E tuttavia questo punto di appoggio c'è. Non sono i partiti, i quali
hanno essi stessi bisogno di essere risanati e fatti forti contro la
burocrazia. E non sono le regioni, alle quali spesso si pensa quando
si tratta di decentramento, più per reminiscenze letterarie che per
chiaro intuito politico.
Se lo Stato burocratico è forte, perchè è esso solo una colossale
organizzazione, mentre ogni altro vecchio vincolo di coesione sociale
si va disgregando, fuori di esso e sovente in lotta con esso, noi non
vediamo che un altro vincolo di coesione, la comunità d'interessi
professionali, la classe, il sindacato.
I sindacati--preghiamo il lettore di non confonderli con il
sindacalismo rivoluzionario, dottrina in uso di un solo
sindacato--iniziano un processo di reintegrazione organica della
società. Essi empiranno della loro storia il secolo XX.
Creeranno delle coesioni così salde da poter vittoriosamente resistere
alla burocrazia che ne è gelosa, modificare lentamente la generica e
metafisica rappresentanza politica in disciplinata e positiva
rappresentanza d'interessi. Non annulleranno lo Stato, perchè avranno
anche essi bisogno di rappresentanze collettive, della nazione, unità
etnica, giuridica, economica, di uno strumento di equilibrio e di
sintesi; ma ne limiteranno le funzioni, ponendolo dinanzi, non ad
innumerevoli atomi dispersi, ma ad un numero non grande di potenti
organizzazioni nazionali.
Il sindacalismo teorizzato per uso e consumo degli operai
rivoluzionari non vede che una classe, di fronte all'affermata e
postulata compagine del blocco borghese; e assegna ai sindacati un
compito di resistenza e di lotta che ci rinvia a nebulose palingenesi
remote e dal quale mal si trarrebbe un qualsiasi criterio di politica
positiva e realistica e di riorganizzazione sociale.
Il moto sindacale nel quale noi vediamo il primo inizio del
decentramento che la democrazia presentiva e invocava si estende a
tutte le classi, e celebra quasi ogni giorno silenziosamente le sue
conquiste. Ieri, ad es., si annunziava la costituzione del sindacato
degl'industriali cotonieri. Non _trust_, che la moltiplicità di
componenti non permette di temere, ma sindacato vero di produttori.
E tutte le categorie di funzionari dello Stato si vanno sindacando,
dai magistrati ai custodi di musei. E taluni sindacati più numerosi
fanno già capo a dei parlamentini, riconosciuti per legge; benchè
questa si ostini poi a voler trattare solo con la classe delle
tabelle, non con quella che si disciplina e si organizza nei liberi
sindacati.
Certo anche i sindacati hanno oggi, specialmente presso di noi, una
vita tumultuaria, vincono a stento l'individualismo diffidente ed
astuto, che è cosa caratteristicamente italiana; seguono la pressione
di un immediato interesse, non discernono una loro funzione durevole.
Sono polemici e battaglieri, accampano sulle trincee, non intendono
ancora che il primo dovere è quello di correggere, migliorare,
disciplinare la funzione sociale sulla quale il sindacato riposa.
Ma quello che oggi non è, verrà col tempo; perchè, come dicevo, questo
moto che oggi si inizia è destinato a ricostituire dalle sue basi la
società.
E intanto esso accelera la trasformazione dei partiti e dello Stato
moderno. Insieme con l'altro della libertà spirituale o, ci si passi
la frase, della politica dello spirito e delle fedi, dell'educazione,
dell'autonomia come fatto interiore e di coscienza, è il maggiore
problema della democrazia, perchè riguarda l'organizzazione di essa,
il ricostituirsi delle funzioni sociali in unità corporative,
l'armonia e l'equilibrio fra di queste, la tutela dei supremi
interessi dei consumatori contro le coalizioni e le possibili
esorbitanze dei singoli gruppi di produttori.
Una concezione idealistica insieme e realistica della società e dello
Stato, quale noi vagheggiamo, non vede negli individui, innanzi tutto,
dei _soggetti di diritto_; in ciascuno di essi è, desunta dalle
esigenze della comune umanità, ma definita dalle condizioni storiche
date, nelle quali egli è posto ad operare, una vocazione nativa, un
fine, una funzione, una responsabilità ed un dovere. E il primo
diritto di ciascuno è quello di fare il proprio dovere; primo, anche
nella protezione che lo Stato deve accordargli. Un fine da perseguire,
non come singolo, ma nella società degli uomini, una funzione sociale
da compiere, fine e funzione che cercano di chiarirsi e di esplicarsi,
questo sono gli individui, nell'immensa rete di generazioni e di
rapporti sociali nella quale hanno esistenza.
