Da quanto più lontano risalgono le mie memorie, mi ricordo di aver
aperta la corolla alla scossa di una brezza mattinale, e d'essermi
trovato ad un'altezza straordinaria. Ero proprio sulla punta d'un ramo
che si slanciava verso il cielo, e vedevo il terreno del giardino, al di
sotto, molto al di sotto di me.
Mi guardai beatamente intorno, superbo della mia alta posizione.
Al di là del giardino che avevo immediatamente ai piedi, dominavo il
pendìo della collina, nella sua discesa ripida fino al Po; su quel
pendìo facevano macchietta tante ville signorili, sparse qua e là, come
un branco di pecore biancheggianti. E giù giù in fondo, vedevo il Po,
che s'incurvava, si torceva, mandava riflessi metallici come un
serpente.
— Com'è bello stare al dissopra di tutti; dominare sui proprii simili!
pensavo olezzando dalla corolla sospiri di soddisfazione.
Poi guardavo gli altri fiori d'arancio che erano sbocciati sulla stessa
mia pianta, ma nei rami inferiori, e che, per quanto allargassero i
petali, non potevano vedere lo spazio immenso che io abbracciavo con uno
sguardo. Li osservavo dall'alto, ed esclamavo con disprezzo:
— Poveretti!
Non l'avessi mai detta quella parola orgogliosa! Da Lucifero in poi, la
superbia non ebbe mai miglior risultato che un capitombolo. Io ero
destinato ad aggiungere un documento di più alla serie già numerosa di
documenti, che provano la vanità delle cose di questo mondo.
Mentre ero assorto nella contemplazione della mia grandezza, vidi venire
dall'estremità del giardino un signore abbrunato dal sole come una
statua di bronzo, con un giubbino di tela bianca, ed un largo cappello
di paglia. Camminava colle mani dietro il dorso canticchiando: «Uhm!
Uhm! Uhm!» Teneva nella destra una piccola falce, lucente come un quarto
di luna.
Quando fu vicino alla bella pianta d'arancio, che era come chi dicesse
il mio albero genealogico, osservò con compiacenza il tronco robusto, le
foglie spesseggianti, ed i fiori; fiori bassolocati, i miei umili
fratelli che avevo disprezzati.
Ma invece di dividere la mia commiserazione, quel signor Botanico
esclamò:
— Bella pianta! Bella fioritura, per bacco! Questa va mandata
all'esposizione.
Quella parola mi scese nel calice, soave come una goccia di rugiada!
L'esposizione! Era là che la mia posizione eminente avrebbe attirata
l'ammirazione di tutti.
Ad un tratto il signor Botanico alzò lo sguardo fino a me. Cercai di
allargarmi e rizzarmi sullo stelo per piacergli. Ma egli si rabbuiò
tutto in volto, e si pose a chiamare:
— Michele! Chele! Cheee!
— Signore! rispose il giardiniere sbucando in lontananza da dietro un
chiosco di gelsomini, e correndo, con grande accompagnamento di zoccoli,
alla nostra volta.
— Chi v'ha insegnato a lasciar allungare un ramo a quel modo? gli gridò
il padrone accennando il mio ramo. Mi guasta tutta la pianta. Voi non
badate a nulla. Ch'io stia una settimana in città, e ritrovo il mio
giardino ridotto come l'orto di Renzo.
Il giardiniere non sapeva come fosse l'orto di Renzo. Ma io, che in una
precedente esistenza aveva udito leggere i _Promessi Sposi_, stando nei
capelli d'una bella signora, ed ero morto soffocato tra due pagine di
quel libro, compresi benissimo. Lo slancio preso dal mio ramo non andava
punto a genio del signor Botanico; provai un'angoscia indicibile.
— Vuole che lo tagli quel ramo, signor padrone? domandò con piglio
compunto quello snaturato giardiniere.
Se avessi potuto stritolarlo!
— Sì eh? A quest'ora ci pensate? Ma quando sono qui io non ho bisogno di
voi. Stateci attento un'altra volta.
