ALBERTO ECCHER.

Giammai pensiero salì più accetto nelle sfere dell'infinito di quello

di Galileo nel tempio di Pisa, quando il lento oscillare della lampada,

pur mostratosi le migliaia di volte a tanti distratti fedeli, fu per

lui il baleno di luce con cui “l'infinita sapienza, il sommo amore„ lo

trasse alle meravigliose scoperte, che resero attonito il mondo intero,

e furono base incrollabile d'ogni umano progresso.

E giammai il genio fu maggiormente torturato di quanto non lo fosse in

Galileo stesso; costretto dalla perfidia degli uomini, dalle vessazioni

dei Gesuiti, dal risentimento di un Papa a ritrattare verità, che

luminose gli irradiavano nella mente, e svelavano agli uomini il

mirabile assetto dei mondi, le cause ed il succedersi dei fenomeni.

Il forte pennello del Barabino, troppo presto all'arte rapito, che

fa rabbrividire con papa Bonifazio VIII e fremere col Cristoforo

Colombo al consiglio di Salamanca, fa pensare davanti al Galileo in

Arcetri. — Tu vedi il nobile vegliardo, quasi a sedere sul letto,

spento lo sguardo indagator dei cieli, rassegnato, e tutto intento

a dettare ai suoi discepoli una dimostrazione, che colla posa stessa

delle mani ti rende evidente.... E quanto sieno interessanti le cose

che espone, lo desumi dall'atteggiamento dei discepoli che, protesi

verso di lui, pendono dal suo labbro. Nè l'età, nè le sofferenze, nè

le persecuzioni hanno fiaccato quell'indomita energia.... Ma la terra,

liberata ormai dall'immobilità cui la dannava la Bibbia, roteando negli

spazi infiniti, invita lo spirito del Galileo a bearsi nelle superne

sfere.... e ne reclama la spoglia.... e papa Urbano VIII s'affretta a

mandare al sommo filosofo l'apostolica benedizione.

La vita, il pensiero, il martirio del sublime maestro furono con

robusta eleganza di forma, con profondo sentimento filosofico,

tratteggiati l'anno scorso, in questa sala ospitale, dal chiarissimo

professore Del Lungo, ed io sciuperei opera così armonica qualunque

cosa aggiungessi; ma non potevo non prender le mosse dall'instauratore

della scienza nuova, per ragionare dei progressi della fisica dopo la

di lui morte.

Vasto è l'argomento per poter essere condensato nel breve volger di

un'ora; quantunque non intenda farvi una dissertazione sull'eccellenza

del metodo sperimentale, e come esso abbia riformato dalle fondamenta e

studio e costumi e vita.

Lo che mi parrebbe altrettanto utile fatica, quanto il pretender

d'aggiungere maestà alla splendida Cupola del Brunellesco,

incastrandovi una modesta pietruzza. La bontà del metodo è provata dai

progressi della scienza, che poggia, cupola meravigliosa, sul tempio

eterno del vero; di quei progressi, che sono nel sentimento di tutti

noi, e che ci permettono di vivere di vita intensiva, accelerata, direi

quasi lo spazio di un secolo nel breve giro di pochi anni.

Come all'affaticato spirito riesce gradito il ricordo dei primi anni,

il rammentare le cose allora imparate, le impressioni ricevute; ed

anzi il passato, sotto la nuova luce di lunga esperienza ricomparendo,

torna fonte di nuove impressioni e di più larghe vedute; così a Voi,

gentili, di cui la presenza è prova del culto che portate alla scienza,

non riuscirà discaro ch'io rammenti i primi passi, le prime scoperte

della fisica, fattasi ora matrona. Giacchè non va dimenticato, che

solo con Galileo incomincia il metodo sperimentale, e che di quanto

ci fu tramandato dagli antichi nel campo della fisica, ben poche cose

rimangono, e si riducono a semplici osservazioni di fatti. Nessuna

teoria che possa reggere all'analisi moderna, se ne togli il concetto

atomistico de' Greci; e delle leggi dedotte da speculazioni dello

spirito, ben poche ressero alla prova dei fatti. E d'altra parte, mai

la più piccola esperienza torna invano, ogni più minuto fatto acquisito

alla scienza, quando non sia causa diretta, come spesso avviene, di

grandi scoperte, è un elemento importante che attende con molti altri

la mente superiore che sappia coordinarli, e trarne qualche nuova

teoria, ricca di deduzioni ed applicazioni.

Concedete quindi, che passi in rapida rassegna le conquiste più

salienti della scienza in Italia nell'avventurato secolo XVII, e fin

verso l'ultimo terzo del secolo XVIII, sì scarso di risultati di fronte

al primo.

Sparito il divino maestro, i prediletti discepoli, custodi del suo

pensiero, sorgono banditori del nuovo evangelio.

Benedetto Castelli, nobile Bresciano, in Roma stessa, lui, frate

di Montecassino, difende apertamente le dottrine astronomiche del

Galileo. Ancora nel 1615 era sceso in campo contro il Della Comba ed

il Di Grazia per sostenere le vedute del Maestro sull'idrostatica,

e pubblicava nel 1628 la sua opera “_Dimostrazioni geometriche

della misura delle acque correnti_„ nella quale per il primo espone

chiaramente i principii del moto delle acque nei canali e nei fiumi;

opera che lo rese tanto celebre da valergli da Urbano VIII la cattedra

di matematiche in Roma e la direzione di importanti lavori idraulici,

condotti a termine con esito felicissimo. — E come aveva aiutato

Galileo nelle osservazioni astronomiche, in cui era espertissimo,

ideò il metodo della proiezione per render visibili le macchie solari,

senza offesa della vista, ed introdusse, per avere maggior chiarezza, i

diaframmi nei cannocchiali.

Preludio alle ricerche che resero celebre nel nostro secolo il modenese

Melloni, sperimentò pel primo sul calorico raggiante, avvertendo

come i corpi in maggiore o minor grado si riscaldino a seconda dello

stato di lor superficie e colore. Nè va taciuta l'idea di raccogliere

quello, che fu poi detto lo spettro magnetico, dato dal disporsi su

d'un diaframma della limatura di ferro attirata da poli di sottoposta

calamita; metodo al quale tutt'oggi si ricorre per mostrare le linee di

forza, nello studio delle macchine dinamo elettriche.

Fu il Castelli che spinse Bonaventura Cavalieri Bolognese, dell'Ordine

dei Gesuati, da tempo soppresso, a dedicarsi alle matematiche, ed a

frequentare in Pisa le lezioni del Galileo, per passar poi ad insegnare

nell'Università stessa della sua patria.

Nell'opera del Cavalieri “_Geometria indivisibilibus continuorum

nova quâdam ratione promota_„ trovansi gettate le basi del calcolo

infinitesimale, intraveduto già, per testimonianza dello stesso

autore, dal Galileo. Mentre nei libri “_De speculo ustorio_„ ed

“_Exercitationes Geometricæ_„ il Cavalieri ci dà mirabile saggio delle

sue nozioni nel campo della fisica, trattando, come nessuno prima

di lui, il problema della ricerca delle distanze focali nelle lenti

concave e convesse.

Soli due anni dalla morte del gran Maestro veniva a mancare, in età

non grave, il coraggioso Castelli; e tre anni appresso, a soli 49 anni,

anche il Cavalieri.

Nè meno inesorabile scese la morte a colpire il più caro fra i

discepoli del Galileo, Evangelista Torricelli, faentino, mancato esso

pure nel 1647 nella verde età di 39 anni.

Seguiva il Torricelli in Roma le lezioni dell'abate Castelli,

quando nel 1638 venne alla luce il trattato del Galileo “_Discorsi

e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze_„ sul qual

trattato compose un'opera che presentava, sotto rinnovellata forma,

le teorie sul moto dei gravi. Sottoposto il manoscritto dal Castelli

al Galileo; già cieco ed aggravato dagli anni, e più dalle infermità,

il nobile vegliardo espresse il vivo desiderio di conoscerne l'autore,

per affidargli il cómpito di ultimare i due ultimi dialoghi del suo

trattato; e nell'ottobre del 1641 il Torricelli venne ospite del

Galileo in Arcetri, e più che ospite gli fu discepolo, collaboratore, e

consolatore carissimo. Troppo breve tempo fu dato al giovane Torricelli

di abbeverarsi a quella fonte inesauribile d'ogni umano sapere; ma

i tre mesi che passò presso il Maestro lasciarono profonda impronta

nell'amato discepolo.

Morto il Galileo, per le premure del Granduca, accettò di trattenersi

in Firenze in qualità di matematico della Corte, succedendogli nella

cattedra.

