PREFAZIONE

Sono l'incubo di mezzo mondo quelle lunghe, lunghe sere d'inverno, che

durano dalle sette alle dieci; tre ore per lo meno; per molte famiglie

assai più.

Alle quattro e mezzo, al più tardi alle cinque, s'è accesa la lampada in

sala da pranzo. Ad uno ad uno i membri della famiglia, chi da fuori, chi

dallo studio, chi dal salotto, si sono radunati là, intorno alla tavola

apparecchiata.

Quelli che sono usciti hanno reso conto dei gradi di freddo della

temperatura esterna, della maggiore o minore densità della nebbia, dello

stato delle contrade, se asciutte, fangose, gelate, ecc.

Le signore hanno riferite le visite fatte, le abbigliature della Tale e

della Talaltra, le carrozze che erano al corso, le stoffe nuove esposte

nei negozi di moda, le pelliccie, i cappellini.

I giovinetti hanno riportate le novità raccolte al caffè o al _club_;

chi s'è sposato, o è in procinto di farlo, chi è morto, chi è

innamorato; che _nuovissime_ promette il manifesto del Manzoni: chi era

la signora più brillante la sera innanzi alla Scala; che cosa combinano

di fare gli ammiratori per la beneficiata della prima donna o della

prima ballerina.

Il babbo, i membri seri della famiglia, hanno recate le notizie

politiche e quelle dei loro reumi, che aumentano o diminuiscono in

ragione diretta dell'intensità del freddo, e dei loro catarri a cui

l'umidità fa dei brutti tiri.

Intanto è stata servita la minestra; ciascuno ha preso il suo posto, e

durante più d'un'ora tra un boccone e l'altro, si sono particolareggiati

tutti gli avvenimenti messi sul tappeto, si sono analizzati, discussi,

se n'è visto il fondo.

Alle sette il pranzo è finito, la tavola è sparecchiata, e la sera,

l'eterna sera d'inverno, non è cominciata ancora.

Gli scrittori sentimentali che hanno l'abitudine di guardare il mondo

traverso una lente azzurra come se fosse un eclissi, hanno scritto

volumi di prosa soave, sulle _serate di famiglia intorno al focolare

domestico_; ce le hanno dipinte come un perpetuo idillio.

Ma in realtà sono una delle tante cose, che sembrano belle soltanto

quando si guardano da lontano.

Io pure a quest'ora, dopo tanti anni e tanti avvenimenti, le ripenso con

dolcezza infinita le serate casalinghe della mia casa paterna.

Il capo di casa ottuagenario, che sonnecchiava in una poltrona accanto

al camino, e tratto tratto si svegliava in un sussulto, o perchè le

molle gli erano cadute dalle mani, o perchè la serva entrando gli aveva

mandata una corrente d'aria tra capo e collo, o per qualunque altro

avvenimento della medesima importanza.

Domandava l'ora, picchiava i tizzoni, osservava che io sporgevo sempre

le labbra come se fossi in collera col Padre Eterno, che mio fratello

non faceva mai nulla, che mia sorella aveva gli occhi rossi, che le zie

dovevano annoiarsi di far sempre lo stesso lavoro.

— Maria, tira dentro quel muso.

— Mario, fa qualche cosa, fannullone.

— Teresa smetti quel ricamo che ti guasta la vista.

— Quante calze ha fatte quest'inverno signora Caterina? Deve averne per

un reggimento.

— Ce n'ha sempre di bucato da raccomodare signora Rosa?

Quando aveva fatta l'una o l'altra di queste osservazioni, tanto per

provarci che non dormiva, s'addormentava daccapo per un altro quarto

d'ora.

La zia Rosa non amava conversare; parlava soltanto quando poteva

imprendere una narrazione tutta finezze, e particolari, e dissertazioni,

e commenti, che le permettesse di tener la parola per una mezz'ora o

più, senza interruzione. Ma la sera non era più in lena, e preferiva

star zitta.

La zia Caterina parlava sempre per proverbi. Ne aveva una raccolta

immensa, colle rime che non tornavano, mezzi in lingua mezzi in

dialetto, e ad ogni discorso ne trovava uno da applicare.

