Poichè a guisa di sponsalizie furono celebrate con desinari, musiche
e danze le annessioni delle redente provincie italiane al Piemonte,
cominciarono i domestici rancori.
Fu proclamato troppo il benefizio de' Subalpini al resto d'Italia,
perchè i beneficati per solito sentono più il peso che l'affetto della
gratitudine. Inoltre, vinta la tirannide tedesca e la borbonica, sembrò
ad alcuni nuovo giogo sobbarcarsi alle nostre leggi, e soverchio il
numero degli ufficiali piemontesi mandati a reggere le provincie
annesse.
«Nè ciò dee far maraviglia (uso le parole non sospette di Marco
Minghetti), poichè il Piemonte avendo avuto per dieci anni una
costituzione libera, le sue leggi erano improntate di spiriti
liberali e progressivi; ed inoltre essendo stato autore e guida del
rinnovamento, le sue leggi dovevano avere una preminenza inevitabile,
quand'anche nelle parti, che risguardassero l'amministrazione,
potessero essere meno acconcie. Così era nella natura delle cose
che per applicarle s'invitassero uomini da lunga pezza assuefatti a
libertà, e di tempra maschia e severa, siccome sono gli abitatori del
Piemonte»[47].
A poco a poco si andò dilatando la malattia delle menti detta
_Piemontesismo_, chimerico _cholèra-morbus_ della politica italiana.
I nuovi venuti immaginarono il Piemontesismo, più di coloro che esuli,
stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle
usanze nostre.
Gli Italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi
di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di
Napoli e di Palermo. I Toscani e i cittadini della Emilia trovarono
troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la
ideale voluttà delle arti, invocavano le loggie dell'Orgagna e le torri
di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della
scuola bolognese.
Di poi si andò accagionando il Piemontesismo di tutti i malanni del
mondo. Se freddo era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal
clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che,
mortali anch'essi, soffrivano talvolta gli onorevoli Deputati, e
taluni maledicevano alla cucina de' Subalpini quando mai nel mattino
non trovassero ben acconciati i maccheroni ben cotte le costolette nel
caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco
alla eloquenza parlamentare.
Fu dichiarata Torino benemerita per il suo passato, ma non più
comportabile il Piemontesismo, che dal fondo della Penisola costringeva
molti a salire sin qui per toccare il seggio del Governo e attingere
alla sorgente della vita pubblica.
In tale stato di cose indarno ripetevasi che in Torino non il Piemonte
governava, ma l'Italia coi Deputati ed i Ministri delle diverse
provincie. Non giovava più rammentare che durò due secoli in Pavia il
Regno Longobardo, divenuto quasi nazionale, senza trasferire il suo
seggio in sito più centrale, come a Benevento, e senza i telegrafi,
le strade di ferro e gli altri benefizi della civiltà presente. Era
inutile ricordare che il Regno d'Italia appiè dell'Alpi fu fondato
dai marchesi di Ivrea, il cui sangue scorre nelle vene del Monarca,
che potè adempiere il voto di tanti secoli e di tanti martiri; e che
pieno di pericoli era divellere il seggio della monarchia dal granito
alpigiano, in cui antico è l'omaggio ai Reali di Savoia.
Si compia l'opera dell'unità italiana dove si è con tanto senno
preparata e condotta a buon segno. Con le contese ed i gravi dispendi
del trasferimento non si turbi, nè s'indebolisca lo Stato già fiacco
per le miserie del pubblico erario. Non s'incorra negli errori
dell'Impero latino, che decadde dalla pristina grandezza, spostando
il seggio dal Tebro al Bosforo, sicchè, non cessando i travagli del
trasferimento, l'Italia imperiale fu
«...simigliante a quella inferma
Che non può trovar posa in su le piume,
Ma con dar volta suo dolore scherma»[48].
Fortifichiamoci rinvigorendo il trono sabaudo, principio di nostra
salute, nella valle del Po, in cui più volte colle armi si decisero le
nostre sorti, se pur non vogliasi un'Italia senza il Piemonte, com'era
ai tempi delle battaglie di Annibale sul Trasimeno e a Canne, accennate
nella militare concione dell'oratore e generale Cialdini, e come, forse
opportunamente ai suoi fini, la descrive Napoleone III narrando la vita
di Giulio Cesare.
Non gradivano tali ragioni, nè poi gli argomenti de' senatori Sclopis,
Ricotti, Cadorna e Revel, e dei deputati Berti, Crispi, Chiaves e
Coppino, e di altri uomini assennati.
Il Ministero Minghetti-Peruzzi, valendosi del Pepoli a messaggio ed
interprete, nel silenzio diplomatico ordì colla Francia la Convenzione
del 15 settembre, che traeva seco il trasferimento della metropoli a
Firenze.
Il Ministero tutto preparò, meno gli accorgimenti bastevoli ad impedire
tumulti nefasti e lo spargimento di sangue cittadino.