Nell'agonia di quel momento i miei sentimenti erano così eccitati, che
stavo per fare un miracolo, ed in uno sforzo supremo sciogliere la
parola, ad eterna meraviglia del signor Botanico e di tutti i botanici
presenti e futuri. Ma non ne ebbi il tempo. Vidi il signore color di
bronzo alzare il braccio verso di me, vidi balenare nella sua mano il
piccolo quarto di luna, sentii un dolore atroce alla congiuntura del
ramo. Tutto il paesaggio mi oscillò d'intorno; perdetti l'equilibrio, e
caddi rovinando a terra, mentre il signor Botanico si allontanava
ripetendo in tono di soddisfazione il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!»
* * *
Là, umiliato ripensavo ad Icaro, che era caduto anch'esso per aver
voluto salire troppo alto; e le mie povere foglioline bianche si
rammollivano al sole come le sue ali di cera.
Pensavo che presto sarei morto, per rinascere chissà quando e chissà
come; ed olezzavo languidamente negli ultimi sospiri la mia animuccia di
fiore quando vidi due scarpine di pelle bronzata, e due calzettine
azzurre tese su due gambine rotonde, che si avanzavano rapidamente verso
di me, col movimento alternato di due piccoli stantuffi d'una macchina a
vapore.
Feci uno sforzo straordinario per guardare più in su, ma non potei
vedere che due ginocchietti color di rosa che si piegavano al mio
fianco; ogni energia mi mancò e rimasi appassito.
Udii vagamente una vocina armoniosa che diceva:
— Oh! chi me l'ha gettato a terra il mio povero fiore? Il mio fiore
bello che saliva fino alla mia finestra? Povero fiore! Povero fiore!
Mi sentii rialzato nella posizione verticale, e due labbruzzi come due
fragole, mi sfioravano i petali susurrando ancora:
— Ti hanno gettato a terra, povero fiore! povero fiorellino mio! Ma io
ti farò tornar vivo, e sarai la mia pianta. Io so fare; io so fare; m'ha
insegnato il babbo.
Fui sottoposto ad un'operazione dolorosa. Mi si schiacciò con un sasso
l'estremità del gambo; mi fu ravvolto intorno alla parte schiacciata
qualche cosa come dei fili, poi fui piantato in terra. Ma tutto codesto
era fatto con garbo infinito, da due manine minuscole e liscie, ed io
pensavo nel mio dolore, che molti ammalati avrebbero voluto esser
guariti a quel modo.
* * *
Quando fui piantato sul gambo, e la terra del vaso fu leggermente
inaffiata, mi sentii rinfrescato, e ripresi abbastanza vigore per
osservare il medico pietoso che m'aveva salvato.
Era una bella bimba di otto anni. Bianca, rosea, bionda come un puttino
dell'Albani. E mi saltellava intorno giuliva, proprio come quei puttini
nella _Danza degli amori_; soltanto un po' più vestita.
Dio dei fiori! Quanto ho voluto bene a quella bimba! Quanta riconoscenza
le ho votata! Morii e mi riprodussi, sempre sulla _sua_ pianta, e sempre
devoto alla mia piccola salvatrice.
Ogni autunno veniva un giorno triste, in cui Dora mi salutava, mi
copriva amorosamente i piedi colla paglia, mi raccomandava al
giardiniere, poi saliva in carrozza mostrandomi le gambine, ed i
ginocchietti dal rovescio, ed il fondo bianco delle gonnelline corte.
Poi mi mandava un bacio, ed un altro, ed un altro; i cavalli
scalpitavano, prendevano la corsa e via! Per sei mesi non la vedevo più.
L'inverno era lungo ed uggioso, e lo passavo pensando a lei, e
tesoreggiando profumi per inebbriarla in primavera.
Ad ogni maggio la vedevo tornare più alta, più bella. Mi faceva un gran
chiasso d'intorno. Ripeteva le lezioni camminando su e giù accanto al
vaso, con voce alta e monotona, ed alternando le risposte poco sicure,
con domande fatte in tono cattedratico e colla voce grossa per imitare
una maestra.
Poi buttava i libri all'aria, giocava, rideva, cantava; mi circondava il
vaso di bambole. Talvolta stendeva a' miei piedi una tovaglina più
stretta d'una pezzuola, disponeva tondini e bicchieri infinitesimali,
chiamava i bimbi del giardiniere, ed imbandiva un banchettino da burla
con foglie di rosa, confetti ed acqua inzuccherata.
— Bei tempi erano quelli! Bei tempi!