Quando qualcuno si meravigliava degli interminabili rammendi di sua

sorella, era lei che rispondeva:

«_L'ago e la pezzuola, tengono in piedi la camiciola._»

Se si osservava a lei che, a forza di far calze tutta la vita, doveva

averne una provvista sterminata, rispondeva subito:

— _Pane e panni, buoni compagni._

— Che freddo! diceva qualcuno, non s'ha voglia di uscire.

— Ma sicuro, ribatteva lei. _A Santa Caterina, chiudi i buoi nella

cascina._

— Le giornate cominciano ad allungarsi un poco.

— Senza dubbio. _Natal el pass d'un gall._

Questo era uno de' suoi proverbi più infelici, perchè oltre la rima

impossibile, aveva bisogno d'un discorso preparatorio per stabilire che

il passo d'un gallo era la misura di cui s'era allungata la giornata a

quell'epoca.

Mio fratello la chiamava il _Giusti_; e quando aveva bisogno d'una rima

pe' suoi infelici tentativi poetici, ricorreva sempre a lei.

Ma quei proverbi che ora mi fanno sorridere quando li ricordo, allora li

udivo ogni sera, li sapevo, li avevo in uggia.

Il nostro capo di casa aveva un fratello di settant'anni, che gli pareva

molto giovine perchè aveva undici anni meno di lui; egli veniva ogni

sera a sedere per un paio d'ore dirimpetto al suo primogenito dall'altro

lato del camino.

Quello parlava a monosillabi, e bisognava strapparglieli con una serie

di domande. S'accontentava di starsene zitto contemplando il fratello,

pel quale aveva una grande venerazione, e cogliendo il momento opportuno

per impadronirsi delle molle che l'altro si teneva amorosamente tra le

ginocchia, per picchiare un poco alla sua volta i tizzoni.

Qualche rara volta mancava. Era il solo avvenimento che introducesse un

po' di varietà nelle nostre serate.

Allora il primogenito si metteva in grande apprensione. Si alzava tutto

ingranchito dal sonno, coi calzoni raggrinzati sulle ginocchia pel lungo

star seduto, passeggiava barcollando fin in fondo alla stanza, e

sospirava:

— Ma! Cosa sarà accaduto a quel ragazzo? Per lui il suo secondogenito

era sempre un ragazzo.

E noi, coll'insolenza della gioventù, facevamo a gara a suggerirgli una

serie di disgrazie infantili e burlesche:

— Sarà rimasto sotto una carrozza.

— L'avrà portato via lo spazzacamino nel sacco come i bimbi cattivi.

— Avrà fatto i capricci, e la mamma l'avrà mandato a dormire senza cena.

Ridevamo un momento, poi ricadevamo nella solita monotonia, finchè non

accadeva un altro di quegli episodi profondamente insignificanti, che la

nostra allegria giovanile, priva di sfogo, afferrava al volo per farsene

argomento di spasso.

La massima parte ce li forniva l'eccentricità bonaria del nostro vecchio

capo di casa.

Era un uomo estremamente alto e dritto, forte, magro, col volto color

del legno di noce, e talmente rugoso che sembrava una collaretta

arroccettata. Portava una folta parrucca bionda, sebbene nessuno si

ricordasse d'averlo mai visto biondo. Egli stesso non ne aveva idea.

Quando gli domandavamo com'erano stati i suoi capelli, ci rifletteva un

pochino colla sua bontà condiscendente, poi rispondeva:

— Così... come i tuoi.

E questa medesima risposta la dava ugualmente a me che avevo i capelli

neri, a mio fratello che li aveva biondi, a mia sorella che li aveva

d'un bel castano bronzato.

Del resto egli non metteva punto civetteria nel portare la parrucca. Non

aveva mai pensato che dovesse illudere alcuno. Era leale in quello come

in tutto; le dava semplicemente per una parrucca; nè più nè meno.

L'aveva adottata nei tempi trapassati remoti, al principio della sua

calvizie, per riparare il capo dal freddo, e l'aveva serbata sempre come

una parte indispensabile del suo vestiario.

