_Signore e signori,_
Se il principio o il termine d'un'età può mai datare dall'apparizione
o dalla scomparsa d'un uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna
certo il confine morale che divide il Seicento dal Settecento. Con
lui, infatti, col monarca superbo che si piacque di vedersi effigiato
in clamide e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba tutto un secolo
impettito, prosuntuoso, prepotente, intollerante, un secolo nel
quale l'accademismo classico non disdegnava d'accoppiarsi in fastoso
connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati europei, liberi finalmente
dall'incubo d'un'ambizione che aveva pesato per tanti anni sul loro
destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia stira le membra
raggranchite nel gelo delle forzate devozioni e agogna a rifarsi con
la sfrenata libertà del costume e del pensiero. Si seguono allora due
generazioni così spregiudicate, così epicuree, come l'ultimo periodo
della vita del Gran Re era stato noiosamente bigotto. Godere, goder
presto e in tutti i modi, è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza
che nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale sono trascinate, sia
sprone di inconfessati presagi che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza
prima dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era segnalata per
una tensione suprema d'energia: energia caparbia, rovinosa, folle,
ma, insomma, strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che la
impose alla nazione — dalla coscienza, non mai scossa per accumularsi
di sciagure, dell'alto ufficio al quale egli teneva preordinata la
monarchia per diritto divino, incarnantesi nella sua persona. Ora,
noi assistiamo ad una di quelle subitanee reazioni che seguono sempre
gli sforzi soverchiamente protratti. Le antiche energie si allentano,
le antiche convinzioni vaniscono in un sorriso. Etichetta, pompe,
cerimonie, consuetudini officiali restano bensì immutate; ma lo spirito
che un giorno le animava s'invola; ma le idee, i sentimenti, le fedi
tradizionali ad ogni ora si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli
si direbbe, a primo sguardo, incolume, quando invece nulla d'incolume
n'è rimasto, fuorchè la decorazione esteriore: una decorazione
magnifica, amplificata da mille illusioni prospettiche, ma assisa ormai
su fondamenta così logore che noi la vedremo oscillare e crollare al
primo urto di mano plebea.
E come lo stato politico e sociale non era altrove molto dissimile,
come l'esempio della Francia serviva di scuola all'Europa,
l'aristocrazia ci porge quasi da per tutto (salvo le nobili eccezioni
che non occorre rammentarvi) un'immagine conforme di vita. Veramente
quest'aristocrazia non è che un'esigua minoranza; ma essa costituisce
la classe dominante e tipica; essa detta la moda e crea il gusto; essa
invade il dinanzi della scena e respinge ancora nell'ombra tutto il
resto della nazione; essa dà pertanto alla società europea, fino allo
scoppiare del movimento filosofico e borghese, e anche più oltre,
un'apparenza comune di festività, di spensieratezza, di tolleranza
amabilmente scettica, o, in breve, di estenuazione morale.
Fra noi l'estenuazione aveva cause più profonde e più remote. Già
l'Italia era uscita dalla gloriosa indisciplina del Rinascimento
barcollante e spossata, come chi ha troppo osato, troppo creato,
troppo compreso e troppo goduto. Poi, centocinquant'anni di blandizie
gesuitica e di oppressione spagnuola avevano plasmato a servilità
la mattiniera ribelle. Ingegno, cultura, spirito d'osservazione,
fantasia, erano sempre vivi; viva era la pertinacia intellettuale del
pensatore, dell'erudito, dell'artefice; ma era venuta meno nei più
quella deliberata vigoria di iniziative e di resistenze che è il fiore
dell'essere morale. E le riforme stesse che segnalarono la seconda metà
del Settecento non ebbero tutta l'efficacia che proviene dai robusti
consensi; esse furono reclamate da poche menti superiori e largite
dall'alto, piuttostochè scaturire da una coscienza sociale largamente e
virilmente operosa.
I forti aspirano a conquistare il dominio della propria anima; essi
amano appartarsi e raccogliersi, perchè trovano in sè di che popolare
ogni solitudine. Ma agli spiriti deboli e frivoli che resta da fare,
se non allearsi ad altre debolezze e ad altre frivolezze? Così questa
nobiltà esausta e peritura si conforta con la vita in comune, con le
conversazioni, coi festini, coi teatri, col giuoco, con la galanteria,
con l'osservanza rituale dei precetti della moda, innalzati perfino
a quistione di Stato o a controversia diplomatica. L'impero d'una
simile società non può spettare che alla donna, e la donna viene eletta
concordemente ad esercitarlo. Ormai ella sembra creata soltanto per
entrare con grazia in un salotto a braccio del cicisbeo, per porgere
la mano al bacio dei corteggiatori, per sedere ammirata in un palco,
per danzare languidamente il minuetto, per dominare il volgo dall'alto
d'una carrozza scintillante d'oro e di cristalli, per accennare a un
desiderio ed essere a gara obbedita, per divenire maestra di piaceri e
parteciparvi fino all'ultimo, come quella dama che ammalata di malattia
inesorabile, si fa abbigliare sfarzosamente, colorire di rossetto le
terree cavità delle guance, condurre in portantina a teatro, e che, al
ritorno, muore.
Vi sono, Signori, rappresentazioni d'arte, le quali valgono
storicamente più degli stessi documenti storici, perchè ci tramandano
non tanto gli sparsi pensieri del passato, quanto l'intima essenza di
tutto il suo pensiero. Tale “_L'imbarco per l'isola di Citera_„ di
Antonio Watteau. Ben prima che Carlo Innocenzo Frugoni cantasse fra
noi:
La bella nave è pronta:
Ecco la sponda e il lido
Dove nocchier Cupido,
Belle, v'invita al mar,
ben prima e con ben altra vena, il Watteau aveva dipinto la dilettosa
allegoria, che esprime il sogno di due generazioni. Sul lido, sotto i
grandi alberi, sorge, infiorata dai devoti, l'erma della Dea; l'onda
purissima è in calma e i salici v'immergono le capigliature fluenti;
uomini e donne, tenendosi a braccio, traggono alla galèa che sta
per salpare, sotto la guida degli Amori, verso l'isola incantata.
L'aspetto di quelle coppie è giocondo, le mosse graziose, ma pure noi
ci sentiamo vinti da un'ineffabile malinconia. Sono forse i vapori
autunnali e vespertini in cui l'artista ha avvolto la scena? O è quel
presagio amaro di delusioni che si mesce per noi a tutte le immagini
del piacere? O è il lampo d'una comparazione fra i giorni che furono
e i giorni che noi viviamo?.... Ignoro; ma certo dinanzi a quello
spettacolo di agognate e credute felicità, l'anima è mossa a un
sentimento triste, che potrebbe tradursi nelle parole: _per l'ultima
volta!_
*
In quelle creature voi non cercherete dunque passioni, bensì capricci
ed emozioni mutabili: l'emozione sentimentale, l'emozione voluttuosa,
l'emozione gioconda, l'emozione patetica, l'emozione idillica.
Vedete il sentimento tipico: l'amore. “_On se plaît, on se prend;
s'ennuie-t-on l'un avec l'autre, on se quitte avec aussi peu de peine
qu'on s'est pris. Revient-on à se plaire, on se reprend avec autant de
vivacité que si c'était la première fois qu'on s'engageât ensemble_„
scrive in Francia Crébillon figlio. E in Italia l'abate Chiari:
“_Dove troverete adesso quelle passioni violente e così memorabili
che inspiravano un tempo le donne vedute soltanto attraverso un fosco
velo e vagheggiate una volta al mese dall'altezza di una finestra?_„
E invero l'amore è ormai divenuto un misto di volubilità sensuale e di
consuetudine tra amichevole e cerimoniosa, che tollera filosoficamente
le divagazioni e le compartecipazioni:
Qual torto far potrebbonsi,
Colpevoli del pari?
Perchè perdon si nieghino
Troppo ambedue son cari.
Di quando in quando ha anch'esso, l'amore, le sue burrasche, o, come
dicevano, le sue smanie; ma sono burrasche a fior d'acqua, subito
placate da un abbraccio o da un giuramento in ginocchio. La separazione
non lascia dietro a sè che un'ombra di mestizia. Nel ripercorrere i
luoghi dov'egli visse beato con la sua donna — forse irreparabilmente
perduta — l'amante non medita e non impreca; basta a lui effondersi in
questo lieve sospiro:
Dite almeno, amiche fronde,
Se il mio ben più rivedrò;
Ah! che l'eco mi risponde
E mi par che dica no.
E come l'amore, così sottoponete all'analisi tutti gli altri sentimenti
— il dolore, la fede, la tenerezza, la pietà, la generosità —
quali vi si mostrano negli scritti letterari ed intimi del tempo.
Potrete scomporli in una serie di stati di coscienza ora languidi
ora concitati, ma quasi sempre mobili, ondeggianti, effusivi, e, per
significar tutto con una parola, melodici. Ecco perchè senza la melodìa
poetica e senza la melodìa musicale non si comprende il Settecento;
ecco perchè le canzonette del Rolli, i drammi del Metastasio, le
limpide arie del Pergolesi e dello Jomelli suonano a noi come la voce
superstite dell'anima sua!
Ma una parte almeno dell'anima del Settecento si è pure espressa con
un linguaggio visibile di forme e di colori. E questo linguaggio è il
nuovo stile _rococò_ in cui viene a rammorbidirsi quello più gonfio
e pesante del periodo di Luigi XIV. I contorni sinuosi, i cimieri
asimmetrici, i festoncini, i ciuffi, le frondeggiature arricciate, vi
annunziano chiaramente la capricciosa mobilità degli spiriti. Quelle
colorazioni tenui — cilestrine, rosee, verdicce, lilla, giunchiglia
pallido, tortora, foglia morta — vi sussurrano all'orecchio le
repugnanze sottili dell'epicureismo per ogni sensazione troppo vivace.
Quei letti dalle incurvature di bomboniera, dai guanciali digradanti,
dalle alcove rallegrate di nudità mitologiche, vi confidano i sonni
voluttuosi prolungati fin presso al meriggio. Quei canapè dalle braccia
accoglienti vi evocano l'intimità dei lunghi colloqui, alternati di
carezze e di consapevoli silenzi....
Vogliamo entrare nel vestibolo di quel grande palazzo, architettura
immaginosa del Fuga o di uno dei Bibbiena, dello Juvara o del
Vanvitelli? L'ampia scalea balaustrata ci conduce negli appartamenti
gentilizi, scintillanti di lumiere. Sulle mensole, sulle cantoniere,
spiccano le tazze di Meissen o di Sèvres, le statuine galanti e
campestri in _biscuit_, le piccole miniature in avorio; sul caminetto,
il bronzo dorato del pomposo orologio a pendolo e dei candelabri
dagli steli attorti. La suppellettile, lucente di lacca, è dipinta
a figurine e fiorami; qua e là qualche mobiletto di legno esotico,
qualche stipo a tarsie di tartaruga e metallo, qualche gruppo scolpito
a putti ed allegorìe, che sorregge un vaso del Giappone o della Cina.
— Siamo nel salone, un sontuoso salone tutto fregiato di stucchi, dal
soffitto recente di affreschi, dalle pareti chiare — bianco e oro,
rosa e oro, pistacchio e oro — che si schiudono ad assidui intervalli
nelle chimeriche profondità degli specchi. Le dame dalle acconciature
bizzarre, dall'ampio giro della veste di raso ornata di trine e di
_falbalas_, siedono conversando e agitando in ritmo i ventagli; i
cavalieri con la giubba e la sottoveste ricamate e i polpacci stretti
nelle calze di seta, passano dall'una all'altra, tintinnando di
ciondoli e sbattendo lo spadino incruento; qualche abatino novizio
fa la sua corte discreta, appoggiato ad una spalliera o protetto
dall'ala d'un parafuoco. Ma ecco un accordarsi sommesso di violini,
un porgere ossequioso di mani, un fruscio di vesti, un disporsi
lieve di coppie; il minuetto sospira i suoi inviti alla letizia; i
guardinfanti si piegano come per un accenno di genuflessione; le giubbe
ricamate s'inchinano; la danza comincia, molle, aggraziata, pacata,
luminosamente proseguita entro le chimeriche profondità degli specchi.
