SOFRONIA, NICOMACO.

_Sofr._ Io ho rinchiusa Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna

guardare questa fanciulla dal figliuolo, dal marito, da' famigli;

ognuno le ha posto il campo intorno.

_Ni._ Sofronia, ove si va?

_Sofr._ Alla messa.

_Ni._ Ed è pur carnasciale; pensa quel che tu farai di quaresima.

_Sofr._ Io credo che s'abbia a far bene d'ogni tempo, e tanto è più

accetto farlo in quelli tempi che gli altri fanno male. Ma e' mi pare

che a far bene noi ci facciamo da cattivo lato.

_Ni._ Come? Che vorresti tu che si facesse?

_Sofr._ Che non si pensasse a chiacchiere, e poi che noi abbiamo in

casa una fanciulla bella, buona, e d'assai, ed abbiamo durato fatica ad

allevarla, che si pensasse di non la gittare or via; e dove prima ogni

uomo ci lodava, ogni uomo ora ci biasimerà, veggendo che noi la diamo

a un ghiotto senza cervello, che non sa far altro che uno poco radere,

che non ne viverebbe una mosca.

_Ni._ Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane di buono aspetto; e se

non sa, è atto ad imparare, e vuol bene a costei; che sono tre gran

parti in uno marito: gioventù, bellezza ed amore. A me non pare che si

possa ir più là, né che di questi partiti se ne trovi a ogni uscio.

Se non ha roba, tu lo sai che la roba viene e va; e costui è uno di

quelli, che è atto a farne venire, ed io non lo abbandonerò, perché io

fo pensiero, a dirti il vero, di comperargli quella casa che ora ho

tolta a pigione da Damone nostro vicino, ed empierolla di masserizie, e

di più, quando mi costasse quattrocento fiorini, per mettergliene...

_Sofr._ Ah, ah, ah!

_Ni._ Tu ridi?

_Sofr._ Chi non riderebbe?

_Ni._ Si, che vuoi tu dire? Per mettergliene in su una bottega, non

sono per guardarvi.

_Sofr._ È egli possibile però che tu voglia con questo partito strano

torre al tuo figliuolo più che non si conviene e dare a costui più che

non merita? Io non so che mi dire; io dubito che non ci sia altro sotto.

_Ni._ Che vuoi tu che ci sia?

_Sofr._ Se ci fosse chi non lo sapesse, io gliene direi: ma perché tu

lo sai, io non te lo dirò.

_Ni._ Che so io?

_Sofr._ Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe

con questa dote, o minore, maritarla meglio?

_Ni._ Si, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto all'una ed

all'altro, che avendoceli allevati tutti e due, mi pare di beneficarli

tutti a due.

_Sofr._ Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio

tuo fattore?

_Ni._ Si, ho; ma che vuoi tu, che la faccia di cotestui, che non ha

gentilezza veruna, ed è uso a star in villa tra' buoi e tra le pecore?

Oh! se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.

_Sofr._ E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze

degli uomini consistono in aver qualche virtù, saper fare qualche cosa

come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su' mercati, a far

masserizia, ad aver cura delle cose d'altri e delle sue, ed è un uomo

che viverebbe in su l'acqua; tanto più che tu sai ch'egli ha un buon

capitale. Pirro dall'altra parte non è mai se non in su le taverne, su

per i giuochi, un cacapensieri, che morrebbe di fame nell'altopascio.

_Ni._ Non ti ho io detto quello ch'io gli voglio dare?

_Sofr._ Non ti ho io risposto che tu lo getti via? Io ti concludo

questo, Nicomaco, che tu hai speso in nutrire costei, ed io ho durato

fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora

io intendere come queste cose hanno andare; o io dirò tanto male, e

commetterò tanti scandoli, che ti parrà essere in mal termine, che non

so come tu ti alzi il viso. Va', ragiona di queste cose colla maschera.

_Ni._ Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venire voglia di

dargliene in ogni modo; e per cotesto amore voglio io che la meni

stasera, e merralla, se ti schizzassi gli occhi.

_Sofr._ O la merrà, o e' non la merrà.

_Ni._ Tu mi minacci di chiacchiere; fa' che io non dica. Tu credi

forse ch'io sia cieco, e che io non conosca i giuochi di queste tue

bagattelle. Io sapevo bene che le madri volevano bene ai figliuoli; ma

non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà.

_Sofr._ Che di' tu? Che cosa è disonestà?

_Ni._ Deh! non mi far dire. Tu intendi, ed io intendo. Ognuno di noi sa

a quanti di è San Biagio. Facciamo per tua fé le cose d'accordo; che se

noi entriamo in cetere, noi saremo la favola del popolo.

_Sofr._ Entra in che cetere tu vuoi. Questa fanciulla non si ha a

gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.

_Ni._ Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome, non sognava, se tu

sei una soffiona, e se' piena di vento.

_Sofr._ Al nome di Dio. lo voglio ire alla messa; noi ci rivedremo;

_Ni._ Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che noi

non ci facessimo tenere pazzi?

_Sofr._ Pazzi no, ma tristi si.

_Ni._ E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo

tanti parenti, e' ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi

non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via o tu o io ci

sganneremo.

_Sofr._ Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?

_Ni._ Se noi non vogliamo torre o amici, o parenti, togliamo un

religioso, e non si bandiranno, e rimettiamo in lui questa cosa in

confessione.

_Sofr._ A chi andremo?

_Ni._ E' non si può andare ad altri che a frate Timoteo, che è nostro

confessore di casa, ed è un santarello, e ha già fatto qualche miracolo.

_Sofr._ Quale?

_Ni._ Come, quale? Non sai tu che per le sue orazioni monna Lucrezia di

messer Nicia Calfucci che era sterile, ingravidò?

_Sofr._ Gran miracolo, uno frate far ingravidare una donna! Miracolo

sarebbe, se una donna la facesse ingravidare ella.

_Ni._ È egli possibile che tu non mi attraversi sempre la via con

queste novelle?

_Sofr._ Io voglio ire alla messa, e non voglio rimetter le cose mie in

persona.

_Ni._ Orsù, va', io t'aspetterò in casa. Io credo che e' sia bene non

si discostare molto, perché non trafugassero Clizia in qualche lato.

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La mandragola - La Clizia - Belfagor · 第 52 / 81 题