E dove la posizione e quindi la funzione sociale è eguale od affine in
molti individui, quivi essa costituisce un vincolo morale e spirituale
che non può essere soppresso, una affinità di tendenze, una comunità
di interessi che associa i singoli e li costituisce in gruppi o in
classi; con questo dovere supremo e fondamentale di cercare insieme il
migliore svolgimento e compimento della propria funzione. I
miglioramenti economici sono legati a questo e dipendenti da questo
fine; poichè anche i sindacati non hanno che il diritto di esser messi
nelle condizioni più atte a compiere il proprio dovere.
Non è dunque una lotta di interessi, nella quale mancherebbe qualsiasi
norma, all'infuori delle composizioni mediante la forza, per i
contendenti, ma un moto spirituale di riaggregazione e di
riordinamento che i sindacati compiranno. Essi incominciano, nel loro
processo, a sottrarre forza ai partiti, organizzazioni di tendenze
politiche economicamente e moralmente eterogenee. Le confederazioni
generali del lavoro dichiarano, ad es., di essere libere da ogni
dipendenza ufficiale di partito: talora giungono a dichiararsi
apolitiche; non fanno che la politica della classe organizzata.
Gl'impiegati, in Italia, i maestri, i professori sono gruppi di forze
che agiscono spesso, anche elettoralmente, per loro conto, spostando
l'equilibrio dei partiti.
(Taluni professori hanno poi creato in questi ultimi tempi una specie
di radicalismo loro, ereticale e dotto, più critico che fattivo, ma
lievito fecondo di rinnovazioni, che ha nell'_Unità_ di G. Salvemini
il suo organo).
E lo Stato è anche indebolito da queste organizzazioni, in molti modi.
Spesso, ad es., si determinano dei conflitti complicati, minaccianti
l'ordine pubblico, che esso non ha modo di scongiurare o di reprimere,
perchè sono fra forze organizzate, che hanno fondi di guerra e
disciplina ferrea e una tattica loro, lungamente meditata. Altri
sindacati sono così forti e vasti che non riesce ad essi difficile
creare, anche contro lo Stato, un movimento di opinione pubblica che
lo trascini.
Altri, poi, investono da vicino l'opera stessa dello Stato, e sono i
sindacati dei funzionari pubblici. Discutere se questi abbiano o no il
diritto di sciopero è vano; poichè si tratta solo di un fatto che per
i sindacati è un'arma delicata, ma necessaria (almeno come minaccia)
di rivendicazione di classe, e che lo Stato, da sua parte, vieta e
cerca naturalmente, quanto e come può, d'impedire.
Dove due forze tendono a misurarsi e a lottare, il diritto è il
segreto che il conflitto chiude nel grembo.
L'Italia non può, senza gettare improvvidamente i germi di una
rivoluzione sociale, porsi contro questo moto di organizzazione
sindacale. Con il suffragio universale essa è giunta all'estremo delle
riforme genericamente democratiche e formali; conviene ora affrontare
la questione sostanziale, quella cioè del nuovo assetto delle forze
sociali e dei rapporti fra esse e i poteri pubblici.
Ma anche accettare e secondare il moto dei sindacati lo Stato non può
se insieme non li domini con una visione più alta di equilibrio e di
armonia, e se non cerchi e non trovi nel corpo sociale delle forze con
le quali sia capace di fronteggiarli ed imporre ad essi i loro limiti.
Due vie per giungere a questo ha lo Stato aperte dinanzi a sè:
appoggiarsi sui ceti medi, farsi interprete degli interessi generali
dei consumatori.
I ceti medi, per la loro stessa struttura sociale, per la molteplicità
e complessità dei servigi che rendono, per la iniziativa individuale
che richiedono, sono i meno capaci di organizzazione rigidamente
sindacale; anche essi hanno bisogno di solidarietà e di
organizzazione: ma di una organizzazione varia, molteplice, plastica e
adattabile. Il piccolo proprietario rurale, l'artigiano, il piccolo
commerciante, questi tre grandi strati sociali, non fanno blocco così
facilmente come il salariato, l'impiegato, l'industriale, il grosso
proprietario; ed essi sono sopra a ogni altro minacciati dalle
esorbitanze e dal prepotere dei sindacati. Su di essi quindi lo Stato
deve appoggiarsi per contenere questi nei giusti limiti, per
circondarsi di una opinione pubblica la quale lo accompagni e lo
assista nel suo difficile incarico¹.
¹ Un saggio suggestivo di questa concezione nuova del radicalismo
sociale si ha nello scritto di MASSIMO FOVEL: _Intorno a una
democrazia radico-sociale. Rivista d'Italia_, ottobre 1912.