Gli specchi! non è questo, Signori, uno fra gli ornamenti più cari
al secolo, e fra quelli che meglio ce ne raccontano la socievolezza
leggiera, l'appariscenza, la vanità, la fragilità? Profusi per ogni
dove, gli specchi paiono eletti all'ufficio di adulare la realtà,
di suscitarle intorno un corteo di seguaci illusioni. Nei festosi
ritrovi, essi inducono l'uomo alla ricerca dell'atteggiamento e del
gesto, ma insieme coi vigilanti richiami lo frenano; nei convegni
libertini sferzano i suoi sensi con le complici denudazioni del pudore;
nell'odiosa solitudine lo confortano, porgendogli almeno la visibile
compagnia di sè stesso!
Perchè ciò che il Settecento aborre di più, ciò che gli pesa
intollerabilmente, è la solitudine. Prima che Giangiacomo Rousseau
imprenda il suo apostolato, nessuno sa concepire le gioie austere
dell'anima sognante in faccia alla natura. La vita in campagna non è
dunque — mutato scenario — dissimile da quella di città: ricevimenti,
rinfreschi, fuochi di gioia, tavola sempre imbandita, giuochi,
concerti, commedie da camera. E già gli stessi giardini, coi lunghi
viali regolari, e la fiorita simmetria delle aiuole che somigliano
tappeti a rabesco, e le siepi di bosso tosato, e gli alberi rifondati
o squadrati a piramide e a dado, e gli emicicli a gradinate coperte
d'erbetta rasa, che altro sono se non una specie di duplicato dei
teatri e dei saloni? Saloni all'aria aperta, dove la gente passeggia
con lentezza pigra, si scambia nell'incontrarsi complimenti e celie,
riposa sui sedili rustici col garbo contegnoso con cui s'adagia
sui canapè, si raccoglie in comitive conversanti, si disperde a
coppie sotto le vôlte fronzute, tra il sussurrìo delle fontane e
l'occhieggiare delle ninfe marmoree dalle pieghe svolazzanti.
In molte fra le dimore ove passò sì lietamente la vita, si stende
oggi lo squallore dell'incuria o dell'abbandono. Gli svelti ghirigori
di stucco vanno sgretolandosi, o ingoffiscono sotto lo strato denso
degli intonachi; la suppellettile impressa di calde abitudini umane
non è più; dalle pareti quadri e stoffe damascate scomparvero; gli
specchi hanno la faccia livida dell'acqua palustre e non ripetono più
luminosamente l'immagine umana, ma la offuscano e la incadaveriscono.
Dal cancello rugginoso, fregiato di nastri e di stemmi a cartoccio,
intravvediamo i viali del giardino, un giorno così corretti nel loro
tappeto di fine ghiaia e nella duplice spalliera pettinata, invasi dal
folle scompiglio dell'erbe; la conca marmorea della fontana muta di
voci scroscianti; i gradini che mettevano alla veranda, i gradini sui
quali passarono, sfiorandoli appena, tanti piccoli piedi, sconnessi
e screpolati; e qua e là, di sui piedestalli ingialliti dai licheni,
qualche ninfa dal naso mozzo e dalla mano mutilata, che si sforza
ancora di sorridere con la triste civetteria delle vecchiaie che non si
rassegnano.
Dinanzi a questi fantasmi deformati del mondo distrutto dalla
catastrofe dell'ottantanove, sorge nella nostra mente una visione: un
abisso nero, in fondo al quale gorgogliano torrenti di sangue, e sulle
opposte sue sponde l'antitesi di due scene: di là tenui ombre graziose,
aggirantisi, nella luce blanda del pomeriggio, per un Eliso campestre;
di qua l'incalzare d'una gran folla irrequieta, in un'atmosfera fumosa
e sonante di opere. — I nostri nonni e noi!
*
Consultiamo i ritratti, paragonandoli a quelli delle due età precedenti.
Nei ritratti del Cinquecento ferve tutta la vita poderosa d'un secolo
in cui l'uomo, affidandosi senza freno a' suoi istinti, mostrò
di quanta genialità e di quanta perversità egli sia organicamente
capace. Direste che gli originali non siano venuti a posare davanti
agli artefici, ma che piuttosto gli artefici, con qualche secreto
sortilegio, li abbiano imprigionati palpitanti entro la cornice. Sotto
la corazza o la porpora, sotto il giustacuore o la toga, con le labbra
schiuse al comando o serrate in uno sforzo di proponimento, con la
pupilla fiera di risoluzione o lampeggiante di cupidità, con la mano
che stringe un decreto, o si posa sull'elsa della spada, o si pianta
saldamente sull'anca, o s'abbandona sur un bracciuolo nell'assorta
fissità del pensiero, essi ci narrano la storia di quella fatale
generazione che splendette e si estinse in una vampata prodigiosa
d'energie e di passioni.
Nel Seicento tonalità ed espressioni s'infoscano. Vi sono molte tele,
dove, a primo sguardo, non riuscite a discernere nel campo buio che
l'incerto biancore d'una gorgiera o di due lattughe. Solo più tardi
spuntano dalle tenebre due occhi cavi in un viso smorto. E di quelle
immagini, alcune, accigliatamente torbide, vi lasciano intravvedere,
o fantasticare, un viluppo di tetre cose interiori: qualche duro
costringimento patito, qualche vocazione violata, qualche tedio
insanabile, qualche mistero doloroso od atroce mal sepolto nel fondo
dell'anima. Altre, invece, sembrano degnarsi di concedervi udienza con
quell'aria di arcigno sussiego a cui la faccia umana era forzatamente
composta dalle quotidiane tirannie del cerimoniale. Ogni spontaneità è
soffocata. Educato alla scuola della paura e dell'ipocrisia, l'uomo non
si espande più; si comprime o s'atteggia.
Con l'età nuova i tôni rischiarano e la tristezza dilegua. Diremo che
sia egualmente scomparsa la pretensiosità? Tutt'altro. Voi le rivedete,
mentre io parlo, certe patrizie del secolo che fu, rigide nell'abito
insaldato, certi cavalieri e _virtuosi_ pettoruti, certi senatori e
procuratori dalle parrucche colossali e dai faccioni sbarbati, cui
la cornice fastosa glorifica come una smaccata iperbole adulatoria.
Ma pure l'uomo e la donna sono spesso rappresentati in attitudini più
intime: la donna sopra tutto, mentre vezzeggia una cagnolina (quanta
parte non ha la “vergine cuccia„ nei ritratti del Settecento!) o siede
allo specchio, o tiene in mano il bossolo dei nèi, o coglie un fiore, o
accosta alle labbra la tazza invidiata dal poeta:
Cinese tazza eserciti
Beato il suo costume
E il roseo labbro oscurino
Le americane spume.
E in armonia con le attitudini, muta di necessità l'espressione. Alla
gonfiezza, al compassato ritegno, subentrano le arie frivole o ingenue,
ghiribizzose o sentimentali.
Una donna è appunto il ritrattista più celebre della prima metà del
Settecento: Rosalba Carriera. Ella sparge de' suoi lavori l'Europa,
ma la prodigiosa fecondità è ancora tarda alle richieste. Dinanzi a
lei posano a gara la corte dissipata di Filippo d'Orléans, la corte
casalinga di Rinaldo d'Este, la corte pomposa di Carlo VI. Dalle
piccole mani, occupate in un'incessante fatica, escono le pagine più
varie dell'iconografia contemporanea: la signora di Parabère, Law,
Watteau, il piccolo Luigi XV, l'imperatrice Elisabetta, l'imperatrice
Amelia, la duchessa di Holstein, la principessa di Teschen, il
cardinale di York, Faustina Hasse, Pietro Metastasio. E da per tutto
ella è ricercata e festeggiata; da per tutto le risuona intorno un coro
d'ammirazione che osa pareggiarla perfino al Correggio, e in cui si
perde, senza ottenere ascolto, ogni censura più discreta.
Oggi, noi riconosciamo che il disegno di Rosalba è fiacco, ch'è assai
dubbia (almeno in parecchi casi nei quali siamo in grado di giudicarne)
la rassomiglianza de' suoi ritratti; — e tuttavia non ci par difficile
comprendere le ragioni di quell'entusiasmo.
Certo vi conferì la sua tecnica. Rosalba trattava anche la miniatura
e la pittura ad olio, ma il genere da lei prediletto restò sempre il
pastello. Ora, l'uso delle matite colorate era in gran voga nel secolo
scorso. Vi si addestravano così le educande ne' monasteri come le belle
mondane nei loro piccoli appartamenti. Federico di Prussia, quest'uomo
che alle doti sovrane della volontà e del genio pareva congiungere
tutte le piccole manie del dilettantismo, non ingannava altrimenti
gli ozi del carcere a cui l'aveva condannato la caparbia brutalità
del padre. E già — come notò il Sensier — con quella pittura secca,
ma limpida e facile al ritocco, con quella gamma preparata di toni e
semitoni leggerissimi, si credeva di aver reso la mano più franca e
più spedito lo studio della natura. Rosalba dovette dunque apparire
come una geniale personificazione di questa tecnica, tutt'altro che
nuova, è vero, ma che allora trovava nel gusto del pubblico elegante
le condizioni più propizie per espandersi, e che poco appresso sarebbe
stata illustrata dalle grazie del Liotard e dal vigore di Maurizio La
Tour.
Ma l'altra, la maggior ragione di quel fervore d'entusiasmo, fu
l'alito di poesia, fra ingenua e melodrammatica, che Rosalba spirava
ne' suoi ritratti. Se pur questi erano poco fedeli, i contemporanei
dovevano ravvisarvi un fedele riflesso dei sogni loro abituali. Come
il pittore dell'_Imbarco per Citera_ idealizzava il costume e il
poeta dell'_Olimpiade_ il sentimento, ella mirò, in diversa misura, a
idealizzare le fisonomie, e vi riuscì particolarmente nelle immagini
femminili, perchè qui i suoi avvedimenti tecnici, i suoi difetti
medesimi, come la mollezza del tocco, s'accordavano con la natura del
soggetto. Da ciò, forse, la singolare malìa che esercitano le donne
dipinte da Rosalba. Quei capelli, sparsi d'una brinata impalpabile di
cipria, si sollevano dinanzi a noi come per un esile soffio; le carni
di latte e rosa, delicatamente venate d'azzurro, si muovono a un blando
ritmo di vita, tra il vaporoso biancheggiar dei veli e il gaio colore
delle vesti; gli occhi stanno assorti in una dolcezza di godimenti
rammemorati o sperati; la persona sembra circonfondersi della sua
essenza spirituale, come il fiore si circonfonde del suo profumo....
Nulla, insomma, meglio della sorridente levità dell'arte di Rosalba
poteva tramandare fino a noi l'effimera apparizione di quegli esseri
di capriccio e di piacere, ignari della tempesta che li avrebbe indi a
poco travolti!
*
Ogni età ebbe un suo proprio ideale di bellezza e amò incarnarlo nella
Donna. Il medio evo la figura come un giglio mistico sorgente nei campi
paradisiaci della visione; il quattrocento le dà la freschezza umana e
le grazie contenute dell'adolescenza; ai giorni lieti del cinquecento
noi vediamo il suo bel corpo espandersi in una luminosa palpitazione
di vita; col seicento ella si fa agitata e triste e leva al cielo le
pupille irrorate di pianto.
Ora un ideale nuovo viene modellandosi sulle nuove consuetudini,
e il suo tratto caratteristico è l'eleganza mondana. Alla fantasia
dell'artista l'immagine della Donna non si presenta spontaneamente
nella sua luce morale, non nella prestanza nativa delle sue forme,
non nell'esaltazione dello spirito, ma in tutti i vezzi raffinati del
suo abbigliamento. La pittura non si compiacque mai tanto di ritrarre
la _toilette_ d'una dama o d'una dea; nè mai la poesia indulse così
largamente alla descrizione delle acconciature e delle vesti:
Col terso pettine tutta inanella
La lunga chioma, e bianca polvere,
Qual neve in albero, spargi su quella.
