— Due giorni dopo Clelia era morta. Fuggii da quella casa colla
disperazione nell'anima. Presi alloggio in una delle contrade più
deserte di Milano, e vissi là due mesi come un condannato, senza veder
nessuno, lavorando e piangendo.
— L'arte mi era divenuta più cara; era l'unica passione che avessi avuta
comune con lei. Ed ormai i miei quadri si vendevano; andavo guadagnando
nome ed agiatezza, ora che non avevo più quella cara per cui avevo
desiderato l'uno e l'altra; ed in quell'isolamento il mio dolore si
andava facendo ogni giorno più intenso.
— Poi vennero i soliti amici premurosi della salute di chi non sa più
che farne, e mi costrinsero a lasciar Milano, a viaggiare, a divagarmi.
«Al passato non c'era rimedio; quella poveretta era etica, già
condannata quando l'avevo conosciuta; cosa volevo fare sempre solo così!
Ero giovine, avevo un avvenire dinanzi a me, avevo altri doveri che di
piangere, ecc.»
— Più per togliermi la noia, che non persuaso da quei discorsi, lasciai
Milano e viaggiai sei mesi, senza cercare tuttavia altra distrazione nè
altro conforto che il lavoro, al quale dava grande argomento la varietà
dei luoghi.
— Tuttavia non potevo viaggiar sempre. Mi fermai a Torino, dove per un
anno feci la stessa vita solitaria che avevo fatta in viaggio.
— Ma a poco a poco lo smercio de' miei quadri, le esposizioni, i critici
d'arte che parlavano di me nei giornali, mi obbligarono a rivedere
qualcuno. Finii per riprendere in una certa misura i rapporti colla
società.
— O Carlo, arrossisco nel dirlo; ma anch'io parlavo, anch'io ridevo;
ridevo come gli altri. Quando pensavo a Clelia risentivo nel cuore tutto
il mio dolore, ma c'erano delle ore e delle ore in cui non ci pensavo.
Si dice tanto che la gioia è fugace. Ma e il dolore non lo è forse
altrettanto? Noi siamo deboli. Non sappiamo soffrire a lungo; siamo
incostanti in tutto. La costanza è una virtù superiore alla nostra
natura imperfetta.
— Un giorno passando in via Nuova, vidi uscire da un negozio di guanti
una signora alta e bruna, vestita con eleganza.
— Dopo la morte di Clelia non avevo più provata la menoma simpatia per
nessuna donna. Mi erano tutte indifferenti, e le sfuggivo. Ma la vista
di quella signora mi fece un'impressione strana. Mi parve che avesse in
sè qualche cosa della mia povera sposa; mi parve che quegli occhi
scintillanti mi parlassero di lei. Non le somigliava punto, eppure me la
ricordava. Mi pareva che quella signora ed io fossimo amici da un pezzo,
e che ella conoscesse tutti i miei dolori; e senza quasi volerlo, la
seguii.
— Giunta in piazza Castello ella prese l'_omnibus_ della via Po. Stavo
per salire io pure nell'_omnibus_, ma mi fermai. Mi pareva di commettere
un'infedeltà alla memoria di Clelia. E rimasi; e l'_omnibus_ partì colla
bella signora.
— Mi sentii contento di me, come quando si è fatta una buona azione o si
è vinta una mala tendenza.
— Ma quando la fatalità ci si mette, tutti i nostri sforzi per
combatterla non riescono a nulla.
— Pochi giorni dopo andai per sentire _Cause ed effetti_ al teatro
Gerbino. Era la beneficiata della prima attrice Vittoria***. Quando
uscì, riconobbi la bella signora che avevo incontrata in _via Nuova_.
— Mi dissero che quell'artista era molto ricca, molto spiritosa, molto
corteggiata, e molto onesta. Quella riputazione di onestà, che i
disillusi trovavano incredibile, e su cui facevano i più assurdi
commenti e le più rancide facezie, mi fece molto piacere. Non avrei
voluto che quella donna, che nel mio pensiero si associava all'immagine
di Clelia, fosse stata una delle solite donne da teatro; mi sarebbe
sembrata una profanazione. Almeno, allora attribuii a questa ragione
soltanto la soddisfazione che provai a sentirne parlare con rispetto.
