AGLI STUDENTI.

Quando per la seconda volta mi faceste l'onore d'invitarmi a parlare,

sopra un argomento di mia scelta, nella vostra Associazione, mi venne

in mente alla prima di parlarvi della quistione sociale. Ma quasi ad

un tempo pensai che non sarebbe stato onesto il venir qui ad esporre

intorno a un soggetto gravissimo opinioni e giudizi, da cui molti

potevan dissentire, senza esser preparati a confutarli. Dissi quindi

tra me: non entrerò, per questa volta, nel cuore dell'argomento; non

enuncierò uno solo dei principii del socialismo, i quali, d'altra

parte, son noti: mi restringerò a parlare ai miei giovani amici del

dovere, che, a senso mio, spetta a loro più che ad altri, di occuparsi

della quistione; e compirò io stesso, così facendo, un dovere. Debbo

anche premettere che non ho l'arroganza di rivolgere le mie parole a

quelli tra voi, che le quistioni sociali e economiche hanno nel loro

corso universitario, poichè questi potrebbero venire al mio posto e

parlare in vece mia. Io non mi rivolgo che alla parte di voi, che

della quistione sociale non s'occupa, e suppongo sia la parte

maggiore; del che non ho ragione di stupirmi nè di farvi rimprovero,

essendo un fatto razionale e comune che, nella vita affollata di

passioni e di pensieri a cui tutti, di tutte le età, siamo costretti

oggigiorno, sfuggano a molti per lungo tempo interi aspetti della

società, ordini interi di idee, e anche di avvenimenti periodici e

notissimi, che per l'osservatore attento sono i segni indubitabili di

una grande trasformazione sociale.

Mi domanderete per prima cosa: ma voi, per quistione sociale, che cosa

intendete?

È questa una delle molte domande alle quali non si può meglio

rispondere che con un'altra domanda.

Ed ecco la mia risposta interrogativa.

Questo fatto della vita misera e del malcontento giustificato del

maggior numero degli uomini, fatto comune a paesi poveri e ricchi, di

tutti i gradi di civiltà, è effetto d'una legge di natura o delle

leggi umane? Questa forza che accumula a un polo della società la

ricchezza e la cultura, e all'altro il pauperismo e l'ignoranza, che

restringe quasi a una classe sola gli effetti benefici della civiltà e

della scienza, che preclude quasi affatto alle moltitudini

l'educazione e la vita dello spirito, che fa sussistere gli uni in

faccia agli altri tanti tesori superflui e tanti bisogni

insoddisfatti, tanti ozi felici e tante disperate fatiche, è un

destino dell'umanità o deriva da viziose istituzioni sociali? Che la

civiltà procedente stritoli sotto i suoi passi miriadi di creature

umane; che sotto i piedi di questa società incivilita stia aperta,

come una minaccia per tutti, la voragine spaventosa della miseria; che

prenda forma più selvaggia ogni giorno questa battaglia per la vita

che assorbe il meglio delle forze di tutti, e perverte le coscienze e

inferocisce i cuori, atterrando intorno a ogni vincitore cento vinti;

che milioni d'uomini che lavorano sian ridotti a paventare e a

maledire come un flagello ogni invenzione dell'ingegno umano la quale

abbia per effetto di scemare il bisogno che ha la società dei loro

sudori; che il pane, che l'esistenza di famiglie innumerevoli

dipendano anche in tempi ordinari dalle mille vicende di una

disordinata e furiosa guerra mercantile, della quale esse non hanno nè

colpa nè coscienza; è una necessità ineluttabile o è conseguenza d'una

lunga serie d'errori? Che, in fine, ogni nazione abbia nel suo seno

due popoli, di cui l'uno diffida e teme e l'altro freme e minaccia;

che per contenere non pochi ribelli, ma moltitudini intere, sian

necessari il terrore delle leggi e la forza delle armi; che le grida

festose di pochi inneggianti al progresso siano costantemente coperte

dal lamento immenso, crescente, implacabile d'una folla infinita, è

questo il prodotto d'una misteriosa legge sociale su cui l'uomo non

può nulla, o è effetto dell'egoismo umano compenetratosi con le

istituzioni e con gli usi, di qualche impedimento enorme che sia

nell'organesimo della società, rimosso il quale circolerebbe

agevolmente il sangue in tutte le sue membra e le verrebbe la salute e

la pace? In una parola, v'è o non v'è qualche sovrano rimedio, o un

complesso di rimedi, a tanto cumulo di mali?

A questa domanda il socialismo risponde:--Sì.

Milioni di voci rispondono:--No.

Ebbene, io non son qui per sostenere l'affermazione. Io son

venuto--poichè suppongo che nella classe in cui vivete v'accada più

sovente di udir la seconda risposta che la prima--son venuto a

dirvi:--Non accettate la risposta che vi suggeriscono: cercatela voi

stessi;--son venuto a combattere le ragioni di coloro che vi voglion

distogliere dal cercarla perchè accettiate a occhi chiusi la loro.

Queste ragioni son parecchie e assai diverse, e credo che a pochi tra

voi non sia già occorso di udirle tutte.