Fu ancora nel 1643 che ideò lo strumento pel quale, più che per

tutte le altre opere, il nome suo passò glorioso alla posterità: _il

Barometro_. È nota la leggenda del pozzo a Boboli, nel quale l'acqua

aspirata per tromba non arrivava che a sole 18 braccia di altezza, e

la risposta del Galileo al Granduca che l'aveva interpellato: che se

nei libri di Aristotile era scritto che la natura aveva orrore del

vuoto, e se il fatto mostrava che l'acqua non saliva più su, voleva

dire che quest'orrore aveva per limite per l'appunto le 18 braccia

date dall'esperienza. Certo che se Galileo dette tale risposta lo fece

per evitare contestazioni, e possibili noje a sè stesso, prigioniero

dell'Inquisizione, col contradire all'autorità di Aristotile. Ma

l'aver conosciuto l'equilibrio dei liquidi in vasi comunicanti, e

l'aver dimostrato che l'aria pesa, prova chiaramente che aveva pensato

alla risoluzione del problema, non accontentandosi di quanto ne aveva

scritto ne' dialoghi, ne' quali parlando della resistenza della colonna

liquida al rompersi, ammette che, analogamente ad un filo metallico

che tirato in alto, giunto ad una certa lunghezza pel proprio peso si

strappa, altrettanto avvenga della colonna d'acqua al limite di braccia

18. — La tromba era già un barometro ad acqua; non per questo fu meno

felice l'idea del Torricelli di sostituirvi il mercurio riducendo così

lo strumento a comode proporzioni; idea che, svelata all'amico Viviani,

fu da questi subito tradotta in atto, ottenendo per l'appunto quanto

l'acuto ingegno del Torricelli aveva divinato.

Lo stesso Torricelli, sperimentando col suo strumento, pose in

chiaro il variare dell'altezza della colonna barometrica col mutare

del tempo, se pur non anche lo scendere della colonna col crescere

dell'altitudine, benchè di tale esperienza generalmente si riconosca

illustratore il Pascal.

È questa del Barometro tale una felice intuizione, sì ricca di utili

applicazioni, che basta da sola alla gloria di un uomo, benchè certo

al Torricelli avran costato assai più fatica e studio le altre opere

sue “le _Lezioni accademiche_„ ed il “_Trattato del moto dei gravi_„

nel quale prende a studiare l'efflusso dei liquidi, determinandone

con raro acume le leggi, che ancor oggi portano il di lui nome. E nel

campo sperimentale s'occupò assai della costruzione dei cannocchiali,

nell'eseguire i quali fu reputato eccellente, e del perfezionamento del

microscopio semplice, valendosi come lente di palline di vetro soffiato

alla lampada. Quale Accademico della Crusca lesse a quel nobile

consesso un suo lavoro sul tema “La gloria dopo la morte è un nulla e

non vale la pena che ci diamo per raggiungerla. Dopo la morte tutti gli

uomini sono egualmente celebri.„

Strano argomento per un Torricelli, di cui il nome resterà eterno nella

storia dell'umano progresso.

Ultimo dei discepoli che maggiormente il Galileo aveva prediletto,

di tutti il più giovane, il Viviani non contava alla morte del sommo

maestro che soli 20 anni. Mente acuta, animo aureo, applicatosi con

ardore allo studio della geometria, comprese come solo Galileo fosse

in grado d'avviarlo a forti studi e procurò di farne la conoscenza.

Galileo, già cieco, l'accolse coll'usata benevolenza, e l'ebbe caro

come un figlio; e Viviani non solo trasse sommo profitto dal tempo

passato nella famigliarità del maestro, ma conservò per lui immensa

gratitudine ed affetto, ascrivendo a suo special vanto potersi chiamare

“l'ultimo dei discepoli del Galileo.„

Morto il maestro ne trovò un secondo nel Torricelli, e più che maestro

un amico, al quale prestò valido aiuto nell'eseguire le esperienze,

compresa quella del Barometro da esso, secondo il concetto del

Torricelli, condotta.

Nel 1659 pubblicò la divinazione dei sette primi libri del celeberrimo

Apollonio Pergeo sulle sezioni coniche, ritenuti perduti. Per somma

fortuna il Borelli riuscì a rintracciare nella biblioteca di Firenze un

manoscritto arabo, portato dall'Oriente dal gesuita Golius, contenente

appunto i sette primi libri di Apollonio. Tradotti in latino comparvero

nel 1661, e si trovò che il Viviani, non solo aveva indovinato il

pensiero di Apollonio, ma aveva anzi trattato l'argomento in modo

più generale del famoso geometra greco. Successo nel 1666 al posto

da tempo vacante per la morte del Torricelli, fu eletto membro della

Società Reale di Londra, fondata nel 1660, e dell'Accademia di Parigi

costituitasi nel 1666. Anzi Luigi XIV gli accordò una pensione, che

Viviani impiegò nell'ornare la casa sua, posta in via dell'Amorino,

con iscrizioni, basso rilievi, ed un busto in onore del sommo maestro.

Dobbiamo al Viviani una “Vita del Galileo„; una relazione speciale

sull'applicazione del pendolo agli orologi, e tanti altri scritti: e fu

membro attivissimo dell'Accademia del Cimento.

Morì nel 1703 amato, stimato, venerato da tutti, e fu sepolto in

Santa Croce; lasciando per testamento alla famiglia Nelli, erede per

maggiorasco, l'obbligo di erigere un suntuoso monumento al suo divino

Maestro. Ad onta di una sorda opposizione da parte dei Monaci, nel 1737

fu inaugurato in Santa Croce il monumento, e con solennità vi furono

composte le ossa del Maestro, e del riconoscente discepolo.

Un senso di melanconica pietà, oltre i quattro principali discepoli

del Galileo, i quattro evangelisti della scienza, mi porta a ricordare

anche il figlio di lui Vincenzo. L'importanza d'un regolatore del

tempo per lo studio de' fenomeni astronomici e terrestri e per la

determinazione sopra tutto delle longitudini, era talmente compresa dal

Galileo, che l'aveva portato ad adattare al pendolo dei leggerissimi

congegni di ruote dentate per segnare il numero delle oscillazioni.

Il moto alle ruote venendo impresso dal pendolo stesso, dopo un certo

tempo questo doveva fermarsi. L'ideale era dunque che il pendolo

non dovesse servire che a regolare il tempo, e che la forza motrice

del congegno fosse da esso indipendente. Si trattava di applicare il

pendolo all'orologio già esistente, anzi tanto perfezionato

Che l'una parte l'altra tira ed urge

Tin tin sonando con sì dolce nota

Che 'l ben disposto spirto d'amor turge;

E negli ultimi anni di sua vita Galileo, già cieco, col Viviani, e

sopra tutto col figlio Vincenzo ragionando, era venuto a stabilire il

come di tale applicazione, quale risulta anche dal disegno fattone

da Vincenzo, il quale, come colui che assai esperto era nelle arti

meccaniche, volle da sè costruire il congegno; per lo che richiedendosi

assai più tempo che se ricorso fosse ad artefici, disgrazia lo incolse

colla morte del padre prima che a termine l'avesse portato. Solo

nell'aprile 1649 riprese Vincenzo la costruzione dell'Oriuolo, avendosi

fatto da meccanico apprestare il materiale occorrente, e lavorando di

propria mano ad intagliare le ruote e lo scappamento. Messo assieme

funzionava, e fattolo vedere al Viviani con esso convenne di alcuni

perfezionamenti da apportarvi. Ma pur volendo ultimare in ogni sua

parte l'orologio già lavorato, vi si diede d'attorno con raddoppiata

lena in tal modo, che colto da violentissima febbre il 16 maggio stesso

anno moriva. Disgrazia e fatalità, che privò l'Italia nostra del vanto

d'aver prima applicato il pendolo agli orologi, in quanto generalmente

ne vien data lode all'Huyghens, certo preclarissimo ingegno, che

costruì, sia pure più perfezionato, il suo orologio solo nel 1657.

Non è qui il caso di recare argomenti, e molti ne esisterebbero, in

favor nostro, ma è a deplorarsi, che non ci sia stata resa giustizia, e

riconosciuta come nostra anche l'applicazione del pendolo agli orologi.

Il fascino del metodo galileano, che sull'evidenza de' fatti innalza

l'uomo alle più alte speculazioni, aveva tratto a sè le menti più

elette di quell'epoca gloriosa e doveva avere solenne manifestazione

nella “Accademia del Cimento„. Unire le forze e “Provando e Riprovando„

leggere finalmente nel libro della natura le mirabili pagine che ci

tien spiegate davanti.

Prima fra le Accademie scientifiche, surse nel 1657, sotto la

presidenza del Principe Leopoldo. La componevano: Giovanni Alfonso

Borelli, Candido Del Buono, Paolo Del Buono, Lorenzo Magalotti,

Alessandro Marsili, Antonio Oliva, Francesco Redi, Carlo Renaldini,

Vincenzo Viviani.

