Ciò detto, il Cappellano dopo di averci additato pregevoli affreschi
nelle pareti della sagrestia ci ricondusse nel presbiterio innanzi
all'antico sepolcro dei monaci Antoniani, e sclamò:
--Qui, come appresi da antiche carte, qui fu sepolto Giovanni Gerson,
il fondatore del chiostro.--
L'Abate francese e il Cappellano chinando il capo sul sepolcro
alternarono insieme una preghiera; e poi, mentre stavamo per uscire dal
tempio, l'Abate dando un ultimo sguardo alla tomba del Gerson ripetè le
memorande parole: _Vanitas vanitatum et omnia vanitas_.
--Oh rispettabile Abate, gli osservai: un altro grande italiano,
Giacomo Leopardi, come Giovanni Gerson pianse le miserie della vita
«E l'infinita vanità del tutto».
Ma il Gerson si confortava delle umane calamità in Dio e nell'avvenire
dello spirito immortale; all'opposto l'infelice Leopardi nella vanità
del tutto rimaneva agghiacciato dallo scetticismo.
--Oh beato l'uomo che serba la fede, questo tesoro preziosissimo
dell'anima! proruppe il Cappellano riconducendoci nella piazzetta
presso al simbolico piliere.--
Un colono di Alpignano, inteso ai lavori campestri della Commenda,
trovandosi accanto al piliere, nell'udire il Cappellano far cenno di un
tesoro, voltosi a noi disse:
--Se vanno in cerca di tesori nascosti, vadano al mio paese; ve n'ha
uno sepolto sotto il castello, che non si è potuto scoprire.--
Il colono di Alpignano ci mosse a riso. Mi accommiatai con affetto dal
Francese, che recavasi al luogo delle Chiuse ed alla Badìa di San
Michele: ed io, ringraziato il buon Cappellano, volsi i pensieri e la
persona al castello del tesoro.