* * *
Poi venne un anno, lo ricordo sempre, un anno in cui non vidi più le
gambine rotonde ed i ginocchietti color di rosa. Le gonnelline corte
erano allungate. I bei capelli, sciolti fin allora come una pioggia
d'oro, erano intrecciati e raccolti a spirale a sommo il capo.
Dora non saltava più; camminava composta. Non canticchiava più
canzonette stonate al vento; cantava in tempo ed a tono, con
accompagnamento di pianoforte; non mi ingombrava più il vaso di bambole;
vi sedeva tranquilla con qualche libro accanto, e leggeva versi e prose
in lingue strane che non potevo comprendere, ma che sonavano soavi come
una melodia udite dalla sua voce armoniosa.
La bimba era divenuta una signorina.
Però mi amava sempre, mi chiamava sempre la _sua_ pianta, il _suo_
fiore; ed io mi avvezzai a vederla così.
Fu ancora un tempo bello. La signorina veniva in villa colle sue
compagne. Sedeva o passeggiava con loro intorno a me. Parlava di studi,
d'arti, di teatri, di libri, di musica, di abbigliature.
Posava sul mio vaso la gabbia del canarino, e gli diceva molte cose
graziose, molti vezzeggiativi, a cui il canarino rispondeva
gorgheggiando. Allora erano grandi elogi, grandi ammirazioni pel suo
canto e pe' suoi occhi innamorati; ed io ero geloso. Non de' suoi occhi,
che per la bellezza non avevo nulla da invidiargli; ma dei suoi
gorgheggi. Oh come avrei voluto sciogliere anch'io una canzone a quella
bella fanciulla!
Nel mio dolore, le soffiavo in volto una ondata di profumo, ed allora
ella si volgeva a me, e dava a me pure espansioni e lodi. Ed io pensavo:
— A lui il canto, a me l'olezzo. E non invidiavo più il canarino.
* * *
Più volte si diedero delle feste. Vennero molti bei signori dalla città.
Si appesero lampioncini a tutti gli alberi del giardino. Tutte le sale
furono illuminate. Udivo la musica. Vedevo traverso le finestre belle
coppie di signori e dame agitarsi in tempo di danza. Ed i bicchieri
tinnivano, ed echeggiavano i discorsi galanti e le risa.
La mia salvatrice era ammirabile allora, col volto acceso dal movimento
e dall'allegrezza. Andava, veniva, danzava, rideva, ricercata da tutti,
cortese con tutti, bella, gioconda, felice.
Il signor Botanico, vestito di nero, coi guanti, e senza il terribile
quarto di luna, ma sempre color di bronzo, la seguiva coll'occhio
passeggiando di sala in sala, e spesso gli sfuggiva, sui tre toni più
alti della soddisfazione paterna, il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!
Quell'anno Dora venne a salutarmi il mattino dopo la festa, un po'
abbattuta dalla lunga veglia, ma sorridente, spensierata. Andava
incontro al carnovale, co' suoi divertimenti che amava tanto; e non si
affliggeva punto di tornare in città.
Ne fui lungamente crucciato, tanto più che il canarino era partito con
lei. E nelle giornate uggiose dell'inverno ripensai quel saluto senza
rimpianto della signorina, lo confrontai coi saluti espansivi della
bimba, ed appassii di dolore. Mi sentivo meno amato.
Con che ansietà aspettai la primavera! Con che gioia la sentii venire
tepida e serena! Il succo mi corse più rapido e caldo negli steli; mi
sentii ravvivato, e sperai.
* * *
Un mattino, quando non me l'aspettavo ancora, udii rotare la carrozza
dei signori. Mi feci investire dal primo soffio d'aria che passò per
voltarmi da quella parte ed essere il primo a vedere la mia salvatrice.
Stava seduta in fondo alla carrozza. Era pallida e mesta.
Il mio primo sguardo fu per lei; il secondo per cercare il mio piccolo
rivale biondo. Ma nè presso la signorina, nè dietro colla cameriera, mi
riuscì di vedere la gabbia. Il canarino non c'era.
— Forse è morto pensai. E nella mia semplicità di fiore compiansi
sinceramente il mio rivale.
Ma, nello scendere di carrozza, la vecchia zia di Dora, che faceva
raccogliere dalla cameriera una catasta di scialli, mantelli, sciarpe,
veli, borse ed ombrelli, si volse alla nipote, e le disse:
— E il tuo canarino, Dora?