Pon su 'l bell'ordine de' vaghi crini
I ricchi nastri, le gemme tremule
E i sottilissimi stranieri lini.
Le orecchie adornati con fila d'oro,
Onde, com'astri, brillin purissimi
Diamanti penduli in bel lavoro.
Di perle candide doppio monile
Al collo cingi, e i polsi avvolgine
Pur della morbida mano gentile....
Dov'è la nobile pomposa vesta,
Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano,
Tutta pur d'auree fila contesta?
Attorno ai busti che serrano le vitine — agli alti busti coperti di
raso o di broccato, sui quali s'indugia con voluttuosa carezza il
pennello — vola la strofe laudatrice del poeta:
Ristretto in circolo di spazio angusto,
Affusolato su snelli ed agili
Fianchi sollevasi tuo vago imbusto;
nè la mano par mai così bella come quando tratta civettolamente il
ventaglio:
Risvegliator di zefiri
Ventaglio avea la manca,
Onde solea percuotere
Lieve la gota bianca.
Ne' moti or lenti or rapidi
Arte apparìa maestra.....
Quando l'occhio e l'immaginazione sono così imbevuti d'elementi
artificiali, mal si vede la pura bellezza corporea. E, infatti, l'arte
del tempo non riesce a rendervi sanamente ed efficacemente il nudo.
Nella massima parte di quei dipinti il nudo o è insignificante o è
libertino. Ora v'imbattete in forme sommarie, in carni floscie, alle
quali fu sempre ignoto il bacio avvivatore dell'aria e del sole; ora
avete dinanzi a voi qualche creatura meno nuda che spoglia, sulla cui
faccia vi par quasi di ritrovare i nèi ed il rossetto, e di cui il
vostro occhio corre istintivamente a cercare le gonne in un angolo del
quadro.
Poco atta a cogliere la pura bellezza fisica, l'arte non si mostra
meno impotente a farsi interprete della pura spiritualità. Nulla è
ormai così raro nelle opere di soggetto sacro come un accento sincero
d'unzione; e chi seppe, sia pure inconsciamente, trovarlo, merita
per ciò solo un posto a parte nella storia del secolo. Prendete, ad
esempio, il tipo della Madonna. In due modi lo avevano reso i grandi
artisti: o, come Giotto e frate Angelico, sublimandolo nell'estasi,
o, come Giambellino e Raffaello, trasfondendo in esso tanta e così
soave placidità da suggerire naturalmente l'idea d'una condizione
senza misura superiore all'umana. Nel Settecento, per contro, il tipo
della Madonna quando non è volgare, è manierato; quando non riproduce
materialmente un modello purchessia, piglia un'aria affettata di
mondanità. C'è nella chiesa degli Scalzi, a Venezia, una _Santa
Famiglia_ dello scultore Torretti, in cui la Vergine, dalle guance
paffutelle, dalle membra affusolate e polite al tornio, ha l'aspetto
vezzoso d'una damina, tanto che il Gautier dinanzi a quella morbida
pietra figurante la madre del Signore non poteva interdirsi di
ricordare, con sacrilego pensiero, la marchesa di Pompadour.
E, del resto, guardatevi d'attorno in queste chiese del Gesù e del
Sacro Cuore, erette bensì nel Seicento, ma nel Settecento compiute e
adornate. Da ogni cosa che vi circonda, non esce forse una suggestione
profana? Pareti incrostate di marmi preziosi che simulano tappezzerie e
cortinaggi, glorie di cherubini grassocci, cappelle cariche d'ori e di
stucchi che paiono alcove, colonne che s'attorcono, quasi partecipando
allo spasimo delle sante e dei santi trafitti dagli strali dell'amor
divino. Non sono tempî cristiani codesti, sono santuari ambigui,
dove il buon Dio scenderà tutt'al più come un visitatore vergognoso e
furtivo, per arrendersi alla preghiera di qualche semplice di cuore!
E se le idee e i sentimenti cristiani sono così adulterati, non può
farvi stupore la metamorfosi che subisce il mondo mitologico. Mentre
l'arte classica nobilitava plasticamente il Nume pur rappresentandone
le passioni, l'arte del Settecento inclina a rimpicciolirlo coi segni
esteriori d'una sensibilità effervescente e fugace. Marte, Apollo,
Vulcano, Nettuno smaniano e declamano; vi sono Veneri e Diane e
Minerve, che, in proporzioni colossali di viragini, mostrano un'anima
di donnette svenevoli o bizzose. E già l'Olimpo eroico di Omero e
di Virgilio cede all'Olimpo amoroso di Ovidio; Giove è spodestato
da Cupido. Coi modelli ammirati dell'Albano sotto gli occhi, con le
strofe d'Arcadia negli orecchi, la pittura moltiplica prodigiosamente
l'alata famiglia, la annida fra l'erbe ed i fiori, la corica sugli
aerei guanciali delle nuvole, la raccoglie in sciami tripudianti, la
disperde in fughe maliziose, ne intreccia le infantili sembianze a
tutti i momenti della vita. Vuole l'artista significarvi le brame e i
sogni della giovinezza? Ecco due Amorini che mostrano gioielli e stoffe
preziose ad una fanciulla addormentata, mentre un altro Amore, seduto
sulla sponda del letto, prova col dito la punta de' suoi dardi. Vuole
esprimervi qualche innocente dolore? Ecco, in un angolo, il piccolo
iddio col capo basso e con gli occhi inumiditi di lagrime. — Più
spesso, però, le immaginazioni mitiche, anzichè tradursi in allegorie
morali, non fanno che fornire dei partiti decorativi, di cui l'artista
usa ed abusa nelle macchinose composizioni, come ne usavano ed
abusavano gli apparatori scenici, gli autori di balletti e di cantate.
Leggiamo: “_Ridente e luminosa reggia d'Imeneo... Si veggono Giunone,
Pallade, Venere, Imeneo, Mercurio, con folta schiera di genî.... tutti
sopra bassi gruppi di nuvole diversamente situati._„ E anche: “_Sopra
varî gruppi di nuvole.... si veggono molto innanzi Venere con Mercurio
da un lato, Marte con Apollo dall'altro, accompagnati da numerosa
schiera di genî loro seguaci._„ Sono le didascalie di due azioni
teatrali del Metastasio e potrebbero essere le esatte descrizioni di
due affreschi contemporanei!
Gli è che ormai il teatro domina anche le arti del disegno; e le domina
non solo per l'intima ragione, accennata dal Taine, ch'esso era il
genere più appropriato all'indole di quel momento storico, ma altresì
pel fatto materiale che molti artisti, e fra i migliori, lavoravano per
il palcoscenico. Questa concezione teatrale della vita vi è rivelata
dalle impostature, dalle movenze, dalle arie patetiche, dalle fogge
capricciose e pompose; e quante volte, a certe uscite dei melodrammi
contemporanei, la memoria non vi ripresenta da sè certi gesti
imploranti o deprecanti che avevate notato nei quadri di Sebastiano
Ricci, dell'Amigoni, o del Cignaroli!
Nè in modo diverso dalla vita è rappresentata la morte. — Nel mausoleo
Valier, della chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, voi vedete
un padiglione di marmo giallo cosparso di fiori dorati e sostenuto da
angioletti nudi, scendere fra quattro grandi colonne di marmo nero, e,
sul fondo di questo sontuoso sipario, allinearsi, come cantanti in un
terzetto, le statue dei due dogi e della dogaressa, tutti in gran gala,
lei con la capigliatura arricciata, con una mano che sporge stringendo
i guanti e l'altra che tiene sollevata leggermente la veste. Il doge
Silvestro Valier e sua moglie furono benefici e pii; ma gli artisti che
innalzarono il monumento, come espressero l'anima cristiana di quei
defunti? Col gruppo d'una prima donna in veste guerriera intitolata
_Virtù_, che incorona un vecchio padre nobile battezzato pel _Merito_,
e più sotto, nei bassorilievi, con una serie di figure manierate e
levigate, che vorrebbero simboleggiare la _Mansuetudine_, la _Carità_,
la _Costanza_, la _Pace_. Enfatica e terrifica nel seicento, la tomba
si fa ora allettatrice e maestra di sceniche vanità!
Teatrale e mondano l'uomo, teatrale e mondana l'immagine della natura.
Non che manchi affatto ne' quadri di paese del Settecento la nota del
vero. Affermandolo, mostrerei di dimenticare per lo meno Marco Ricci
e il Vernet, un francese che possiamo dire quasi nostro; — ma questa
nota è un'eccezione di fronte a due caratteri che generalmente vi
prevalgono. Il primo è, intanto, l'abuso degli effetti pittoreschi
conseguiti per via di antitesi scenografiche, come sarebbero (vi
ricordo le più usuali) una statua dai contorni convulsi sorgente
a fianco d'un vecchio olmo pacifico; una fontana che versa i suoi
zampilli dalle fauci dei tritoni o dall'urne delle naiadi, vicino a
un ponticello costruito di tronchi rozzamente connessi; un frontone
classico, una torre diroccata, un'“_antica, inselvatichita rovina_„,
che si delinea tra le piante sagacemente diradate. L'altro carattere
è la convenzione arcadica, che trasforma la campagna in un asilo
di felicità, popolato da gente per la quale il lavoro non è più una
fatica, ma un placido svago. Il nostro Zuccarelli dovette la sua gran
fama a questo raggentilimento della vita campestre, da lui significato
non pure con gli atti graziosi delle sue contadinelle, che guidano
le armente, o ne spremono il latte, o passano a guado un ruscello,
o attingono l'acqua alla fonte, o si bagnano celate dall'ombra d'un
boschetto, ma con la dolcezza e la leggiadrìa consentanea delle cose:
un velo di luce aurea che avvolge chetamente tutto il paesaggio,
giallori e vapori miti d'autunno, frastaglio delicato di fronde,
soffici ravvolgimenti di nuvole nella blanda azzurrità del cielo.
E ancora lo Zuccarelli è un realista severo a paragone della scuola
francese, e massime delle famose _pastorali_ di Francesco Boucher!
Qui, sì, scomparisce addirittura ogni freno di verosimiglianza; qui
non sappiamo se sia la campagna che penetri timidamente nel teatro e
nel _boudoir_, ovvero il _boudoir_ e il teatro che facciano irruzione
nella campagna. Le Clori, le Filli, le Ninette, le Lisette, le Eurille
tengono circolo sull'erba, si fanno dondolare sulle altalene dai Tirsi
e dagli Eulibi, ne ascoltano i madrigali e le serenate, si abbandonano
alle strette di qualche braccio avventuroso, mentre là, a pochi
passi, le pecore e gli agnellini dalla morbida veste ricciuta fingono
discretamente di pascolare. Carnevalata bucolica di marchesi e conti e
abatini e cantanti e danzatrici, degna d'un tempo in cui l'idillio dava
braccio alla galanteria e il _Pastor fido_ era tra i libri cari alla
regal cortigiana che imponeva il gusto all'Europa.
*
È questo, Signori, il secolo di Giovanni Battista Tiepolo.
Nato a Venezia nel 1696, morto a Madrid nel 1770, egli compie una mole
sterminata di lavoro. Pur facendo la debita parte alla collaborazione
del figliuolo Domenico, possiamo dire che l'opera sua basterebbe a
colmare dieci vite d'artisti moderni. In Italia, in Germania, nella
Spagna, egli viene suscitando su tele e pareti e vôlte una moltitudine
senza fine di figure. Cattolicismo e mito, storia antica e medievale,
poesia epica e romanzesca, muovono egualmente la sua vena tumultuaria
di creazione, che trabocca nella pennellata larga, veloce, risolutiva.
Leviamo un po' lo sguardo a' suoi prodigiosi soffitti.
