ARTE E PATRIA.

Non lascerò così grato argomento senza prima far cenno che l'Arte,

considerata nel complesso de' suoi attributi, qui spesso rappresentò i

destini della patria, e li preparò talvolta.

L'Architettura dai Cesari di Roma ad Emanuele Filiberto ricorda gli

avvenimenti di sei tempi diversi nel turrito edifizio Augustale, il

quale, ristaurato dal Municipio, spiccherà venerando, abbattute le

case che ne impedivano la vista. L'Architettura narra i fasti e i

lutti della stirpe Sabauda e del Piemonte, additandoci la Reggia e i

reali Castelli e il Palazzo Carignano, culla di Carlo Alberto e del

Parlamento del Regno italico. Essa, guidandoci al ponte di pietra a

cinque archi onde si varca il Po, c'invita a salutare in cima ai côlli

torinesi la Basilica di Superga, dedicata a Maria, sepoltura dei nostri

Re. Quel tempio, architettato dal Juvara, è monumento di vittoria

nazionale, eretto da Vittorio Amedeo II in ringraziamento a Dio per

aver liberato questo combattuto paese dall'insolenza forastiera.

Guardando a Superga, ripetiamo esultanti colla Debora del Piemonte,

Giulia Colombini:

«Oh! salve dal tuo côlle

Di patria indipendenza alto trofeo!

. . . . . . . . . . . . . .

Tu il sorriso del ciel sui brandi nostri,

Tu il prodigio d'amor Micca ci mostri.

Sul vinto baluardo

Spiegava lo stendardo

Il Francese guerrier: l'ardito esempio

Cento seguiano e cento;

Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento

Diede il suo capo il Gran Biellese, e volle

Sè stesso per la patria in sacramento;

Scoppiò l'accesa polve, e glorïoso

MICCA su mille eroi tomba si aderse.

Oh viva eterno! E laude a te che, sperse

L'armi Franche, o AMEDEO, vittorïoso

Innalzasti sul monte

Simbolo di salvezza, ara al Piemonte!»

Colla Basilica di Superga la Monarchia Sabauda ringrazia Iddio in vetta

ai côlli torinesi; e alle loro falde il popolo subalpino lo ringrazia

nel tempio della Gran Madre di Dio.

Quella chiesa, edificata col disegno del Bonsignore, ricorda il

Panteon di Roma e il tempio del Canova in Possagno. Benchè posta

sovra alto basamento con pronao grandioso ed ardito, trovasi oppressa

dalle colline circostanti, ma nella mia mente quella chiesa prende

gigantesche proporzioni, e dai côlli si eleva sfavillante d'insolito

splendore, quando ricordo essere stata costruita per volo del Corpo

Decurionale Torinese (1818), dopo il ritorno della stirpe Sabauda dalla

Sardegna al Piemonte. Fra le colonne del tempio circolare ricordo le

feste cittadine al cessare della gallica dominazione, e il solenne

ingresso in Torino di Vittorio Emanuele I, addì 20 maggio 1814. Alla

erezione di quella chiesa esultò il Piemonte, che vide restituita la

dignità nazionale a queste regioni, riacquistando la dinastia di que'

Principi che per otto secoli n'erano stati i reggitori e i padri,

educando il popolo alle armi ed alle industrie, e a mantenersi libero

dal giogo straniero.

L'arte statuaria con maggiore evidenza ci narrò i fasti della patria

effigiandone gli eroi.

Non è stata felice nel ritrarre in bronzo e in marmo il Conte Verde;

ma felice e gloriosa oltre ogni dire fu rappresentando nella Piazza

San Carlo il Duca Emanuele Filiberto, che, vinta la battaglia di

S. Quintino e firmato il trattato di Château-Cambrésis, entra in

Torino vindice e stabilitore della sua schiatta, e, riposta la spada,

interamente si dà ad ordinare il governo civile. La statua equestre

in bronzo, e la battaglia e il trattato scolpiti in altorilievo nel

piedistallo compongono il monumento principale della città per concetto

e bellezza d'arte.

Il bolognese Salvatore Muzzi, perito negli studi dell'arte e noto per

affettuosi libri di letteratura educativa, spesso mi era compagno nel

1863, mentre per le vie di Torino andavo notando le cose più degne di

ricordo.

Un dì, dalla statua equestre di Emanuele Filiberto andammo insieme ad

ammirare quella pure in bronzo del Re Carlo Alberto nella piazza dallo

stesso Re intitolata. Girammo intorno al grandioso monumento di granito

e di bronzo, ricco di statue e storiati bassorilievi, da cui sorge sul

destriero di battaglia l'augusto martire dell'indipendenza italiana,

col brando sguainato, in atto di capitanare l'esercito nelle pugne

nazionali.

