Pace alle querimonie, e s'apra l'animo a liete speranze.
Anche sui sepolcri germogliano le rose, mentre le nazioni per vie di
morte giungono alla meta della loro vita.
Il deputato Domenico Berti, ragionando del Piemonte, diceva: «Esso
altro non vide in questi ultimi anni davanti a sè che l'Italia, non
sognò che l'Italia. Il suo Governo era l'Italia, l'Italia il suo Re,
l'Italia la sua bandiera. Visse di vera vita italiana, e non avrebbe
potuto vivere altrimenti. E quindi accadde il singolare fenomeno, che
mentre agli occhi dello altre province l'Italia diventava Piemontese,
agli occhi del Piemontese il Piemonte diventava l'Italia. Sublime
trasfigurazione, per cui gli altri Italiani volgevansi a noi per
affetto, e noi ci volgevamo a loro per debito[54]».
Poichè si è lasciato entrare e maturare nelle altre provincie lo strano
pensiero che qui l'Italia divenisse piemontese, a rimuovere l'ingiusto
sospetto si volle trasferire il seggio del Governo a Firenze.
Nello scorso maggio in riva dell'Arno io lamentava le recenti
afflizioni di Torino ed esprimeva dubbi e timori sull'avvenire del
Regno d'Italia ragionando con un colto amico di Toscana, che mi
confortò nel modo seguente:--«Poeta, mi disse, si tolga il velo
alla favola, e in Fetonte rovesciato dal carro di luce nelle acque
dell'Eridano presso alla foce della Dora facilmente ravviserai il
fondatore della colonia ligure appiè delle Alpi, spodestato e perduto
nei disastri d'incaute imprese.
«Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del Regno italico
fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non più savoiardo, non più
piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante
e Michelangelo, di Galileo e Machiavello trarrà vita nuova e sicura
dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione
intera».
--Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio opino
che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo novello.
Ma lasciamo le inutili controversie, e facciam voti che sull'Arno la
monarchia trovi la fede costante ed operosa dei popoli subalpini.
Firenze acquista la suprema importanza dello Stato, e Torino la
perde. Non per questo il Piemonte dovrà disperare, quasi non potesse
altrimenti rifarsi dei danni che ora patisce dalle mutate sue
condizioni. Il Governo sappia far cessare i rancori sulla Dora e
i timori di cessione territoriale nel suolo subalpino, ad alcuni
pretesto, ad altri cagione sincera di malcontento.
Rasserenati così i Piemontesi, metteranno a pruova la loro mente e le
loro forze nelle industrie, apparecchiati a rinnovare lo spettacolo
degl'Italiani del medio evo che furono il principal nerbo dei commerci
nei mercati del mondo.
Torino, non più centro di piccolo Stato, diverrà la città
manifatturiera di una popolosa nazione, la Manchester d'Italia; e
mettendo i suoi prodotti a concorrenza coi migliori delle altre
genti, saprà uguagliarli, se pure non superarli. Allora il Piemonte
industriale al resto d'Italia non sarà meno utile del Piemonte
politico e guerriero; ed avrà la duplice gloria di aver capitanato la
indipendenza nazionale nei campi della politica e dell'industria.
Maraviglioso è già stato il Piemonte a benefizio del commercio in tre
ardimenti, il traforo del Cenisio trovato e diretto dai tre nostri
ingegneri Grandis, Grattoni e Sommeiller, il sussidio dei dieci
milioni assicurato al passo del Lucomagno per aprire un varco alla
Svizzera ed al cuore della Germania, e il trasferimento della marina
militare da Genova alla Spezia; il che oltre l'importanza politica ha
quella speciale del commercio, perchè trattasi di lasciare ai traffici
l'intero porto genovese.
Altri ardimenti nel campo dell'Industria si aspettano dal Piemonte che
dai Comizi agrari seppe far germogliare l'albero della libertà italiana.