E, cosa mirabile, e non mai più ripetutasi presso altre accademie,

tanto era l'ardore delle ricerche sperimentali, e tale la persuasione,

che solo dall'attenta osservazione dei fenomeni scaturir potessero le

leggi che li governano, che tutti gli accademici lavoravano di comune

accordo, costituendo quasi un'unica personalità, quella dell'Accademia,

sicuri così che ben difficilmente sarebbe sfuggita all'attenzione

di molti qualche circostanza importante e capace di modificare i

risultati dell'esperienza. Così è che nell'aureo libro “_Saggi di

naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento_„ (Firenze 1667),

e compilato dal Magalotti, si descrivono magistralmente le singole

esperienze, senza mai accennare chi ne abbia avuta la prima idea, come

se fossero state da tutti, in comune, pensate. E degno di osservazione

si è pure che nello stesso libro dei “_Saggi_„ è detto: non entrare

nelle abitudini dell'Accademia il discutere sulle cause dei fenomeni.

Fosse il dubbio di incorrere nella disapprovazione eventuale di Roma,

o la coscienza che delle teoriche ne erano state escogitate anche

troppe, e ciò che mancava era una raccolta di fatti inconcussi, certo

è che gli accademici s'attennero fedelmente al loro motto “Provando

e Riprovando„. A più di due secoli di distanza è sempre con un senso

di ammirazione che si leggono quelle pagine dei “_Saggi_„, cardini

della nuova scienza, e vi si impara ancor oggi a condurre con acume e

diligenza somma le esperienze.

Non riuscirà discaro che per sommi capi rammenti i principali risultati

cui è giunta quell'accolta di preclari ingegni.

Incominciano i saggi colla descrizione degli strumenti di misura, e

loro uso. Termometro, Igrometro, Pendolo, Barometro.

Il primo, inventato ancora nel 1597 dal Galileo, che pensò subito

d'applicarlo alla medicina, per riconoscere il grado di febbre degli

ammalati; da termoscopio che era, fu trasformato in vero termometro,

prima riempito con acqua, poi con alcool. Portava i gradi marcati con

piccole perline di vetro sulla canna stessa, come i migliori nostri

termometri, invece che su tavoletta a parte, ed era con tanta arte

costruito che, sebbene i punti di graduazione della scala fossero

mal definiti col massimo freddo e massimo caldo di Firenze, tuttavia

i diversi termometri, specialmente cinquantigradi, riuscivano

perfettamente paragonabili fra loro. Nel 1830 si potè, confrontandoli

col termometro Reaumur, ricavare dalle osservazioni meteorologiche di

quell'epoca, come il clima della Toscana non sia venuto mutando. La

fissazione dei punti estremi della scala coll'immergere il termometro

nel ghiaccio che fonde, o tenerlo nel vapore che si svolge dall'acqua

bollente, sotto pressione di una atmosfera, è posteriore all'Accademia,

dovuta però ad uno dei suoi membri, il Rinaldini.

Quanto all'Igrometro, è noto il fatto dell'architetto Fontana, che

nel 1586 riuscì a metter ritto l'Obelisco sulla Piazza San Pietro in

Roma bagnando le corde; e sulla contrazione appunto delle corde, però

di minugia, inumidite, fondò Santorio il suo primo Igroscopio. Quello

dell'Accademia del Cimento invece, chiamato _Mostra umidaria_, è un

vero igrometro a condensazione, dove, invece di cogliere il punto

d'appannamento, come negli strumenti recenti, si misura la quantità

d'acqua condensatasi in un dato tempo sopra un cono vuoto di metallo,

riempito con un miscuglio frigorifero.

Segue la descrizione del Pendolo, e di un orologio a pendolo, “_su

l'andar di quello che prima d'ogni altro immaginò il Galileo, e che

dell'anno 1649 messe in pratica Vincenzo Galilei suo figliuolo_„;

prova maggiore che realmente l'applicazione de' pendoli agli orologi è

invenzione italiana.

Quanto al Barometro esso servì loro, non solo per misurare le

variazioni di pressione nell'aria; ma ben anche come apparecchio per

eseguire un vuoto assai migliore di quello ottenibile colle macchine

pneumatiche di quel tempo. E nel vuoto Torricelliano sperimentarono: se

il suono si propaga; se la calamita attira; se l'ambra strofinata si

elettrizza; come vi muoiano gli animali; se l'alzarsi dei liquidi nei

tubi capillari è influenzato dalla presenza dell'aria, e molte altre. E

dopo 200 anni noi siamo ritornati alla macchina pneumatica a mercurio,

la più perfetta di tutte, che permette delle rarefazioni così forti da

dar luogo ad una serie di nuovi fenomeni illustrati dal Crookes.

Il servizio meteorologico si considera generalmente come un'istituzione

moderna; esso, per merito sopra tutto dell'Inghilterra, fu sistemato

ed allargato così, che i servigi che presta, anche nel campo pratico,

sono immensi. Centinaia di bastimenti ogni anno vengono risparmiati dal

bullettino che, volando sul filo elettrico, precede la bufera. Ma nel

campo scientifico il poter tutti i giorni, ad ora fissa, tracciare la

carta delle condizioni meteorologiche di gran parte del mondo, chi sa

a quali risultati potrà portare. Frattanto non dimentichiamo, che le

osservazioni meteorologiche sono gloria italiana. Fin dal 1654 furono

colla massima regolarità eseguite nel Convento degli Angeli a Firenze;

a Vallombrosa, a Cutigliano, a Bologna, a Parma, a Milano, a Varsavia,

ad Innsbruck sotto la direzione generale del padre Luigi Antinori

teologo del Gran Duca. Esiste fra gli altri un registro che contiene

cinque osservazioni al giorno per lo spazio di oltre sedici anni.

Sono poi descritti nei Saggi diversi areometri; la palla d'oncia, ecc.,

ecc., strumenti che ancor oggi potrebbero prestare utili servigi alla

scienza.

Interessantissime sono le esperienze sul congelamento dell'acqua nelle

quali pei primi gli accademici fecero uso di miscugli frigoriferi,

quali neve con sale, o sal nitro, o spirito di vino; oppure neve e

sale ammoniaco, ottenendo con tale combinazione il massimo freddo.

Fecero scoppiare sfere di materie differenti riempite d'acqua facendola

ghiacciare, e mostrarono come questa, prima di solidificarsi si dilati.

Esperimentando col ghiaccio, ne collocarono un grosso pezzo avanti

uno specchio ustorio, nel foco del quale un termometro segnava un

abbassamento di temperatura; prova che il freddo, come il caldo, si

riflettono colla ben nota legge.

Per confutare la teoria dell'_antiperistasi_, della reazione cioè

sviluppata da un corpo, che al primo riscaldarlo dovrebbe raffreddarsi,

e viceversa, eseguirono le ben note esperienze immergendo un grosso

termometro nell'acqua calda, e mostrando che al primo istante l'alcool

realmente discende, ma non perchè si sia raffreddato, sibbene perchè

maggiore è la dilatazione del recipiente, e l'opposto avvenire

immergendo il termometro nell'acqua fredda. In questa occasione,

volendo meglio mostrare come tutti i corpi si dilatino pel calore,

idearono l'esperienza, più generalmente nota sotto il nome di anello

di S' Gravesande, che dall'Accademia invece dovrebbe prendere il

nome. Anzi, usando coni di diverse materie, che portati alla stessa

temperatura, entravano più o meno in un anello misurato, determinarono

il coefficiente di dilatazione dei corpi.

Nè riuscendo a comprimere l'acqua nelle sfere metalliche assoggettate

alla pressione del torchio, conclusero per l'incomprensibilità,

come generalmente si crede; sibbene che a loro non era riuscito

di comprimere l'acqua, che preferiva trasudare dalle pareti del

recipiente; mettendo così in evidenza la porosità dei metalli. Anche

l'errore della leggerezza positiva confutarono; facendo vedere che un

pezzo di sughero, immerso nell'acqua, non sale quando gli si tolga la

pressione del liquido dal disotto; mentre avrebbe pur dovuto salire se

si fosse trattato di una leggerezza positiva.

Nei “Saggi„ sono riportate anche le esperienze sulla velocità di

propagazione del suono eseguite ancora nel 1656 da Viviani e Borelli.

Non così felicemente riuscirono gli Accademici nel tentativo di

misurare la velocità di propagazione della luce, la quale si mostrò poi

così enorme da raggiungere 300,000 chilometri al 1". Ma è degno di nota

che l'abbian tentato.

In altro capitolo gli Accademici si occupano del cambiamento di colore

dei liquidi, specialmente della tintura di torna-sole, che con un

acido, succo di limone, aceto, acido solforico, arrossa, e riprende il

colore primitivo se trattata con una base, usando essi l'oleum-tartari,

soluzione di potassa.