Io osservava che meglio delle attillate divise militari d'oggidì si

affanno alle scolture le antiche armature e i larghi paludamenti; e

consideravo che i bassorilievi di quel monumento con militari in tunica

e borghesi in abito di rispetto non sono tanto ammirati. Il Muzzi non

poteva farsi apologista di questa parte dell'opera; ma notava come

l'artista abbia tenuto assai depressi i quattro storici bassorilievi,

ed abbia saputo ad un tempo trattarli per modo che tutto vi si legge

bene, anco esposti all'ombra, anche nell'ora del tramonto: e se non

potea difendere che l'artefice avesse frammisto la realtà dei quattro

soldati di tutto tondo alle quattro donne simboliche assise sul secondo

piano del monumento, osservava, come ad una ad una le otto statue

ornamentali siano veramente assai belle, e degne dell'artista che le

concepì e plasticò, sicchè le bellezze de' modelli sono trasfuse nel

bronzo.

Levandomi dalle controversie dell'arte al concetto incarnato nelle due

statue equestri, io salutai col Muzzi in piazza San Carlo il Genio

della Stirpe Sabauda che, ricuperata la signoria degli Stati aviti,

ripone la spada nel fodero per attendere alle imprese di pace, e nella

piazza Carlo Alberto salutai lo stesso Genio cavalleresco, che, pronto

all'invito degl'Italiani, torna a sguainare la spada, già gloriosa in

S. Quintino, per dare libertà e potenza a tutta la nazione.

Era conveniente che il medesimo artefice dovesse interpretare e

significare nel bronzo la duplice impresa di quel Genio guerriero e

legislatore. L'insigne artefice fu l'italiano Marochetti.

Altri monumenti per le piazze e nelle vie ci ricordano i fatti generosi

de' Principi e del popolo. Nella facciata del Palazzo municipale

veggonsi le statue marmoree del Principe Eugenio di Savoia e del Duca

Ferdinando di Genova, scolpite dal Simonetta e dal Dini, e donate dal

banchiere Mestrallet, degne di lode, comechè alcuni le notassero di

soverchio movimento, quasi fossero simulacri d'artisti ginnastici.

Innanzi al mastio dell'antica cittadella di Torino ci si presenta

Pietro Micca, statua in bronzo modellata dal Cassano, degno allievo

del Vela; in cospetto al Palazzo Carignano, già seggio del Parlamento,

l'Albertoni ci addita una sua applaudita scultura, Vincenzo Gioberti,

colà collocato come esempio e scuola agli oratori della patria; e nella

piazza Castello v'ha l'Alfiere del Vela, che, stringendo il patrio

vessillo nella sinistra, e la spada colla mano destra, dal Palazzo

Madama guarda a Doragrossa: profetico dono dei Milanesi all'Esercito

Sardo, il dì 15 gennaio 1857.

Se pei verdi viali saliamo al pubblico giardino, detto dei _Ripari_,

quattro sculture di marmo ci empiono l'animo di civili e guerresche

memorie. Ci si mostrano Guglielmo Pepe che varca il Po, bel lavoro

del professore Butti, ed Eusebio Bava, vincitore a Goito, opera

dell'Albertoni. Le statue dei due valorosi capitani sembrano erette sul

medesimo poggio dei Ripari per celebrare l'unione degli eserciti di

Napoli e del Piemonte nelle battaglie nazionali. Chi non ammira colà

i due marmi animati dal Vela? Nell'uno è onorato il Manin, il veneto

cittadino che, repubblicano di origine, con vivo accorgimento riconobbe

e riverì nella monarchia di Savoia l'unica salute della presente

Italia; nell'altro marmo è onorato Cesare Balbo che meditabondo tiene

la mano sul rinomato suo libro _Delle Speranze d'Italia_. Visitatori

del grand'uomo, non rompete con vane ciance il nobile corso de' suoi

pensieri. Egli è assorto in gravi meditazioni. Inchinatelo tacendo, e

andate oltre.

Dai fioriti viali dei Ripari trasportiamoci fra gl'incensi degli

altari nella Chiesa della Consolata che ricorda Ardoino, l'infelice re

d'Italia, in una cappella da lui eretta.

Nel 31 luglio di quest'anno entrai in quel tempio mentre il cielo

abbuiatosi turbinava, e, piovendo a dirotta, il vento dalle finestre

aperte spingeva l'acquazzone contro le marmoree colonne del Santuario.

Una musica soavissima si diffuse, e parve colla virtù dei suoni

rasserenare la scompigliata natura. Era il nostro celebrato Marini che

sonava l'organo maraviglioso del tempio. Egli toccando maestrevolmente

colle magiche dita i tasti dell'organo crea subite armonie ispirate

dall'affetto del cuore e dalla maestà della religione.

