AGLI STUDENTI.

A voi, studenti, e agl'invitati illustri che sono tra voi, domando

perdono se non fui abbastanza modesto da rifiutare l'onore immeritato

che mi faceste, chiamandomi a inaugurare il vostro Circolo con un

breve discorso. Ma v'era nel vostro invito un significato che

accarezzava irresistibilmente quel particolare amor proprio,

sospettoso d'altri e di sè, che viene coi capelli grigi; il vostro

invito voleva dire che, nonostante la disparità degli anni, non mi

credete ancora tanto lontano da voi per calore d'affetti e per fede

nei belli ideali della giovinezza, da non poter interpretare il

pensiero e l'animo d'un'adunanza di studenti. Io non seppi vincere la

tentazione di mostrare pubblicamente l'attestato di gioventù

spirituale, di cui m'onoraste.

Ma una ben altra ragione mi spinse: furono due modeste parole ch'io

lessi nel secondo articolo del vostro statuto.

In questo tempo in cui un troppo gran numero d'insecutori furiosi

della fortuna cerca d'estendere le leggi biologiche della lotta per

l'esistenza dai regni inferiori della natura alla società umana, per

trarne cagione a sciogliersi da ogni più alto dovere di generosità e

di gentilezza, è bello questo vostro intento, col quale voi rinnegate

formalmente per parte vostra la prima e più dura di quelle leggi, che

è l'egoismo; intento con cui mirate ad attuare, in mezzo a voi, uno

dei più arditi concetti degli apostoli della giustizia e

dell'eguaglianza assoluta: il diritto di tutti a procacciarsi la vita

con la cultura e con l'esercizio delle loro facoltà migliori, nel

campo a cui la natura li ha destinati. «Mutuo soccorso»: è

l'espressione con cui avete delicatamente significato il vostro scopo:

io la saluto, come l'insegna gentilizia della vostra casa.

Ma anche senza di questo, anche se la vostra Associazione non avesse

avuto altro fine che quello di un ritrovo geniale, io sarei stato

lietissimo e mi sarei tenuto onorato dell'invito, per queste ragioni.

Perchè il corso fortunato di molte fra le idee più feconde degli

ultimi tempi, perchè la formazione del primo manipolo dei propugnatori

di molte cause elette, diventati col tempo moltitudine vittoriosa,

perchè l'autorità e la forza di molti uomini predestinati a grandi

opere, ebbero cominciamento, voi lo sapete, in riunioni abituali della

gioventù consacrata agli studi; perchè ciascuno di noi, cercando dove

si siano aperti prima alla sua mente certi orizzonti, dove siano

cadute certe arroganze pericolose del suo orgoglio, dove egli abbia

prima imparato il rispetto del pensiero altrui, la sapiente diffidenza

del giudizio proprio e il nobile ossequio dell'ingegno alla critica,

trova il principio di tutto ciò nel periodo delle sue discussioni

ardenti coi colleghi di vent'anni; perchè, in fine, l'intrecciarsi

degli ordini diversi della coltura, l'azione reciproca delle virtù

opposte dei caratteri, l'educazione delle facoltà agili e battagliere

dell'intelligenza, e la conoscenza degli uomini che è il rincalzo e la

scorta di tutte le facoltà, e la generazione spontanea delle amicizie

che durano quanto la vita, strette da un legame di memorie senza

amarezze, non sono quasi altrimenti possibili che nelle vostre

riunioni e all'età vostra, la quale mette nelle sue controversie un

ardore, una schiettezza, una fede nella fecondità della lotta che con

gli anni scema, pur troppo, o si perde.

Sia dunque bene inaugurato, anche per questo, il vostro Circolo. Fate,

come dice il poeta, cozzare i vostri pensieri dalle loro parti sonore;

discutete--disputate--battagliate; correte per tutti i versi il vostro

campo sterminato in cerca d'avventure e di cimenti dello spirito;

affrontate audacemente tutti i problemi con codesta invidiabile

facoltà di lampeggiamento dell'intelletto per la quale v'appare tante

volte improvviso quello che trovano a fatica la meditazione e

l'esperienza; fate fiammeggiare e rombar senza posa la grande fucina

delle passioni e delle idee; e siano ben venute le vostre discussioni,

anche le più tempestose, anche quelle che v'inaspriscono e v'adirano,

se saranno seguite dallo slancio gentile con cui i cavalieri dell'idea

si porgon la mano dopo i duelli della parola, riconoscendo che agli

occhi luminosi della Scienza e dell'Arte non deve salire il fumo

impuro dei nostri rancori.

Ma perdonatemi se ho rasentato un momento il sermone: tendenza

consueta di chi parla a persone di cui desidera il bene ardentemente.