La più ovvia è questa. Vi dicono:--Raccoglietevi nei vostri studi,

pensate a diventar nella vostra professione valenti ed utili, e avrete

compiuto il vostro dovere verso la società; pensino altri a

raddrizzare il mondo.--Non date retta a costoro. Non è più onestamente

possibile di restringersi a servire la società solo quel tanto che è

necessario per provvedere ai nostri interessi. Le condizioni del tempo

in cui viviamo son così fatte che convien correggere la definizione

antica dell'uomo onesto, e dire che per essere tale non basta più ad

alcuno neppur l'esercizio delle più elette virtù private, se egli

chiude l'orecchio e il cuore al grido dei dolori umani, s'egli non

s'adopera direttamente per la rigenerazione dei suoi simili e per il

trionfo della giustizia, se non volge almeno una parte della propria

operosità a cercare coscienziosamente al servizio di qual dottrina

sociale, per il bene di tutti, debba impiegare le sue forze. E non

badate neppure a chi vi consiglia l'astensione, dicendo che

v'occuperete della quistione sociale più tardi, perchè quelli stessi

che vi dicono ora:--Attenetevi ai vostri studi--vi diranno

allora:--Attenetevi ai vostri affari,--e vi vorranno relegare nella

fortezza della casa e dell'ufficio come ora vi vogliono chiudere nel

santuario della letteratura e della scienza. Occupatevi ora di quella

quistione, ora che avete l'intelletto e l'animo aperto a tutte le

grandi idee, ora che potete esperimentare in voi la verità di quello

che un economista dottissimo disse: che l'intelligenza della scienza

sociale procede dal cuore anche più che dallo spirito, ora che la

durezza della lotta per la vita e la esperienza della tristizia umana

non v'hanno ancora rintuzzato il senso della generosità e della

compassione. Milioni di vostri fratelli a cui la fortuna ha negato il

conforto e l'onore degli studi, e chiuso la via d'ogni agiatezza,

confidano nell'opera della gioventù studiosa, sperano che almeno voi

studierete spassionatamente la loro causa; e a questo noi

v'esorteremmo del pari, quand'anche dalle vostre meditazioni doveste

esser condotti a una fede opposta alla nostra, poichè noi pure, come

quel focoso flagellatore dell'«Indifferenza religiosa», preferiamo gli

avversari dichiarati che, combattendoci, soffiano nel nostro ardore,

agli indifferenti che rifiutano di combattere; davanti ai quali ci

cadono le armi dal pugno e gli entusiasmi dal cuore. Occupatevi della

quistione fin d'ora, perchè in nessun modo riuscirete a scansarla

nell'avvenire, qualunque campo d'azione siate per scegliere; perchè

essa vi si leverà davanti negli studi solitari, nell'esercizio della

professione, nell'educazione dei figlioli, nell'adempimento d'ogni

vostro ufficio di cittadini; perchè essa s'attraversa oramai a tutti i

passi della vita e s'affaccia a tutti gli sbocchi dell'intelligenza;

perchè tutte le questioni di politica europea, e le lotte dei partiti

parlamentari, e le splendide feste delle arti e delle industrie, e le

grandi solennità patriottiche, e perfin le guerre internazionali, non

son che episodi della storia, che la nascondono per brevi spazi di

tempo; passati i quali essa riappare all'orizzonte, altissima,

immobile, eterna, come la piramide di Cheope quando cade il vento del

Sahara e il turbinìo delle arene si queta.

Non dovrei ribatter nemmeno coloro che vi consigliano di lasciar da un

lato la quistione sociale dicendovi che essa riguarda una classe sola,

o certe classi, non la vostra; perchè son certo che voi non siete

tanto sdegnati dell'egoismo miserabile di quest'argomento quanto mossi

a pietà dall'insensatezza di chi considera come una parte trascurabile

della società la parte di lei più importante per il suo numero, più

necessaria per la sua funzione, più benemerita per le sue fatiche;

quella senza di cui la nazione non ha fondamento, la patria non ha

difesa, e il mondo non ha nè vesti, nè tetto, nè utensili, nè pane. Ma

l'argomento, pure intrinsecamente è falso. La quistione sociale

abbraccia ormai tutte le classi poichè anche le classi medie, sebbene

con minore intensità, per ora, e con effetti meno visibilmente

dolorosi, risentono già tutti i danni di cui le inferiori si lagnano.

Vi è già una gran parte della borghesia per cui l'esistenza non è meno

minacciosamente precaria che per le classi chiamate con maggior

proprietà lavoratrici; vi sono in tutti i campi del commercio e

dell'industria le mezze fortune oppresse nella lotta disperata con le

grandi; vi è un popolo di possidenti che mendica; v'è una concorrenza

di cento paria per ogni stipendio che basti appena alla vita; vi sono

migliaia di giovani d'ingegno e di studio a cui non è possibile di

guadagnare quanto un bracciante prima dei trent'anni; v'è la

vecchiezza pensionata che disputa il posto alla gioventù esordiente,

la donna che lo contende all'uomo, l'uomo che lo contrasta al ragazzo;