Gli angeli e i geni si disperdono nell'ampiezza soleggiata e solcata
di nubi; le Fame alate si precipitano a capo fitto, dando fiato
alle trombe; le divinità mitiche trascorrono sui cocchi trascinati
da cavalli scalpitanti e sbuffanti; le madonne si librano a volo,
recandosi tra le braccia il pargolo celeste; i santi e le sante si
protendono in uno slancio d'implorazione; alle balaustre pensili
s'affollano, riguardando e gesticolando, assemblee di spettatori;
le figure violano gli scompartimenti e scavalcano i cornicioni;
braccia e gambe si sprofondano, con temerità di scorti, entro la
vôlta o penzolano sul nostro capo; gli edifizi pigliano un aspetto di
sospensione oscillante che sembra la minaccia continua d'un crollo;
i campi dello spazio sono corsi da un vento impetuoso che sferza
l'azione, esalta il gesto, solleva e sbatte i panneggiamenti, contorce
e lacera le nuvole in cielo.
L'impressione che questo pittore desta immediatamente in noi è enorme.
Ci chiediamo stupiti: è costui un solitario? un sopravvissuto? una
sovrana smentita alla teoria delle affinità necessarie tra il genio
individuale e quello collettivo?
Poi intervengono la riflessione e l'analisi. — Noi riconosciamo che
l'indole agitata dell'arte tiepolesca, tutt'altro che costituire
una singolarità senza esempio, è anzi una nuova riconferma di
quest'antitesi ripetutamente avvertita: che quando, cioè, la società
è nel vigore irrequieto della giovinezza, la tecnica bambina crea
un mondo immobile o esitante; quando, per contro, la società viene
adagiandosi nei torpori senili, la tecnica ormai scaltrita si
avventura a tutte le audacie del movimento. — E anche in quella
fecondità irruenta, in quella prontezza estemporanea di esecuzione,
non tardiamo a ravvisare una caratteristica propria di tutti i pittori
decoratori del Sei e Settecento, da Pietro di Cortona a Luca Giordano,
al Solimene, al Giaquinto, infaticabili “_fa presto_„, cui bastavano
pochi giorni a riempire immense pareti. — Considerando a parte a
parte gli elementi da cui scaturisce l'efficacia degli affreschi
del Tiepolo, come il deliberato scompiglio della composizione,
il modo di aggrupparsi e di sperdersi delle figure, l'arditezza
degli scorci _dal sotto in su_, le illusioni prospettiche, l'estro
pittorico che viola con bizzarre licenze la regolarità dei contorni
architettonici, ci tornano alla memoria nomi di artefici oggi men
conosciuti, cui il veneziano è manifestamente debitore, e prima di
tutti quel padre Andrea Pozzo, sul quale il Burckhardt richiamava, con
la sua consueta sagacia, l'attenzione degli studiosi. — Ma davanti a
certe immaginazioni leggiadre, a certe nozze di colori, a certe arie
di visi, a certa poesia magniloquente e sfarzosa, un altro nome ci
corre spontaneo alle labbra: Paolo Veronese! — il che non toglie che
accanto alle reminiscenze paolesche, qualche figura accessoria non
ci ricordi Giambattista Piazzetta. — Osservando ancora, ci si fa qui
pure evidentissima l'azione del teatro, e se par troppo che certe Dee
e certe Virtù caccianti le gambe all'aria siano state gratificate col
titolo di sgualdrine, ci sentiamo però in diritto di chiamarle, con
benignità di eufemismo, _virtuose_.... di palcoscenico. — Procedendo
in questa analisi, non ci pare che l'energia espressa dal Tiepolo sia
proprio energia di muscoli; non sempre attraverso all'epidermide delle
sue figure ci si rivela l'onda viva del sangue; sotto l'ampiezza dei
torsi noi scopriamo, con Camillo Boito, uno strato non esiguo d'adipe;
nella colorazione delle carni ritroviamo talora la mollezza sbiancata
delle dame del secolo, che abusavano della cipria, e prolungavano le
veglie fino all'alba per rifarsi col sonno fino al mezzodì. — E infine
ci è forza confessare che neppur egli, il Tiepolo, si è sottratto
all'impotenza de' suoi confratelli: l'impotenza a rendere la pura
bellezza fisica. Nelle sue teste virili balena, infatti, il tipo
caprino; nei corpi femminili le giunture sono poco delicate, i colli
poco svelti, le gambe e le braccia hanno rotondità goffe, il seno è
privo di pulsante freschezza....
Eppure, nonostante le derivazioni e le assimilazioni, le intemperanze
e le lacune denunciate dall'analisi, il primo sentimento d'altissima
ammirazione non viene distrutto. Giambattista Tiepolo rimane non
solo l'artista più originale e più vigoroso del secolo, ma una delle
tempre più felici di pittore che abbiano mai esistito. Tutto ciò
ch'egli potè attingere da altri, si fonde nell'attività sfavillante
del suo genio, come i metalli diversi si compongono in lega alla
vampa della fornace. E il suo genio, che oserei chiamare di natura
fiabesca, è fatto essenzialmente di luce. Con l'elemento incoercibile
e imponderabile il mago si trastulla, per evocare le mutabili scene
del suo mondo incantato. Nessuno allora, come ben giudicò Anton
Maria Zanetti, seppe vedere con miglior occhio “_gli accidenti più
opportuni delle ombre e dei lumi_„; nè usare con maggior maestria
“_l'arte dei contrapposti_„; nè, aggiungiamo noi, più sicuramente
intuire le suggestioni di opulenza, di letizia, di drammaticità, di
pompa rituale, che emanano spontaneamente da certi connubi di tinte.
E se egli ha i suoi predecessori, quanti a loro volta non muovono da
lui! Francesco Boucher, ad esempio, non è, come decoratore, che un
riflesso femminilmente e procacemente illanguidito del Tiepolo. Quel
senso decorativo che era una qualità organica del tempo, che rispondeva
all'apparenza e alla struttura dello stesso edificio sociale, ma che in
tanti altri trascorse o nel farraginoso o nel frivolo, toccò altezze
insuperate nell'opera del pittore veneziano. Il quale rappresenta
dunque la sua generazione ; ma la rappresenta dominandola di tanto, da
non far meraviglia se, a primo sguardo, egli può sembrare un superstite
di età più fortunate.
E davvero c'è in lui qualche cosa di atavico. S'egli s'inspira a Paolo
Veronese, non lo fa, credetelo, per vezzo d'imitazione, bensì per
istinto di postuma fraternità. Come la natura si piace talvolta di
ricreare sembianze corporee spente da secoli e tramandate fino a noi
dalle opere d'arte, così ella può anche risuscitare, in condizioni
diverse, qualche forma di spirito che fu. Tale il caso del Caliari e
del Tiepolo. L'anima gaudiosa di Paolo, che s'era scaldata al sole
fulgente della repubblica, parve reincarnarsi nell'artefice che
illustrava di glorie supreme il suo vespero!
Ma, com'è proprio dei grandi ingegni, il Tiepolo, oltrechè riaccendere
fantasie e splendori del passato, ha pure, senza volerlo, senza
saperlo, qualche accento vivo di precursore. La sua inconsapevolezza
— quella magnifica inconsapevolezza che fu tanta parte della sua forza
— gli trae dal pennello motivi inediti, che i posteri s'affretteranno
a raccogliere. Nel _San Rocco e San Sebastiano_ del Duomo di Noventa
vicentina, la supplice donna che ci si presenta di schiena, assisa
sul suo carretto d'inferma, con le grucce accanto, può essere un
modello di evidenza realistica, congiunta a una discreta intimità
d'emozione. Nella _Santa Tecla_ del Duomo d'Este vi hanno tratti, come
la cassa mortuaria sul dinanzi del quadro e l'episodio del bambino
stringentesi al petto della madre esanime, che Arnoldo Böcklin forse
non disdegnerebbe. Nella _Santa Rosa da Lima_ della chiesa dei Gesuati,
a Venezia, il candore della veste armonizzante con la tenerezza candida
dell'espressione pronunzia lontanamente le dolci Madonne ravvolte in
bianca tunica di lana di Gabriel Max e del Dagnan-Bouveret.
Ma l'opera che più di tutte fa del Tiepolo un artista unico è l'_Ulisse
nell'isola di Ogigia_. In uno dei superbi affreschi della Villa
Valmarana, fuori Vicenza, l'eroe sta appoggiato ad una colonna, in
atteggiamento di negligenza sdegnosa, immerso in cupa meditazione,
davanti alla distesa del mare. Trattenuto su quella sponda solitaria,
renitente all'amore di Calipso, ripensa egli la patria lontana e si
strugge nel desiderio accorato del ritorno, quando, ad annunciargli
l'imminente liberazione, muovono verso di lui, rompendo a nuoto i
flutti spumosi, due ninfe, Calipso forse, seguita da un'ancella.... Chi
altri mai, in quell'età dai facili oblii, espresse così nobilmente le
desolazioni nostalgiche? Chi giunse a intuire con eguale intensità, sia
pure per un istante solo, la poesia d'Omero?
Divine fortune dell'inconscio! Per l'artista tu sei come il pozzo buio
e inesplorato delle leggende popolari, alla cui sponda s'affacciano
repentinamente le apparizioni luminose delle fate.
*
Senonchè, o Signori, i temi tradizionali, religiosi, mitici, eroici,
bucolici, non bastano al Settecento. Altri soggetti reclama il secolo,
volubile, curioso, irrequieto, innamorato di pittoresche novità.
E l'arte è sollecita ad appagarne le richieste.
Essa gli evoca, intanto, una regione fino allora ignota alla tavolozza
europea, una strana regione illeggiadrita dal prestigio della
lontananza: la Cina! Su pareti, porte, armarî, paraventi, parafuochi,
ventagli, compariscono le case dai tetti a campanella, le piccole torri
di porcellana, le figurine coi capelli annodati a coda e gli occhietti
a fior di testa, i parasoli, i palanchini, le giunche. E non pure
troviamo in Francia i pittori esclusivi di “_chinoiseries_„ e fra noi
i “_depentori alla Chinese_„, ma gli artisti più celebri, il Watteau,
il Boucher, il Tiepolo stesso, cercano ispirazione all'Estremo Oriente.
Le ragioni della moda? Il Molmenti la attribuisce al largo incremento
preso allora dall'industria della porcellana. Sì, ma non credo che
basti. Non dimentichiamo l'interesse vivace che destavano già da tempo
le lettere e i racconti dei missionari e dei viaggiatori, massime le
descrizioni minuziose e fiorite dei padri della Compagnia di Gesù.
Non dimentichiamo neppure quel vezzo, fra arcadico e satirico, onde
il secolo scorso si compiacque di contrapporre alla civiltà europea i
costumi d'altri popoli remoti, mediante una specie d'apologhi sociali
dov'era introdotto come protagonista un Persiano pieno d'acume, un
Urone ingenuo, un savio bonzo giunto dall'India o dalla Cina. Da tutte
queste fonti derivò, pare, la gran voga delle scene cinesi: voga non
dissimile da quella che era riserbata più tardi alle scene pompeiane.
Solo che in queste, opera d'artefici più o meno eruditi, la cornice
ornamentale vuole armonizzare stilisticamente col soggetto, mentre
quelle, dipinte in un periodo di produzione spontanea, sono spesso
contornate e tramezzate da ricci e cartelli e conchiglie e svolazzi:
prepotente riaffermazione dei diritti sovrani del _rococò_ anche sui
territorî dell'impero celeste!
Con nuove fantasie ancora risponde l'arte alle raffinate esigenze del
capriccio e del lusso, e le trae da un altro mondo, che sembra, come
quello della Cina, pendere incerto tra il vero e la fola: il mondo
della commedia e delle maschere.
