Cesare Balbo in una delle sue novelle narrate da un maestro di scuola
racconta il caso della _Bella Alda_, innestando qualche cosa di suo
alla leggenda[24]. Suppone accaduto il tristo caso verso il 1200 o
1300, _al tempo d'una delle discese de' Francesi per la Comba di
Susa_; e imagina che soldati di Francia tentino la onestà di Alda e la
costringano a precipitarsi giù per i dirupi del Pirchiriano.
Per tal guisa lo scrittore prende occasione a rimproverare la baldanza
de' Francesi, e lamenta l'oltraggio che spesso a noi fanno i temerari
stranieri.
Massimo d'Azeglio, poeta e pittore[25], inventa i casi del monaco
Arnaldo, e splendidamente narrando e ritraendo le tradizioni e le
pittoresche veduto della Badìa, mette in bocca al monaco il racconto,
e gli fa dire che il caso di Alda sia avvenuto ai tempi di Federico
Barbarossa, quando gli Imperiali scorrazzavano audacemente in quella
valle, ponendo a sacco e distruggendo Susa, Avigliana e tutte le
circostanti castella, indignati di Umberto III, Conte di Savoia, che di
animo guelfo teneva per il Papa. Le quali cose egli narrando ne accende
di sdegno contro i nemici, che ci vengono da Lamagna.
In quanto all'essersi Alda insuperbita del miracolo e l'aver fatto un
secondo salto onde morì, il D'Azeglio scusa la stranezza del racconto
dicendo: «Ha sete sempre l'animo nostro di maraviglie, nè trovandole
vicine, le cerca nel remoto passato e nel tenebroso avvenire».
Il Balbo invece osserva: «Non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati
sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici, erano appunto
quelli che si chiamavano Giudizi, ma furono vere tentazioni di Dio.
Quindi è che si potrebbe dire, che domandando giustizia e riparazione
l'Abate e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo
essendo l'asserire il miracolo e dei secondi il negarlo, venissero
poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la
fanciulla, inclinata alquanto a vanità, vi si lasciasse persuadere».