matita l'elenco

delle persone da invitare. La zia le dettava una filza sterminata di

nomi da signora, che Dora scriveva con indifferenza. Finita quella

litania femminile, cominciò un'altra litania più lunga di nomi maschili,

che la signora continuava a dettare, come le si affacciavano alla

memoria.

Si affacciavano prima i marchesi, i baroni, i conti, poi i cavalieri,

gli avvocati, gli ingegneri, ed i signori _Tali_.

Dora scriveva sempre senza dare il menomo segno di approvazione o di

biasimo. Giunta in fine dell'elenco, la zia conchiuse per ultimo:

— E Franco.

— Franco? disse Dora facendosi rossa come una fragola.

— Sicuro, Franco. Vorresti escludere dagli invitati mio cugino?

Dora non fece altri commenti. Scrisse, poi ripetè:

— Capitano Franco Trestelle.

La signora non aveva più nomi da aggiungere. Si alzarono per andare a

scrivere gli indirizzi delle circolari.

Per quella sera Dora non uscì più in giardino, ed io rimasi solo a

pensare cosa, o chi, o come potesse essere quel Franco, al cui nome

soltanto Dora si scuoteva dalla sua apatia, e si coloriva come una

fragola.

* * *

Venne il giorno della festa. Dora era troppo occupata per pensare a me.

La vidi tutto il pomeriggio andare e venire in abito di percalle

azzurro, ed incontrare ed accogliere le sue ospiti. Era gentile con

tutti. Ma non sorrideva, non si animava. Una cura penosa doveva starle

nel cuore.

Sull'imbrunire cominciarono a giungere i _landeaux_ ed i _breacks_ senza

signore, tutti carichi di giovani eleganti, coi lunghi pastrani di

lustrino, che scendevano fin sulle scarpe per coprire le abbigliature da

ballo. La vecchia zia ed il signor Botanico li accoglievano salutandoli

dalla gradinata del salotto; ma Dora non c'era più.

— È intenta alla sua abbigliatura di gala, pensai: e mi rassegnai a non

vederla; ma il tempo mi parve lungo.

Verso le due di notte, quando la musica era più animata, e le coppie si

movevano più allegramente nelle sale, vidi un'ombra solitaria e bianca

scendere la gradinata, ed avviarsi con rapidità convulsa verso di me.

Era Dora con un bell'abito di seta color di zolfo; aveva la coda lunga

come una cometa, ed era ornato da sciarpe di velo reseda, sostenute con

mazzi di rose d'un bel carmino. A breve distanza, ed a luce di luna

quell'abbigliatura chiara pareva bianca.

Il volto pallido della signorina, i suoi occhi gonfi si accordavano male

coll'aria di festa della sua casa e della sua abbigliatura.

Si gettò a sedere sul mio vaso, mi appoggiò la fronte al tronco, e

rimase a lungo cosí, a capo chino, come se contemplasse la terra che mi

circondava. Ma le cadevano dagli occhi grosse goccie cristalline, che

non erano pioggia nè rugiada. Avevano un sapore acre. Erano lacrime.

Io le effusi intorno tutto il mio olezzo, la avvolsi in un'atmosfera di

profumo, come si ravvolgono le reliquie adorate in nubi d'incenso. Ed il

suo cuore, commosso da quella espansione, si aperse ad una confidenza

intima, e sospirò:

— Se potessi non amarlo più!

Non amare, più chi? Il Canarino? Ma se l'aveva dimenticato! E poi perchè

non amarlo più? Erano sempre andati d'accordo... No. Non poteva essere

il canarino. Ma chi dunque? Io no di certo. Non le avevo dato alcun

motivo per desiderare di non amarmi più.

Pensai un momento. Ricordai le persone che vedeva, quelle che nominava,

le espressioni del suo volto, le sue parole, i suoi atti: e ad un tratto

mi ricordai:

— Franco! Franco, che non voleva invitare. Franco per cui ha arrossito

come una fragola. È per lui che piange. È lui che vorrebbe non amare.

Dunque lo amava. Maledetto Franco! Chi era? Non lo conoscevo punto; ma

avrei voluto asfissiarlo.

* * *

Dora alzò gli occhi, ancora bagnati di pianto, e stette a guardare

distrattamente la porta a cristalli della sala che era in faccia a noi.

La musica cessò. Poi due figure si affacciarono nel vuoto illuminato

della porta. Un ufficiale ed una bella signora che si davano il braccio,

ed accostavano le teste per parlare sommessamente; poi ridevano.

Formavano un bel quadro oscuro su quel fondo chiaro di luce.

Dora li vide, e scoppiò in singhiozzi. Compresi che quell'ufficiale era

il capitano Franco Trestelle. Era gelosa di quella signora, come io ero

geloso del canarino. Povera Dora!

Le due ombre eleganti scesero lentamente la gradinata, e si avanzarono

verso di noi susurrandosi all'orecchio parole animate, e guardandosi

negli occhi, e ridendo.

Dora si rannicchiò dietro a me, si nascose alla mia ombra.

Io invece, più ardito, rimasi immobile in faccia ai misteriosi

passeggiatori. Guardai Franco. Era un bel giovine bruno, dalla persona

alta e florida, dal portamento baldanzoso, dagli occhi neri,

scintillanti, temerari e buoni.

Guardai la sua compagna. Il volto un po' dipinto, la persona

tondeggiante, l'abito damascato, i pizzi di Bruxelles, i brillanti che

parevano lucciole...

Per tutti i profumi del Serraglio! era una donna maritata.