v'è una tal ressa di naufraghi intorno a ogni trave galleggiante, che

quando uno per negligenza o per forza lascia andare la sua, non gli

resta quasi più speranza d'afferrarne un'altra, e annega le più volte

nella miseria. Il posto umilissimo che, per l'inferiorità forzata

della sua educazione e per la falsità vanitosa della nostra, è

assegnato nella società al lavoratore manuale, la cui opera si onora

in astratto e si disprezza impersonata, e la scarsa e mutevole e

spesso umiliante mercede con cui quell'opera è retribuita avendo per

effetto che tutti rifuggano o cerchino d'uscire in qualunque modo

dalla bolgia delle classi inferiori, ne segue che s'abbia un eccesso

di produzione anche nel campo dell'intelligenza, che vi sia una

sovrabbondanza enorme di gioventù colta alla quale la coltura non

serve a nulla come l'oro all'affamato in mezzo al deserto, un esercito

di riserva intellettuale, che, come quello della classe operaia, offre

il suo lavoro in ribasso, e accetta ogni condizione di vita, e non

trova a vivere nemmeno accettando ogni condizione. E il torrente

ingrossa ogni giorno, e la piena è giunta per tutto a tal segno, che

fin nel paese che deve alla sua grande coltura la supremazia politica

e militare in Europa, si vede costretto il Governo a rifiutare il suo

consenso alla fondazione di nuovi istituti d'insegnamento, perchè

quelli che esistono sono già esuberanti al bisogno che ha la società

di candidati. Lasciate ora che alle donne, poichè v'è anche per esse

una quistione sociale, si schiudano tutte le vie, come accadrà per

forza invincibile delle cose; supponete che si compia il voto del cor

di tutti, d'un dimezzamento degli eserciti, che getterebbe nella

concorrenza altre migliaia di giovani, i quali, per l'indole della

loro educazione e per i pregiudizi connaturati allo stato presente

della società, rifuggirebbero dal lavoro meccanico; e s'avrà allora un

proletariato borghese non meno temibile, benchè men numeroso, anzi più

potente e più attivo perchè più colto, di quel della plebe. Ma egli è

già tale, e non più legato che da un così tenue vincolo di tradizione

e d'interesse con la classe superiore, che è diventato in qualche

paese una delle forze più vive del socialismo, un focolare spaurevole

di malcontento e di ribellione acceso nel seno stesso della borghesia.

Che se per ora, e fra noi specialmente, si fa meno avvertire, perchè è

sparso e dubitante e perchè, trovandosi i suoi elementi in più diretta

dipendenza dai privilegiati della fortuna, corrono maggior pericolo

d'esser segnati e buttati sul lastrico, lasciate che scemino i suoi

timori e ingrandiscano le sue speranze con l'allargarsi del socialismo

nella moltitudine, nel parlamento e nella stampa, e vedrete come

leverà il grido delle rivendicazioni, senza che gli si possa negare il

diritto di levarlo. Non date dunque ascolto a chi vi dice che la

quistione sociale non è che una quistione operaia ed agricola: il che

sarebbe già qualche cosa, mi sembra; no, è la quistione di tutti,

fuorchè di un pugno di ciechi e di sordi.

Altri vi dicono:--A che pro occuparvi della quistione sociale? Essa è

antica come il mondo. Non mutano che i nomi: invece di schiavi, servi;

invece di servi, salariati; i vinti della lotta darwiniana hanno sempre

empito il mondo delle loro querele. Il socialismo rimarrà nello stato

permanente di spauracchio e di freno all'individualismo prevaricatore, e

sarà bene; ma null'altro. La miseria del maggior numero, come disse il

Thiers, è nel piano della Provvidenza.--Domandate prima di tutto a costoro

se la Provvidenza abbia mai fatto vedere al Thiers o ad altri il suo

piano. Quanto alla teoria del Darwin, contentiamoci di domandare se le

leggi della lotta fra le razze inferiori s'abbiano da riferire all'umanità,

nella quale i vinti, che invece di sparire, si moltiplicano, non avrebbero

che da unirsi, e lo possono, perchè i vincitori svaniscano come un nuvolo

di polvere nell'uragano. Dicono:--la quistione è antica quanto il mondo.--E

sia concesso. Ma quel che non è antico quanto il mondo è il grado a cui è

pervenuto lo svolgimento del principio dell'uguaglianza, che è il fatto più

generale, più costante, più ribelle a ogni umana opposizione che si conosca

nella storia. Quel che non è antico come il mondo è la coscienza acquisita

dell'uguaglianza civile e politica, che fanno sentire più profondamente che

mai le disuguaglianze economiche; è la cultura maggiore che acuisce nelle

moltitudini tutti i patimenti dell'animo derivanti, dallo spettacolo delle

troppo grandi disparità delle classi; è la __miseria relativa__

smisuratamente cresciuta col moltiplicarsi delle ricchezze e dei

raffinamenti sensuali della vita in un piccolo numero; è il decadimento

progressivo di quello spirito religioso di rassegnazione che faceva

sopportare i mali presenti con la speranza di una ricompensa futura; è,

infine, un clero di tutte le chiese che, sollecitando delle riforme

sociali, ossia riconoscendo che ai mali della terra c'è rimedio, fa

comprendere agli sfortunati, se non con le parole, col fatto, che non si

può pretendere da loro l'antica rassegnazione.

