II.

— Tre anni sono, disse, ero un giovinotto allegro, pieno di vita,

affettuoso, noncurante del domani, amante del lavoro, appassionato per

la mia arte, nella quale mi sentivo capace di riescire a qualche cosa.

— Bada alla tua modestia, Gustavo. La farai arrossire.

— No; lasciami dire quel tanto di buono che ho avuto; ne avrò bisogno

per farmi perdonare il tanto male che mi resta a dirti.

Poi soggiunse con un sorriso penoso come una lacrima:

— Parlo di un morto. Il Gustavo d'allora non esiste più.

E continuò a rimovere vivamente quel pugno di sassolini, a gettarli in

alto ed a riprenderli, finchè l'intenerimento che gli aveva fatta

oscillare la voce nelle ultime parole fu dominato. Allora riprese senza

alzare lo sguardo:

— Una mattina giravo per Milano cercando alloggio. Passando in via

dell'_Unione_, vidi ad una porta un _appigionasi_, ed entrai.

«È al secondo piano, l'uscio a destra,» mi disse la portinaia.

— Salii. La serva che venne ad aprire m'introdusse in un salotto, e mi

lasciò dicendo:

«S'accomodi. La signora verrà a momenti.

— La prima cosa che vidi fu un cavalletto, su cui stava una tela finita,

rappresentante due teste alate. Ma non erano teste di puttini. Erano due

belle teste di donna, piene d'espressione e di vita. Una, pallida, con

una ricchezza di capelli, di ciglia e di sopracciglia d'un bel castano

chiaro e due grandi occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica

e dolce. L'altra sembrava piuttosto la testa d'un'amazzone che quella di

un angelo. Capelli nerissimi, occhi neri scintillanti, profilo greco,

bocca stretta e severa, carnagione bruna, colorita, attraente.

— Erano due belle teste ed era un bel lavoro. Stavo assorto in quella

contemplazione che mi appassionava come uomo e come artista, quando udii

aprire l'uscio del salotto, ed una voce lieve lieve mi disse:

«È il signore che desidera di vedere il quartierino da affittare?

— Mi voltai a quella simpatica voce di donna; ma invece di risponderle,

misi un'esclamazione di meraviglia.

— La signora che mi aveva parlato era l'originale della testa alata,

dagli occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce.

— Ella comprese la causa del mio stupore, e mi disse:

«Ha osservato quel lavoro, nevvero? Deve trovarmi vana assai per essermi

ritratta così. Ma veda: non ho che una parente al mondo, una sorella che

mi è tanto cara. E viviamo lontane, lontane. Quando ho cominciato questo

quadro destinato a lei, mi venne naturale di ritrarre il suo bel volto;

e poi non ho potuto rassegnarmi e mettergli là accanto una testa

qualunque, ideale o vera, ma indifferente. Ci voleva la testa di

qualcuno che l'amasse, e ci ho posta la mia.

— Ella aveva cessato di parlare, ed io non pensavo a risponderle ed

ascoltavo sempre, e quella voce lieve lieve vibrava ancora nell'aria

intorno a me. Era lei l'originale del quadro; l'aveva dipinto lei! Era

giovine; era bella di quella bellezza sofferente che interessa ed

affascina; era artista come me.

— Trovai superbe quelle camere che dovevano farmi vivere accanto a lei;

e mi affrettai ad impadronirmene.

— La mia padrona di casa era una signorina. Si chiamava Clelia Moris, ed

aveva ventiquattro anni. Era una natura eletta, aristocratica, delicata,

fatta per vivere in un ambiente di poesia; le cure materiali

dell'esistenza la urtavano penosamente. Quando le domandai il prezzo del

mio nuovo alloggio, me lo disse rapidamente, senza guardarmi, a bassa

voce, ed arrossì fin sulla fronte. Quando la sera, appena installato in

casa sua, le posi dinanzi il denaro, ella arrossì ancora di più; cercò

di profferire un _grazie_ che le rimase fra i denti; tenne sempre gli

occhi fissi sul lavoro, si diede a cucire con una rapidità febbrile, e

lasciò il denaro sulla tavola senza osare nè di ritirarlo, nè di

guardarlo.

— Al confronto di quell'estrema delicatezza, io che senza essere nè

cupido, nè avaro, non avevo mai avuta l'idea di trovarmi umiliato per

rapporti di denaro con chicchessia, mi sentii compreso da tanta

inferiorità, che non osavo quasi più parlare, e sostenevo male la

conversazione con frasi scucite, alle quali Clelia rispondeva con

monosillabi, senza alzar gli occhi. Compresi che quel denaro posto là

tra me e lei sul tavolino era la causa della sua confusione e mi

ritirai.