E di questo voi non dubitate, ne son certo. Voi non credete a quello

che dice un grande poeta malinconico: che lo spettacolo della gioventù

è odioso agli uomini maturi. No, non è vero, per la maturità che

lavora e che pensa. Può bene anche un uomo di senno e di cuore

risentire, in mezzo a voi, quell'ombra di mestizia che ci suol dare la

vista d'un nostro ritratto di vent'anni addietro, il quale ci rammenta

affetti morti e illusioni perdute. Ma da questo leggero senso di

rammarico si scioglie prontamente il nostro pensiero quando la

gioventù che ci sta dinanzi è quella che siede nella più alta scuola

d'uno Stato, quella a cui è affidato per l'avvenire l'onore

intellettuale d'un popolo. Dal rimpianto del nostro passato noi ci

volgiamo allora all'ammirazione del vostro, o studenti; del passato,

voglio dire, della grande famiglia universitaria, giovane eternamente.

Poichè questo ci tocca nel vivo dell'animo: che nella classe a cui

appartenete sia eguagliato lo splendore delle speranze da quello delle

tradizioni; che lungo tutta la via della nostra storia nuova, dalla

prima germinazione oscura dell'idea nazionale fino agli ultimi trionfi

dorati dal sole, si ritrovino mille nomi della vostra bella schiera;

che non si sia dato da settant'anni a questa volta un momento triste,

difficile o solenne, in cui la patria non abbia udito la gran voce

sonora delle vostre legioni esprimere prima di lei i suoi entusiasmi

più nobili e le sue risoluzioni più audaci. Questi ricordi ci ridesta

la vostra presenza. Voi avete consolato della vostra ammirazione

festosa gli ultimi anni travagliati dei grandi vecchi, avete vendicato

col grido giovanile ingiustizie memorabili, scosso da inerzie

colpevoli classi cittadine troppo paurose d'ogni cosa; avete dato

teste eroiche ai patiboli, petti di ferro alle barricate, rigagnoli di

sangue ardente fra il Ticino e l'Adige, sui monti di Sicilia e sulle

mura di Roma. E la gioia infinita che troviamo in queste memorie viene

in gran parte dalla profonda, incrollabile, superba certezza che, se

la storia si ricominciasse, essa non avrebbe per cagion vostra nè un

dolore di più nè una gloria di meno.

Ma v'è un'altra ragione, anche più potente, del nostro affetto per

voi. Quando noi ci arrestiamo sgomenti davanti alle affollate e

multiformi difficoltà, contro le quali, nel campo della speculazione e

dell'opera, urta la fronte la generazione a cui appartengo e quella

che la precede, noi ricorriamo con la mente alla gioventù

universitaria, come in una grande guerra dubbiosa l'esercito di prima

linea volge il pensiero al secondo esercito, che si ordina e si

addestra nei campi, aspettando la sua ora. E con un conforto grande ci

raffiguriamo nuove forme dell'arte, una più alta sapienza della legge,

nuove infermità vinte, nuovi e maravigliosi cooperatori delle braccia

umane, qualche idea splendida e semplice, oggi ancora velata,

cospirante alla soluzione di quell'enorme problema sociale che ci

tormenta la ragione e ci affanna l'anima; e come i contorni incerti di

una bella terra lontana, vediamo le somme linee di una società più

giusta, più fraterna, più felice della nostra; che, in fondo, è il più

santo voto del cuor di tutti. E allora diciamo in cor nostro:--Là, in

mezzo a loro, tutto questo cova, spunta, s'abbozza, ribolle--sono essi

l'avvenire in cui abbiamo fede--le speranze che ci aiutano a vivere

son le loro ambizioni--e la luce più viva che scalda il nostro

tramonto è quella che c'irradia alle spalle l'aurora della loro

gioventù. E allora, quanto v'amiamo! Allora quel sentimento d'orgoglio

chiuso che tien poco o molto ogni generazione matura si stacca come

scoria vile dall'animo nostro; allora non comprendiamo più perchè

ciascun di noi non debba desiderare come una fortuna che voi gli

passiate sul corpo per salire a un gradino più alto sulla scala

dell'arte e della scienza: allora benediciamo ai vostri studi, alle

vostre gioie, alle vostre irruenze con un entusiasmo nel quale è

ancora tutta la freschezza della vostra età, con un affetto di cui non

vi può dar l'immagine che la stretta dell'amplesso paterno.