Queste speranze ci allietano, ricordando le pubbliche mostre dei
prodotti della industria piemontese fatte nel R. Castello del
Valentino. Colà vedemmo i prodotti delle ferriere, gli acciai, gli
ori, gli argenti, i lavori in tarsia delle nostre officine, le carte e
i cuoi variamente conciati, e i tessuti di seta, lana e cotone. «Ed
anche l'arte dei tipi, mi diceva Giambattista Dusso, l'intelligente
direttore della Tipografia Scolastica, anche questa operosa ministra
del pensiero e dispensatrice dell'umano sapere, sino dalla prima
Esposizione del Valentino, nel 1829, fu nobilmente rappresentata dalle
premiate edizioni dei Chirio e Mina[55], e poi dalle molteplici e
belle edizioni dei Pomba, di Fontana, Botta, Marietti, Franco, Fory e
Dalmazzo, Paravia, e Favale, degni seguaci dei nostri Giolito da Trino
e Bodoni da Saluzzo».
E l'arte dei tipi su queste povere pagine ripeta, che gioconde speranze
ci allietano conoscendo le virtù dei Subalpini, e leggendo le più
recenti _Relazioni_ del Sindaco Marchese Rorà fatte al Consiglio
comunale di Torino. Questo strenuo patrizio qui commendato nella
municipale amministrazione, come nella governativa in Ravenna, vuole
mantenere incolume la prosperità dell'augusta Torino con ampliate
vie e maestosi edifizi, con istituti di credito e nuovi canali di
acque, e con tutti i mezzi efficaci al lavoro ed al commercio; e vuole
conservate le gloriose aule del Parlamento, eterna testimonianza del
senno italiano.
È dolce dire col Marchese Rorà: «Se noi percorriamo i nostri borghi, le
numerose officine che vi si trovano possono persuaderci che l'industria
già vi esiste; se parliamo con gli stessi industriali, conosciamo che
i loro prodotti non servono solo alla consumazione locale, ma sono già
esportati in notevole quantità nelle altre province d'Italia ed in
parte all'estero. Io sono convinto che noi possiamo aspirare a veder
maggiormente svilupparsi la nostra industria»[56].
Le speranze del Sindaco abbiano prospero evento, e il Piemonte non
cesserà di essere il più gagliardo propugnacolo della monarchia e della
libertà d'Italia, sicchè all'uopo i suoi operai saranno soldati, e
cittadelle le loro officine.
Il trasferimento della metropoli fu accompagnato in Firenze dalle feste
del sesto centenario di Dante Alighieri; e le città italiane per mezzo
de' loro rappresentanti con ispontanea allegrezza innanzi alla statua
del sommo Poeta rinnovarono il patto di concordia, congregati con
musiche e vessilli nella memorabile piazza di Santa Croce.
Colà il magnanimo Vittorio Emanuele II fu salutato nella piena luce Re
nazionale.
Leale quanto prode, egli, postergando gli affetti domestici a quelli
della nazione, pose a rischio sè e la sua stirpe nei cimenti della
guerra e della politica; e a togliere ogni mal sospetto, trasferì da
Torino a Firenze quel soglio che sarà un dì stabilmente piantato sulla
vetta Capitolina.
Nella piazza di Santa Croce Ei non apparve sabaudo o piemontese, ma
sovranamente italiano. Egli avea lasciato la reggia de' suoi avi, le
tombe de' suoi maggiori e i luoghi a lui più cari perchè consacrati da
rimembranze gloriose di famiglia; avea lasciato l'augusta Torino, la
città che il vide nascere e che fu esempio maraviglioso di fede e di
valore verso di lui e della paterna monarchia: «la città, diciamo collo
stesso Re, che seppe custodire i destini d'Italia nella rinascente sua
fortuna».
Le città italiane accese di tali sensi plaudirono al Monarca guerriero
che mise in atto la unità politica tanto augurata dall'Alighieri, e si
strinsero fraternamente le destre dove un tempo arsero le discordie
municipali.
I nostri poeti furono invitati a celebrare sull'Arno la insolita
festa: ed io al cortese invito che l'onorevole Gonfaloniere conte
Cambray-Digny m'inviò nella R. Università di Cagliari, stimai debito
cittadino recarmi a Firenze e recitare un canto nell'Accademia
letteraria ivi tenuta il 17 di maggio.
Con animo riconoscente ricordo in quella congiuntura i plausi di
Firenze a me poeta subalpino. E siccome in essi interpretai, più che
altro, uno schietto saluto della Toscana al Piemonte, volentieri compio
le pagine consacrate alla Dora, ripetendo il cantico intonato sulle
rive dell'Arno.