— Il mio cuore d'artista, che s'era conservato entusiasta e buono

malgrado la vita burrascosa d'un giovine affatto libero, era fatto per

apprezzare le cose belle, per amarle con passione.

— Così non mi feci neppur un momento l'illusione di rimanere con quella

fanciulla nei prosaici rapporti di padrona di casa ed inquilino, e

nemmeno in quelli paradossali dell'amicizia. L'amore non mi venne

addosso inavvertito. Da quel primo giorno, da quella prima ora, sentii

che avrei amata Clelia con tutto l'ardore di cui era capace il mio

cuore. Ma non pensai menomamente di fuggire, di sottrarmi a quel

fascino: lo guardavo venire con delizia, come si guarda in aprile

rinverdir la natura, gonfiarsi le gemme, sbocciare le rose.

— Quando rividi Clelia il giorno dopo, non le parlai più di pigione, di

denaro. Discorremmo d'arte, di libri, di teatri, di amici lontani, di

noi, di tutto. Ed allora non fu punto impacciata; le parole non le

morivano fra i denti come la sera innanzi; parlava con entusiasmo, e mi

guardava negli occhi senza sfrontatezza, ma con un'espressione di

curiosità e di simpatia.

— Così passarono dieci giorni. Dieci giorni così belli, così

inebbrianti, che darei tutto il sangue delle mie vene per farli

rivivere. Amavo quella fanciulla come un pazzo; e sentivo il bisogno di

dirglielo, di dirlo a tutti, di gridarlo sui tetti. E tuttavia la sapevo

così delicata, che temevo d'offenderla. Esitai due giorni ancora. Ma la

passione, la speranza, la gioia mi gonfiavano talmente il cuore, che mi

pareva dovesse scoppiare. Tremavo da un momento all'altro di non sapermi

frenare, di saltarle al collo e di coprirla di baci, senz'altro

preavviso a costo di farmi scacciare come un malcreato. Non potevo più

vivere così. Bisognava che ella mi amasse, o che me ne andassi per non

vederla mai più.

— Una sera stavo seduto accanto a lei che lavorava. Frenai i miei impeti

entusiastici, e cercai di fare la mia dichiarazione un po'

indirettamente ed accartocciata, come si usa fra persone ammodo.

«Lei non ha altra affezione al mondo che per sua sorella, signora

Clelia? le domandai.

«Perchè me lo domanda?

— Ella mi diede questa risposta continuando a lavorare, tranquilla,

senza il menomo imbarazzo. Mi parve molto fredda. Provai nel cuore un

senso di delusione penoso, e tra l'amore e lo sdegno, tutti i miei

propositi di convenienza sfumarono; me le accostai all'orecchio fin

quasi a toccarlo colle labbra, e con tutta la passione che mi sentivo

nel cuore, le dissi:

«Perchè vi amo, Clelia. Vi amo!

— M'aspettavo un'esplosione di sdegno. Ero spaventato dalle mie stesse

parole. Ma ella si voltò lentamente, e guardandomi in volto coi suoi

grandi occhi limpidi, mi rispose:

«Lo so bene che mi amate, Gustavo.

— Rimasi istupidito. Era la schiettezza dell'innocenza, o era un

artificio di civetteria? Quella pace, quella sicurezza, volevano dire

che mi amava, o che si prendeva gioco di me? Volli saperlo, e col cuore

tremante le domandai:

«Lo sapete, e non ne siete offesa?

— Ella depose il lavoro, e senza precipitazione, colla calma d'una vera

beatitudine mi guardò a lungo e mi disse:

«Non posso esserne offesa, perchè anch'io vi amo.

«Voi mi amate, Clelia? Oh non avrei mai osato crederlo!

«Osatelo, Gustavo. Osatelo perchè siete un bravo giovine.

— E mi prese il capo colle sue mani bianche, e senza agitarsi, senza

arrossire, mi baciò sulla fronte. Ricevetti quel bacio in ginocchio, a

capo chino, senza ricambiarlo, in un religioso raccoglimento, come si

riceve una benedizione.

— Vivemmo otto mesi così. Otto mesi di incantevole ebbrezza, amandoci

con tutto l'ardore dei mortali, con tutta la purezza degli angeli.

— Clelia aveva in casa una serva che l'aveva veduta nascere; una di

quelle donne che invecchiano nella famiglia del primo padrone, ci si

affezionano come se fosse la famiglia loro e ne dividono eroicamente

quando occorra, le disgrazie, i sacrifici, le privazioni, senza

immaginarsi nemmeno per ombra il proprio eroismo.