Quando le giornate erano rigide egli scendeva dal letto assiderato, ed

affrettava la toeletta per trovarsi più presto nella sua poltrona

accanto al camino. Allora la parrucca presentava ogni sorta di novità

bizzarre. Ora aveva un orecchio in mezzo alla fronte, ora sopra un

occhio; alle volte era messa col davanti di dietro addirittura.

Poi quando il freddo aumentava, il riparo della parrucca non bastava

più; ci voleva anche una berretta di lana. Ma per sentire il beneficio

della lana sul cranio calvo, egli si metteva la berretta di sotto, giù

giù fin sulla fronte, sulla nuca, sugli orecchi; poi la parrucca

inalberata sopra, come Dio vuole, con un largo orlo di berretta che

sporgeva tutto in giro.

— Babbo, un fenomeno! diceva mio fratello. Una capigliatura bionda

cresciuta sopra una berretta.

Potrei continuare per un volume a narrare così i piccoli svaghi delle

nostre sere; miseri svaghi, che si rassomigliavano tutti, e passavano

presto.

Ora ripenso a quelle sere coll'animo commosso; ne risento soltanto

l'atmosfera tepida della famiglia, la pace, l'intimità. L'immensa

lontananza a cui le ha respinte il tempo, non permette più di vederne le

ombre.

Dio, com'erano noiose quelle sere d'inverno! Sempre i due vecchi accanto

al fuoco; sempre lo stesso tavolino un po' più indietro, colla stessa

lampada, e le stesse zie cogli stessi lavori. Sempre mio fratello,

imbronciato di non poter uscire a fare il giovinotto, che tirava certi

sbadigli da destare un morto. Ed io e mia sorella, sempre occupate a

ricamare fiori improbabili ed animali mostruosi, con tutta la precisione

possibile, su qualche inezia elegante.

Ogni tanto esclamavamo:

— Oh Dio! Sono appena le otto! Sono appena le otto e mezzo!

E cosí via, di mezz'ora in mezz'ora, finchè veniva un'intimazione

superiore del nonno, sempre impensierito del nostro bene, di smettere il

ricamo perchè ci affaticava gli occhi.

— Ma non sappiamo cosa fare, si rispondeva noi.

— Leggete.

— Non abbiamo libri.

— Leggete una commedia di Goldoni.

Il nostro caro capo di casa era un uomo positivo. Si occupava, o

piuttosto s'era occupato di fisica, di chimica, di scienze esatte. Non

amava le vaporosità sentimentali; abborriva i romanzi.

Una volta un suo lontano parente povero, ch'egli colla sua grande bontà

manteneva a Torino per gli studi universitari, ebbe l'idea di scrivere

un romanzo, e trovò un editore che lo stampò, forse in penitenza de'

suoi peccati.

A titolo di riconoscenza il giovine autore dedicò quell'opera al suo

benefattore, e gliene spedí una copia.

È l'unica volta che mi ricordo d'aver visto in collera quell'uomo, che

era l'incarnazione della indulgenza, della mitezza. Non lesse una

parola; non guardò neppure il titolo. Prese il romanzo colle molle (le

compagne e la distrazione costante delle sue serate) lo mise sul fuoco;

e finchè lo vide interamente bruciato picchiò i tizzoni con maggiore

accanimento del solito. E da quel giorno soppresse la pensione al suo

parente.

— Non voglio il rimorso d'aver fomentati i suoi cattivi istinti, diceva.

Quando non avrà denaro in tasca, sarà obbligato a lavorare, ed il lavoro

gli rimetterà la testa a posto.

Con queste idee, è facile immaginarsi come fosse fornita la nostra

libreria quanto a letture amene.

Oltre una serie infinita di opere scientifiche, c'erano il teatro di

Goldoni e quello di Alfieri.

Goldoni era il solo autore letterario che avesse trovato grazia agli

occhi del nostro capo di casa.

«Quello era vero; mostrava la vita com'era realmente; non inventava

passioni esagerate; ritraeva uomini e donne in carne ed ossa come noi,

colle nostre virtù ed i nostri vizii, e senza fantasticaggini, senza

esaltazioni. Quelli erano libri che facevano buon sangue, rasserenavano

lo spirito, e non guastavano la testa alla gioventù.