La commedia a soggetto con la sua scapigliata indipendenza da ogni
disciplina di logica, co' suoi personaggi un po' attori e un po' mimi,
con le sue lepide allegorie delle condizioni e dei caratteri umani;
le mascherate coi loro giocondi scompigli, con la provocante libertà
e ambiguità dell'incognito, offrivano al pittore una duplice vena di
motivi. Di qui i “_pulcinelli_„, composizioni bizzarre, di piccola
o mediana misura, ricavate appunto o da episodi carnevaleschi o dal
teatro estemporaneo. Primi, o fra i primissimi, a porsi su questa
via, erano stati il Callot, Stefano dalla Bella e, più tardi, Claudio
Gillot; poi venne il Watteau; poi il Tiepolo — ancora e sempre il
Tiepolo! — di cui il contino Algarotti poteva vantarsi di possedere “_i
più belli pulcinelli_„. Come rivive nell'opera di Antonio Watteau la
fantastica famiglia delle Colombine, delle Cassandre, dei Tartaglia,
dei Dottori, dei Pantaloni, degli Scaramuccia, degli Arlecchini, dei
Pulcinella, dei Mezzetini! Con che finezza d'accento il pittore sa
raccontarcene le feste, gli amori, le gelosie, le avventure! Come
sa esprimere quel non so che di enigmatico, che dal loro destino
contradditorio di esseri acclamati sul palcoscenico e spregiati per
la via dalla loro esistenza vagabonda, sopra tutto dalla permanente
identificazione con un simbolo, doveva discendere nei fondi delle loro
anime:
Jouant du luth, et chantant, et quasi
Tristes sous leurs déguisements fantasques!
Questo non chiederemo al Tiepolo, poichè l'arte sua par che ignori
le sfumature sottili; ma resteremo ammaliati dall'estro signorilmente
brioso con cui egli dipinge, a fresco, le sue mascherate; e davanti a
quella tela deliziosa di casa Papadopoli dove Pantalone dei Bisognosi
danza il minuetto, ripenseremo con desiderio a tante altre gemme
d'umorismo e di fantasia, che furono profanamente disperse.
Proteo inesauribile! Dopo aver corso i fulgidi Olimpi, egli scendeva
pianamente a terra, e s'aggirava per queste viottole ombrose,
fiancheggiate di siepi dalle strane fragranze ed echeggianti per
letizia irrompente di trilli, che si stendevano a segnare un incerto
confine tra il paese della Chimera, e quello della Realtà.
*
E alla Realtà eccoci, finalmente, coi pittori di genere e coi vedutisti.
Fra i due secoli sporge la faccia arguta Giuseppe Maria Crespi,
bolognese, il quale, dopo aver alternato e anche liberamente mescolato
a soggetti religiosi e storici soggetti di genere, nell'ultimo periodo
della sua vita si diede esclusivamente a questi e vi si segnalò per
naturalezza e per brio. Il Burckhardt, giudizioso sempre, ne loda
il sano realismo, e il Morelli, in una lettera pubblicata da Ernesto
Masi, scriveva, a proposito di certi quadri di lui, come la _Scuola di
fanciulle_ del Louvre, che sono piccoli capolavori.
Si ricollegano al Crespi due pittori veneziani di gran lunga più noti:
Giambattista Piazzetta e Pietro Longhi.
Il primo, autore di _studi_ cui l'incisione diede addirittura
popolarità, illustratore anche della _Gerusalemme Liberata_, aveva
sortito un grande acume di osservazione e insieme una lentezza
scrupolosa di mano rarissima a quel tempo. Ma, con tutti i loro
pregi, le sue teste hanno un che di eccessivo e di forzato. È lecito
attribuire anche questa viziatura alle tendenze teatraleggianti del
secolo? O non deriverebbe essa, logicamente, da un naturalismo che
volendo dare il massimo rilievo ai tratti più emergenti del vero,
doveva finire un po' coll'alterarlo? Fatto è che il Piazzetta inclina
a contraffare la fisonomia umana nelle smorfie della maschera o nei
lineamenti troppo risentiti della truccatura. Un giorno l'Algarotti gli
mostrò un quadro di Hans Holbein, e allora l'artista ebbe, come in un
lampo, la visione del suo irrimediabile difetto. “_Questi xe visi!_ —
egli esclamò accorato — _nu depenzemo dele mascare!_„
Il Piazzetta deve al Crespi alcune qualità tecniche, come la macchia
forte e risoluta. Pietro Longhi gli deve probabilmente qualche cosa di
più: la coscienza della natura e dei limiti del proprio ingegno.
“_Comprendendo la difficoltà di distinguersi nello Storico, posesi
a dipingere, in certe piccole misure, civili trattenimenti, cioè
conversazioni, riduzzioni,[11] con ischerzi d'amori e di gelosie, i
quali tratti esattamente dal naturale fecero colpo._„ Così il figliuolo
Alessandro. Il Longhi è dunque, come fu detto tante volte, il pittore
della vita mondana di Venezia nel secolo scorso; egli ci fa assistere
alla mattinata delle gentildonne, alla loro _toilette_, alla lezione
di ballo, alle visite, al corteggiamento dei cicisbei, ai veri o
finti deliqui; ci conduce nel Ridotto affollato di giuocatori e di
maschere, nel parlatorio del convento frequentato da patrizi e dame,
col castelletto dei burattini nel mezzo, e le monache, insieme con
le educande, raccolte dietro le grate. Una leggiera vena canzonatoria
non è talora estranea all'inspirazione del Longhi; ma più spesso egli
consente ai soggetti frivoli che ritrae, o almeno li ritrae con allegra
indifferenza, e resta così — sono ancora parole del figlio — l'artista
“_amato da tutta la veneta nobiltà_„. Disgraziatamente la sua pittura
è povera, dura, cincischiata, levigata; molti di quei visetti hanno
l'aria attonita e melensa; molte figure sembrano fantoccini di legno,
rimbelliti a furia di stoffe, di nastri, di nappine, di merletti.
Fanno, è vero, singolare eccezione il _Ridotto_ e il _Parlatorio del
Convento_, conservati nel Museo Civico di Venezia; ma quelle tele
appartengono proprio al Longhi, o non piuttosto a Francesco Guardi?
Il dubbio non è illegittimo, ed io l'ho sentito accennare anche da
tale che dell'arte del Settecento s'era intimamente imbevuto, dal
compianto Giacomo Favretto. Ben altro (nè è questo l'unico caso di
tal genere) ben altro si mostra il Longhi ne' suoi schizzi a penna e
a matita. Qui tutto è agilità e brio. Stentato nell'uso del pennello,
l'artista maneggia con disinvolta padronanza un più lieve stromento;
egli coglie sul vivo e ti fissa con pochi segni i tratti fuggevoli del
moto, una maniera di presentarsi, un girar di persona, un'andatura,
una sosta, un'attesa. Per tutto ciò, quegli abbozzi sono una specie di
_istantanee_ del secolo scomparso.
L'importanza maggiore, o la maggior voga, che la piccola pittura di
genere viene così acquistando, è uno fra i caratteri che distinguono
più palesemente il gusto del Settecento da quello del Seicento. La
pittura di _prospettive_ invece — cui si diedero, per non ricordare
che i principali, Giovan Paolo Pannini, romano d'elezione se non di
nascita, Antonio Canal e Bernardo Bellotto, veneziani, — potrebbe
riconnettersi assai meglio al periodo anteriore, sia perchè i
secentisti trattarono con somma perizia la prospettiva e seppero
ricavarne i partiti più efficaci, sia perchè un vedutista di molto
valore, un olandese fatto italiano, Gaspare Vanvitelli, viene a
congiungere le due età, sia, infine, perchè il nuovo gruppo non isdegna
di piegarsi al gusto decorativo, o ricercando gli effetti pittoreschi
delle _rovine_, o rappresentando costruzioni immaginarie, o, più
spesso, accostando immaginosamente edifizi reali. Senonchè, due doti
staccano gli artisti dei quali parliamo dai loro predecessori e li
avvicinano a noi: il senso più schietto dell'ambiente e, almeno nei
veneziani, la luminosità.
Antonio Canal, chiamato il Canaletto, subì forse l'azione del
Pannini, da lui conosciuto a Roma, ma la sua fisonomia di pittore
rimane essenzialmente locale. Come l'opera del Longhi è una specie di
monografia della vita galante di Venezia, così le tele e le incisioni
del Canaletto sono una monografia del suo aspetto esteriore, calli,
canali, campi, palazzi, chiese, feste civili e sacre. Talvolta egli
è un po' angoloso, un po' geometrico; ma più spesso riesce a darci la
fresca sensazione del paesaggio pur non dipingendo che marmi lambiti
dall'acqua, e vi riesce col solcare quell'acqua d'un tremolìo di
innumerevoli crespe, coi volubili aggruppamenti delle nuvole disperse
ne' suoi cieli, sopra tutto con la chiarità e trasparenza dell'aria.
Suo nipote, Bernardo Bellotto, che lavorò a Monaco, a Dresda, a
Varsavia, ha un senso così fine della luce solare da essere considerato
come un precursore delle scuole artistiche più recenti. Ma chi riesce
su ogni altro geniale è Francesco Guardi. Egli è insieme vedutista
e pittore di genere; egli intercede fra il Longhi e il Canaletto,
suo maestro, perchè non disgiunge quasi mai dalla rappresentazione
dell'ambiente naturale e architettonico quella della persona umana.
Il suo tocco caldo, gustoso, pieno di prestigio avvivatore, risuscita
le processioni, le incoronazioni dogali, il Bucintoro seguito dal
suo corteo acquatile, le gaie comitive che scorrono la laguna sulle
barche fantasticamente pavesate, le piramidi umane che sorgono in
Piazzetta il giovedì grasso, il variopinto brulichio della folla tra
le linee superbe dei monumenti. Francesco Guardi è meno esatto ma più
spirituale, meno prospettista ma più poeta del Canaletto, tanto da far
dire a un critico straniero, forse non senza un po' d'esagerazione, che
il maestro riproduce la Venezia reale, mentre il discepolo evoca quella
dei nostri sogni.
Agli artisti che vi ho ricordato, il secolo dà un carattere comune: la
frequente letizia dei soggetti. Quante volte non la ritroviamo nelle
loro tele la società godereccia che li circondava! Il Pannini è il
pittore delle feste ch'egli medesimo allestisce, come quelle magnifiche
ordinate dal cardinale di Polignac, ambasciatore francese a Roma, per
la nascita del figlio di Luigi XV; agli spettacoli pubblici s'inspirano
il Canaletto e il Guardi; il Longhi è tutto giocondità e comicità
di scene private. E chi è, in fondo, il protagonista dei quadretti
veneziani? È ancora la maschera, la _bautta_, che proteggeva la licenza
per sei mesi dell'anno e che i magistrati smettevano nell'anticamera
delle aule destinate alle udienze e alle assemblee; nè mai ho sentito
così vivamente il carnevalesco tramonto di quella grande repubblica
come dinanzi al quadro di Francesco Guardi, in cui si vede, nella
Sala del Collegio, il doge assiso sul trono, fra i suoi consiglieri, e
tutt'intorno una folla festante di maschere!
*
Ma sotto alla classe dominatrice, di cui l'arte rallegra così gli
ultimi giorni, sta una borghesia laboriosa, seria, frugale, onesta, ben
diversa da quei fastosi risaliti che maneggiano ormai il danaro dello
Stato, che si strofinano ai nobili contraendone la corruttela senza
acquistarne la grazia, o che tra poco s'affretteranno a comperare con
un titolo l'oblìo delle origini invise. E se noi, Signori, dal fulgido
ozio dei grandi e di chi li lusinga o li sfrutta, volgiamo lo sguardo
alla vita di quella piccola gente, tocchiamo con mano l'antitesi
forse più spiccata che ci offra il costume del secolo. Altre fogge;
non più, per le vesti virili, le stoffe delicate, le tinte languide o
vistose che annunciano di lontano la mollezza e la gaiezza spensierata
dell'animo, ma tessuti schietti, dai colori scuri, i colori della
riflessione e del lavoro. L'apparenza delle botteghe si mantiene
dimessa; in casa gli agi sono scarsi; la masserizie conserva le vecchie
forme solide e grevi; è già molto se la curva garbata d'un cassettone
o d'uno stipo recente, dono strappato alla parsimonia maritale e
paterna dalle istanze ripetute della padrona e delle padroncine, reca
un leggiero indizio di consenso alla moda. E tutto quanto ne circonda,
la semplicità delle linee, la sobrietà delle tinte, la nudità delle
pareti, le stampe appese all'ingiro, la ruvidezza arcigna delle
seggiole che paiono interdire i lunghi riposi, tutto porge una comune
testimonianza di quella vita: vita semplice e proba, le cui giornate si
succedono con vicenda uniforme, non interrotta che da qualche vampata
di festa nei mesi del carnevale.