Sì, noi v'amiamo come l'avvenire vivente. E seguitiamo i vostri passi

con quel sentimento di curiosità pensierosa, col quale si guarda chi

parte per un paese sconosciuto e mirabile, come s'egli avesse già

sulla sua persona un riflesso delle maraviglie verso cui move. E

infatti, che cosa sia per avvenire di questa mole deforme della

società presente, di cui la cima sfolgora e il fondamento vacilla, che

cosa sia per nascere dalle condizioni attuali del vecchio mondo,

rimasto nell'ombra in mezzo agli opposti crepuscoli degli astri

tramontati e di quelli non sorti ancora, battuto dal flutto di

moltitudini irritate, delle quali cresce il malcontento con la

cultura, e schiacciato dal peso di eserciti immensi, destinati a

conflitti che sgomentano l'immaginazione, e a cui la ragione e il

cuore dei popoli sempre più minacciosamente repugna; nè noi lo

sappiamo, nè v'è scienza che lo prevegga. Ma certo è che il mondo si

prepara con vasti e lenti sforzi a una profonda mutazione, e che

nell'età che s'apre voi avrete a lottare, come cittadini e come

uomini, con difficoltà diverse in gran parte da quelle che a noi

contrastarono e contrastano, che altre virtù v'occorreranno, che altri

sacrifizi vi saranno chiesti, ai quali noi non fummo chiamati. Ma a

tutto voi andrete incontro con animo ardito, confortati non soltanto

dalla fede nella vittoria ultima della giustizia e del bene, ma anche

da questo pensiero: che per quanto maravigliose sian le novità che vi

vedrete d'intorno, non saranno da meno quelle che sorgeranno dentro di

voi, non tanto per effetto naturale del tempo, quanto per virtù delle

cose esteriori mutate. Fioriture improvvise e stupende di facoltà

latenti, fecondate da nuove passioni, nate alla loro volta da

avvenimenti inattesi; svoltate subitanee e corse conquistatrici

dell'ingegno per vie non solo non cercate, ma ignorate fino a

poc'anzi; forze imprevedute dell'animo, suscitate da pericoli e da

dolori comuni, e appassionate consacrazioni di tutte le potenze

dell'intelletto e della volontà a ordini d'idee a cui per vent'anni

non s'era mai affacciata la mente se non forse per combatterle o per

dileggiarle: tutto questo avverrà tra voi, e tanto muteranno alcuni,

che, ricercando sè stessi nelle memorie di questi giorni, stupiranno

della loro immagine antica. Tutto questo avverrà. E forse fra quelli

che m'ascoltano vi sono già dei fidanzati inconsapevoli dell'era

nuova, campioni fortunati di idee benefiche, vittime illustri od

oscure, ma egualmente nobili, di grandi passioni, fronti che si

alzeranno sopra l'altre come segnacoli, nomi che saranno amati e

benedetti. Noi salutiamo con riverenza in voi questo cumulo di

promesse, di predestinazioni e di misteri, e se qualche cosa ci turba

nel gridarvi l'evviva della partenza, è il timore di non aver

abbastanza lavorato, pensato, sofferto per spianarvi la via su cui vi

lanciate, la via dove v'accompagneremo con l'anima fin che ci si

velerà l'orizzonte.

Ed ora, che vi potrei dire di più? Finita questa bella serata, voi

rimarrete soli alle vostre liete riunioni. Ma noi, di mezzo alle cure

e alle fatiche di ogni giorno, ritorneremo spesso con la mente alle

poche ore di gioventù che ci avete fatto rivivere, tra queste pareti

dove pure vi verrà a ritrovare il desiderio di tanti lontani che

v'amano, dove vi verranno a stringer la mano colleghi d'altre

provincie e d'altri popoli, dove tanta allegrezza, tanta vita, tanta

primavera di pensiero e d'affetto darà fiori e frutti al futuro. Abbia

dunque lunga vita, il vostro Circolo. E non sia soltanto il luogo dove

le buone amicizie si cementino: sia anche quello dove, vinti dalla

forza della cordialità altrui, i nemici si riconcilino, dove le

gelosie dell'ingegno si spuntino, dove le opinioni dei partiti avversi

si ricambino l'omaggio della cortesia; in modo che possiate

dire:--Emuli negli studi, concorrenti nella vita, sciolti da ogni

vincolo nella politica; ma qui--siamo fratelli.--Questo è il mio

augurio al vostro Circolo. A Voi, avanguardia intellettuale della

vostra generazione, a quelli che nella battaglia della vita

vinceranno, a quelli che cadranno, a quelli che, crivellati di ferite,

dureranno a combattere fino all'estremo, a voi tutti, sangue nuovo e

generoso della patria, figliuoli prediletti del nostro pensiero e

speranze sacre del nostro cuore, salute, fortuna, gloria!

Torino 1891.

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 11 / 36 题