Rimarchevoli sono pure i fatti citati dall'Accademia in sostegno

dell'idea emessa ancora da Galileo sulla resistenza dell'aria; che cioè

un proiettile sparato da maggiore altezza produca minore effetto che

da altezza minore; e ciò per il maggiore tragitto attraverso l'aria,

come in fatti trovarono; e l'altro che nello stesso intervallo di tempo

cadono a terra una palla sparata orizzontalmente da una certa altezza

ed un'altra che nello stesso istante dello sparo sia lasciata libera a

sè stessa.

Per convalidare il principio di inerzia, che un corpo persevera nello

stato di quiete o di moto in cui si trova, finchè una forza non ve lo

tolga, adattarono sopra un carro tirato da sei cavalli un saltamartino

con palla da una libbra, disposto verticalmente, e sopra strada piana

e diritta facendolo velocemente correre, e sparando, trovarono che

la palla veniva a cadere poco dietro il carro, benchè questo avesse

percorso dallo sparo alla caduta, oltre le 70 braccia; però tanto più

addietro rimaneva quanto maggiore era il tempo passato fra lo sparo

ed il ricadere della medesima; e ciò per la maggior resistenza opposta

dall'aria in più lungo tragitto.

Va pure notato come gli Accademici avessero una giusta idea di

quella che loro stessi chiamarono “capacità calorifica„. Presero due

termometri di dimensioni perfettamente eguali e li riempirono, cosa da

notarsi, uno di mercurio l'altro d'acqua. Immergendoli simultaneamente

in molta acqua calda, osservarono che il termometro a mercurio

era il primo a raggiungere l'equilibrio di temperatura, segno che

richiedeva minor quantità di calore dell'acqua. È strano che, avendo

già usato il mercurio in questa esperienza, non l'adottassero per

costruire i termometri. Forse furono trattenuti dall'aver visto che

si dilata meno dell'alcool. A conferma della prima esperienza sulla

capacità calorifica, ne eseguirono una seconda. Versarono pesi eguali

di diversi liquidi, portati alla stessa temperatura, sopra quantità

eguali di ghiaccio, e trovarono che se ne fonde più o meno col variare

del liquido. Come si vede si trovarono gli Accademici di fronte alle

calorie di fusione, al così detto calorico latente; ed è maggiormente

a deplorarsi l'Accademia abbia finito sì presto, perchè questo, come

altri argomenti, sarebbero stati in modo esauriente studiati, ed

avrebbero assicurato a noi il vanto di altre scoperte.

Degli Accademici individualmente troppo lunge sarei tratto a ragionare.

Tuttavia non posso passare sotto silenzio il napoletano Borelli,

altrettanto profondo erudito, quanto appassionato e forse impetuoso

carattere, finito nell'indigenza in Roma; lui, già discepolo di

Castelli, professore a Messina, professore a Pisa, membro attivissimo

dell'Accademia del Cimento, matematico, fisiologo, fisico, astronomo,

filosofo ed autore di oltre 13 opere, di cui, per non citare che le

culminanti, “_Dei moti naturali dipendenti dalla gravità_„ — “_Del

moto degli animali_„ opera da consultarsi tutto dì sull'argomento, e

“_Teoria delle stelle Medicee, dedotta da cause fisiche_.„

In quest'opera emette per primo l'idea che i satelliti di Giove

s'aggirino intorno al pianeta in causa di una mutua attrazione; ma

sgraziatamente non generalizza la sua ipotesi, nè ricerca le leggi di

questa attrazione. — E così la legge di Gravitazione, che regola il

moto de' corpi celesti, dopo aver arriso all'Italia, si posa, aureola

invidiata, per mano del Newton sul capo dell'Inghilterra.

Degno di menzione è pure il Magalotti, gesuita, già discepolo del

Viviani, autore delle lettere scientifiche ed erudito, conoscitore

di molte lingue, parlatore e scrittore chiarissimo, e segretario

dell'Accademia. I “_Saggi di naturali esperienze_„, bastano da soli a

testimoniare della di lui valentìa.

Nè va taciuto del Redi, forse più noto pel famoso ditirambo, che per

le esperienze fisiche da esso eseguite, per quanto fosse assiduo e

diligente accademico, medico rinomatissimo, naturalista, fisiologo.

Quanto progresso di lavoro sperimentale, e quale promessa di larga

messe per l'avvenire! Era quella del Cimento tale accademia, che si

sarebbe detto sfidare l'avversità de' tempi; ed invece, dopo soli nove

anni di vita, d'un tratto fu spenta. Sagrificata dal suo presidente

alla paura ed alla prepotenza di Roma. Ahimè! _Quam parva sapientia

regitur mundus_. Pensare che un'accademia di nove scienziati, che

non fanno che interrogare scrupolosamente la natura e registrarne i

responsi, dà tanta ombra da far paventare ne rimanga scossa la fede,

ne soffra la Religione! E d'altra parte non erano i Medici da tanto

di resistere alle pressioni di Roma; essi che tenevano il potere da

Clemente VII soffocatore delle libertà fiorentine, e già macchiati

dell'ignominia d'aver consegnato Galileo all'Inquisizione. Il principe

Leopoldo s'ebbe il cappello da Cardinale e l'Accademia fu sciolta.

Ma è con sentimento di profonda ammirazione e rispetto, e con orgoglio

di italiani che noi entriamo a visitare la Tribuna di Galileo, che

racchiude, oltre i ricordi del sommo filosofo, ampia raccolta degli

strumenti creati ed usati dall'Accademia del Cimento. Vero santuario,

dove il pensiero liberamente spaziando, s'ispira ai più alti ideali

della scienza rigeneratrice.

Dell'Accademia stessa facevano parte, come membri corrispondenti,

Ricci, Cassini, Montanari, Rossetti, Falconieri, e fra gli stranieri

Stenone, Thèvenot, Fabbri. Non trovandosi i loro lavori inseriti

nel libro dei “_Saggi_„ che non riporta che le esperienze eseguite

in comune dagli Accademici “_Operatori_„ darò qui un breve cenno

dell'opera dei due principali, Cassini e Stenone; chè diversamente

non avrei occasione di rammentarli nel seguito di questa rassegna,

ristretta alla sola fisica.

Gian Domenico Cassini nacque nel 1625 in Perinaldo, contea di Nizza,

da antica famiglia del patriziato senese. A soli 25 anni succede al

Cavalieri nella cattedra di matematiche in Bologna e nel 1653 pubblica

le osservazioni fatte assieme al marchese Malvasia, sulle comete,

ritenendole o come stelle, o come pianeti in formazione. Due anni

appresso rettifica la meridiana segnata nel 1575 da Ignazio Dante in

San Petronio. In seguito papa Alessandro VII lo sceglie arbitro nelle

controversie fra Ferrara e Bologna, causate dalle inondazioni del

Po, e più tardi sostiene contro il Viviani, che era per Firenze, gli

interessi del Papa a proposito delle inondazioni della Chiana. In tale

occasione assiste in Firenze alle tornate dell'Accademia. Nel 1665

nelle “Lettere astronomiche„ dirette al Falconieri “_Sopra la varietà

delle macchie osservate in Giove, e loro diurne rivoluzioni_„, spiega

il variare di dette macchie ammettendo che Giove roti sul proprio

asse in ore 9,56'. Nel febbraio 1666 fa la stessa osservazione per

Marte, e calcola la rotazione avvenga in 24 ore 48', e nell'ottobre

trova che ciò si avvera anche per Venere. In questo frattempo pubblica

pure le osservazioni e le tavole dei satelliti di Giove. Quest'ultime

fecero tale impressione su Picurd, che stimò fortuna per la Francia

poter avere così insigne astronomo; e tanto insistè presso il ministro

Colbert, da indurlo ad offrire al Cassini il posto di astronomo

reale, e direttore dell'erigendo Osservatorio astronomico, nominandolo

nello stesso tempo membro dell'Accademia. Declinò da prima il Cassini

l'onorifica offerta; ma alla fine, pensando forse che il favore che

godeva presso il papa Alessandro VII anche Galileo l'aveva goduto

presso Urbano VIII, il che non aveva impedito, che fosse consegnato

all'Inquisizione e condannato, a gran malincuore si decise ad

accettare, per poter con maggior tranquillità e sicurezza continuare

i suoi studi prediletti. Nel 1669 si portò a Parigi, dove pubblicò non

meno di 165 memorie di astronomia, 11 di fisica, sei opere, lasciandone

altre tre incomplete; fra l'altre una cosmografia in versi italiani.

Come Galileo, verso la fine della sua laboriosa carriera, perdè il bene

supremo della vista, e placidamente ad 87 anni si spense.