Sì, la quistione sociale sarà antica come il mondo. Ma quello che è

nuovo è la gigantesca potenza accumulatasi con l'oro in mano di

cittadini privati, che s'alzano come sovrani in mezzo a popoli liberi,

che posseggono parti della loro patria vaste come Stati, che tengon

nella propria borsa la sorte di centinaia di migliaia d'uomini, che

possono turbare a vantaggio proprio gl'interessi d'un'intera nazione e

corrompere scopertamente moltitudini e poteri. Quello che è nuovo è

che di fronte a questi monarchi della ricchezza, e alle loro

strapotenti federazioni, che allargano intorno a sè come una landa

sinistra la servitù morale e il salariato, siano sorte delle società

di settecento mila lavoratori, delle «Unioni di mestieri» numerose

come popoli e organate come eserciti, che in tutte le città dei paesi

civili, chiamati a raccolta dalla grande industria, si vadano

agglomerando i proletari in battaglioni e in reggimenti, che

s'intendono, si disciplinano, e s'affratellano. Quello che è nuovo

pure è che si raccolgano congressi operai ai quali intervengono i

delegati di diciannove nazioni, rappresentanti cinque milioni di

lavoratori; che vi sian paesi dove venti città si dichiarino in favore

del «socializzamento» della terra; che nel paese più colto e più

potente d'Europa si mandino al Parlamento quaranta campioni della

nuova idea, con maggior numero di voti che non ne raccolga alcun altro

partito della nazione; quello che è nuovo è un accordo internazionale

di agitatori che con una parola d'ordine lanciata da Parigi a Sidney e

da Berlino a Nuova York fa nello stesso giorno dell'anno disertar gli

opifici a nove milioni di operai, e vegliare sull'armi dieci eserciti

come sotto l'imminenza d'uno sfacelo degli Stati. Quello che è nuovo

affatto è che si spandano ogni giorno, da mille città, verso ogni

parte, su tutta la faccia della terra, milioni di fogli parlanti, che

predicano una speranza comune e soffiano in una sola passione, e

s'accumulano nelle soffitte e nei tuguri come una provvigione di

polvere da guerra. Ed è un'altra cosa nuova, che migliaia di poveri

lavoratori d'ogni paese, finite le loro dieci ore di lavoro

estenuante, si assoggettino la sera a una nuova fatica per istruirsi

nelle quistioni sociali, si strappino il pane dalla bocca per

sostenere il giornale che li protegge, e consacrino gli ultimi resti

delle proprie forze alla propaganda delle loro idee e all'ordinamento

del loro partito, e perdurino in questa opera con una febbre di

passione, che ne conduce molti alla fossa. E non è men nuovo nè men

grave che questa gran moltitudine incolta e ribollente abbia e sappia

d'avere alla sua testa uno stato maggiore intrepido d'uomini di studio

e d'uomini di Stato, di vessilliferi di ogni scienza e di ogni arte,

che propugnano la loro causa in tutte le regioni del pensiero e in

tutte le congiunture della vita. Infine, la quistione sociale sarà

antica quanto il mondo; ma quello che è tutto proprio del tempo

nostro, credo io, e che non fu nemmeno negli ultimi anni che

precedettero la rivoluzione francese, nei quali le classi minacciate

andavano incontro all'avvenire con una quasi balda spensieratezza, è

questo turbamento che tutti risentiamo, qualunque sia il nostro grado

di fortuna, qualunque siano le nostre idee sociologiche, davanti allo

stato attuale delle cose; è questa scontentezza della ragione e del

cuore, è questa lotta sorda e continua fra la nostra coscienza di

cittadini e il nostro interesse di privati, è questo sentimento

confuso di colpa, è questo presentimento vago di qualche cosa di

grande e di fatale, che ci fa guardare intorno con occhio inquieto

come viaggiatori senza guida che s'avanzino alla ventura per una terra

sconosciuta.