— Ah! esclamò Dora con un atto di sorpresa incresciosa; ma fu
passeggera. Riprese subito con indifferenza:
— L'ho dimenticato!
Flora e Cerere! Aveva dimenticato il canarino! Ma a che cosa pensava
dunque?
Mi passò accanto senza guardarmi ed entrò in casa. Più tardi però uscì,
e venne a vedermi, e mi accarezzò. Ma erano carezze distratte. Il suo
cuore non era più là. Le olezzai contro tutto il mio profumo per
consolarla. Ella lo accolse colla stessa indifferenza con cui s'era
ricordata del canarino.
Passò un mese senza che udissi la sua voce intonare una canzone. Non la
vidi mai sorridere. Passeggiava lenta, solitaria, silenziosa, e spesso
aveva gli occhi rossi e gonfiati.
Piangeva? E perchè? Avrei voluto saperlo, ed avrei dato fin l'ultimo
atomo d'essenza che poteva esalare dalla mia corolla per risparmiarle
una pena.
Anche il signor Botanico avrebbe voluto saperlo, ed avrebbe dato fin il
suo quarto di luna per risparmiarle una pena. Ma non riusciva neppur lui
a capirne nulla e gemeva tristamente in tuono di dolore il suo piccolo
crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!
* * *
Un giorno erano tutti seduti dinanzi a me sotto la gradinata della sala
da pranzo. _Tutti_ non erano molti. Il signor Botanico, la vecchia zia e
Dora.
Parlavano d'una festa da dare in villa, come l'anno precedente.
Dora aveva un taccuino sulle ginocchia, e scriveva colla matita l'elenco
delle persone da invitare. La zia le dettava una filza sterminata di
nomi da signora, che Dora scriveva con indifferenza. Finita quella
litania femminile, cominciò un'altra litania più lunga di nomi maschili,
che la signora continuava a dettare, come le si affacciavano alla
memoria.
Si affacciavano prima i marchesi, i baroni, i conti, poi i cavalieri,
gli avvocati, gli ingegneri, ed i signori _Tali_.
Dora scriveva sempre senza dare il menomo segno di approvazione o di
biasimo. Giunta in fine dell'elenco, la zia conchiuse per ultimo:
— E Franco.
— Franco? disse Dora facendosi rossa come una fragola.
— Sicuro, Franco. Vorresti escludere dagli invitati mio cugino?
Dora non fece altri commenti. Scrisse, poi ripetè:
— Capitano Franco Trestelle.
La signora non aveva più nomi da aggiungere. Si alzarono per andare a
scrivere gli indirizzi delle circolari.
Per quella sera Dora non uscì più in giardino, ed io rimasi solo a
pensare cosa, o chi, o come potesse essere quel Franco, al cui nome
soltanto Dora si scuoteva dalla sua apatia, e si coloriva come una
fragola.
* * *
Venne il giorno della festa. Dora era troppo occupata per pensare a me.
La vidi tutto il pomeriggio andare e venire in abito di percalle
azzurro, ed incontrare ed accogliere le sue ospiti. Era gentile con
tutti. Ma non sorrideva, non si animava. Una cura penosa doveva starle
nel cuore.
Sull'imbrunire cominciarono a giungere i _landeaux_ ed i _breacks_ senza
signore, tutti carichi di giovani eleganti, coi lunghi pastrani di
lustrino, che scendevano fin sulle scarpe per coprire le abbigliature da
ballo. La vecchia zia ed il signor Botanico li accoglievano salutandoli
dalla gradinata del salotto; ma Dora non c'era più.
— È intenta alla sua abbigliatura di gala, pensai: e mi rassegnai a non
vederla; ma il tempo mi parve lungo.
Verso le due di notte, quando la musica era più animata, e le coppie si
movevano più allegramente nelle sale, vidi un'ombra solitaria e bianca
scendere la gradinata, ed avviarsi con rapidità convulsa verso di me.
Era Dora con un bell'abito di seta color di zolfo; aveva la coda lunga
come una cometa, ed era ornato da sciarpe di velo reseda, sostenute con
mazzi di rose d'un bel carmino. A breve distanza, ed a luce di luna
quell'abbigliatura chiara pareva bianca.