Nella direzione dell'Osservatorio gli succede, da prima il figlio

minore Giacomo, poi il nipote Cesare Francesco, da ultimo il pronipote

Giacomo Domenico, che lascia nel 1793 l'Osservatorio, e muore a 97

anni nel 1845. E così l'Italia, oltre ad altri scienziati, dà alla

Francia quattro generazioni di astronomi, e contribuisce in tal modo

a propagarvi il culto delle scienze che ebbe culla da noi. La Francia

a sua volta diffonde nel '700 l'amore alle scienze in Germania, e nel

secolo nostro la Germania evangelizza alla scienza la Russia.

Dello Stenone, benchè di origine danese, dirò pure brevemente; non

tanto perchè fu membro corrispondente dell'Accademia del Cimento,

quanto per l'importanza degli argomenti da esso trattati, ai quali

fornì materia la Toscana stessa, che lo accolse cittadino.

Anatomo e fisiologo distinto, nel 1666 lascia Parigi, e latore di

lettere di raccomandazione di Thèvenot per Borelli, si fissa in

Firenze, dove s'accaparra subito, per le eminenti sue qualità, la stima

e l'affetto di tutti gli scienziati. Da Luterano passa alla religione

cattolica, e Ferdinando II lo prende al suo servizio e gli permette

di continuare le ricerche anatomiche e fisiologiche nell'arcispedale

di Santa Maria Nuova. Pubblica gli elementi di miologia, ne' quali

spiega la natura, la struttura, l'azione dei muscoli. Come molti dei

convertiti, diventa cattolico ardente, scrive dotte dissertazioni

su quistioni di fede, e viene in conseguenza nominato Vescovo in

partibus, e più tardi Vicario Apostolico del Nord. Lascia quindi lo

studio dell'anatomia e della fisiologia, per dedicarsi interamente alla

mineralogia ed alla geologia, scienze da lui, si può dire, fondate, e

dà alle stampe l'opera sua più importante “_De solido intra solidum

naturaliter contento_„. In essa rammenta le doppie piramidi del

quarzo, i cubi della pirite, gli ottaedri del diamante, le tavolette

esagonali del ferro oligisto..... e fa specialmente osservare che,

se fra cristallo e cristallo della stessa materia possono apparire

delle differenze, sopra tutto nella grandezza delle facce, resta però

costante l'angolo che esse fanno fra di loro; gettando così le basi

della cristallografia.

E studiando la crosta terrestre trova che è costituita da strati

paralleli sovrapposti, depositati certo dalle acque, contenendo essi

quantità di resti organici e specialmente di conchiglie marittime,

fossilizzati; per cui in origine detti strati dovevano essere

orizzontali. Ma mostrandosi ora ondulati, inclinati, mischiati, devono

aver agito potenti cause, quali eruzioni vulcaniche, avvallamenti,

terremoti, per produrre tanto sconvolgimento. A periodi di maggiore

attività vulcanica seguirono periodi di calma, ed il mare ricoprendo

ogni cosa, depositò nuovi strati, che anch'essi sconvolti hanno dato

luogo al sollevamento ed all'inabissarsi di altre montagne. Nella

Toscana distingue non meno di sei periodi.

Come fervente cattolico si sforza di mostrare che le deduzioni cui è

giunto non sono contrarie a quanto narra la Bibbia; ma evidentemente

non dà alle sue proposizioni lo svolgimento intravvisto dall'acuta sua

mente. Nei limiti impostisi, sia per convinzione personale, sia per

forza di circostanze, nessuno però ha considerata la geologia da un

punto di vista più largo, nè ha emesso tante nuove idee, confermate in

seguito dai fatti.

Eppure l'opera sua rimase presso che ignorata, e solo nel 1831 il

celebre geologo Elie de Beaumont, dandone un ampio estratto in una

memoria inserita negli Annali delle scienze naturali, la rivendica ai

dovuti onori. Più fortunato di Galileo, Stenone potè morire in pace,

senza vedere i suoi scritti posti all'indice; chè l'opposizione di Roma

alle vedute della geologia, e più dell'antropologia, è nota. Il che non

arresterà il cammino della scienza, che per essere verità è religione.

Negli ottant'anni del periodo galileano e dell'Accademia del Cimento

l'Italia brilla di vivissimo splendore, e sorge maestra a tutto il

mondo. Disciolta l'Accademia segue un'epoca di continuo decadimento.

Le esperienze però descritte nei “_Saggi_„ è naturale che non

rappresentino tutto quanto in quell'epoca fortunata fu acquisito

alla scienza. Ma, se era doveroso rispetto rammentare i lavori

dell'Accademia nell'ordine stesso nel quale furono eseguiti, riescirà

forse più chiaro raggruppare le ricerche che ebbero luogo in seguito a

seconda del tema trattato.

Dell'esperienza sui tubi capillari eseguita dall'Accademia del Cimento

per provare se la pressione atmosferica influisca sul fenomeno, ho

già detto; giova notare che i fenomeni di capillarità furono per

primo osservati dal sommo Leonardo da Vinci, e direi quasi riscoperti

e studiati con amore dall'Aggiunti, che spiegò con essi l'ascendere

dei liquidi nei vasi dell'organismo, il nutrirsi delle piante, il

conservarsi dei fiori in molle, il cibarsi delle variopinte farfalle

a mezzo della proboscide.... Fu l'Aggiunti caro oltremodo al Galileo.

Chiamato dalla Veneta Repubblica a coprire la cattedra del gran

filosofo in Padova, preferì restarsene professore a Pisa dove,

rapito alla scienza, morì nel 1630 giovanissimo, correndo la sua età

col secolo. Le osservazioni però meglio approfondite sui fenomeni

capillari, e sulle attrazioni e ripulsioni fra corpi galleggianti, a

seconda della forma dei menischi, sono dovute al Borelli, che le eseguì

e pubblicò all'infuori dei lavori fatti in comune nell'Accademia del

Cimento.

Son note le lagrime Bataviche, goccioloni di vetro rapidamente

raffreddato che vanno in briciole quando si rompa l'estremità della

loro codetta; nè si conosce chi primo le abbia prodotte. Dall'Olanda

entrarono nel mondo scientifico, e di lì il loro nome. Dobbiamo a

Gemignano Montanari, nato in Modena nel 1633, uno studio su dette

lagrime “_Speculazioni fisiche sopra gli effetti dei vetri temperati_„

nel quale per primo dà come causa del fenomeno la forte tensione

superficiale del vetro. Le così dette Bocce di Bologna, che si

rompono lasciandovi cadere un pezzettino di pietra focaja, sono assai

posteriori, e furono illustrate dal Balbi, professore di fisica a

Bologna nel 1740.

Una delle curiosità scientifiche del seicento, ed intorno alla quale

tutti più o meno si affaticarono, si fu la fosforescenza. Ancora

Aristotile e Plinio conoscevano la luce fosforescente emessa da certi

insetti, da materie in putrefazione, dal mare. Plinio parla di pietre

luminose “_carbunculus, selenites_„ delle quali non conosciamo la

natura; ed Alberto il Grande sapeva come il diamante, moderatamente

riscaldato, emetta luce all'oscuro. Era pure noto che lo zucchero, il

quarzo e qualche altra materia, sfregati fra loro, o pestati, danno una

leggera fosforescenza.

Nel 1604 Vincenzo Cascariolo, calzolaio bolognese, occupandosi a

tempo perso di alchimia, calcina, fra i carboni, della pietra tolta

alle falde di monte Paterno, e s'accorge che, esposta preventivamente

ai raggi del sole, e ritirata in luogo oscuro, si mostra luminosa. È

il così detto fosforo di Bologna, un solfuro di Bario ottenuto dalla

riduzione a mezzo del carbone dello spato pesante.

Non è a dirsi quanto rapidamente si propagasse la scoperta, che offerse

tema di studio allo stesso Galileo e a tant'altri suscitando una gara

per trovare nuove materie fosforescenti. In tal modo se ne avvantaggiò

la chimica colla conoscenza di altri corpi, quali il fosforo di

Baudoin, il fosforo di Homberg, il vero fosforo ottenuto nel 1669 da

Brand, il fosforo di Canton....

E già che siamo a ragionare di ricerche che sì strettamente si

collegano colla chimica, mi sia concesso, ad onore di un nome caro

a noi tutti e alla scienza, degno pronipote di illustri antenati

segnalatisi nello studio della natura, di rammentare le esperienze,

eseguite verso il 1694, da Targioni ed Averani sulla combustione del

diamante. Fra i molti, un bel diamante di 8 grani, esposto ai raggi

del sole concentrati colla grossa lente da Benedetto Bregans donata

nel 1690 al Gran Duca Cosimo, e tutt'ora esistente nella Tribuna del

Galileo, dopo 28-1/2 minuti completamente bruciò, mostrandosi così,

nulla più nulla meno di un pezzetto di puro carbone, ma cristallizzato.