Più tardi aveva comperato il teatro d'Alfieri, sperando di trovarci le

stesse qualità. Ma era stato un gran disinganno. Quegli eroi

cattedratici, quelle passioni frementi, quelle tirate retoriche lo

avevano esasperato.

«Egli non aveva mai conosciuto nessuno, in ottantun'anni di vita, che

parlasse a quel modo. Quegli uomini e quelle donne sempre furibondi, che

ammazzavano e si facevano ammazzare come se si fossero fatto strappare

un dente, che vivevano sempre nelle nubi, gli parevano matti; gli davano

le vertigini.

Appena noi ragazze eravamo tornate di collegio aveva messo l'Alfieri

sotto chiave.

— Se leggono questa roba, addio lista del bucato, diceva; addio note

della spesa; addio testa! Si mettono in mente di sposare un eroe e non

si maritano più.

Rimaneva il Goldoni. L'autore positivo e vero delle scene casalinghe,

dai pettegolezzi borghesi, dagli amori tranquilli. Ed ogni volta che

sentiva il bisogno di darci una distrazione per quelle benedette sere

d'inverno, era sempre il suo ritornello:

— Leggete una commedia di Goldoni.

Le avevamo lette tutte, rilette, ri-rilette; le sapevamo a memoria, le

avevamo talmente negli orecchi, che per gioco i miei fratelli ed io

parlavamo qualche volta per ore intere in versi martelliani (che le nove

Muse ce li perdonino!) ma le sillabe e le rime tornavano sempre.

Se in quella noia profonda ci fossero capitati dei libri di racconti, in

cui non si fossero narrate passioni da romanzo per far infuriare il capo

di casa vecchio, e che avessero ritratta qualche scena amena e

commovente per divertire i giovani, sarebbero stati una benedizione.

Si sarebbe letta una novella ogni sera, ci si sarebbe conversato sopra

un quarto d'ora senza misericordia pel povero autore, e sarebbe venuta

l'ora di coricarsi; ed allora si sarebbe finito per dire:

— Malgrado tutto, ci ha fatto passare la sera, però.

Ed in vista di questo gli si sarebbero perdonati i suoi difetti, e

l'indomani si sarebbe fatto ancora buon viso al libro, ed ancora, ed

ancora finchè si fosse giunti all'ultima pagina.

Dopo si sarebbe dimenticato; pazienza; questa è la sorte comune dei

libri che non hanno altro scopo fuorchè il diletto; ottenuto lo scopo il

mezzo non serve più.

Ma più tardi, giungendo fra noi un altro volume dello stesso autore,

avrebbe trovata la stessa accoglienza.

Di gente che passa la sera come la passavamo noi, ce n'è un numero

sterminato. Sono le famiglie modello che stanno riunite, che si amano,

che s'annoiano insieme; quelle che hanno inspirata la poesia del

focolare. Poi c'è un altro numero sterminato di famiglie, in cui il

babbo è fuori da un lato, i fratelli dall'altro, e le signore passano la

sera in casa tra loro. Poi vi sono le altre in cui la mamma è ancora

giovine o crede di esserlo, e va a teatro, va in società; e le signorine

che non debbono assistere alla commedia, non debbono vedere le

ballerine, non debbono udire una quantità di cose in conversazione,

rimangono sole a casa. Oppure è tutta la parte giovine della famiglia

che esce e si diverte; ed una nonna, una zia, una vecchia parente, ha

dinanzi la prospettiva d'una lunga serata tra il caldanino e la lampada.

Queste persone solitarie ed annoiate, in quelle ore di solitudine e di

noia, sono disposte all'indulgenza, come eravamo io ed i miei fratelli

nelle nostre serate di famiglia. Ed è a loro ch'io raccomando i miei

poveri raccontini, implorando per essi quell'accoglienza ch'io avrei

fatta ai raccontini di chi allora avesse avuto il pensiero pietoso di

scriverli per me.

Serate d'inverno · 第 4 / 19 题