— Da quel giorno ogni volta ch'io sonavo alla porta di Clelia, la

vecchia Rosa, dopo avermi introdotto, sedeva anch'essa nel salotto, a

qualche distanza da noi, e lavorando in silenzio, assisteva a tutte le

mie lunghe visite. Era un po' sorda, e le nostre parole le sfuggivano;

ma non eravamo soli.

— Ci eravamo fidanzati tra noi, da cuore a cuore; ed io lavoravo

assiduamente ad un quadro che dovevo mettere all'Esposizione di Firenze,

e col quale speravo di farmi conoscere per guadagnarmi una situazione da

dividere con Clelia. Quando le dissi questi particolari che non mi

permettevano di sposarla subito, mi rispose senza vergognarsi:

«Io pure sono povera, Gustavo. Non vi porterò altra dote che il mio

amore.

— Del resto non seppi mai nulla riguardo ai suoi interessi. Evitava di

parlarne; credo che soffrisse delle privazioni, ma non me le disse mai.

Cercai più volte di farmi raccontare di quella sorella lontana, ma ella

mi rispose vagamente, e finì col dirmi:

«Perchè cercate di indagare i miei interessi di famiglia? Dubitate di

me, Gustavo? Mia sorella è maritata, ed è onestissima.

— Io non dubitavo di lei, e non domandai più nulla, e non pensai che ad

esser felice.

— Una sola cosa mi tormentava durante quegli otto mesi così belli: la

salute di Clelia. Non era precisamente inferma, ma era tanto gracile e

delicatina, che un nulla la faceva ammalare. Parecchie volte al giorno

prendeva un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, ed aveva sempre la

tosse. Ma io pensavo: «Non è più tanto giovine, la tisi è la malattia

delle giovinette.» E scacciavo le idee tristi guardando la serenità dei

suoi begli occhi.

— Sul principio della nostra relazione, uscendo di casa, una sera

incontrai alcuni amici, che m'invitarono ad una cena. Dopo la cena, si

fece un po' di chiasso, e rimasi fuori tutta la notte.

— La mattina, quando andai da Clelia, fui spaventato al vedere quanto

male le aveva fatto quella mia scappata. Era pallida, abbattuta, cogli

occhi gonfi di pianto; sembrava che uscisse da una malattia. Non mi fece

alcun rimprovero. Ma la sua sofferenza mi fu un rimprovero crudele.

D'allora rientrai più presto la sera, la circondai di affettuose

assiduità, ma per parecchi giorni le durò una febbricciatola che mi

rodeva la coscienza.

— Ogni volta che nasceva tra noi una di quelle piccole questioni da

innamorati, che sono tanto belle per la pace che le segue poi, Clelia ne

aveva la febbre.

— Più volte, solo nella mia stanza, piangevo di rabbia pensando a quel

che potrebbe accadere. Avrei voluto parlarne alla vecchia Rosa; ma non

mi aveva più perdonato quella notte passata fuori, che aveva fatto

soffrir tanto la sua padrona; e non mi badava più. E poi col suo udito,

non era possibile discorrere in segreto con lei.

— Un giorno condussi a casa un amico medico, pregandolo di osservare

attentamente la mia fidanzata, senza farsi scorgere. Glielo presentai e

lo feci rimanere tutta la serata con noi.

— Quando uscii ad accompagnarlo mi disse che non osava dare un giudizio

senza avere visitata l'ammalata, ma aveva tutta _la veste_ della tisi.

Forse potrebbe ancora vivere a lungo; ma la menoma scossa, la menoma

sofferenza fisica o morale potrebbe esserle fatale...

— Ebbi alcuni giorni di profondo sconforto. Ma Clelia era così serena,

cosí felice; mi parlava sempre del nostro avvenire, ci credeva tanto,

che tornai a crederci anch'io.

— Infine quel medico non l'aveva oscultata. Chi sa? Forse s'era

ingannato sulla natura del male. Appena Clelia sarebbe mia, la condurrei

a Napoli, a Madera, la farei vivere in una pineta, dove i polmoni

delicati si riconfortano; ne avrei tanta cura, la renderei tanto felice,

che non soffrirebbe più...

— Intanto il mio quadro era finito ed era tempo d'andarlo ad esporre.

Dovevo separarmi per poco da Clelia. Ci scambiammo le solite promesse e

raccomandazioni.

«Scrivimi, sai, mi diceva, non tenermi in pena, non darmi crucci, te ne

prego. Io sono come quelle povere pianticine esotiche che si conservano

belle e profumate, finchè sono tenute in un dato ambiente, con quelle

date cure; ma un soffio d'aria, una goccia d'acqua più o meno, bastano a

farle morire.

— Io promisi, di cuore, di gran cuore, perchè l'amavo più della mia

vita, e tremavo per la sua. E partii.

Serate d'inverno · 第 7 / 19 题