Anche Francesco di Lorena Granduca di Toscana all'estinzione della

casa Medici, e che fu poi Francesco I di Alemagna, fece trattar col

fuoco per oltre a 6000 fiorini di diamanti, nella speranza di fonderne

diversi piccoli in uno grosso, e trovar modo così di rifornire

l'esausta sua cassa. Ma i diamanti andarono in fumo, o per essere più

precisi, combinandosi coll'ossigeno, svanirono nell'aria, sotto forma

di anidride carbonica.

Nell'agosto 1609 Galileo presenta il primo cannocchiale al Senato

di Venezia. Nel 1617 immagina il suo “_Celatone_„, due cannocchiali

fissati ad una specie di morione, per poter con questo binocolo

osservare da una nave i satelliti di Giove allo scopo di determinare

le longitudini. E già che siamo in pieno seicento, mi sia concesso

aggiungere: e dopo aver spaziato per le vie del cielo, il binocolo ci

serve ora ad ammirare le stelle della terra.

A quello del Galileo subentra ben presto il cannocchiale astronomico,

ideato dal Keplero.

Oltre Galileo, e come abbiamo veduto il Torricelli, riuscì pure

eccellente costruttore di cannocchiali Eustachio Divini di San

Severino, al quale si deve anche un importante perfezionamento del

microscopio, che rese più chiaro e di maggiore ingrandimento col

comporre di due lenti ciascuno, tanto l'obbiettivo che l'oculare.

A lui rivale nella costruzione de' cannocchiali era Giuseppe Campani,

romano, che portò la distanza focale degli obbiettivi fino a 136

piedi, e fornì a Luigi XIV lo strumento, con cui il celebre Cassini

scoprì i satelliti di Saturno. Anzi, ad una speciale disposizione delle

lenti dell'oculare, che s'usa tutt'ora, è rimasto il nome di “Oculare

Campani„.

Nè va dimenticato come il primo a sostituire alla lente obbiettivo uno

specchio concavo fosse Niccola Zucchi di Parma, che costruì il primo

telescopio riflettore nel 1616.

Tuttavia, mentre l'Italia fornisce per lungo tempo i migliori

cannocchiali, e l'Accademia del Cimento splende di viva per quanto

breve luce, le osservazioni astronomiche, somma gloria del Galileo,

colla partenza del Cassini, giacciono pressochè trascurate.

Fatale influenza di Roma che schiaccia nell'Italia asservita ogni

aspirazione alla ricerca del vero. In Francia invece sorge il grande

Osservatorio di Parigi ultimato nel 1672; in Inghilterra quello famoso

di Greenwich inaugurato nel 1675; in Germania quello di Berlino fondato

nel 1700.

L'invenzione del cannocchiale e del microscopio a prima vista sembra

culminante, e tale da aver fatto fare alla scienza dell'ottica un

passo gigantesco. Se noi giudichiamo dai vantaggi recatici dai due

importantissimi strumenti, certo dobbiamo collocarli al primo posto.

Col cannocchiale spazia lo sguardo nell'immensità de' cieli. Dal caos

della Bibbia, dove la materia allo stato aeriforme riempie l'infinito,

si vien formando nella fuga dei secoli il cielo stellato, ed ogni

stella fissa avrà i suoi pianeti, composti di egual materia, per

quanto vari in grandezza, temperatura, condizioni di moto. E a tutta

l'infinita varietà de' corpi celesti presiederanno le leggi immutabili

dell'indistruttibilità della materia, della conservazione dell'energia,

dell'attrazione. Perchè in natura non esiste ripulsione; tutto è

infinita sapienza, sommo amore.

Attraverso l'immensità dell'etere giunge a noi, sotto forma di raggio

luminoso, il fremito del più remoto astro; quel raggio è il saluto del

lontano fratello alla sorella la terra. Quel raggio, rifratto da un

prisma nel cannocchiale, è il messaggero che narra la storia del cielo.

Mirabilissima potenza dell'ingegno umano! Il quale, armato del

microscopio scende nelle infinite latebre di una goccia d'acqua, e vi

discerne miriadi di esseri organici, come le stelle nel firmamento,

e li distingue, li classifica, e trae argomento a combatterli, per

risparmiare lutti e sventure. E con attento occhio osservando, spia la

costituzione della materia cerebrale, e se gli venga fatto di scoprire

il mistero del pensiero, di quest'atto fisico, che fa turbinare in sì

piccolo spazio l'immensità del creato.

Eppure, per l'invenzione dei due importantissimi strumenti, nota già

essendo la rifrazione, la teoria dell'ottica non si è avvicinata di

un passo alla spiegazione dei fenomeni luminosi; non ha che messo a

disposizione delle scienze nuovi e potenti mezzi di ricerca.

Trovare la causa del perchè un bastone tenuto obliquo nell'acqua

sembri spezzato, lo spato islandico faccia vedere doppi gli oggetti,

o le piume del collo d'un piccione compariscano iridescenti: ecco un

problema assai più interessante per la teoria dell'ottica di tutti i

microscopi e cannocchiali.

E per fortuna, l'onore d'averlo risolto spetta ad un nostro italiano

che per primo gettò le basi della teoria delle ondulazioni luminose.

Francesco Maria Grimaldi, nacque nel 1618, morì nel 1663 in Bologna

sua patria. Apparteneva all'ordine dei Gesuiti, e l'importantissima

sua opera “_Phisico-Mathesis de lumine, coloribus et iride aliisque

adnexis, libri duo_„ non comparve in Bologna che due anni dopo

la di lui morte. Contenendo essa nuove teorie avrà forse dubitato

dell'accoglienza che avrebbe potuto trovare presso i suoi superiori,

e temuto non avesse a suscitargli contro delle persecuzioni.

Contemporaneo del Cavalieri, entrambi coltivarono di preferenza

l'ottica, il primo, trattandola dal lato matematico, Grimaldi da quello

sperimentale.

Facciamo entrare in una stanza oscura, attraverso un foro praticato

nelle imposte, un fascio di raggi solari, ed interponendo una sottile

asticina opaca raccogliamo la luce su d'uno scremaglio. Dovressimo

osservare un'ombra contornata dalla sua penombra; invece si trova

che l'ombra fisica è più larga di quella geometrica, e contornata da

frange colorate e da frange oscure. Quest'è la prima esperienza del

Grimaldi. La seconda che si potrebbe enunciare “luce aggiunta a luce dà

tenebre„ è la seguente: pratichiamo nell'imposta due forellini vicini

uno all'altro, e raccogliamo la luce a tale distanza, che i due fasci

si sovrappongano in parte. Ciascuno dei forellini da solo darebbe

un disco luminoso più chiaro nel mezzo che ai bordi; agendo insieme

invece, dovrebbero dare due dischi luminosi, colla parte sovrapposta

più chiara. In realtà la parte centrale è più chiara, ma comparisce

limitata da bordi oscuri che vengono così a cadere in parti dove ogni

disco per sè avrebbe dovuto essere luminoso.

Su queste due esperienze, in apparenza così poco concludenti, si

esercita l'ingegno del Grimaldi per trarre i fondamenti della teoria

delle ondulazioni. Infatti solo due movimenti di ordine inverso,

condensazione e rarefazione, fase positiva e fase negativa, possono

elidersi, e dare mancanza di luce o bordi oscuri, e nella prima

esperienza frange oscure. Se ciò che entra dai fori non fosse un

movimento, ma qualche cosa di materiale, là dove cade in maggior copia,

si dovrebbe aver sempre più luce.

Grimaldi paragona il modo di propagarsi della luce a quello delle

onde generate da un sasso sulla superficie dell'acqua, e suppone un

fluido leggerissimo, che urtato dal corpo luminoso, trasmetta vibrando

la luce. Anzi intravede, facendo un paragone col suono, che, come

in acustica al maggior numero di vibrazioni corrisponde un suono più

acuto, in ottica alle vibrazioni più o meno rapide del corpo luminoso

corrisponda luce diversamente colorata.

In altro capitolo, a maggiore conferma del suo modo di vedere, analizza

il caso di luce bianca, che per effetto di semplice riflessione può

comparire colorata, ciò che realizza facendo riflettere un fascio

di luce da una lamina di metallo finemente striata, ottenendo così

l'iride, o lo spettro, da lui stesso chiamato di diffrazione.

Ed è a questo medesimo sistema che, usando gli splendidi reticoli del

Roland, noi ricorriamo presentemente per avere lo spettro normale

del sole; spettro nel quale leggiamo a chiare note la costituzione

e natura del sole stesso. L'iridescenza del collo del piccione non è

che un fenomeno dello stesso ordine, e la luce si riflette su d'una

superficie, per la conformazione delle piume, finemente striata.

Mirabilissima deduzione questa del Grimaldi, che in altra epoca avrebbe

sollevato il plauso universale, e rimase invece affatto dimenticata,

finchè d'oltre monte non fu rimessa in onore, ampliata, perfezionata.