— Dopo la commedia un amico mi propose di presentarmi alla signora
Vittoria***. Non seppi resistere a quella tentazione: accettai. Mi
pareva che avvicinandomi a quella donna mi ravvicinassi alla povera
Clelia; e, cosa strana, il volto gioviale dell'artista, i suoi movimenti
rapidi, il suo sguardo ardito, mi rammentavano il volto mesto, il gesto
lento, lo sguardo malinconico della mia fidanzata.
— Vittoria era ancora commossa della parte appassionata e straziante che
aveva sostenuta egregiamente nel dramma di Ferrari. Mi accolse con una
cordialità che aveva qualche cosa di intimo; come se ci conoscessimo. Mi
aveva forse già notato quel giorno in via Nuova? O quella sera durante
la rappresentazione? Ad ogni modo era contenta di vedermi, e m'invitò a
tornare.
— Ed io tornai dopo una settimana, poi tornai dopo tre giorni, poi dopo
due, poi il giorno seguente, e l'altro, e l'altro; tornai, tornai
sempre.
— Anche questa volta l'amore non mi colse per sorpresa. Lo sentivo
venire, lo vedevo. Ed anche questa volta non fuggii. Ma non lo accolsi
sorridendo come avevo fatto accanto alla povera Clelia. Lo accettai per
forza. Non avevo il coraggio di combatterlo. Era destino.
— Un mese dopo dissi a Vittoria che l'amavo, e la domandai in moglie.
Così la stimavo.
— Fin allora non l'avevo veduta che nel camerino del teatro.
«Venga domani a casa mia, mi rispose stringendomi forte la mano. Le
risponderò domani.
— Era una donna schietta, passionale, ardita; un carattere indipendente,
un po' maschio; si riscaldava facilmente, pronta a secondare il primo
impulso del cuore che credeva il migliore. Si esaltava per l'arte, si
entusiasmava d'un autore, d'un attore, anche d'una attrice; voleva
conoscerli, ed aveva delle parole e dei modi per esprimere la sua
ammirazione che rivelavano tutto l'ardore della sua anima d'artista. Io
sentivo il bisogno di riscaldare il mio povero cuore assiderato ad un
cuore di quella tempra; il pensiero di essere amato così m'inebriava.
— Quando andai a casa sua il domani, mi accolse come un vecchio amico.
Mi prese tutte due le mani, mi fece sedere accanto a sè, e dandomi del
voi per la prima, mi disse:
«Sentite, Gustavo: l'avete compreso, nevvero, che vi voglio bene?
«Ma proprio di quel bene che intendo io? le domandai guardandola negli
occhi.
«Sì, di quello.
«Mi amate?
«Sì, vi amo. Ma ho una storia. Oh Dio! Le artiste hanno tutte una
storia! Soltanto la mia è vera. Volete che ve la dica?
«Ditela, Vittoria: ma ditemi prima che non c'è nulla che v'impedisca di
accettare la mia proposta.
Ella sorrise, e senza tener conto di quella preghiera, mi raccontò la
sua storia.
«Avevo diciotto anni, quando mio padre, che era notaio, morì lasciando
mia madre con due figliole, di cui ero la maggiore, senz'altro avere che
il suo studio. Questo si dovette vendere, e dopo molte noie di conti, di
minutari, di dare, d'avere e che so io, si trovò che ci restava appena
appena da vivere malamente. Io avevo recitato parecchio da dilettante,
in campagna, nelle serate di beneficenza, e mi pareva di fare benino. Ad
ogni modo ci avevo passione, e dissi alla mamma che mi lasciasse far
carriera da attrice per aiutare un poco la nostra povera famigliola.
«Ma sì. Andate a dir codesto ad una signora di principii evangelici come
la mamma! Lei ci vedeva il diavolo con tutti i sette peccati capitali a
braccetto, dietro le quinte. E mi fece invece la sua brava proposta
tutta morale di fare gli studi magistrali, prendere il diploma, e colla
raccomandazione del sindaco e dello speziale, cercar di ottenere il
posto di maestra comunale a Desio, presso Monza, dove il babbo aveva un
villino, che noi si era venduto col resto.
