JNGER. (si siede a destra, al tavolo davanti alla finestra).
OLAF. (sta poco discosto da lei; i visi di entrambi palesano che una
gran commozione li preoccupa) Per l’ultima volta Jnger Gyldenlöve,
siete dunque irremovibile nel vostro proponimento?
JNGER. Non posso agire diversamente ed il mio consiglio è che facciate
come me. È volontà di Dio che la Norvegia debba restare soggiogata e
così sarà, che noi vogliamo o no.
OLAF. E io dovrei accontentarmi della fede? Dovrei starmene tranquillo
ed inoperoso ora, che è giunto il tempo d’agire? Avete dimenticato ciò
che io ho da rivendicare. Essi hanno occupato le mie terre e se le sono
divise. Mio figlio, il mio unico figlio, l’ultimo della mia stirpe,
fu da loro ucciso come un cane. Essi hanno perseguitato me stesso per
i monti e per le selve per venti anni, ho il presentimento di dover
presto morire; ma io ho la fede che essi non riesciranno a pormi nella
tomba, prima che io non sia vendicato.
JNGER. Voi avete molti anni ancora da vivere. Che cosa volete fare?
OLAF. Fare? So io che cosa voglio fare? Non mi sono mai arreso senza
combattere. Per questo dovreste aiutarmi. Avete abbastanza talento per
ciò... Io non ho che le mie braccia e le mie armi.
JNGER. Le vostre armi sono arruginite, Olaf Skaktavl! Tutte le armi
sono arruginite in Norvegia.
OLAF. Dunque si combatterà solo colla lingua? Jnger Gyldenlöve vi siete
molto mutata; una volta batteva un cuor virile nel vostro petto.
JNGER. Non richiamate il passato.
OLAF. Ma io sono venuto per questo da voi. Uditemi e se...
JNGER. Bene; ma fate presto, perchè — sì, io devo dirvelo, non siete al
sicuro in questa casa.
OLAF. L’esiliato non è sicuro nella Corte di Östrot? Lo sapevo da luogo
tempo. Ma dimenticate che l’esiliato è mal sicuro in qualunque luogo!
JNGER. Dunque, parlate; io non ve lo impedisco.
OLAF. Trent’anni fa vi vidi per la prima volta; fu ad Akershus presso
Knut Alfson e sua moglie. Allora eravate ancora quasi bambina; ma
tuttavia eravate coraggiosa come un falco, irrequieta e di natura
indocile. Erano molti che vi corteggiavano. Anche a me eravate cara,
tanto cara, come non lo fu per me nessuna altra donna. Ma avevate un
solo scopo ed una sola idea. Era il pensiero della infelicità e dei
grandi bisogni del regno.
JNGER. Io, pensate, avevo quindici anni! Ed in quei giorni non ci
pareva vero d’essere tutti presi da uno spirito ribelle.
OLAF. Chiamatelo come vi piace; ma io so questo: i nostri vecchi ed
i nostri antenati dicevano essere scritto in cielo, che voi sareste
stata quella che avrebbe scosso il nostro giogo e resi a noi i nostri
diritti.
JNGER. Quello era un pensiero colpevole, Olaf Skaktavl. Era un pensiero
orgoglioso e non l’appello del Signore che parlava a me.
OLAF. Voi avreste potuto essere l’eletta, se l’aveste voluto. Voi
rappresentavate l’antica vostra razza, avevate potenza e ricchezze
bastanti per potere aspettare; e avevate sempre un orecchio pietoso
per i bisognosi, in qualunque tempo. Rammentate che ogni dopo pranzo,
Enrico Krummedike veniva davanti ad Akershus colla flotta danese? I
padroni dei bastimenti pregarono di venire ad un accordo, e Knut Alfson
sicuro del salvacondotto si fece trasportare a bordo. Tre ore dopo noi
lo portavamo alla porta del castello...
JNGER. Morto! morto!
OLAF. Il miglior cuore della Norvegia cessava di battere, ucciso dai
mercenari di Krummedike. Mi pare ancora di vedere il funebre corteo
passare nella sala dei cavalieri. Egli giaceva nella bara col colpo
di scure sulla fronte, bianco come un lenzuolo. Posso dire che quella
notte i migliori cavalieri norvegesi erano là riuniti. La signora
Margherita stava presso al suo defunto e tutti e noi tutti giurammo di
vendicare quell’ultima offesa e tutte le altre. Jnger Gyldenlöve, chi
era quella che si inoltrò nel cerchio degli uomini? Una giovinetta,
quasi una bambina, cogli occhi lucenti e la voce tremante per le
lacrime. Che cosa giurò essa? Devo io ripetere le vostre parole?