Il volto pallido della signorina, i suoi occhi gonfi si accordavano male
coll'aria di festa della sua casa e della sua abbigliatura.
Si gettò a sedere sul mio vaso, mi appoggiò la fronte al tronco, e
rimase a lungo cosí, a capo chino, come se contemplasse la terra che mi
circondava. Ma le cadevano dagli occhi grosse goccie cristalline, che
non erano pioggia nè rugiada. Avevano un sapore acre. Erano lacrime.
Io le effusi intorno tutto il mio olezzo, la avvolsi in un'atmosfera di
profumo, come si ravvolgono le reliquie adorate in nubi d'incenso. Ed il
suo cuore, commosso da quella espansione, si aperse ad una confidenza
intima, e sospirò:
— Se potessi non amarlo più!
Non amare, più chi? Il Canarino? Ma se l'aveva dimenticato! E poi perchè
non amarlo più? Erano sempre andati d'accordo... No. Non poteva essere
il canarino. Ma chi dunque? Io no di certo. Non le avevo dato alcun
motivo per desiderare di non amarmi più.
Pensai un momento. Ricordai le persone che vedeva, quelle che nominava,
le espressioni del suo volto, le sue parole, i suoi atti: e ad un tratto
mi ricordai:
— Franco! Franco, che non voleva invitare. Franco per cui ha arrossito
come una fragola. È per lui che piange. È lui che vorrebbe non amare.
Dunque lo amava. Maledetto Franco! Chi era? Non lo conoscevo punto; ma
avrei voluto asfissiarlo.
* * *
Dora alzò gli occhi, ancora bagnati di pianto, e stette a guardare
distrattamente la porta a cristalli della sala che era in faccia a noi.
La musica cessò. Poi due figure si affacciarono nel vuoto illuminato
della porta. Un ufficiale ed una bella signora che si davano il braccio,
ed accostavano le teste per parlare sommessamente; poi ridevano.
Formavano un bel quadro oscuro su quel fondo chiaro di luce.
Dora li vide, e scoppiò in singhiozzi. Compresi che quell'ufficiale era
il capitano Franco Trestelle. Era gelosa di quella signora, come io ero
geloso del canarino. Povera Dora!
Le due ombre eleganti scesero lentamente la gradinata, e si avanzarono
verso di noi susurrandosi all'orecchio parole animate, e guardandosi
negli occhi, e ridendo.
Dora si rannicchiò dietro a me, si nascose alla mia ombra.
Io invece, più ardito, rimasi immobile in faccia ai misteriosi
passeggiatori. Guardai Franco. Era un bel giovine bruno, dalla persona
alta e florida, dal portamento baldanzoso, dagli occhi neri,
scintillanti, temerari e buoni.
Guardai la sua compagna. Il volto un po' dipinto, la persona
tondeggiante, l'abito damascato, i pizzi di Bruxelles, i brillanti che
parevano lucciole...
Per tutti i profumi del Serraglio! era una donna maritata.
* * *
Tutto il mio senso morale di fiore si rivoltò a quella scoperta. Lanciai
dietro a Franco un tal buffo di profumo, ch'egli volse il capo dicendo:
— Che buon odore d'arancio!
E nel voltarsi vide un lembo di quella coda interminabile color di
zolfo, ed indovinò che Dora lo vedeva e lo udiva.
Si fece serio, e tirò via in silenzio, malgrado il cinguettìo ameno e
civettuolo della bella signora.
Quando furono scomparsi tra la folla della sala, Dora si alzò anch'essa.
Non sospettava punto d'essere stata scoperta. Mentre si avviava alla
sala del ballo, io le mandai un olezzo che voleva dire:
— Prendimi con te.
Ella staccò un fiore dal mio stelo, e se lo pose nei capelli susurrando:
— Non ho che te da amare, mio povero fiore. E rientrò.
Franco le andò incontro per domandarle un ballo. Ella stese la mano e lo
seguì in silenzio.
— Si diverte Dora? domandò il cugino, non abbastanza prossimo per darle
del tu, non abbastanza lontano per chiamarla signorina.
— Sì, rispose Dora.
— Non l'avrei mai creduto; mi sembra malinconica.
— È il mio carattere.
— È pallida.
— Lo sono sempre.
