(1.ª edizione Treves--1911).
Edmondo De Amicis fu eccellente oratore. Quale concetto avesse della
pubblica eloquenza, come sentisse quella «enorme fatica di tutte le
potenze vitali», spiegò egli medesimo nelle _Confessioni d'un
conferenziere_, che servono d'introduzione al libro intitolato _Capo
d'anno, pagine parlate_. Quale fascino di persuasione e d'entusiasmo
egli esercitasse sugli uditori, attestano tutti quelli che ebbero
occasione di ascoltarlo. Dal ricco e vario vibrar della voce, dal
gesto semplice, dal balenare dell'anima nella chiara onesta faccia, da
tutta l'espressione della sua figura emanava la medesima virtù di
simpatia, per cui ebbero e serbano tanta nobile popolarità i suoi
libri. La tempra del suo ingegno e il suo gran cuore erano fatti
apposta per assicurargli quella immediata corrispondenza spirituale
con la moltitudine degli uditori, senza la quale ogni più dotta
eloquenza è invano.
E fu oratore di attitudini così diverse che parrebbero opposte: seppe
con mirabile giustezza di modi parlare via via alle persone colte e
alla plebe, alle donne, agli studienti, ai fanciulli; fu conferenziere
elegante e arringatore ardente di patria e di partito; sopra tutto
riuscì spontaneamente maestro dell'eloquenza men tentata dai letterati
e più difficile, quella che si rivolge alle menti inesperte, al popolo
privo di cultura e agitato dalle passioni politiche, ai ragazzi che
cominciano appena nelle scuole a sentire la forza della parola che
illumina e commuove. Chi gli fu più vicino ricorda poi com'egli avesse
felice la vena del breve detto d'occasione e del brindisi, sì nelle
pubbliche cerimonie, sì nei conviti amichevoli, che gli piacevano
tanto al suo tempo migliore, e nei quali studiò da par suo le
significazioni e le bizzarrie dell'_Eloquenza convivale_.
Un senso nativo della misura e dell'opportunità governava sempre la
sua parola; e il culto interiore della parola stessa, il vigile
intuito dell'artista faceva sì che, qualunque cosa, in qualunque
circostanza dicesse, non gli venisse, mai meno quel decoro letterario,
che non lascia perdere dignità ad alcuna delle sue scritture, anche
alle più umili e famigliari. D'ordinario non improvvisava; diceva
prosa scritta, ma scritta per essere parlata, e però colorita e mossa
secondo l'intento oratorio che si proponeva. E del resto parlata, per
suo istinto e per suo istituto, era tutta la prosa del De Amicis;
parlata fu virtualmente tutta quanta la sua opera letteraria, la quale
tanto può sui lettori perchè a tutti fa l'effetto di una conversazione
immediata dello scrittore con loro.
Egli non diede alle stampe tutte le sue conferenze, non tutti i suoi
discorsi lasciò raccogliere. Pubblicò prima nel 1880, insieme con
quelle di dieci altri amici, la conferenza sul _Vino_, ora entrata nelle
nuove edizioni delle _Pagine allegre_; e l'anno dopo, nella _Gazzetta
letteraria_ di Torino, quella su _L'espressione del viso_, che aveva
fatto al teatro Carignano per sovvenire ai figli del morto amico
Roberto Sacchetti. Delle tre conferenze che disse al teatro Colón di
Buenos Aires e poi al teatro Solis di Montevideo, fra l'aprile e il
giugno del 1884, su Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi,
quest'ultima sola rifece e stampò in Italia, quale si legge nel
presente volume. Più volte fu ristampata l'altra conferenza su _I
nostri contadini in America_, tenuta il 31 gennaio 1887 alla Società
filarmonico-drammatica di Trieste, e compresa ora nel volume di _Capo
d'anno_: la quale diede agli uditori e all'oratore argomento di
commozione indicibile, ricordata da lui nell'ultima pagina delle
_Confessioni d'un conferenziere_, scritte appunto l'anno seguente.
Rimangono in volumetti separati la conferenza su _La lettera anonima_ e
i famosi discorsi _Ai ragazzi_, stimati un capolavoro di letteratura
infantile, che segue ed integra l'universale libro del _Cuore_. Poco si
conserva, e quel poco monco e disperso, dei discorsi fatti dal De
Amicis in private adunanze e in comizi del partito socialista, massime
in occasione di elezioni politiche: salvo i due grandi discorsi _Per il
1.º maggio_ e _Per la questione sociale_, compresi in questo volume, e
alcune minori cose contenute nell'altro libro che s'intitola _Lotte
civili_.
L'ultima volta che il De Amicis parlò in pubblico fu il 20 marzo 1898,
per pronunziare la commemorazione, pur essa qui stampata, di Felice
Cavallotti, al teatro Nazionale di Torino; teatro popolare, riboccante
quel giorno, ricordo bene, del popolo più misto che si potesse vedere,
e che l'oratore sollevò tutto nel consenso e nell'ammirazione
irresistibilmente.
Egli fu eletto deputato del 1.º collegio di Torino il 17 luglio di
quell'anno. S'era lasciato presentare candidato per obbedire al
bisogno di una protesta politica del suo partito allora insorto e
perseguitato. Ma rinunziò all'ufficio, e il Parlamento non udì mai la
sua parola. Due giorni prima dell'elezione gli era morta la madre
amatissima. E pochi mesi dopo gli morì il figlio primogenito Furio:
dolore atroce che non trovò mai più conforto.
«Folgorato nel capo», lo scrittore si ritrasse nell'ombra e nel
silenzio della sua casa desolata; abbandonò per sempre la vita
pubblica, non accettò più di fare conferenze e discorsi; e da allora
in poi fu tutto nel quotidiano solitario lavoro, col quale però il suo
spirito chiuso ai richiami esterni comunicava così largamente con gli
innumerevoli lettori fedeli.
In questo libro, _Speranze e Glorie_, edito prima dal Giannotta di
Catania, il De Amicis riunì i suoi più importanti discorsi d'argomento
commemorativo e sociale. Un altro simile volume, _Lotte civili_,
raccoglie i suoi scritti polemici per il socialismo e per la pace dei
popoli. Con questi due libri si determina l'azione politica dello
scrittore; la quale, a riscontro della sua opera letteraria, non deve
rimanere dimenticata, perchè è troppo gran parte di quella generosa
vita intellettuale, a cui non mancò mai la rispettosa e affettuosa
attenzione degli italiani.
Torino, aprile 1911.