Degne di speciale menzione sono pure le esperienze del Grimaldi sul

fenomeno così detto della dispersione della luce; sull'iride cioè che

si ottiene facendo rifrangere la luce del sole in un prisma. Fu esso

che pel primo mostrò come il fascio di raggi luminosi, attraversando il

prisma, s'allarghi, e che considerò i colori come dipendenti dalla luce

che illumina i corpi; che ammise una diversa velocità di propagazione

del moto vibratorio in rapporto al numero delle vibrazioni, e

che previde la luce propagarsi con minore velocità nei corpi più

rifrangenti.

Pochi anni dopo Grimaldi, il Newton illustrò ampiamente il fenomeno

della colorazione della luce nei prismi, ed emise per ispiegare i

fenomeni ottici la famosa teoria delle emanazioni, considerando la

luce come qualche cosa di materiale che, al pari dell'odore, esali dai

corpi.

Nessuna meraviglia quindi che l'opera del Grimaldi, che riteneva la

luce una forma di moto vibratorio, rimanesse affatto negletta di fronte

all'immensa autorità di cui godeva il Newton. Il Göthe, nella sua

teoria dei colori, chiama il Grimaldi versato in tutte le sottigliezze

della dialettica, e giudica poco serio il di lui lavoro.

Del resto quanto possa l'autorità di un uomo per ribadire degli errori

ed arrestare per un certo tempo il progresso, se anche non ne avessimo

avuto un grande esempio in Aristotile, ne avressimo uno nel Newton.

Nel 1690 Huyghens dà alle stampe il suo “_Trattato sulla luce_„. In

esso, per ispiegare il fenomeno della doppia rifrazione ricorre alla

teoria delle ondulazioni, e tanto, e sì profondamente la svolge da

poter render ragione colla stessa di tutti i fenomeni ottici allora

conosciuti. Ebbene, il lavoro dell'Huyghens, per quanto profondo e

persuasivo, rimase affatto dimenticato. Nè valse a tirarlo dall'oblio

l'autorità dell'Euler che dal 1746-1752 prese a difendere la teoria

delle ondulazioni. — Nel 1801, Young, facendo meglio risaltare

il principio delle interferenze luminose, la sviluppa ancora più

ampiamente. Ma perfino il suo lavoro rimase non curato. Solo nel 1815

riuscì a Fresnel, sostenuto da Arago, contro Biot e Poisson, partigiani

del Newton, di rivendicare la teoria delle ondulazioni; illustrandola

colla famosa esperienza degli specchi, che portano il di lui nome, e

sviluppandola al punto che, infine, fu da tutti accettata. — Quasi

duecento anni occorsero, perchè la più bella teoria della fisica

potesse trionfare, e con essa fosse reso il dovuto onore al Grimaldi

suo divinatore. Anzi, se si tien conto che la teoria delle ondulazioni

ha bandito finalmente dalla fisica i fluidi imponderabili, creati per

mascherare la nostra ignoranza; che magnetismo, elettricità, calore,

luce, azione attinica, non sono in grazia alla medesima che fenomeni

della stessa natura, diversi solo per numero di vibrazioni; che tutto

dunque giudicato alla stregua di sì splendida teoria, si unifica; trovo

la concezione del Grimaldi altrettanto fondamentale per la fisica,

quanto il principio di inerzia del Galileo per la meccanica, la legge

di gravitazione del Newton per l'astronomia, la teoria atomica del

Dalton per la chimica. — Materia e moto, indistruttibilità di quella,

conservazione e trasformazione di questo. Unità nell'infinita varietà.

Fra i molti problemi intorno ai quali si esercitarono maggiormente i

fisici del 600, abbiamo visto figurare la pressione dell'aria, la sua

dilatazione pel calore, l'ebullizione dei liquidi, la forza elastica

del vapore. — Ed ecco come da un complesso di nozioni pian piano

acquisite alla scienza sorge poi tale un'invenzione, che ha sconvolti

gli usi della vita, rotte le barriere fra le nazioni, rialzato

l'operaio dalla materialità del facchino a dignità d'uomo pensante,

rinnovellate le industrie; — intendo parlare della macchina a vapore.

Naturalmente essa non poteva uscire completa dalla mente di un solo, e

tutte le nazioni fanno a gara per attribuirsi la lor parte di merito.

Da noi non mancò qualche tentativo per adoperare il vapore come forza

motrice. Ragionando sull'eolipila di Erone Alessandrino, il Porta,

ancora nel 1601, si domanda in quante parti d'aria, come allora

chiamavasi il vapore, si trasformi un dato volume d'acqua, e riesce con

un semplicissimo apparecchio a sollevar l'acqua, per sola pressione di

vapore. Nel 1629 Giovanni Branca, architetto della chiesa di Nostra

Donna di Loreto, pubblica un trattato “_Delle macchine artificiose,

tanto spirituali che animali di molto artificio per produrre effetti

meravigliosi_„ nel quale propone che una grossa eolipila getti il

vapore contro una ruota a palette, destinata a far muovere un piccolo

mulino. Ma qui finiscono i titoli nostri per l'applicazione diretta del

vapore quale forza motrice. Non va dimenticato però, che le esperienze

e le leggi su cui la portentosa macchina posa, quasi tutte in Italia

per primo furono eseguite o dedotte.

Era in Inghilterra, dove l'attività industriale è più fiorente, che

maggiormente si sentiva il bisogno di utilizzare le forze della natura.

Nel 1655 il marchese di Worcester pubblica le sue cento invenzioni, ed

ottiene un brevetto per una macchina a vapore atta a sollevar l'acqua.

Nel 1681 e seguenti, l'infelice Papin, dopo aver soggiornato qualche

tempo in Inghilterra, comprende il vero spirito delle macchine a

vapore, inventa la pentola che porta il di lui nome, la valvola di

sicurezza, e giunge persino a mandare un battello sul Weser, per morir

povero e dimenticato in una soffitta, fra i rottami delle sue macchine.

— Segue Savary nel 1698. Con Newcomen e Cowley nel 1705 ci troviamo di

fronte a una vera macchina a vapore che aspetta il suo perfezionamento

da Watt, per correre con Stewenson e Fulton da un capo all'altro del

mondo.

Vediamo ora l'Italia, che ha dato per prima il melodramma, costruito il

pianoforte, perfezionato tant'altri strumenti; “la terra dei fiori, dei

suoni, dei carmi,„ quanto abbia prodotto nel campo dell'acustica.

Ancora nel XI secolo Guido d'Arezzo inventa le note, e le nomina colle

prime sillabe d'ogni versetto dell'Inno di San Giovanni. — Giuseppe

Zerlino, nato a Chioggia nel 1540, e Vincenzo, padre del Galileo,

scrivono di musica teorica; ma la parte fisica dell'acustica incomincia

solo con Galileo Galilei. Fu esso a dimostrare che per corde eguali

ed egualmente tese, la durata di oscillazione è proporzionale alla

loro lunghezza. Provò pure che l'acutezza del suono sale o scende

col crescere o diminuire delle vibrazioni. Avvertì, che strisciando

dolcemente con un dito bagnato il bordo d'un bicchiere, contenente

dell'acqua, si ottiene un suono, e fin che esso dura la superficie

dell'acqua si increspa, producendo una specie di stella. E si domanda:

se non sarebbe possibile fissare queste figure acustiche per poterle

con più agio studiare. Rammenta allora l'esperienza occorsagli con una

lastra di ottone, che messa in vibrazione e cospersa di rena, questa

si disponeva in una serie di linee distribuite con simmetria. Sono le

belle figure illustrate poi dal Cladni, e note sotto il di lui nome; ma

prima d'ogni altro ottenute dal Galileo.

Ho già detto delle esperienze eseguite in Firenze dal Borelli e dal

Viviani, e riportate nei “Saggi„ sulla velocità di propagazione del

suono, che dettero per risultato un valore di ben poco differente da

quello ammesso presentemente. Nè so comprendere come di queste nostre

esperienze non si faccia mai cenno nei libri di fisica italiani, ne'

quali si riportano regolarmente quelle eseguite in Francia. — Va pure

notato che il primo a mostrare come la velocità di propagazione del

suono aumenti col crescere della temperatura fu il medico Bianconi.

I risultati delle esperienze da esso eseguite a Bologna a temperature

di -2 a +28° R. sono riportati in un opuscolo “Della diversa velocità

del suono„. (Venezia, 1746).