In Francia, questa borghesia ha fino dalla prima metà del Settecento
il suo pittore: ed è Giambattista Simeone Chardin. Tempra robusta e
schietta di popolano, egli la ritrae non pure con efficacia di artista,
ma con affetto di consanguineo, e ne ottiene un ricambio d'ingenua
simpatia. Coloro tra le cui file egli sceglie argomenti e tipi, vengono
a contemplarsi ne' suoi quadri con un sentimento misto di riconoscenza
e d'orgoglio. “_Non c'è donna del terzo stato_ (dice un opuscolo del
1741, citato dai fratelli Goncourt nei loro mirabili studî sull'arte
del secolo XVIII) _che non creda di scoprire in quelle tele un'immagine
di sè, che non vi scorga l'andamento della sua casa, le sue maniere, le
sue occupazioni quotidiane, la sua morale, l'umore de' suoi ragazzi,
la sua mobilia, la sua guardaroba_„. Per quanto, però, lo Chardin ami
i soggetti da lui presi esclusivamente a trattare, egli si mantiene un
puro artista. Intendimenti filosofici, precetti, moniti, tesi, sono del
tutto alieni dall'opera sua.
Senonchè in Francia i tempi ingrossano. La piccola borghesia guarda in
su, confronta, medita, conclude; essa legge gli scrittori usciti dal
proprio seno; ne ritiene le parole argute o concitate, che cominciano
a tradurre in formule i suoi istinti vaghi di rivendicazione. Tutto
un moto di polemiche e di propaganda si manifesta ormai a favor suo, e
vi partecipano assiduamente gentiluomini e dame, chi per sincerità di
convincimento, chi per vezzo di cose nuove, chi per quello spirito di
dilettantismo suicida che ostentano talvolta gli ordini privilegiati
alla vigilia d'una rivoluzione. Quanto più il secolo procede, tanto più
ci par di vedere avanzarsi la gran folla, per tanto tempo negletta o
spregiata, come un coro che si inoltri via via dal fondo della scena
fino a raggiungere gli attori principali. Direste anzi che questi
attori ambiscano a confondersi col coro; direste che la piramide
consacrata dai secoli sia già idealmente sovvertita, perchè l'interesse
che destavano fin qui i soli potenti, si volge di preferenza verso
gli oscuri. Fu Giangiacomo Rousseau l'artefice primo di codesto
rivolgimento; ma a lui tornò facile promuoverlo, perchè seppe giovarsi
d'una fra le idee più diffuse, più radicate nelle viscere del tempo,
più care a quelli medesimi ch'egli imprendeva a combattere: l'idea
arcadica. E in verità, che altro fece l'apostolo ginevrino, colorendo
con la sua poderosa retorica quella gran bugia che l'uomo è per natura
buono e felice e che la società soltanto lo rende malvagio e infelice,
se non erigere l'Arcadia a dogma filosofico e sociale? Di qui,
Signori, l'effusione idillica che distingue quel movimento e che viene
rispecchiandosi perfino nelle frivolezze della moda. Nei salotti non
si parla ormai d'altro che di virtù, di sensibilità, di filantropia,
di stato di natura. Le dame portano le acconciature _au sentiment_,
dove son messi in mostra ritratti e capelli di parenti ed amici. Alla
compassata simmetria dei giardini francesi si preferisce l'irregolarità
dei giardini inglesi, “_il disegno dei quali è stato tracciato non
da un'arte sapiente, ma da un cuore sensibile_„. A breve distanza
dai viali pomposi di Versailles, sta per sorgere il villaggetto dove
la regina di Francia, la regina graziosa e infelice che lascierà sul
patibolo la testa, verrà, intanto, in abito di percalle bianco, a
pescare e a veder mungere il latte.[12]
Comparisce allora l'estetica moraleggiante del Diderot. Dinanzi
ai quadri di Francesco Boucher, tutti galanteria e sensibilità,
l'appassionato scrittore si sdegna. Egli vitupera insieme l'artefice
e l'uomo: “_Che volete che questo pittore getti sulla tela? ciò che
ha nell'immaginazione; e che può avere nell'immaginazione costui, che
passa la vita con le prostitute d'infimo grado?_„ Anche l'arte deve
avere “_des moeurs_„, deve insegnare, deve correggere, deve rendere la
virtù amabile, il vizio odioso, il ridicolo evidente. E all'estetica
del Diderot corrisponde la pittura di Giambattista Greuze, un Hogarth
alla francese, voglio dire amabile, mondanetto, spoglio d'ogni
ruvidezza e d'ogni brutalità, il quale celebra gli affetti famigliari,
premia il virtuoso, denuncia il tristo, non dimentica, naturalmente,
le conseguenze ben diverse d'una buona e d'una cattiva educazione;
è, insomma, il pittore un po' melodrammatico della borghesia che si
afferma e si atteggia, come lo Chardin era stato il pittore sincero
della borghesia che s'annunciava.
E l'Italia? L'Italia non ha chi contrapporre nè all'uno nè all'altro.
Tipi di borghesi e di popolani — più assai di questi che di quelli
— ritroviamo nel Crespi (che illustrò con una serie d'acqueforti le
avventure di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), nel Piazzetta, nel
Longhi, nell'Olivieri, nel Tiepolo stesso, in tanti altri ancora;
vi ritroviamo sopra tutto quelle figure che hanno, per ragion di
professione, una tal quale fisonomia comica o pittoresca, quasi di
maschera, come il barbiere, il sarto, lo speziale, il suonatore
mendico, il merciaiuolo ambulante, il cerusico, il cavadenti, il
saltimbanco; ma rappresentazione costante e consapevole, o almeno
particolarmente preferita, delle classi subordinate, non v'ha. Nel
Longhi, ad esempio, borghesia e popolino compaiono di sbieco, come
personaggi accessori o di contorno; essi stanno — avverte giustamente
Ernesto Masi — “_in attitudine di servilità verso i patrizî, in
attitudine di mercanti e di bottegai, o in quella più frequente
di pubblico che fa numero e che s'affolla intorno al trespolo del
ciarlatano e del cantastorie o alla baracca del domatore di bestie
feroci_„. Solo frequentando le botteghe degli antiquarî, o qualcuna di
quelle famiglie, così rare ormai, dove si conserva la religione delle
vecchie cose, possiamo essere più fortunati. In certe collezioni di
stampe dozzinali, commentate a piè di margine da distici goffi, noi
c'imbattiamo in una bolla d'episodî e scenette e caricature e satire
e drammi della vita dei nostri umili avi; siamo introdotti nella loro
giornaliera consuetudine; entriamo nel tepore della cucina e del
tinello, nella povertà della soffitta, nell'osteria, nella chiesa,
nella scuola; e un sentimento di umana commozione ci assale davanti
a quelle pagine ingiallite e macchiate dall'umidità, — povere foglie
divelto da un albero morto e galleggianti sui naufragi del tempo!
— dove un'anonima mano inesperta tentò di raccontare le gioie e le
sofferenze, i passatempi e i ridicoli di tante creature che passarono
ignorate.
Quest'assenza d'uno Chardin e d'un Greuze dalla storia dell'arte
italiana ha, del resto, le sue intime ragioni. Perchè il pittore o
lo scultore s'impadronisca d'un elemento sociale e gli dia valore
estetico, è necessario che questo elemento abbia, a' suoi occhi, uno
spiccato risalto. Scovare ciò che nell'ordine dei fatti è ancora
nascosto o dissimulato, svolgere ciò che è iniziale, compiere ciò
che è frammentario, integrare ciò che è disperso, non s'appartiene, o
assai poco, alle arti figurative. Ora in Italia, l'elemento borghese,
disgregato, docile, remissivo, sano ma tutt'altro che vigoroso, aveva,
nella prima metà del Settecento, assai minore evidenza e consistenza
sociale che non in Francia, dove costituiva in fine uno degli ordini
officialmente riconosciuti della nazione, dove si trovava raccolto in
uno di quei vasti focolari d'attività e di pensiero in cui le classi
soggette acquistano più facilmente la consapevolezza del proprio
destino, e dove non erano del tutto spente le vestigia dell'antica
tradizione ugonotta, tradizione di austerità democratica e di virile
fermezza. E quanto al movimento della seconda metà del secolo, esso,
se non mancò nel paese nostro, se anzi vi fu per parecchi riguardi più
serio e più praticamente efficace, non ebbe però quell'espansione,
quella vivacità, quello slancio, quel clamore di pubblici consensi,
che sono atti a sollecitare la fantasia dell'artista. Ecco perchè,
a differenza dei nostri vicini, noi non abbiamo un pittore della
borghesia e del popolo.
*
Così nell'arte del Settecento abbiamo finora ravvisato due tendenze:
l'una che continuava a sospingerla verso le licenze decorative e il
lavorar di pratica; l'altra che la richiamava allo studio del vero.
Oggi ci è facile riconoscere quanti tesori d'ingegno brillassero
nella prima e quanto avvenire fosse riserbato alla seconda; ma non
sarebbe equo pretendere che i nostri nonni avessero pensato come
noi, i quali giudichiamo con l'immenso beneficio della lontananza
e dell'aver assistito allo svolgimento posteriore dei fatti. Era
naturale, invece, ch'essi finissero col sentirsi sazî di sbrigliate
fantasie, senza per ciò appagarsi di realismo semplice, tanto più
che quelle davano ormai segno d'esaurimento, e questo si esercitava
ancora in una cerchia troppo angusta di soggetti. Era naturale che,
reagendo, essi vagheggiassero un'arte più decorosa, più alta, più
classicamente castigata, cioè voluta e creduta tale. Del resto, fin
dallo scorcio del secolo decimosettimo, la pittura del Maratta a
Roma e quella del Lazzarini a Venezia avevano in certo modo tentato
d'informarsi a questo concetto. Nell'architettura poi, non solo non ci
avviene più d'imbatterci in quei deliranti ammassi di pietre ch'erano
usciti dalla stramba immaginativa d'un Maderna o d'un Tremignan, ma,
coll'avanzare del Settecento, vediamo le linee classiche aprirsi
la strada e prevalere a poco a poco fra le persistenti bizzarrie
dell'ornamentazione, come propositi di semplicità in un'anima che
abbia troppo abusato di sentimenti artificiali e che peni ancora
a spogliarsene. E avrebbe potuto la reazione contro il barocco
essere concepita in una forma diversa, quando la tradizione, la
cultura letteraria, le accademie si univano per dare all'artefice
un eguale consiglio? Quando, come guida suprema, come freno a tutte
le intemperanze, come correttivo a tutti gli errori, come unica
via che gli promettesse una gloria non mentita, esse gli additavano
concordemente la disciplina del pensiero antico?
Ad affrettare codesto ritorno verso un ideale consacrato
dall'ammirazione dei secoli, verso un ideale che rispunta sempre dopo
i periodi di licenza artistica, come una dittatura dopo l'anarchia
politica, concorsero le scoperte ercolanensi, gli scavi moltiplicati,
le gallerie e i musei illustrati dall'incisione, e una serie di grandi
opere archeologiche, fra le quali primeggiò quella del Winckelmann.