JNGER. Giurai ciò che giurarono gli altri; nè più nè meno.
OLAF. Voi parlate del vostro giuramento... e l’avete già dimenticato.
JNGER. E come lo mantennero quelli che giuravano? Non parlo di voi,
Olaf Skaktavl, ma dei vostri amici, di tutta la Norvegia. Non ve ne è
stato uno, che abbia avuto il coraggio di essere uomo in questi anni.
Ed ora rinfacciatemi che sono una donna.
OLAF. So ciò che volete dire. Per qual ragione essi si sottomisero,
invece di sfidare il plenipotenziario fino agli estremi? Verissimo;
oggi i discendenti delle nostre razze sono in esilio; ma se essi
fossero stati tutti uniti, che sarebbe accaduto? E voi avreste potuto
riunirli davanti a voi, tutti si sarebbero inchinati.
JNGER. Potrei rispondervi facilmente; ma voi non terreste conto della
mia risposta. Non parliamo più di quello che è stato. Dite perchè
siete venuto qui ad Östrot. Avete bisogno di un rifugio? Benissimo;
io cercherò di procurarvelo. Se volete altro, parlate, mi troverete
pronta.
OLAF. Da 20 anni sono senza patria. I miei capelli sono incanutiti
sulle roccie dei paesi stranieri. Ho pernottato vicino ai lupi e agli
orsi. Voi vedete signora Jnger, che non sono io che ha bisogno di voi;
ma i nobili ed il popolo.
JNGER. La vecchia storia!
OLAF. Sì, e ciò suona male alle vostre orecchie, lo so bene; ma
tuttavia voi la dovete sempre sentire. Alle corte, vengo dalla Svezia,
essa è in agitazione. La rivoluzione deve scoppiare in Dalekarlia.
JNGER. Lo so.
OLAF. Il cancelliere Pietro è con noi, ma segretamente, voi m’intendete.
JNGER. (meravigliata) Come?
OLAF. È lui che mi ha mandato qui ad Östrot.
JNGER. (si alza) Il cancelliere Pietro?
OLAF. Egli stesso, o forse non lo conoscete più?
JNGER. (quasi fra sè) Bene. Ora ditemi, che messaggio portate?
OLAF. Quando la notizia del malcontento penetrò fino ai monti del
confine, ove io viveva, mi misi subito sulla strada per la Norvegia.
Poteva benissimo pensare che il cancelliere aveva preparato questo
colpo di mano. Lo cercai e gli offrii il mio aiuto. Egli mi conosceva
dai tempi passati. Egli sapeva che si poteva fidar di me e perciò mi
mandò qui.
JNGER. (impaziente) Certo, certo; egli vi mandò per...?
OLAF. (con secretezza) Signora Jnger. Uno straniero arriverà a Östrot
questa notte.
JNGER. Come? Voi sapete che...? (sorpresa).
OLAF. Sì, lo so, so tutto; il cancelliere mi ha mandato qui per
trovarlo.
JNGER. Lui? Impossibile! Olaf Skaktavl. Impossibile!
OLAF. È come dico; se non è già venuto, non starà molto... fino...
JNGER. Sicuro; ma...
OLAF. Voi eravate preparata alla sua venuta?
JNGER. Certo; egli mi ha mandato sue notizie. Perciò vi fu aperto,
appena bussato.
OLAF. (ascolta) Ascoltate! Ecco, qualcuno arriva a cavallo. (va alla
finestra) La porta si apre.
JNGER. (guarda fuori) Un cavaliere col suo scudiero. Discendono in
cortile.
OLAF. È questo? Il suo nome?
JNGER. Voi non sapete il suo nome?
OLAF. Il cancelliere si rifiutò di nominarlo. Disse soltanto, che
l’avrei incontrato qui a Östrot la terza sera della fiera di San
Martino...
JNGER. Appunto questa sera stessa.
OLAF. Egli porterà delle lettere; da queste potrò sapere o dalla vostra
bocca, chi è egli.
JNGER. Allora permettetemi ch’io v’accompagni alla vostra stanza. Avete
bisogno di riposo e ristoro, e dovrete parlar presto collo straniero.
OLAF. Come vi piace. (escono ambedue da sinistra).
FINN. (dopo una breve pausa entra da destra, guarda intorno, ritorna
alla porta e fa segnali a quelli di fuori).