V'è pure chi cerca di stornarvi da questo pensiero affermando che non

bisogna lasciarsi illudere da certe scosse improvvise e solitarie,

dalle apparenze ingrandite ad arte di certi avvenimenti; che, in

realtà, il movimento è lentissimo e intralciato da discordie

inconciliabili, che ha periodi lunghi di sosta, e che non saranno

neppure i figli dei nostri figli che vedranno la società in grave

pericolo.--Non credete nemmeno a costoro. Sotto le maggiori apparenze

di quiete, anzi più sotto queste, il movimento procede con una

celerità non sperata neanche da chi lo seconda. Il socialismo

germanico fece i suoi più rapidi passi nel periodo delle leggi

eccezionali, da cui pareva stato strozzato. La maggior parte delle sue

conquiste è silenziosa, ed è la loro continuità medesima che, come

quella della cresciuta di un fiume, non ci consente di seguirne con

l'occhio la progressione. Dalla parte dov'è combattuto, all'ira ch'era

stata preceduta dal dileggio, è susseguita ora una discussione

universale e quasi continua, nella quale ai colti paladini della

borghesia accade assai sovente, con loro grande stupore, di trovarsi

davanti degli avversari d'officina, che in quistioni economiche di

propria spettanza non sono men forti di loro. A poco a poco il

socialismo invade il giornale, il libro, il teatro, penetra nelle

accademie dei dotti e nei gabinetti dei monarchi, si rizza sui

pergami, assalta l'una dopo l'altra le cattedre; le quali in più d'uno

Stato, con maggiore o minor restrizione di idee, sono in massima parte

già sue. Si può quasi asserire che meno rapidamente egli si diffonde

alla superficie di quanto si propaghi dal basso all'alto. Nella vasta

polemica scientifica ch'egli promove su tutte le quistioni che gli si

legano, e gli si legano tutte, ogni giorno strappa agli avversari una

concessione, disarma una resistenza, fa accettare un'idea. Ogni

giorno, nell'esercito formidabile che gli sta a fronte, nel campo

della politica, della scienza e delle lettere, un combattente

s'arresta incerto, o butta via le armi, o le ritorce contro i suoi; e

molti che continuano a combattere si sentono già spuntare nell'anima

l'amor del nemico, e hanno già la diserzione nel cuore, e non la

compiono se non per ragioni di personale interesse, o per timori e per

riguardi sociali, o perchè non hanno fede che in un trionfo troppo

lontano della causa che credon giusta. E di questo vacillamento e

rimescolìo di coscienze si vedon mille segni ed effetti per tutta la

scala della cittadinanza, dal maestro di scuola impacciato a dar

ragione alla fanciullezza di tante mostruose anomalie sociali che non

si possono più palliare coi sofismi antichi, al giudice che non sa più

troncare in bocca all'accusato volgare la dichiarazione di principii

che lesse egli medesimo nel libro d'un senatore del Regno, fino allo

scrittore borghese che non può più scrivere pel popolo senza girare

con artifici infiniti intorno alla grande quistione che gli si

presenta inevitabile e molesta a ogni passo, scompigliandogli nella

mente tutta la sua vecchia precettistica morale e patriottica, fino ai

grandi predicatori dell'igiene pubblica, fino agli amministratori

ufficiali dell'istruzione popolare, che dubitano e si scoraggiano

vedendo l'opera loro urtare da ogni parte ed infrangersi contro la

ferrea barriera della miseria e contro l'architettura stessa degli

ordinamenti sociali. La resistenza alle nuove idee si riduce sempre

più dal campo delle coscienze in quello degli interessi; per il che

può ben essere ancora risoluta e tenace e terribile; ma non ha più per

sè le grandi e belle passioni, davanti alle quali la furia degli

avversari dubita qualche volta e s'allenta. Ond'è che gli assalitori

che andavano ieri col passo di marcia, vanno oggi col passo di carica,

e andranno di corsa domani. E non è da credere che gli impediscano

gran fatto i dissensi e le divisioni che turbano le loro file.

Come,--secondo il detto di un di loro,--tutte le teorie e concezioni

diverse del socialismo, dal socialismo di stato del professore tedesco

al comunismo pastorale del romanziere russo, viste dall'alto, non

appaiono in antagonia fra di loro, ma si mostrano come i piani

graduali di un vastissimo panorama, o meglio come le forme successive,

le attuazioni o i tentativi di attuazione a mano a mano più larghi e

compiuti d'una stessa idea; così nell'ordine dell'azione, fautori del

collettivismo, apostoli della società senza Stato, ministri socialisti

della chiesa cattolica e delle chiese protestanti, benchè proponendo

riforme diverse e arrestandosi a diverse mete, poichè son tutti quasi

concordi, e quasi violenti del pari nella critica del presente,

concorrono tutti, volenti o no, ad uno stesso effetto finale, tutti

apparecchiano e spingon le moltitudini alla grande evoluzione, tutti,

o levino in alto il libro del Marx o la Bibbia, o la fiaccola, tutti

lavorano ad allargare e ad accelerare un moto, di cui non si riscontra

l'eguale--per dirla con le parole del più autorevole giornale

dell'Inghilterra--se non risalendo ai primi tempi del Cristianesimo o

a quelli dello sconvolgimento dello impero romano.

