Questa volta dunque, o Signore, io vi parlerò di musica. Ma di musica,
ha detto un gran poeta, Enrico Heine, bisognerebbe sempre parlare
accompagnando le parole con canti e suoni, ossia suggellando
coll'esempio le massime e supplendo a tutto ciò che ha di vago e di
infedele la parola, massime trattandosi d'una materia invisibile e
facilmente sfuggevole alla percezione immediata della memoria, come la
musica. Le difficoltà, all'atto pratico, sono grandi. Gli esempi, voi
dite.... Eh lo so; quando si parla d'un poeta torna molto efficace
qualche sua strofa opportunamente intercalata; alle volte anzi un solo
verso giova meglio ad imprimere nella mente dell'uditorio certi
caratteri della sua poesia che un lungo discorso di critico e di
conferenziere. Ma in materia di musica, come sapete, la difficoltà sta
nell'esecuzione, tanto maggiore poi trattandosi di quella musica là e
degli elementi esecutivi tanto perfetti di cui disponevano a quel tempo;
voglio dire il canto e la voce umana.
A che pro, per esempio, fare eseguir qui l'aria della _Nina pazza per
amore: Se il mio ben ritornerà, A veder la mesta amica_, quella famosa
aria che produceva così profonda commozione nell'animo dei nostri
bisnonni e delle nostre bisnonne e che una sera a Napoli nel San Carlo
indusse il pubblico a gridare dai palchi e dalla platea: — Sì, povera
Nina, il tuo bene ritornerà e tu sarai consolata! — come fare, dico, a
eseguire quest'aria senza qualche cosa che per lo meno si avvicinasse
alla voce ed al canto meraviglioso della Coltellini “onore di Firenze e
d'Italia„ come la chiamavano i poeti del tempo? Quella voce, quel canto
a cui pensava coll'animo innamorato il Paisiello componendo la sua Nina,
precisamente come un compositore dei nostri giorni pensa al numero ed
alla qualità dei suoi istrumenti orchestrali componendo un'_ouverture_
od un intermezzo sinfonico? — A che prò fare eseguire qui la famosa aria
nei _Capuleti e Montecchi_ dello Zingarelli _Ombra adorata aspettami_
senza la voce e l'arte insuperabili, dicono tutte le testimonianze del
tempo, del sopranista Crescentini, che per un momento fece entrare
l'entusiasmo della musica perfino nell'anima refrattaria di Napoleone
primo? — E a che prò tentare di darvi con esempi vocali un'idea dello
stile nuovo e magniloquente che Rossini inaugurò coll'_Elisabetta_,
composta precisamente nell'anno 1815, senza la voce prepotente ed il
trillo argentino e la virtuosità fulminea della signora Colbrand?
Meglio dunque ch'io lasci da parte gli esempi esecutivi; meglio che io
mi limiti, o Signore, a sforzarmi di tracciare un piccolo quadro dei
costumi musicali e ad accennare le vicende principali della musica
teatrale di questo tempo, movendo, alla meglio, i vostri ricordi e la
vostra fantasia. Ed essa forse, la vostra fantasia, farà meglio il
miracolo, evocando questo bel mondo sepolto che è così vicino a noi e
pare già tanto lontano! Poichè tutti noi in fondo all'animo nostro
serbiamo della musica dei nostri vecchi una specie di ricordo platonico,
una specie di eco addormentata, cerchiamo alla meglio di ravvivare con
le parole quel ricordo, di risvegliare quelli echi addormentati.
Il secolo XVIII, voi sapete, fu chiamato per eccellenza il secolo della
musica. Questo potè dirsi massimamente per l'Italia, anche perchè in
questo tempo nessun'arte grafica e rappresentativa produceva fra noi
opere che potessero ragionevolmente gareggiare coi prodotti della nostra
musica. Quale quadro religioso, per mo' d'esempio, è stato dipinto nel
secolo passato che possa, anche lontanamente, per valore estetico,
compararsi ad un salmo di Benedetto Marcello? Quale produzione
letteraria ebbe mai la pienezza e la universalità di successo mondiale
delle opere di Piccinni, di Sacchini, di Paisiello, di Cimarosa? La
parte poi che ebbe l'Italia nel movimento musicale del secolo passato fu
addirittura grandissima, enorme; rappresenta un primato che nessuno
pensava nemmeno a discutere; rappresenta influssi universali dei quali
oggi non possiamo formarci che una pallida idea. Chi diceva musica nel
secolo passato diceva musica italiana. “Italiam! Italiam!„ metteva in
testa alla sua polemica musicale il Marmontel per la famosa gara tra i
gluchisti e i piccinisti, un secolo prima che Alfredo de Musset
formulasse lo stesso concetto con versi rimasti popolari.
_.... Harmonie! Harmonie!_
_Langue que pour l'amour inventa le génie!_
_Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux!_
Tutti al mondo erano convinti che quel fiume di melodia che circolava
per l'Europa, commovendola e deliziandola, aveva le sue origini in
Italia; e tutti dovevano venir qui a tuffarvi lo spirito, a prendervi
come un salutare lavacro. Intanto non c'erano nè piccole nè grandi
corti, nè cappelle, nè teatri fuori d'Italia che non avessero maestri,
cantanti o suonatori italiani; nè c'era promettente maestro fuori
d'Italia il quale non sentisse il bisogno di passare le Alpi, di stare
parecchi anni nella penisola, di attingere alle scuole ed ai maestri di
Napoli, di Bologna, di Roma, di Venezia, raccogliendo tesori di sapere e
di ispirazione che andava poi a svolgere tornando in patria.
Altri tempi, o Signore! Adesso invece sono i nostri maestri che vanno
tutti, se non coi piedi, certo collo spirito in Germania e in Francia e
là sentono il bisogno di attingere i criterii e i procedimenti
dell'arte! Vi ha però una differenza. Nel secolo passato i buoni maestri
tedeschi venivano in Italia, pagavano il loro grande tributo alla
maniera italiana, ma da codesta didattica, da codesta specie di
ginnastica, ritraevano una forza propria con la quale giungevano poi a
belle creazioni originali; e dopo l'_Idomeneo_ nasceva il _Don
Giovanni_; e dopo il _Trionfo di Clelia_ nasceva l'_Alceste_. Questi
scolari della musica italiana insomma si chiamarono Hendel, Hasse,
Glück, Mozart, Haydn; e si chiamarono dopo Niccolai e Mayerbeer,
Nidermayer; mentre da trent'anni a questa parte, (sarà una disgraziata
combinazione!) non abbiamo ancor visto nessuno dei giovani peregrinanti
nelle regioni dell'avvenire tornare in Italia così musicalmente forte da
piantare orme profonde, durevoli e gloriose.