(1.a edizione Treves--1911).
Il De Amicis intitolò Le tre capitali, raccogliendoli tardi, questi
suoi tre scritti giovanili, due dei quali, con titolo un po' diverso,
appartenevano già ai Ricordi del 1870-71 (Firenze, Barbèra, 1872); più
importante di tutti il terzo, che ha valore di documento letterario e
storico insieme. L'autore, sottotenente nel 3.° Reggimento fanteria,
brigata Piemonte, dopo la campagna del 1866 era stato comandato presso
il Ministero della Guerra a Firenze e incaricato di dirigere l'Italia
militare. Accompagnò, come corrispondente di quel giornale, l'esercito
italiano alla presa di Roma, e scrisse immediatamente le sue
impressioni del 20 settembre 1870 e delle giornate seguenti.
Molti anni dopo, nel 1898, quando l'editore Niccolò Giannotta di
Catania gli propose di iniziare con questi tre scritti riuniti in un
volumetto la sua piccola Biblioteca popolare contemporanea, il De
Amicis avvertiva:
«Rilessi, prima d'acconsentire, gli scritti, che avevo in parte
dimenticati, e, rileggendoli, mi venne spesso sulle labbra un sorriso,
che non era certo di compiacenza letteraria, e mi prese più volte un
senso di tristezza, come accade sempre a chi si richiama alla memoria
speranze alle quali non corrispose la vita ed entusiasmi su cui passò
un'onda di nuovi affetti e di nuove idee. Acconsentii nondimeno alla
pubblicazione di queste pagine perchè penso che la descrizione degli
effetti intimi ed immediati prodotti da certi avvenimenti storici
nell'animo d'un testimonio oculare non debba riuscire indifferente nè
inutile ai giovani della generazione che quegli avvenimenti non vide;
perchè l'affetto e la reverenza che sono espressi in questi scritti
per le tre grandi città in cui palpitò e palpita il cuore d'Italia mi
paiono sentimenti di cui non sia superfluo ripetere l'espressione
anche dopo unificata la patria; e perchè in fine, in mezzo ai troppi
difetti v'è se non altro in queste povere prose il pregio della
sincerità giovanile, che, disponendo il lettore alla benevolenza, suol
giovare indirettamente all'effetto cercato, ma non conseguito
dall'autore per mancanza d'arte.»