Altri, pure riconoscendo l'importanza del movimento socialista in

Europa, vi dicono:--Non ve ne date pensiero perchè il nostro paese ne

è fuori,--e ripetono la sentenza pronunziata l'anno scorso alla Camera

da un illustre pensatore, a parer del quale, per ragion dell'indole e

delle condizioni proprie del popolo italiano, ci vorranno più secoli

prima che il socialismo metta larghe radici fra di noi.--Non credete

neppure a costoro. Come se intorno all'Italia ci fosse la gran

muraglia del Celeste Impero, come se il socialismo dottrinale e

popolare che ci venne tutto in questi ultimi anni dal di fuori non

dovesse continuare a discendere per le stesse vie per le quali è

entrato! Sarà vero che la quistione sociale in Italia sia agraria

principalmente, come tra i nostri fratelli latini d'occidente, e che

anche sotto questo aspetto, per la costituzione particolare del nostro

suolo, essa non sia della natura medesima che in altri paesi; ma non

scema l'importanza e l'urgenza della quistione per la singolarità

della sua natura. Certo v'è terreno men preparato al socialismo fra

noi, perchè v'è più bassa che altrove la coltura del popolo, perchè

v'è appena nascente la grande industria, perchè in più di mezzo il

paese, come gli stessi socialisti riconoscono, il ceto operaio come

ente collettivo non è ancor nato, e nell'altra metà è nato appena. Ma

non dobbiamo credere che non esista l'esercito perchè, invece di esser

serrato in colonne, è sparso in tiragliatori, nè che mancanza

d'organamento voglia dir mancanza d'elementi, nè che non vi sian le

passioni perchè mancano o sono informi le idee. E in questo appunto,

per chi ben considera, dovrebbero riconoscer gli illusi il maggior

pericolo. Le verità generali d'ordine sociale e economiche--è un

vecchio assioma--si ritrovano allo stato di intuizione istintiva anche

nell'animo dei più incolti, e però anche la parte più incolta del

proletariato italiano, confusamente, le intende. Senonchè le

idee--come dice un grande psicologo--seminate in menti incolte e

feconde si svolgono in escrescenze selvagge e si trasformano in

chimere mostruose; che è quel che avviene fra noi dove è tanto maggior

temerità di dottrine quanto minor capacità vera di metter in atto

anche le più ragionevoli. In luogo di rallegrarci, dunque,

dell'ignoranza e della mancanza d'ordinamento collettivo che

rallentano il moto fra noi, avremmo gran ragione di dolercene, poichè

è appunto quest'ignoranza e questo disordine che fa le moltitudini

impazienti e turbolente, come quelle in cui il furore dei desideri non

è temperato dalla coscienza sicura delle proprie forze e del proprio

avvenire, nè dalla soddisfazione che hanno i ceti operai d'altri paesi

di sentire la saldezza del proprio organesimo e di numerare giorno per

giorno i loro progressi e le loro vittorie, donde ricavan la virtù di

aspettare con pacatezza e di apparecchiarsi con raccoglimento. È

perchè là son colti e ordinati che studiano e discutono; è perchè

studiano e discutono che vedono tutte le difficoltà del problema

sociale e non credono che si possa risolvere d'un colpo. Ed è perchè

le classi superiori non oppongon loro, come tra noi, o un'indifferenza

o una negazione assoluta, l'una e l'altra insensata, ed entrambi

irritanti, che non trascorrono e neppure minaccian di trascorrere alla

violenza.

In verità, se anche fossi nei panni del più egoista e del più pauroso

dei conservatori, io desidererei che le nostre classi proletarie,

percorrendo il cammino di trent'anni in un solo, arrivassero d'un

tratto al grado di maturità civile che hanno raggiunto nella Germania

e nel Belgio; lo desidererei per esser ben certo che questo

spostamento, che è col tempo inevitabile, del centro di gravità del

sistema sociale dalle classi medie alle inferiori, si compisse senza

scosse funeste. Io vorrei esser persuaso d'ogni più sacra verità come

sono di questa: che compie un'opera santa e benefica per tutti ogni

colto giovine italiano, il quale, qualunque sia il suo giudizio

intorno all'essenza e all'avvenire del socialismo, ne studia con amore

le cause, le dottrine e le vicende per poterle esporre con schiettezza

al popolo e fargliele comprendere e discuterle con lui e sfrondargli

le illusioni pericolose ed eccitarlo, aiutarlo a istruirsi, a

ordinarsi, a mettersi in grado di attuare sensatamente, quando il

giorno verrà, la maggior parte possibile delle sue aspirazioni. Per

questo, invece di dirvi:--Lasciate stare la quistione sociale perchè

siete italiani,--vi dico:--Occupatevene tanto più perchè siete

italiani--fate quanto è in voi perchè il vostro popolo non rimanga

troppo addietro degli altri su questa via, se volete che, quando vegga

gli altri vicini alla meta, non sia tentato di raggiungerli con uno

sbalzo che lo potrebbe travolgere in un precipizio, nel quale sareste

travolti voi pure. Mettetevi alla sua testa e ai suoi fianchi invece

di sbarrargli la strada o di lasciarlo andar solo, come l'istinto e il

caso lo movono. Tempo verrà in cui sarete ringraziati e benedetti da

coloro stessi che ora vi supplicano o vi minacciano perchè vi tiriate

in disparte. Son tutti concordi nell'eccitarvi ad amare e a servir la

patria. Ebbene, l'amerete e la servirete sapientemente in tal modo.

Perchè la patria non è soltanto la terra, la storia e la bandiera: la

patria è viscere e sangue umano, e la felicità del popolo sta sopra

alla potenza dello Stato, e la giustizia è più grande della gloria.

V'è poi il coro dei mille, i quali vi gridano:--Passate oltre: la

guarigione delle infermità sociali è un'utopia.--Ma non l'ha dunque

ancora sfatato la storia del mondo questo grido malauguroso, tante

volte sbugiardato quante son le pietre miliari del cammino della

civiltà, questa vuota parola così comoda alla infingardaggine

intellettuale, così utile agli interessi minacciati, così abusata da

tutte le ignoranze e da tutte le paure, con la quale si sono vilipese,

beffate, respinte tutte le conquiste più gloriose della mente umana?