* * *

Tutto il mio senso morale di fiore si rivoltò a quella scoperta. Lanciai

dietro a Franco un tal buffo di profumo, ch'egli volse il capo dicendo:

— Che buon odore d'arancio!

E nel voltarsi vide un lembo di quella coda interminabile color di

zolfo, ed indovinò che Dora lo vedeva e lo udiva.

Si fece serio, e tirò via in silenzio, malgrado il cinguettìo ameno e

civettuolo della bella signora.

Quando furono scomparsi tra la folla della sala, Dora si alzò anch'essa.

Non sospettava punto d'essere stata scoperta. Mentre si avviava alla

sala del ballo, io le mandai un olezzo che voleva dire:

— Prendimi con te.

Ella staccò un fiore dal mio stelo, e se lo pose nei capelli susurrando:

— Non ho che te da amare, mio povero fiore. E rientrò.

Franco le andò incontro per domandarle un ballo. Ella stese la mano e lo

seguì in silenzio.

— Si diverte Dora? domandò il cugino, non abbastanza prossimo per darle

del tu, non abbastanza lontano per chiamarla signorina.

— Sì, rispose Dora.

— Non l'avrei mai creduto; mi sembra malinconica.

— È il mio carattere.

— È pallida.

— Lo sono sempre.

— Da quando?

Dora non rispose. Franco osservò ancora:

— Ed ha anche freddo, mi pare.

Dora tacque sempre, ed abbassò il capo. Franco le domandò:

— Dove l'ha preso, quel fiore d'arancio?

— Non so... sulla mia toeletta.

— Ma che, Dora; si confonde. Mezz'ora fa non l'aveva.

— L'ho colto or ora.

— L'ha _colto_ sulla toeletta? Ed abbassando la voce con una nota di

petto, appassionata come un sospiro, continuò:

— Perchè stava sola, al freddo della notte, sul vaso d'arancio? Perchè

ha gli occhi rossi, Dora? Dica; perchè!

E la guardava fissamente in volto collo sguardo scintillante, temerario

e buono.

Dora non osò rispondere. Si fece rossa e continuò a tener gli occhi

bassi in silenzio.

Era la loro volta di ballare, e Franco la strinse forte al seno, e nel

lasciarla le premette lungamente la mano.

Fu l'ultimo ballo. Dora si ritirò nella sua camera, ma non dormì.

Guardava il mio fiore, ripensava tutto il discorso che aveva fatto

nascere, e mormorava:

— Chissà?

* * *

Il domani tutti gli invitati partirono. Anche la bella signora dai

pizzi, dai brillanti, dai colloqui civettuoli e segreti.

Franco solo, come parente della famiglia, rimase.

— Resti con noi, Franco? domandò la zia.

— Sì. Dora mi ha promesso una gemma del suo arancio. Mi fermo per

staccarla, e per piantarla. Ed offerse il braccio alla cuginetta, e la

trasse presso il mio vaso.

— Sa perchè non sono partito? le domandò colla sua bella voce di petto.

Lo _sai_ Dora?

A quell'ultima parola che le dava del _tu_, Dora ebbe un sussulto che la

scosse tutta. Per un sentimento di decoro volle allontanarsi, ma non

ebbe il coraggio. Si lasciò cadere come nella notte sul mio vaso, e si

nascose il volto tra le mani.

Franco sedette egli pure, e le mormorò:

— Non sono partito perchè ti voglio bene; e perchè so che tu pure mi

vuoi bene.

— Oh, Franco! esclamò Dora singhiozzando. Questa notte non era a me che

volevi bene.

— Sì, Dora, sempre. Ebbi un momento di debolezza, ma volevo bene a te

sola.

E le prese una mano, ed accarezzandola continuò:

— Ed il tuo fiore mi fece voltare col suo profumo; e mi fece vedere che

eri qui sola, e che mi avevi veduto, e che piangevi. Ed allora non ho

più pensato che a te; te lo giuro. Vuoi perdonarmi, Dora?

E mentre parlava sommesso, tirava dolcemente la manina, e faceva chinare

verso di sè la personcina sottile e la bella testa bionda.

— E poi se ti accade ancora un momento di debolezza? disse Dora. Ne hai

tanti quando ti trovi fra belle signore...

— Sta sempre con me, cara. Sii tutta mia, ed i momenti di debolezza li

avrò soltanto per te. Lo vuoi Dora? Vuoi essere mia moglie? Di', vuoi?

Il braccio dell'ufficiale cingeva la personcina sottile, e la bella

testa bionda sfiorava quasi la sua spalla, mentre egli la guardava negli

occhi collo sguardo scintillante, temerario e buono.

Sì... Dora susurrò che voleva, e gli diede uno dei miei fiori:

— È stato il mio fiore d'arancio che ci ha riuniti; quando andremo in

chiesa a sposarci lo porterò nei capelli.

Le labbra dell'ufficiale avevano incontrate quelle di Dora, e, per

quella combinazione improvvisata, il discorso rimase interrotto.

«Uhm! Uhm! Uhm! s'udì canticchiare quasi subito sul tono languido d'uno

sbadiglio.

— Il babbo! disse Dora. Ed i due giovani balzarono in piedi, e corsero

incontro al signor Botanico, e colla voce commossa e gli occhi lucenti,

gli dissero tutto... o quasi.

— Benedetti ragazzi! borbottò il babbo. Ma quel giorno, malgrado la

stanchezza della notte vegliata, si osservò che intonava con insolita

giocondità il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!»

E fu a questo modo ch'io divenni un fiore nuziale.

Serate d'inverno · 第 14 / 19 题