Newton, che introdusse pel primo l'analisi matematica nelle quistioni

acustiche, calcolò teoricamente la velocità di propagazione del suono;

ma trovò che risultava solo 5/6 di quella data dalle esperienze. Per

metter d'accordo i due risultati furono escogitate numerose ipotesi;

ma il primo che accennò alla vera causa fu il nostro Lagrange, senza

però svolgere completamente l'idea balenatagli. Sicchè durante tutto

il settecento la quistione interessò in sommo grado tutti i cultori

delle scienze, e solo nel 1816 La Place mostrò che realmente bisognava

recare la correzione ideata dal Lagrange; perchè, mentre la temperatura

dell'ambiente non varia col propagarsi delle onde sonore, compensandosi

il freddo prodotto dalla rarefazione col maggior calore prodotto dalla

compressione, questa variazione di temperatura nelle parti dell'onda

modifica però l'elasticità dell'aria, e con ciò la velocità di

propagazione del suono.

Un altro problema della più alta importanza, che si proposero, non

solo i cultori della fisica, ma ben anco i maestri di musica, i

matematici, i filosofi, fu quello di trovare la ragione, perchè due

suoni armonizzino quando fra i numeri delle loro vibrazioni esista un

rapporto semplice, mentre in caso diverso, o se il rapporto semplice è

appena alterato, riescono dissonanti.

Fortunatamente alla risoluzione del problema contribuirono in larga

parte due italiani.

Verso la metà del seicento Marigni inventa la sua “Trombetta Marina„,

che viceversa non era poi una trombetta, e nemmeno un istrumento

a fiato, bensì una specie di grosso sonometro. Su d'una cassa di

risonanza di forma piramidata era tesa una corda, che dava una nota

stridula, somigliante a quella di una trombetta, in causa del tremito

della staffa cui era raccomandata la corda contro la cassa stessa sulla

quale posava leggermente.

A mezzo del suo strumento mostrò, non solo che si può ottenere dalla

corda un seguito di note i cui numeri di vibrazione crescono come

la serie dei numeri interi; ma ben anco che queste medesime note

accompagnano la fondamentale, e si possono percepire separatamente,

toccando leggermente la corda in vibrazione alla sua metà, terzo,

quarto, ecc. Sono questi i toni armonici, o meglio superiori, dai

quali appunto, oltre il timbro musicale, dipende anche la consonanza.

E coi medesimi, a definire l'armonia concorrono, o li suppliscono se

mancanti, i suoni detti di Tartini.

Nacque Tartini nel 1692 a Pirano d'Istria, e fu destinato al

sacerdozio. Ma lasciò ben presto la teologia per la legge, anzi, per

essere più precisi per la scherma, sua passione favorita. Ammogliatosi

segretamente, appena s'accorge d'essere incorso nella collera dello

zio, il cardinale Cornaro, abbandona la moglie, e si ritira nel

convento di Assisi. La calma del chiostro e sopratutto la compagnia

d'un bravo monaco, esperto in musica, risvegliano in lui una latente

passione per quest'arte geniale, così che in due anni diventa famoso

nel suonare il violino. Calmatosi lo sdegno dello zio, lascia il

convento, e in un concerto a Padova rapisce talmente gli uditori, che

la sua fama corre da un capo all'altro d'Italia.

Nel 1714 avverte che quando si suonino ad un tempo due note, se ne

percepisce una terza più bassa; per esempio: con un DO₃ ed un LA₃ si

sente un FA₂.

Chiamò questo nuovo tono, dato dalla combinazione degli altri due “il

suo terzo suono„; e fu poi detto di Tartini.

Ora questi terzi toni, quando il rapporto fra le due note che li

generano non sia preciso, possono dar luogo ai battimenti, segnano

quindi la disarmonia e suppliscono là dove mancano i toni superiori.

Interessante si è il sapere che Tartini nel suo “Trattato di

musica secondo la vera scienza dell'armonia„ (Padova 1754) e nella

“Dissertazione dei principi dell'armonia musicale contenuta nel

diatonico genere„ (Padova 1767), non solo parla del suo terzo suono, ma

espone l'idea che desso concorra nel definire l'Armonia.

Ed appunto sui toni armonici messi per primo in evidenza dal Marigni,

sui battimenti illustrati dal Saveur, e sui toni di Tartini, detti poi

di “sottrazione„ fonda Helmholtz la mirabile, e semplice sua teoria

della consonanza.

Nel campo del magnetismo e dell'elettricità, all'infuori delle poche

cose tentate dall'Accademia del Cimento, scendiamo fino a Beccaria

prima di trovare qualche lavoro d'una certa importanza. Nel 1753

pubblica un'opera “Dell'elettricismo naturale ed artificiale„ e

nel 1775 una seconda “Sull'elettricità atmosferica a cielo sereno„;

preludio agli importanti lavori eseguiti poco appresso in Italia. È poi

noto come una delle esperienze per mostrare la sede dell'elettricità

sui buoni conduttori si faccia ancor oggi a mezzo d'un apparecchio

chiamato “Pozzo di Beccaria„. Anche Tiberio Cavallo napoletano,

eseguì, sopratutto in Inghilterra, molte osservazioni sull'elettricità

atmosferica, che assaggiava a mezzo di un suo elettrometro.

I progressi della fisica e dell'elettricità in ispecie nell'ultimo

quarto del 700 si collegano troppo strettamente colle prime scoperte

del 1800, per poter essere qui con utilità, sia pur di volo accennati.

Quanto cammino lo svolgersi dell'umano pensiero!

Alle incerte notizie d'una civiltà orientale, a quelle più sicure

dei Caldei e degli Egiziani ecco sovrapporsi la splendida civiltà

greca, speculativa ed artistica per eccellenza, che ci tramanderà

con Aristotile il vangelo scientifico su cui giureranno per lunghi

secoli le generazioni future, e con Anassagora e poi Epicuro l'idea

Atomistica, che rifatta sulle basi dell'esperienza, sarà leva

potentissima allo sviluppo delle scienze e della Chimica in modo

particolare.

Coll'invasione degli Arabi vediamo dispersa la famosa scuola

Alessandrina, e tesori di sapere, sopratutto nel campo filosofico e

matematico perduti. E mentre la più fitta tenebra della barbarie pare

voglia stendersi per ogni dove, ecco gli Arabi stessi, che si fanno

cultori delle scienze, danno novello impulso agli studi astronomici e

chimici, e risvegliano, co' profughi greci, il culto alle scienze anche

in Occidente. Ma breve è il periodo, e strana cosa, un popolo giunto

rapidamente ad un elevato grado di civiltà, torna pressochè nomade alle

sue terre.

Per lunghi secoli nelle Università che s'erano venute formando per

prime in Italia, dove maggiore era il bisogno d'emanciparsi dai ceppi

d'un'istruzione, diretta solo da ecclesiastici, non si insegna che ciò

che dagli antichi ci pervenne, non si riconosce che Aristotile. Epoca

ingloriosa, appena marcata di quando in quando da qualche accenno a

novità, subito represso.

Ma l'aurora dell'Umanesimo spunta appena in Italia, che già le arti e

la letteratura, con gigantesco progresso illuminano della luce più viva

i secoli XIV, XV, XVI; nè la scienza può rimanere estranea a questo

ridestarsi di ogni attività, e con Galileo getta le basi di quella

filosofia positiva, che, caratterizzata dal motto della Accademia del

Cimento _Provando e riprovando_ sarà base incrollabile allo svolgersi

ulteriore dell'umano pensiero. Splendida epoca, orgoglio nostro, ed in

modo particolare di questa terra toscana, sorriso d'Italia.

Che vale l'opporsi dell'oscurantismo prepotente? Avrà i suoi martiri

anche la scienza, e saran seme di novello progresso.

E se le persecuzioni diraderanno le file dei cultori delle scienze

in Italia, sorgeranno i Newton, gli Huyghens e tant'altri, a strappar

nuovi segreti alla natura, chè la scienza è universale.

Certo l'amore del natìo loco fa rimpiangere che al periodo glorioso

di Galileo e dell'Accademia del Cimento, abbia fatto seguito un lungo

volger di anni scarso, in confronto alle altre nazioni, di messe,

benchè non privo di nobili ingegni che a quando a quando gettarono

sprazzi di luce foriera di nuovi veri.

E la sua parte nel decadimento scientifico d'Italia, specialmente nella

prima metà del 700, va data alle condizioni politiche della penisola.

La parte meridionale oppressa da un governo superstizioso e sleale,

che si regge sull'ignoranza de' popoli, a grande stento, e scarsamente

diradata dalle sapienti divinazioni del Vico, e dalle animose riforme

del Tanucci.

La media Italia in balìa di una corte pontificia, dove anche la geniale

od austera personalità di pontefici come i XIV Benedetto e Clemente,

s'infrange contro l'assolutismo del dogma e la tirannìa degli ordini

religiosi.

In Toscana fiacco il costume, fiacco lo studio, sonnolenta l'intera

esistenza per colpa di un governo, tanto più biasimevole quanto più

illuminato.

La Vita Italiana nel Settecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1895 · 第 92 / 100 题