Voi tutti vi ricordate la notte tempestosa dell'«Innominato», quando

sul punto di bruciarsi le cervella con un colpo di pistola per

liberarsi dai rimorsi che lo dilaniano, egli domanda a sè stesso:--E

se quest'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui

parlano sempre come se fosse cosa sicura, se quest'altra vita, non

c'è, se è un'invenzione dei preti; che fo io? perchè morire? che

cos'importa quello che ho fatto?... È una pazzia la mia!--Ma allora

gli balena un pensiero tremendo:--E se c'è quest'altra vita!--Voi

rammentate pure che cosa avviene a quel dubbio nell'anima

sua.--Ebbene, un che di simile segue nell'anima di chi è agitato dalla

nuova idea. Egli si domanda:--E se questa possibilità, che tanti

affermano come sicura, di scemare i dolori del mondo, di far trionfare

tra gli uomini la fraternità e la giustizia, se questa idea è

un'utopia, un sogno di filantropi allucinati, se avesse ragione quel

famoso parroco inglese che fissò il destino dell'umanità tra due

formole matematiche, che cosa importa allora quello ch'io faccia?

Perchè ho da combattere i privilegi di cui godo, da rendermi inviso

alla classe in cui son nato, da torturarmi il cuore e il cervello per

mali che non hanno rimedio, invece di badare ai miei interessi e di

viver beato?... È una pazzia la mia!--Ma a questo punto balena anche a

lui un altro pensiero.--E se non fosse un'utopia?--ed egli pure, a

questo pensiero, è stretto da un senso di sgomento. Sì, e se non fosse

un'utopia?--Utopia si può giudicare ogni idea che non abbia ancor

avuto la prova dell'attuazione, e quale grande idea sociale fu mai

provata prima che accettata? E la concordia di molti nel crederla

attuabile non è una delle prime condizioni dell'attuabilità d'ogni

idea? Sì, e se a questo organamento sociale che spreme la ricchezza

per uno dalle vene e dalle ossa di mille, che condanna milioni

d'uomini a un lavoro da bruti, non confortato da alcuna dolcezza di

vita, da alcun godimento intellettuale, da alcuna speranza di sorte

migliore, che smembra milioni di famiglie, che fa di milioni di case

un inferno, che sfrutta ed opprime la donna, e decima, corrompe e

deforma l'infanzia; se a questo stato di cose che, assoggettando una

parte dei lavoratori a una fatica inumana, ne ricaccia nell'ozio

forzato e nella fame l'altra parte, metà della quale, dopo aver

lottato invano per risalire, cade nella mendicità, nella prostituzione

e nel delitto; se a questa sciagurata divisione del mondo che,

provocando di sotto l'odio e di sopra il terrore, fa somigliare la

società civile a un triste castello dell'età media, dove la famiglia

dei signori, seduta a banchetto, rabbrividisce al suono dei singhiozzi

e delle imprecazioni dei prigionieri sepolti sotto i suoi piedi; se a

questo mucchio d'orrori ci fosse davvero un rimedio, che uomo sarei io

che non me ne curo, che non cerco di giovare quanto posso a scemarlo,

che anzi concorro, pur non volendo, ad accrescerlo, e voglio

fabbricarvi su la mia fortuna? Con che fronte posso io parlare di

progresso, di civiltà, di fratellanza, di patria? E quand'anche fosse

un'utopia il rinnovamento della società che ci propongono, quando non

ci fosse che una minima parte di idee sane e di speranze fondate, non

dovrei dedicare ogni mia forza a far sì che almeno quella minima parte

s'attuasse? Utopia! S'è spenta pochi giorni sono quella menta vasta e

limpida d'economista, che, or fa trent'anni, metteva il mondo a rumore

con quella sua sentenza:--Il diritto di proprietà si modificherà nel

senso sociale, o si sfascierà il consorzio civile.--È stato sepolto

ieri quel generoso cardinale Manning che disse non potersi andare

innanzi sulla via della vendita abusiva della forza e dell'attività

umana, sulla via che dei fanciulli e delle madri fa delle macchine

viventi, e delle spose e dei padri delle bestie da soma.--Riposa poco

lontano di qui il grande statista italiano che ci profetò la guerra

civile se non si migliorassero le sorti delle classi inferiori; onde è

credibile che ei non stimasse quell'intento una follia. E vivo ancora

e soggiorna fra noi quel venerando ministro d'Inghilterra che disse ai

lavoratori:--Voi sarete presto i padroni del mondo.--E son menti

elette e potenti d'ogni razza che studiano i mali e i rimedi, che

affrontano da tutti i lati il problema, e cercano ad uno ad uno gli

organi vitali della società nuova, con una costanza maravigliosa e una

fede invitta. Oh vediamo un poco se l'ordinamento della società, che

s'è andato mutando così profondamente a traverso ai secoli, abbia

raggiunto davvero una tal perfezione, che debba dare un fermo alla

storia, che non si possa più correggere o mutare in alcuna sua parte

essenziale, senza fare il peggio anche del maggior numero, a cui

riesce intollerabile ancora. L'affermazione, se non alttro, è ardita.

Vediamo un po' col giudizio nostro se quello che ci propongono è

veramente un'utopia!

Per questo io vi ripeto, concludendo:--Occupatevi voi pure, quanto i

vostri studi ve lo consentono, della quistione sociale.

