Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere, ebbe presto da donna
Fulvia la sua parolina di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio
tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza di abbonir donna
Fulvia, di farle amare la gente del paese, di farla diventar la loro
provvidenza, aveva bisogno poi che questa gente le facesse festa, e le
fosse attorno con quella deferenza e con quell’affetto che guadagnano
gli animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene conduceva si
aggiungevano a poco a poco al numero degli imbronciti, e aumentavano il
da fare di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani quelli di Orobio
dall’accordare a donna Fulvia la loro deferenza, ma bisognava che
donna Fulvia ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta.
Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto in faccende a persuadere,
a calmare, a sgridare all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur
da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato mansuefatto. Fin
sua sorella dovette mansuefare: la buona signora Angelica! La signora
Angelica per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio, dopo aver resi
i suoi omaggi a donna Fulvia, aveva offerta la sua amicizia e i suoi
servigi alla cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni,
facendole de’ regalucci, e insegnandole persino a fare il croccante. La
Cleofe accettava tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei era il
più brutto paese di questo mondo, e andava ripetendo che c’era tutto
da mutare da cima a fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora
Angelica aveva sempre usato una gran prudenza; ma ora, e specialmente
su certi argomenti, cominciava a rimbeccarla e a perdere la pazienza.
La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua superiorità, in
argomenti di teologia. Diceva che le cotte del curato non erano
pieghettate come si doveva; che il curato non metteva mai nelle
prediche il più piccolo testo latino, e che quando raccomandava
l’elemosina non la raccomandava abbondante; diceva che il curato era
di maniche larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e che Orobio,
anche secondo il parere di don Innocente, andava diventando un paese di
eretici.
Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a non badarci, e a tacere,
raccomandando a lei come a tutti d’aver pazienza. Sino al povero
_Ugolino_ doveva raccomandar la pazienza, quando gli si piantava
dinanzi e lo guardava fisso, come a dire: che novità son queste? La
novità era che don Cornelio non lo conduceva più con sè che quando
usciva di paese, e che gli era imposta una vita tutta di casa, per
impedirgli le dispute con _Fleurette_.
Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni, la politica di
don Cornelio non riusciva a grandi risultati. I migliori del paese
eran tutti, chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli sciocchi,
i maligni, i credenzoni, andavan da donna Fulvia a bever grosso, o a
dargliene a bere: donna Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era
persuasa che a Orobio non c’era nulla di buono; che tutto era guasto,
come aveva preveduto lei, e che bisognava fare e rimutare grandi
cose. Ma non sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa di
chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non volendo confessargli
completamente il suo imbarazzo, le occorreva un’occasione, un
pretesto, per sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli
se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto in altre circostanze.
L’occasione venne presto, e fu quella della festa che si celebrava
in paese nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il santo della
parrocchia. Donna Fulvia pensò di far venire per quel giorno sua
figlia, il genero e Cristina; e di pregare anche il padre Felice a
voler essere della compagnia per fare una scampagnata, e vedere Orobio
nella sua giornata solenne. Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero
e al padre Felice; gli inviti furono accettati con piacere; e la
Cleofe, seguita affannosamente da _Fleurette_, fu tutta in faccende a
far camere e a spolverare.
Prima che arrivassero i suoi invitati, donna Fulvia volle prendere con
don Cornelio qualche concerto per il giorno della festa; e fu allora
che a don Cornelio toccò una prima censura, con la quale donna Fulvia
gli volle anche far capire che non era troppo contenta di lui.
— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei ha invitati per le
funzioni della festa? — domandò donna Fulvia dopo qualche altra
interrogazione, e dopo una pausa, durante la quale la sua faccia s’era
composta a molta serietà.
— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello che faccio di solito in
simili occasioni.
— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo un’altra pausa, donna Fulvia
la quale aveva avute prima le sue informazioni.
— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche qui l’usanza di far
molti inviti, e per la festa di San Luca venivano quindici o venti
preti; ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria doveva dar
loro un pranzo; pranzo ch’era diventato un pranzone, perchè tutti in
paese si credevano in diritto d’essere invitati, e che costava alla
fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per un po’ lasciai fare, ma
poi una bella volta la feci finita. Ora non invito più che due o tre
preti, i quali vengono a dividere il modesto desinare di casa mia, e
faccio dare le trecento lire ai poveri il giorno della festa.
— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione degli inviti al
clero le dico, senza complimenti, male, malissimo. Il pranzo era una
conseguenza.... e non era poi una cattiva usanza dal momento che il
popolo, a quanto parmi di aver sentito dire, lo chiamava il pranzo
sacro.
— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così! E non le pare che questi
nomi appaiati mi dovessero bastare per farla finita? Ma si diceva di
più....
— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò su donna Fulvia che voleva
biasimare, e tagliar corto. — Intanto il popolo non vede più la festa
fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male, malissimo.
— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti che venivano dal pranzo;
ognuno diceva la sua.... e non creda donna Fulvia che le dicessero
tutte a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa! Per tutto
quel giorno, sulla piazza e nelle bettole era uno sghignazzare di
continuo, e un dir spropositi, su questo pranzo dei preti....
— Se non ha da citarmi di meglio che quelli delle bettole, rimango del
mio parere. C’era, del resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non
importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle usanze pie se ne
abbandonano fin troppe nei paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di
protestanti?
Don Cornelio capì che la botta era per lui, e che non era data solo per
il pranzo; gli venne più d’una risposta sulla punta della lingua, ma le
trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna Fulvia, contenta di ciò, e
contenta di sè, mutava discorso continuando la conversazione in un tono
un pochino più benevolo e cortese.
Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese Ettore con sua moglie,
con Cristina e col padre Felice. A don Cornelio intanto era capitata
una nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua vicina partenza
per l’Italia, e gli domandava se aveva parlato, o scritto, per il
matrimonio; se a Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito una
corsa anche lui; pregandolo di rispondergli a Genova, dove contava di
arrivar presto e di trattenersi alcuni giorni.
Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina, e tutto quello
che donna Fulvia andava dicendo e facendo non erano avvenimenti da
nulla per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni, e ora li vedeva
impigliati ogni giorno in qualche nuovo contrattempo. Quante belle cose
doveva fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio! Doveva
a poco a poco ripigliare il filo interrotto di tutte le opere buone
e belle che un tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio;
ne doveva fare anche di più, lei ch’era tanto più ricca! e doveva
diventare la provvidenza del paese e il faro della valle. Don Cornelio
capiva che a accender quel faro non era cosa facile, ma aveva una gran
fiducia in sè, e nella buona riuscita, come chi ha date e vinte altre
battaglie. Nei ventisette anni da che era curato gli pareva d’averne
condotti e tenuti sulla sua strada anche de’ più difficili. Donna
Fulvia poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio la carità
era una virtù così semplice, così serena, così feconda di prodigi!
Oltre a ciò, don Cornelio voleva anche compire quella missione che
considerava come un sacro dovere verso la memoria del suo miglior
amico, il conte Maurizio. Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo
il desiderio di lui, secondo il cuore dei due giovani, ed anche
secondo il proprio, che li amava tanto. “Oh, se arrivo a far questo,„
esclamava ogni tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„ Ma
presentiva che, per arrivarci, la strada non sarebbe stata nè facile nè
breve; capiva anche d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar di
galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una più lunga.
La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò, ma per due o tre giorni casa
Orsenigo rimase chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita per
vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea diceva che la padrona
non riceveva. Una volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone per
la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati che, sbirciando,
avevan potuto vedere chi un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora
che non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a piedi, girandolava
per il paese, faceva qualche lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato
per qualche merciaio venuto per la festa, o per quello della lanterna
magica, e nessuno aveva badato a lui. Don Cornelio era sulle spine, e
non sapeva cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta tanta festa di
vedere Cristina, e che s’era immaginato di vederla subito, di vederla
più volte al giorno come una volta, or nel palazzo, or per i prati, or
nell’orticello di casa sua!
— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente il quarto giorno,
correndo a cercar la sorella per dargliene la buona nuova. — Guarda un
po’, noi che si incominciava a non capirne niente... Ma lo dico sempre
io che per pensar male c’è sempre tempo!
— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente la signora Angelica.
— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa che ti farà
piacere... perchè fa piacere che le cose si mettano per la buona
strada, perchè, a dirla schietta, non capivo come mai Cristina fosse da
tre giorni in paese, e non ce l’avessero fatta vedere... a noi?
— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo io.
— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece; eccesso di premura,
eccesso di precauzioni, abitudini da gran signori, etichette, ma
null’altro. Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e d’ora innanzi
vedremo Cristina tutti i giorni, proprio come quando c’era....
— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?...
— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette un gran pezzo, quel
sacerdote ch’è arrivato con Cristina e con la figlia di donna Fulvia.
Non m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto in casa di donna
Fulvia, quel giorno che vi condussi Cristina. A dire la verità, in
allora, non so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto. È una
degna persona. Non ho capito bene di che paese sia... e se appartenga
a qualche ordine, perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno non mi
è parso... ma è proprio una gentilissima, una carissima persona; un
po’ complimentoso, ma umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi
una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa non poco anche
dei nostri paesi. M’ha domandato molte cose... vuol conoscere i nostri
bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò ben io parecchi,
perchè donna Fulvia li risappia!...
— E Cristina?
— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un po’ d’infreddatura, o che
so io. Figurarsi! donna Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora
le paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia ci aspetta.
— Ci aspetta? Aspetta anche me?
— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di cui ti parlavo, che
dobbiam vedere spesso Cristina, che dobbiamo tenerla allegra, che tu
devi condurla a passeggio... insomma ci fa dire un monte di belle
cose....
La signora Angelica batteva le mani per la consolazione, e _Ugolino_,
ch’era presente, si mise ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la
casa.
Qual buon vento aveva portato improvvisamente questo po’ di sereno?
Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre Felice il nome dello
sposo che destinava a Cristina; e il padre Felice che se l’era
immaginato da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a donna Fulvia
per il felice pensiero; aveva approvato, ammirato; ma, soggiungendo
che bisognava trattar la cosa con molta prudenza, le aveva anche dati
subito molti consigli. Il padre Felice, presentendo che forse poteva
essere non troppo facile il far inghiottire a Cristina quel bocconcino
di marito, aveva suggerito di disporre l’animo della fanciulla tenendo
vivamente accesi in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine.
Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare con Cristina la
misura della confidenza, della dolcezza, e della condiscendenza;
raccomandando, fra le altre cose, di concederle largamente la compagnia
del curato e di Angelica, ch’erano stati i suoi primi amici, e che
potevano essere, nell’affar del matrimonio, degli utili alleati. Donna
Fulvia aveva cominciato con l’arricciar il naso su questi consigli, ma
poi s’era arresa; aveva già messo nelle mani del padre Felice, anche
la matassa delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse a di lei modo,
e bisognava pure compiacerlo in qualcosa. Il padre Felice poi, senza
perder tempo, era andato subito, come s’è visto, a far visita al curato.
Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder Cristina, andarono
quel giorno stesso, dopo pranzo, da donna Fulvia. Si pensi la loro
consolazione, e la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle prime,
era rimasta quasi in soggezione dinanzi a Cristina che rivedeva un po’
mutata, fatta più bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì
di baci come una volta, non appena Cristina corse a stringerla fra le
sue braccia. Donna Fulvia disse alla sorella del curato, facendosi
sentire dal padre Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender
la fanciulla per condurla a passeggio; e tra Cristina e Angelica si
combinò subito una giterella per il giorno dopo. Cristina era smaniosa
di rifare una di quelle camminate di montagna ch’erano state, un
tempo, la sua delizia; e propose di andar, loro due, a bere la panna
in una certa capannetta su un poggio del monte da cui si vedeva tutta
la valle. La panna parve a donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori
del consueto; una cosa non necessaria, e anche un poco rischiosa. Ma
intervenne subito il padre Felice, e la panna fu concessa.
Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze il curato; gli chiese
il favore anch’esso di qualche passeggiata assieme; e tra un subisso
di complimenti, che confondevano don Cornelio, fu combinata per il
giorno dopo la visita a un santuario fuor di paese. Infine, quando don
Cornelio si accomiatò, chiamato dalla campana del rosario, il padre
Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo fino in chiesa.
Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa, li intravvidero, agli
ultimi chiarori del crepuscolo, il sindaco e il medico che rientravano
allora in paese tornando dalla caccia.
— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma c’è là qualcuno che sta
per fare una buona caccia!
— Dove? chi?
— Non vede là?
— Quel corvo?
— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il pulcino nelle granfie?
— Le pare?
— Me lo saprà dire, dottore!
— Lo conosce lei?
— Io no.
— L’ho veduto fin da ieri, che faccia!
— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà! Vuol scommettere,
dottore? Ci cascherà.
— A far che?
— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della buona fede! quel
benedett’uomo! Oh ci cascherà!