«Pensate, Gustavo, se io ero donna da insegnare l'alfabeto e le quattro
operazioni aritmetiche ad una quarantina di marmocchi tutti i santi
giorni dell'anno per guadagnare trecento trentatre lire e trentatre
centesimi.
«Scrissi di mia testa al direttore d'una compagnia drammatica, il quale
mi aveva udita recitare più volte e mi aveva incoraggiata molto, e senza
dirgli dell'opposizione della mamma, gli narrai le nostre circostanze
finanziarie, la morte del babbo, e gli proposi di prendermi nella sua
compagnia.
«Egli mi fece delle condizioni modeste ma accettabili, e certo migliori
assai di quelle che si fanno alle maestre. Ma era inutile sperare che la
mamma mi desse il suo consenso, ed io ne feci senza. Un bel giorno
invece di andare alla scuola magistrale andai allo scalo, presi il mio
bravo biglietto di seconda classe, perchè non avevo quattrini da
sciupare, e via!
«Avevo lasciata una lettera alla mamma dicendole dove andavo e tutto, e
pregandola di perdonarmi e di non farmi tornare. Ed infatti non mi fece
tornare, ma mi rispose imponendomi di non portare mai più il nome della
sua famiglia; di non pensare ch'ella potesse accettar mai il soccorso
che io potrei offrirle coi miei guadagni, e di non andare mai più a
Milano, dove il nome del babbo era conosciuto e rispettato, ed una
figliola commediante gli avrebbe fatto disonore.
«Mia sorella, che mi voleva bene, mi scriveva segretamente, ma non le
riescì mai di farmi perdonare, neppure quando la povera mamma stava per
morire.
«Ero fidanzata da due anni ad un mio cugino che studiava legge, e
dovevamo sposarci quando avesse presa la laurea.
«Appena uscirono nei giornali alcuni articoli che parlavano del mio
_successo_ da artista, io glieli mandai superba di offrire a lui quel
primo trionfo. Egli me li rimandò con una carta da visita in cui mi
pregava di non tenermi vincolata dalle promesse scambiate con lui,
perchè egli aveva creduto di fidanzarsi con una giovine _onesta_ e non
con una _commediante_. Oh il pregiudizio!
«Disillusa di tutto, m'innamorai sempre più dell'arte, ed in essa almeno
trovai un compenso. Mi feci quel po' di riputazione che ho, e la feci
presto.
«Ora viene la storia dello spasimante ricco e nobile. Ce n'è sempre
almeno uno nella storia delle donne di teatro, ed è sempre stato
respinto. Soltanto, il mio, che era più ostinato degli altri, quando
vide che non poteva giungere a me per le vie storte, prese quella retta
del municipio, e mi domandò in moglie, a condizione che lascerei il
teatro sposandolo. Risposi che lo sposerei a condizione di non lasciare
il teatro. Egli si offese; se ne andò infuriato; non voleva più vedermi.
Ma dopo una settimana tornò pentito, accettò le mie condizioni, e mi
rinnovò la proposta. Gli domandai un giuramento che non mi farebbe
lasciare il teatro, e giurò sul suo onore. Ci sposammo a Firenze.»
A questo punto del racconto mi si strinse il cuore.
— Siete maritata? esclamai dolorosamente rizzandomi in piedi.
— Abbiate un po' di pazienza, rispose Vittoria prendendomi la mano ed
obbligandomi a sedere di nuovo. State a sentire.
«Dopo la cerimonia mi disse che aveva combinato tutto in segreto pel
viaggio di nozze, perchè contava di farmene una sorpresa. Mi conduceva a
Parigi ed a Londra. Non s'era mai parlato di quel viaggio.
«Io non posso; debbo recitare doman l'altro, gli dissi. C'è una commedia
nuova.
«Ma che! Ormai ero una signora, ero entrata in una famiglia nobile; non
era più decoroso che io continuassi a recitare. Sì, egli aveva giurato
per farmi piacere; ma quello era un capriccio da fanciulla. I suoi
parenti non potrebbero tollerarlo... Egli voleva bastar solo alla mia
felicità...