Lavoratore erculeo, impasto singolare d'entusiasmo e di pedanteria,
di minuziosità analitiche e di comprensione sintetica, di dottrina
e di esclusivismo, di pertinacia tedesca e di genialità latina, il
Winckelmann imprese a ricomporre, frammento per frammento, la religione
dispersa dell'antica Bellezza; egli innalzò un inno a quei sublimi
artefici che avevano (ripeto quasi le sue parole) concepito le loro
creature come essenze eteree, generanti, per virtù connaturata,
l'impeccabile venustà delle proprie forme; egli si prosternò a' piedi
di quei simulacri superstiti di pario e di pentelico, come dinanzi
all'incarnazione eternamente giovine dell'ideale. Il movimento (lo
avvertì già il Carducci), era cominciato in Italia, dove l'infaticabile
erudito trovò una schiera di collaboratori, noti ed ignoti; ma nella
sua _Storia dell'arte nell'antichità_ egli mise di indiscutibilmente
proprio quella vasta facoltà di coordinazione, quella fiamma di
apostolato, quel dogmatismo solenne, quella nobiltà un po' astratta e
metafisica di linguaggio che allora conquistarono di colpo l'Europa, e
che anche oggi trascinano il lettore, nonostante tutte le riserve del
gusto e tutti i dissensi dell'indagine progredita.
L'altro stromento di reazione contro l'arte che aveva fin qui prevalso,
fu l'eclettismo pittorico, propugnato da un fervido amico e seguace
del Winckelmann, da Antonio Raffaele Mengs. Insegnava il Mengs doversi
dare la palma a Raffaello pel disegno e per l'espressione; al Correggio
per la grazia e pel chiaroscuro; al Tiziano pel colorito; soggiungeva
potersi cogliere il fiore di tutti e tre, ma Raffaello sembrargli su
ogni altro degno di studio, come colui che s'era meglio accostato alla
serena perfezione degli antichi. — Nulla di più convenzionale, nulla
di più contrario ad ogni concetto organico della produzione artistica,
sentiamo dire. — D'accordo; ma anche questo principio dell'eclettismo
aveva dietro a sè una lunga e non mai spenta tradizione; era stato
patrocinato dai Carracci, come antidoto sicuro contro il manierismo;
avevano talora mostrato di seguirlo, a saggio di abilità tecnica, gli
stessi barocchi; e infine, di fronte alle esagerazioni unilaterali
della linea e del colore, dell'espressione e del movimento, esso pareva
promettere alla ragione un più costante equilibrio fra gli elementi
essenziali dell'arte.
Veramente tra i primi a suscitare il nuovo indirizzo era stato il
lucchese Pompeo Girolamo Batoni, il quale, giunto giovanissimo a Roma
e condotto dal Conca e dal Masucci, affinchè si scegliesse l'uno o
l'altro per maestro, aveva voltato le spalle a tutti e due, per darsi
allo studio della pittura raffaellesca e dei marmi antichi. Senonchè
il Batoni, ingegno vivace ma poco colto, staccatosi soltanto a mezzo
dal gusto contemporaneo ed esclusivamente pittore, non pensava a far
propaganda; mentre l'azione esercitata dal Mengs si dovette non solo
alla sua laboriosità ammirabile di artista, ma alla sua grande cultura,
alla sua parola viva, alle sue lettere, agli scritti pubblicati
dopo la sua morte, al suo spirito dottrinario, che rispondeva
appieno all'indole dei nuovi tempi, in cui la logica alzava il capo
orgogliosa e stava per cimentarsi alla titanica prova di ricostruire
schematicamente tutta la società!
E un po' discosto da lui collocheremo Angelica Kauffmann, cui
l'ingegno, la bontà e una romanzesca vicenda valsero fama non inferiore
a quella di Rosalba Carriera; quasi fosse destino che in questo
secolo di dominazione muliebre, anche i due diversi atteggiamenti
dell'arte s'incarnassero in due amabili figure di donna. Ho detto _un
po' discosto_, perchè mentre il Mengs dal delizioso pastellista che
s'ammira anche oggi nel Museo di Dresda s'era venuto trasformando
nel dotto frescante del _Parnaso_ di Villa Albani, il temperamento
femminile preservò la Kauffmann dalle severe costrizioni del neofitismo
e lasciò persistere nell'opera sua — massime nei ritratti, per
quanto avvolti nei veli dell'allegoria — un'impronta nativa di grazia
seducente e di molle abbandono.
Del resto, ove si eccettui qualche resistenza felice dell'istinto, la
nuova produzione artistica assumeva caratteri direttamente opposti
a quella che l'aveva preceduta. L'arte barocca era stata il frutto
di facoltà indisciplinate; questa, invece, vuole obbedire alla
riflessione, onde il Mengs viene lodato principalmente per essere un
filosofo che parla ai filosofi. La prima non s'era affatto curata
della verosimiglianza storica e locale, tanto che il Tiepolo aveva
potuto piantare gli abeti in Egitto, cacciare la pipa fra le labbra
d'un console romano, e vestire su per giù allo stesso modo Cleopatra
e Beatrice di Borgogna; la seconda s'imbeve d'erudizione e non si
stanca di consultare minuziosamente gli storici e i poeti. L'una
amava abbandonarsi a tutte le audacie del movimento, e l'altra, per
contro, invoca la calma, e proclama gli scorci _dal sotto in su_ uno
stravagante capriccio. Quella mescolava con libertà senza misura il
nobile e il plebeo, il triviale e il manierato; questa adotta una norma
adequatrice di tutti i caratteri e di tutte le espressioni, a cui dà
nome di “_stile eroico_„ o di “_stile sublime_„.
Non equivale tutto ciò a concludere che l'arte nuova, per quanto le
origini e le ragioni sue ci appaiano storicamente legittime, doveva
scontare la troppa dottrina con la freddezza, e le aspirazioni al
sublime con una mortifera uniformità?
Codesto moto s'era compiuto in Roma, in quell'aria satura di atomi
vaganti di classicità, su quel suolo fecondo di memorie, dinanzi
ai ruderi superbi della civiltà cesarea e ai fantasmi radiosi del
Cinquecento, fra quei rosei monsignori e porporati che smettevano le
gioconde indifferenze del _nil admirari_, per accendersi in dispute di
erudizione e di antiquaria. Fu la città cosmopolita, dove convenivano
d'ogni parte pittori, scultori, incisori, architetti, poeti, dove
ritroviamo Gavin Hamilton, il Piranesi, il Volpato, il Milizia, il
Monti, l'Alfieri, il Tischbein, i due Visconti, il Fea, il Canova, il
David, il Prudhon, quella che diede un impulso europeo alla corrente
suscitata, o meglio accelerata, dall'archeologo brandeburghese e dal
pittore boemo.
Ma questa corrente doveva prendere una via nuova, doveva corrispondere
ad uno stato effettivo degli animi, mercè un avvenimento così
universale per la sua fulminea efficacia, come Roma pel fascino delle
sue memorie: la rivoluzione francese!
Gli uomini che fecero la rivoluzione, vi si erano preparati non
soltanto sulle pagine degli enciclopedisti, ma su quelle dei classici.
Leggendo Plutarco, Livio, Tacito, avevano imparato ad aborrire i
tiranni, ad esaltarsi nell'apologia dell'austerità repubblicana e
del delitto patriottico; sicchè, quando scoppiò la procella, nomi,
linguaggio, consuetudini, sentimenti, tutto arieggiò all'antico, e
il classicismo, dalla pace dei musei e dal silenzio polveroso degli
_in-folio_, fu trabalzato fra il tumulto dei comizi e i dibattiti delle
assemblee. Ora, come avrebbero potuto questi uomini assentire alle
fantasie adescatrici del _rococò_? Nella loro catonica intolleranza,
essi le odiavano dell'odio medesimo che gli animava contro il regime
aristocratico; essi vedevano nell'autore gentile delle _Feste galanti_
e nell'autore procace delle _Pastorali_ due esseri poco meno spregevoli
delle cortigiane che avevano allietato gli ozi del Reggente e di Luigi
decimoquinto. No; fra un popolo di liberi, l'arte non poteva avere che
un ufficio solo: inspirarsi agli esempi della Grecia e di Roma, per
temprare gli animi a civili virtù.
Singolare coincidenza! Fu proprio un parente di Francesco Boucher, del
pittore protetto dalla signora di Pompadour, colui che si fece l'araldo
di questo classicismo militante. Quando Giacomo Luigi David espose nel
1784 il _Giuramento degli Orazi_ e nel 1789 il _Bruto_, l'entusiasmo
non ebbe confine. Tutta una generazione acclamò il suo interprete, e,
con una di quelle esplosioni della moda ch'erano allora tra le maniere
più eloquenti di manifestarsi del sentimento pubblico, modellò sui
quadri di lui il proprio gusto. Per vero, lo stile intitolato da Luigi
decimosesto incoronava già delle sue curve più sobrie gli emblemi
decorativi tratti dalla vita e dal costume antico; ma ora questi
trionfano tra le linee che si vanno facendo sempre più rigide; ora
s'incontrano da per tutto le pettinature e le fogge alla greca e alla
latina, le fibule, le armilie, le patere, i tripodi. Sul palcoscenico
gli eroi romani non osano più comparire con la parrucca e le mani
inguantate e gli stivaletti dai tacchi rossi, da che un grande attore
ha vestito per la prima volta la toga e calzato il coturno.
Io spero di avere anche qui, o Signori, insistito abbastanza sulla
necessità storica di un tale avviamento dell'arte. Ma che poi
l'originalità, la verità, la schiettezza, l'umanità della concezione
dovessero scapitarne, è troppo chiaro. Vedete lo stesso David. Egli
possedeva doti eccezionali di visione e di tavolozza, che furono
rimesse pienamente in luce dai ritratti e dai quadri commemorativi
esposti a Parigi nella Mostra centenaria del 1889. Ma che importa, se
il preconcetto dello _stile eroico_ gli inspirava pure il _Ratto delle
Sabine_, la _Morte di Socrate_, il _Leonida_, il _Belisario_, tutte
quelle tele dure, asciutte, convenzionali, destinate a formare una
scuola pittorica che alle creature vive sostituì i simulacri di gesso?
E una discordia non dissimile di creazioni si avverte in Andrea
Appiani e in Antonio Canova, i due più nobili rappresentanti di questo
periodo in Italia, per quanto l'arte loro sia lontana dalla rigidezza
del David e faccia piuttosto ripensare alle grazie del Prudhon.
Nell'Appiani, a fianco alle figure dove lo studio della purezza cospira
col senso del vero a produrre una impressione di placida ma vivente
armonia, sono troppi i profili che ricalcano con fredda, letterale
insistenza, gli antichi cammei. E quanto alla plastica canoviana, lo
squilibrio è ancora più manifesto. Chiunque di voi, o Signori, sia
entrato nella _Gypsotheca_ di Possagno, dove stanno raccolti tutti i
modelli dell'insigne scultore, ne sarà rimasto profondamente colpito.
Qua e là il vero, modellato da una mano creatrice; tutt'attorno le
mascherature greco-romane. Il gruppo di _Icaro e Dedalo_, composto in
gioventù, è un miracolo di ingenua freschezza, degno, oserei dirlo,
della primavera del Rinascimento. Nell'effigie di Clemente XIII,
genuflessa sotto la maestà delle vesti pontificali, con la bonaria
testa senile devotamente reclinata e le mani giunte e a' suoi piedi il
triregno, voi sentite tutta la poesia evangelica delle grandezze umane
umiliate nella preghiera. Ma insieme vi si affaccia una famiglia di
figure, nelle quali ogni carattere, ogni espressione, ogni vita, ogni
movimento individuale si sono perduti entro lo stampo archeologico; vi
si affacciano le deità dell'Olimpo, che uscite raggianti e palpitanti
dalla fantasia dell'Ellade, intirizziscono qui nel gelo dell'imitazione
accademica.
Così l'arte, dopo aver folleggiato con la cadente società
aristocratica, si asserviva al pensiero medesimo che aveva inspirato
le effimere democrazie, al pensiero che avrebbe legittimato tra poco la
dittatura guerriera.