— Da quando?
Dora non rispose. Franco osservò ancora:
— Ed ha anche freddo, mi pare.
Dora tacque sempre, ed abbassò il capo. Franco le domandò:
— Dove l'ha preso, quel fiore d'arancio?
— Non so... sulla mia toeletta.
— Ma che, Dora; si confonde. Mezz'ora fa non l'aveva.
— L'ho colto or ora.
— L'ha _colto_ sulla toeletta? Ed abbassando la voce con una nota di
petto, appassionata come un sospiro, continuò:
— Perchè stava sola, al freddo della notte, sul vaso d'arancio? Perchè
ha gli occhi rossi, Dora? Dica; perchè!
E la guardava fissamente in volto collo sguardo scintillante, temerario
e buono.
Dora non osò rispondere. Si fece rossa e continuò a tener gli occhi
bassi in silenzio.
Era la loro volta di ballare, e Franco la strinse forte al seno, e nel
lasciarla le premette lungamente la mano.
Fu l'ultimo ballo. Dora si ritirò nella sua camera, ma non dormì.
Guardava il mio fiore, ripensava tutto il discorso che aveva fatto
nascere, e mormorava:
— Chissà?
* * *
Il domani tutti gli invitati partirono. Anche la bella signora dai
pizzi, dai brillanti, dai colloqui civettuoli e segreti.
Franco solo, come parente della famiglia, rimase.
— Resti con noi, Franco? domandò la zia.
— Sì. Dora mi ha promesso una gemma del suo arancio. Mi fermo per
staccarla, e per piantarla. Ed offerse il braccio alla cuginetta, e la
trasse presso il mio vaso.
— Sa perchè non sono partito? le domandò colla sua bella voce di petto.
Lo _sai_ Dora?
A quell'ultima parola che le dava del _tu_, Dora ebbe un sussulto che la
scosse tutta. Per un sentimento di decoro volle allontanarsi, ma non
ebbe il coraggio. Si lasciò cadere come nella notte sul mio vaso, e si
nascose il volto tra le mani.
Franco sedette egli pure, e le mormorò:
— Non sono partito perchè ti voglio bene; e perchè so che tu pure mi
vuoi bene.
— Oh, Franco! esclamò Dora singhiozzando. Questa notte non era a me che
volevi bene.
— Sì, Dora, sempre. Ebbi un momento di debolezza, ma volevo bene a te
sola.
E le prese una mano, ed accarezzandola continuò:
— Ed il tuo fiore mi fece voltare col suo profumo; e mi fece vedere che
eri qui sola, e che mi avevi veduto, e che piangevi. Ed allora non ho
più pensato che a te; te lo giuro. Vuoi perdonarmi, Dora?
E mentre parlava sommesso, tirava dolcemente la manina, e faceva chinare
verso di sè la personcina sottile e la bella testa bionda.
— E poi se ti accade ancora un momento di debolezza? disse Dora. Ne hai
tanti quando ti trovi fra belle signore...
— Sta sempre con me, cara. Sii tutta mia, ed i momenti di debolezza li
avrò soltanto per te. Lo vuoi Dora? Vuoi essere mia moglie? Di', vuoi?
Il braccio dell'ufficiale cingeva la personcina sottile, e la bella
testa bionda sfiorava quasi la sua spalla, mentre egli la guardava negli
occhi collo sguardo scintillante, temerario e buono.
Sì... Dora susurrò che voleva, e gli diede uno dei miei fiori:
— È stato il mio fiore d'arancio che ci ha riuniti; quando andremo in
chiesa a sposarci lo porterò nei capelli.
Le labbra dell'ufficiale avevano incontrate quelle di Dora, e, per
quella combinazione improvvisata, il discorso rimase interrotto.
«Uhm! Uhm! Uhm! s'udì canticchiare quasi subito sul tono languido d'uno
sbadiglio.
— Il babbo! disse Dora. Ed i due giovani balzarono in piedi, e corsero
incontro al signor Botanico, e colla voce commossa e gli occhi lucenti,
gli dissero tutto... o quasi.
— Benedetti ragazzi! borbottò il babbo. Ma quel giorno, malgrado la
stanchezza della notte vegliata, si osservò che intonava con insolita
giocondità il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!»
E fu a questo modo ch'io divenni un fiore nuziale.