«Ed invece no, non mi bastava. Amavo l'arte con passione, e poi mi
offendeva il vedermi ingannata così.
— Ebbene, gli dissi, partiamo subito.
«E partimmo. Entrai in un vagone in cui c'erano parecchie persone, ed il
mio sposo dovette seguirmi malgrado il suo biglietto di _coupé_.
Partimmo da Firenze alle sei del mattino ed alle otto di sera giungemmo
a Torino senz'essere stati soli un momento.
«Dovevamo passare la notte a Torino e ripartire la mattina seguente per
Modane. Ma, appena giunti all'albergo, gli dissi che avevo sofferto
tutta la strada d'un atroce dolore ad un dente.
«Mi ci voleva il chirurgo-dentista. Il dottor Camusso mi aveva curata
altre volte. Era necessario che mio marito andasse subito a cercare il
dottor Camusso. No; un cameriere non ci metterebbe quella premura.
Doveva andarci lui. Fui inesorabile. Gli diedi l'indirizzo: via S.
Tommaso, n. 3. E se ne andò.
«Appena egli fu uscito, uscii alla mia volta; andai in piazza Castello,
entrai in un _omnibus_ che mi conducesse fin in Borgo Nuovo. Di là mi
recai a piedi in via Vanchiglia da una cameriera che m'aveva servita
qualche tempo, poi si era maritata a Torino con un operaio. La pregai di
tenermi in casa sua per alcune settimane senza farne parola a nessuno. E
vi rimasi più d'un mese.
«Intanto la mia compagnia lasciò Firenze e si recò a Napoli. Io scrissi
al direttore che lo raggiungerei. Ed infatti dopo quaranta giorni
ricomparvi in iscena ai Fiorentini di Napoli, in una prima
rappresentazione che ebbe un gran successo, ed io ne ebbi la mia parte.
«Il domani il mio sposo lesse quella notizia sul _Fanfulla_ nella
corrispondenza di _Picche_. Anch'egli, come il fidanzato di Milano, mi
scrisse di non considerarmi più come sua moglie.
«L'avviso era superfluo. Pensavo tanto a lui come all'imperatore della
Cina. L'avevo sposato unicamente nell'idea fissa di mostrare alla gente
che mi aveva disprezzata, che si può essere una attrice, ed essere
onesta come un'altra fanciulla, e fare un bel matrimonio, e rimanere una
buona artista diventando una gran dama, ed una buona moglie. Era stata
un'illusione. Dovetti rassegnarmi a vivere divisa dal marito.
«L'anno scorso seppi, non dalla sua famiglia, ma per mezzo d'un
giornale, che mio marito era morto di tifo.
«Nel contratto nuziale mi aveva fatto un assegno dotale abbastanza
generoso, per assicurarmi un'esistenza agiata; e, malgrado il mio
abbandono, non aveva presa nessuna disposizione per annullare quella
donazione. Ma quando la reclamai, i suoi parenti ed eredi mi mossero
lite.
«Io sono certa di vincerla; ma per mille riguardi non è conveniente che
mi rimariti prima che sia terminata questa noiosa causa. Volete
aspettare alcuni mesi, e continuare a volermi bene ed a farmi la corte?
— Potete domandarmelo, Vittoria? le risposi. Farò tutto quello che
vorrete; vi lascierò continuare la vostra carriera.
— No, Gustavo, m'è passata la manìa di guarire il mondo da' suoi
pregiudizi. Ho capito che una vita a tesi è troppo difficile. E poi non
ho più fede nella mia tesi. Siete voi che me l'avete fatta perdere.
Finchè non si ama davvero si crede di poter sempre serbare una parte del
nostro cuore per l'arte; ma voi m'avete fatto sentire che c'è un amore
per cui basta appena tutto il cuore, tutta la vita; che non lascia più
posto per nessun'altra passione.»
Quelle parole mi resero pazzo di gioia. La presi nelle mie braccia, la
colmai di carezze e di baci. Tornai a gustare l'ebbrezza d'essere amato,
fui ancora felice.
Quando fummo per separarci, Vittoria mi disse:
— Credete in Dio, Gustavo?
— Sì, le risposi. Quando si ama e si è felici si prova il bisogno di
credere, come nei grandi dolori.