Consultiamo per l'ultima volta i ritratti.
Eccoli gli uomini nuovi, con la fronte largamente scoperta sotto
i capelli brevi, gli occhi intenti, le fedine ispide, alcuni nella
negletta intimità della casa, altri nell'atteggiamento declamatorio
di chi medita un'apostrofe o nell'accigliata concentrazione di chi
sta per decidersi a un partito supremo; ecco l'implacabile tribuno,
giacente nella vasca di pietra, col viso contratto dagli spasimi
dell'agonia, con la mano che stringe convulsa un editto, forse una
lista di proscrizione; ecco i commissari e i generali della repubblica,
pallidi, gravi, con le divise dagli urtanti colori plebei; ecco la
faccia fatale, livida e ossuta, incorniciata dai neri capelli spioventi
e illuminata dal saettare delle pupille, che sta, come un'erma viva,
alla frontiera tra i due mondi; ecco — dopo la sfrontata iconografia
del Direttorio, questa Reggenza plebea della rivoluzione — le donne dal
profilo marmoreo, dalle tuniche a larghe pieghe, dalle chiome raccolte
alla greca, che riposano compostamente sur un letto o sedile di forma
antica, sporgendo i piedi nudi come quelli d'una statua.
Dove sono le testine imparruccate e incipriate, i tipi virili
infemminiti dalle gale della moda, le pupille ammiccanti, le bocche
tumidette, i nasini a gloria? Dove la sentimentalità, il languore, la
gioia frivola, le arie sventate e trasognate del gaio tempo vano?...
*
Ma prima, Signori, di staccarci da questo secolo così ricco di
vicende e di antitesi, che esordisce col minuetto e si chiude con la
carmagnola, permettetemi di cogliere qualche estremo tratto della sua
fisonomia artistica, di notare qualche attività ch'esso portò con sè
nella tomba e qualche tendenza che gli è sopravvissuta.
Si manifesta allora per l'ultima volta quella comunione fra l'arte
pura e le arti decorative che aveva durato per così lungo volgere di
tempi, generatrice di forme fraterne di bellezza, e che era destinata
a dissolversi nel nostro. Per l'ultima volta l'Arte, qual ch'ella sia,
apparisce come cosa organica, come pianta corsa da una sola linfa in
ogni suo ramo e in ogni suo stelo; e il soffio medesimo che spira
dalle tele e dalle statue si sente pur alitare dalla sagoma d'uno
stipo e d'una seggiola, dai fregi d'un parafuoco e d'un cembalo, dalla
cornice d'uno specchio, dall'inquadratura d'un uscio, dal contorno d'un
orologio a pendolo e dalle rabescature d'un broccato.
Certo, pe' suoi stili ornamentali, come per le sue mode e le sue
fogge, il Settecento è francese anche in Italia, come il Cinquecento
era stato italiano anche in Francia. Pure non ci mancarono impronte
e iniziative originali. Andrea Brustolon, vissuto tra i due secoli,
tratta la scultura in legno con robusta floridezza di vena; Carlo
Briati risolleva a Venezia l'arte vetraria; gli arazzi di Firenze, di
Torino, di Napoli, di Roma non sono in tutto eclissati dallo splendore
dei _gobelins_; la ceramica s'allieta di leggiadrie nuove nell'Abruzzo,
nella Liguria, nella Toscana, nel Veneto; fiorisce la tarsia nella
Lombardia.
E v'ha un'arte che meriterebbe da sola lungo studio, come quella che
partecipa con alacrità di consenso a tutta la vita spirituale del
tempo: l'incisione sul rame. Essa presta alle fantasie esuberanti un
linguaggio suggestivamente sommario e sciolto da ogni rispetto alla
realtà; popolarizza aristocraticamente la coltura estetica; introduce
un'immagine d'arte fra le cure della famiglia; asseconda il ritorno
all'antico, illustrando i monumenti classici e i capolavori paesani.
E ognuno di codesti incisori trasfonde la personalità propria nella
lastra metallica, lestamente investita dal Canaletto, imbevuta di luce
solare nel Tiepolo, carica di chiaroscuri nel Piranesi, morbidamente
accarezzata dal Bartolozzi, segnata con dotta evidenza dalla mano del
Volpato e del Morghen.
Ma uno dei caratteri che più distinguono l'operosità intellettuale del
Settecento è la passione, talora si dovrebbe dire la follia, delle
raccolte. Siamo nell'età degli amatori, i quali vengono radunando
d'ogni parte, senza badare a dispendio, bronzi, marmi, terracotte,
medaglie, monete, tele, disegni; l'età in cui un principe, pur
amante della guerra, cede un reggimento di dragoni per alcuni vasi di
porcellana, come più tardi suo figlio, durante una ritirata, penserà
a mettere in salvo quadri e gioielli, dimenticando gli archivi. E
non soltanto nei centri maggiori, dove se ne porge più facilmente
l'opportunità, vengono formandosi codeste collezioni. Talora in qualche
sonnolenta cittaduzza di provincia, quasi tagliata fuori del mondo,
il forestiero colto scende dalla berlina per visitare il museo, il
medagliere, la quadreria, messi insieme dal discendente di un sinistro
gufo feudale raggentilito in cavaliere di buon gusto. Ora, come mai
queste assidue occasioni di raffronti, questo riaccostamento di forme
e inspirazioni diverse, non avrebbero contribuito a fecondare, ad
allargare le intelligenze?
A ciò conferisce pure l'insolita frequenza dei viaggi, che annuncia un
bisogno irrequieto di espansione, di nuovi orizzonti, di nuove idee,
di nuove forze. L'arte si fa anch'essa venturiera. L'Amigoni si educa
nelle Fiandre; lo Zuccarelli e il Bartolozzi sono tra i soci fondatori
dell'Accademia di Londra; il Rotari è chiamato da Caterina di Russia;
Giambattista Tiepolo muore a Madrid; Bernardo Bellotto a Varsavia. Nè
alcuni fra i letterati e i pensatori nostri sono meno nomadi degli
artisti; essi vanno in Francia, in Inghilterra, in Germania, in
Austria, in Polonia, persino oltre l'Atlantico, vengono ricercati e
accarezzati dai principi, brillano nei salotti, penetrano in qualche
gabinetto diplomatico. Dopo la lunga solitudine, l'Italia comincia a
rientrare nelle correnti vive del pensiero europeo, e vi rientra se non
più come guida, non sempre e non in tutto seguace.
Quante volte non fu detto che l'uomo del passato posto dinanzi
all'_Iliade_, alla _Commedia_, all'_Amleto_, a un tempio greco, a
una cattedrale archiacuta, a un edificio del Rinascimento, avrebbe
ripudiato qualcuna di codeste creazioni, mentre noi, moderni, le
abbracciamo e onoriamo tutte, come portati egualmente legittimi di
peculiari condizioni e attitudini dello spirito! Ebbene, il Settecento
segna quasi il punto di trapasso dall'una all'altra età. I più non
comprendono, è vero, o, peggio, disprezzano lo stile ogivale, la
pittura primitiva, la visione dantesca, il dramma shakespeariano, ma
v'è già chi si leva a rivendicare la nativa virtù di quelle forme;
v'è già chi proclama la relatività del gusto e dei canoni estetici. E
con qual sentimento di cara sorpresa, e quasi d'ammenda a sconoscenti
durezze di giudizio, non sorprendiamo noi nelle pagine accademicamente
grevi o gallicamente trasandate dei nostri vecchi, impressioni
e osservazioni che saranno le nostre! Certo, le intolleranze del
risveglio classico interruppero il più illuminato avviamento che veniva
qua e là annunciandosi, sicchè, anche in questo campo, pare che una
voragine divida i due secoli; ma tuttavia, chi ben guardi, non tarderà
a riconoscere che nel Settecento spuntarono i germi della presente
larghezza dell'intendimento estetico, a quel modo che l'erudizione
aperse allora la via agli odierni trionfi del senso storico.
E un altro senso, di cui andiamo a buon diritto orgogliosi, si desta
allora; quello che dicono dell'_ambiente_. Non che si concepisca,
netta, l'idea delle analogie recondite che esistono fra l'uomo e gli
aspetti circostanti della natura, ma certo si comincia ad intuirla,
poichè questi aspetti vengono considerati con occhio più attento e
perspicace. Ne fa fede non pur la pittura ma la letteratura; non il
Canaletto e il Guardi soltanto, ma il Goldoni e il Baretti. Vi sono,
ad esempio, certe commedie goldoniane, che vi ritraggono al vivo
la fisonomia di Venezia, le sue calli anguste, i ponti, i rii, i
_campieli_ dove le popolane seggono lavorando e ciarlando sulla soglia
delle case, le altane di legno su cui le famiglie salgono a cercare
un filo d'aria negli afosi pomeriggi d'estate. E leggendo le _Baruffe
Chiozzotte_, ci par proprio, come ha notato acutamente il Masi, di
aspirare le acri esalazioni della marina, di vedere dinanzi a noi la
flottiglia delle tartane e dei bragozzi cullata dall'onde.
E già, Signori, quell'armonia che esisteva allora tra le forme varie
delle arti figurative, si palesa, con evidenza eguale, fra l'arte
e le lettere. Forse, parlandovi di quadri, mi sarà accaduto troppo
spesso di ricorrere a citazioni di poeti; ma come evitarle, quando ci
si presentano spontanee? quando incontriamo di qua e di là gli stessi
tipi, gli stessi soggetti, gli stessi sfondi di paese, le stesse
trovate di composizione, le stesse allegorie? Tutta quanta l'evoluzione
artistica del Settecento ha pieno riscontro nella sua evoluzione
letteraria. Così le due tendenze che si esplicano da una parte nella
pittura drammaticamente immaginosa del Tiepolo, dall'altra nella
pittura realistica e comica del Longhi, sono, in fondo, le medesime
che inspirano il teatro del Metastasio e quello del Goldoni. Pietro
Metastasio è il poeta decoratore, che colorisce liberamente la storia
ed il mito, che li converte in un ludo scenico di passioni effusive
e canore, destinato ad esaltare la sentimentalità fantastica; Carlo
Goldoni è il poeta osservatore, che stando, sorridente ma vigile, in
mezzo alla vita, ne raccoglie le immagini nel giro tranquillo dello
sguardo. Anche le date tornano, perchè il Tiepolo nasce nel 1696 e il
Metastasio nel 1698, il Longhi nel 1702 e il Goldoni nel 1707; solo le
doti individuali sembrano in certa maniera scambiarsi, in quanto il
mondo della fantasia ha nell'artista un evocatore più possente e più
vario del poeta, e quello della realtà ha nel poeta un rappresentatore
più largo e più efficace dell'artista. Il secolo declina e il movimento
che avvia l'arte all'Appiani e al Canova, conduce la letteratura,
attraverso il Parini e l'Alfieri, al Monti ed al Foscolo. E anche qui
esso non procede senza abusi e senza sopraffazioni; tutt'insieme,
peraltro, riesce più benefico, perchè il suo carattere era
essenzialmente idealista, e delle idee lo strumento naturale non è già
il colore o la linea, è la parola. Mentre, infatti, pittura e scultura
rimangono troppo spesso agghiacciate, dalla quotidiana consuetudine
con l'antichità, la poesia ne ritrae quel vigore di linguaggio
e quel calore di pensiero, che dovevano accendere e rinnovare le
coscienze. Nel Parini il classicismo, tutt'altro che adulterare la
rappresentazione del vero, la condensa in forme sintetiche, restituisce
i nervi allo stile, dà alla voce del poeta, ch'essa derida o ammaestri,
un accento di energia deliberatamente pacata; nell'Alfieri esso
esprime la tensione dell'anima, che svincolandosi dalla società
decrepita, tutta languori e inchini e cerimonie e accondiscendenze e
remissività, si aderge in uno sforzo di opposti proponimenti. La morte
era venuta dalla spensierata fiacchezza; la vita doveva scaturire dalla
riflessione e dalla volontà.