Una vivida luce tornò a rallegrare il cielo e la chiesa; l'incantevole

musicista coi suoni ora imitando il canto degli usignuoli traea il mio

spirito a pregare in fondo ad una selva, ed ora imitando i flebili

rintocchi della campana mi ricordava in sul vespero l'_Ave Maria_ del

villaggio. Così mentre il Marini in varie guise svegliava il sentimento

della preghiera, io mi era prostrato presso la cappella semicircolare

dove stanno le marmoree statue delle due regine genuflesse, Maria

Teresa e Maria Adelaide, che si amarono in vita e che compiante

morirono quasi ad un tempo nel gennaio 1855.

Un angelo colle ali spiegate tiene sospese due corone sul capo delle

auguste donne che innanzi al Santuario di nostra Donna Consolatrice

invocano la concordia e la prosperità sulla Reggia e su l'Italia.

Le due statue, opera del Vela, sono capolavori dell'arte moderna e

gloriosi monumenti di quel prodigioso Santuario, da cui mi allontano

per farmi alla Cattedrale di S. Giovanni eretta da Baccio Pontelli o da

Meo del Caprino sugli avanzi di tre chiese antichissime.

Spesso ritorno alla Cattedrale, ma non a ricordare la bandiera

musulmana e il vessillo colla Croce di Savoia insieme sventolanti

innanzi alla SS. Sindone per ringraziare il Dio delle vittorie nella

oppugnazione di Sebastopoli. Se lo spettacolo delle due bandiere,

al quale assistemmo nel 1855, fosse avvenuto nel 1578, quando dal

prossimo vicolo, ove abitava Torquato Tasso, più volte vi sarà andato

devotamente a chiedere inspirazioni dal funebre Sudario di Cristo, oh!

senza dubbio l'epico cantore delle Crociate sarebbe uscito dalla chiesa

indispettito, per recarsi a disfogare il cristiano suo sdegno nella

prossima casa che abitò pochi mesi, consacrandola per tutti i secoli!

Io vi ritorno per salire alla Cappella circolare della Sindone,

ardimentosa struttura del Guarini, dal cui pinnacolo piove la mesta

luce a illuminare quel regale recinto. Quivi intorno all'urna

contenente il Sudario di Cristo morto sono monumenti e simulacri

d'insigni uomini di Casa Savoia: quivi lo scultore Marchesi ornò il

sepolcro di Emanuele Filiberto, il Cacciatori quello di Amedeo VIII,

il Fraccaroli quello di Carlo Emanuele II, e il Gaggini quello del

Principe Tommaso.

Bella gara artistici per onorare la memoria di grandi uomini

trapassati! Bell'effetto ottico di que' massi bianchi figurati su que'

fondi di nero marmo!

A un lato, dentro nicchia di ricco ornamento, fra colonne di marmo

nero con capitelli corinzii dorati, non possiamo guardare, senza

esserne commossi, la statua della regina Maria Adelaide, augusta

moglie del Re d'Italia Vittorio Emanuele II. Il ligure artista Revelli

scolpivala seduta, in bianco marmo da lui animato, poi la seguiva nella

beatitudine de' buoni.

Non meno della Scoltura fra noi piacquesi egregiamente la Pittura di

ritrarre patrii soggetti. Splendido esempio ne trovai in Savigliano,

nella città ch'ebbe la prima tipografia del Piemonte, portatavi dal

tedesco Giovanni Glim nel 1470.

Colà il Molineri detto il _Caraccino_ nella vasta sala del palazzo, già

ducale, ora del marchese Taffini, immaginò sei grandi arazzi pendenti

dai balaustri d'un cortile rettangolare. Negli arazzi dipinse le geste

militari, e nel cielo aperto l'apoteosi del Duca Vittorio Amedeo I,

figlio di Carlo Emanuele I, la cui effigie vedesi sovra la porta della

sala. Nell'apoteosi intorno al carro della Vittoria scorgonsi le

quattordici lettere componenti il nome di Vittorio Amedeo sostenute

vagamente da angioletti; e ne' guasti caratteri de' cartelli si

scoprono iscrizioni latine sotto città e fortezze diverse; e servono a

indicare i loro nomi insieme cogli stemmi corrispondenti, non già _i

fatti d'armi e le imprese rappresentate su quelle mura_, come opinò il

Napione illustrando quei dipinti.

Gli affreschi della Sala Taffini sono l'ultima e la principale opera

di Giovanni Antonio Molineri. Al pari di lui altri valenti dipintori

nel suolo subalpino colorarono le imprese eroiche della patria, e

volentieri andrei accennando i loro lodati lavori sparsi nella città,

se non mi sentissi tratto nel palazzo reale a contemplare più che

altrove convenute le Arti belle a illustrare i politici accorgimenti e

le virtù guerresche e civili degli Italiani.

La Dora · 第 237 / 267 题