— Ebbene venite. Voglio che mi giuriate davanti a Dio che mi amerete
sempre. E mi trasse nella sua camera, dinanzi ad un inginocchiatoio a'
piedi del letto.
— Giurate, riprese, che mi amerete sempre come ora; che mi aprirete
sempre tutto il vostro cuore, che avrete fede in me, che mi renderete
felice e mi rispetterete come questa sera.
E mi aveva spinto in ginocchio, ed inginocchiata anch'essa accanto a me
mi stringeva le mani e mi guardava negli occhi con infinito amore.
Il mio cuore balzava di gioia; mi sentivo rivivere in quella grande
passione. Alzai gli occhi per ringraziare Iddio dal fondo dell'anima.
Ma ad un tratto un grido soffocato, un gemito, un singhiozzo, mi uscì
dal petto, mi lacerò il cuore. Al disopra del Crocefisso stava appeso un
bel dipinto ad olio rappresentante due teste alate.
Era il quadro di Clelia, e Vittoria era sua sorella!
Oh Carlo! Non so dirvi l'angoscia di quel momento. Stringermi al cuore
una donna che adoravo, e trovarmi dinanzi all'immagine d'un'altra donna
che avevo uccisa. Udire Vittoria parlare di un avvenire pieno
d'incantevoli promesse, e sentirmi vile ed infame se non rinunciavo a
quella felicità. Avrei dovuto gettarmele ai piedi, confessarle tutto.
«Ho amato tua sorella e disonorandola l'ho uccisa!»
E poi fuggire e non vederla mai più. Vedevo chiaro il mio dovere. Vedevo
la viltà dell'azione che commettevo tacendo. Ma avevo il delirio della
passione. E non la disingannai: e rimasi. E lasciai che il nostro amore
aumentasse ogni giorno. Lasciai che la sua anima si esaltasse in questa
passione fino a non poter più vivere senza di me.
Ma d'allora la mia esistenza è una continua tortura; una lotta disperata
tra il cuore e la coscienza. La vedo, affogo i miei rimorsi
nell'ebbrezza dell'amore; e poi ad un tratto penso:
«Ecco questa donna abbandonata dai parenti e dagli amici non aveva altro
affetto sulla terra che sua sorella. Ed io gliel'ho tolta; ed ella si
stringe al cuore l'uomo che l'ha uccisa.»
Ed in quei momenti mi sembra d'abbracciare il cadavere gelato di Clelia;
e respingo la povera donna, grido, mi sfogo in pianto; le sembro pazzo,
e sono profondamente infelice.
Vittoria volle che venissi a respirare un po' d'aria pura qui. Ella mi
crede ammalato. È venuta ella pure ad Arona per essermi vicina, e vado a
vederla ogni giorno.
Ma la sua schietta affezione, le sue tenerezze sono un continuo
rimprovero alla mia coscienza. Sento che questo stato di cose non può
durare. Bisogna ch'ella sappia tutto. Che mi perdoni, e mi renda la
felicità e la pace; o mi disprezzi, mi scacci addirittura. Meglio morire
disperato, che vivere così.
Gustavo era esaltato e commosso. Io stesso non trovavo parole per
quell'angoscia; ero profondamente impietosito; comprendevo tutto lo
strazio di un'anima delicata in quella situazione. La colpa era delle
circostanze più che di lui; ma le conseguenze erano state terribili. Gli
strinsi la mano in silenzio come per dargli coraggio. Egli riprese:
— Dimmi tu, Carlo. Cosa debbo fare? Ogni volta che vado da Vittoria ho
il proponimento di dirle tutto; ed ogni volta il coraggio mi manca: ed
ogni giorno commetto una nuova viltà. Cosa debbo fare? Consigliami, via.
— Mi fai pena, povero Gustavo; non ne hai colpa, ma hai ragione di
sentir dei rimorsi. Non può durare così. Vuoi che faccia io qualche cosa
per te? Vuoi farmi conoscere Vittoria, e lasciare che le parli io, e che
le domandi io il tuo perdono?
Egli mi abbracciò con riconoscenza; mi chiamò suo salvatore, suo amico;
ed il giorno dopo mi presentò a Vittoria.