A quelli di voi che non si sono ancora affacciati alla nuova

letteratura (già ricchissima e svariatissima) o per mitezza d'animo

che rifugge dai cimenti della coscienza, o per il falso concetto,

diffuso da quelli a cui giova, che le idee socialistiche sian proprie

per essenza loro delle nature acri e violente o di gente invelenita

dalla mala fortuna, io dico:--Entratevi anche per poco, non

v'arrestate davanti alla sua parte arida o volgare, irta di cifre o

gonfia di rettorica, procedete oltre le sue lacune nebbiose, e vedrete

quante anime nobili e belle vi si son consacrate; quanti fortunati del

mondo ne sono i più ardenti cavalieri; quante pagine forti e splendide

di pensiero, quante altre riboccanti di pietà e di amore e di tutti

gli affetti più delicati e più santi essa conta già fra le sue; e vi

troverete pure delle rivelazioni di miserie che ignoravate e che

vinceranno ogni vostra idea, ed esempi di virtù e d'eroismo che vi

strapperanno un grido d'ammirazione, e raggi sublimi di speranza, e

sogni fors'anche, ma così vasti e luminosi che tutta l'anima vostra ne

uscirà abbagliata e commossa come da una visione dell'umanità ideale

di Cristo.

Dico a quelli di voi che, essendosi già affacciati a questi studi, ne

hanno respinto alla prima le conclusioni:--Diffidate di voi stessi,

fate ancora uno sforzo per proseguire, per sciogliervi dai pregiudizi

fra cui voi ed io siamo nati, dalle idee che ci furono inculcate con

l'educazione, e dalla suggestione delle consuetudini della vita che

sono più forti delle idee; fate ancora uno sforzo per correggervi di

quel nostro difetto congenito all'organo visivo dell'intelligenza, il

quale ci fa apparire il mondo di scorcio, atteggiato in modo che gli

interessi intellettuali e materiali della nostra classe ci si

presentano come gli interessi della società tutta quanta; fate ancora

per poco questo sforzo, che è di tutti il più difficile, poichè si

tratta d'uscir da noi stessi, e di tutti il più fecondo, poichè, a chi

lo compie, si mostra ogni cosa sotto un aspetto nuovissimo, e gli par

di ricominciare la vita dello spirito e di avanzarsi in un mondo

ignorato. E se, fatto quest'ultimo sforzo, rimanete fermi nelle prime

idee, palesatele e lottate per esse a viso aperto, perchè nella grande

battaglia sarete più rispettati e più utili come nemici appassionati

che come scettici spettatori; e non scendete mai nello sciame

innumerevole dei farisei, che strisciano chi è in alto per ambizione e

adulano chi è in basso per paura, che commiserando con finto affetto

la plebe che disprezzano, con una mano si picchiano il petto e con

l'altra nascondon la borsa, per chiederle poi dei voti con tutte e

due.

A quelli di voi, finalmente, il cui cuore è già vinto e batte col mio,

io mando il saluto del compagno e il bacio del fratello, e

dico:--Perseverate, o prediletti, anche nel campo più faticoso, nella

parte rigidamente economica di questi studi, perchè il periodo

idillico del socialismo è chiuso da un pezzo, perchè esso è giunto a

tal grado di maturità, che non basta più il portargli il semplice

contributo della passione: dovere di tutti ora è di tradurre i

sentimenti in idee, di rispondere ad ogni lamento del popolo con una

ricerca alacre e paziente dell'intelletto. E andate innanzi senza

alcun fine, senza attender nè sperar alcuna gratitudine, non cercando

il premio che nella soddisfazione altissima di operare secondo

coscienza, di non aver più bisogno di mentire, nè di soffocar la voce

dell'anima, nè di mascherar l'egoismo; il che vi riuscirà assai più

facile che non pensiate, perchè la grande quistione sociale, la quale

tocca tutte le scienze come l'oceano bacia tutte le terre, ha pure

questo di benefico, che schiaccia col peso della sua grandezza, che

offusca con la forza del suo splendore ogni meschina vanità, ogni

basso interesse di colui che le si consacra. Comprendendola

degnamente, voi abbraccerete nel vostro affetto fiammeggiante non

soltanto le classi sociali che più lo meritano e più n'han bisogno, ma

pure la vostra, per la quale v'entrerà nel cuore una sollecitudine

nuova e profonda; sentirete sorgere in voi attitudini e forze

sconosciute; sentirete nel vostro ingegno e nel vostro petto dilatati

fremere il soffio dell'umanità, come il palpito d'una seconda

giovinezza, più poderosa e più dolce di quella che già vi ferve nel

sangue e vi splende sul viso.

Voi conoscete l'immaginazione terribile del Carlyle, che raffigura il

mondo presente in una landa selvaggia e caotica, coperta di nebbie

pestilenti, gravata d'un'atmosfera di piombo, nella quale scrosciano

diluvi e guizzano lampi di rivoluzione, e per le vaste tenebre non

luccicano che le fosforescenze della filantropia, e non v'è più stelle

nel cielo. Ebbene, manca un'immagine al quadro: una moltitudine che

empie tutto l'orizzonte, estenuata e lacera, rivolta tutta verso un

punto dove biancheggia il cielo, con le braccia stese a invocare il

nuovo sole, il sole che le asciughi le lagrime, che le riscaldi le

membra, che le abbellisca la terra, che le faccia amare la vita. Oh,

questo sole splenderà, abbiamone fede! Possiate voi, che siete

giovani, vederlo sorgere, e felici quelli che, salutando il suo primo

raggio, potranno dire nella propria coscienza:--Io l'ho desiderato ed

atteso!

Torino 1892.

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 13 / 36 题