Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non occorre scusarmene. Ogni
uomo che studia e ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente
se il discorso lo allontana dalle cose presenti e lo chiama a cose
migliori.
Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che aborre dalle memorie è
straniero anche al suo tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i
disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo incosciente.
Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze.
Non è senza ragion l'andare al cupo,
disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi infelici, l'uno
descrivendo le leggi dell'eternità, l'altro, del tempo. E l'uno
nell'eternità descrisse i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne.
L'uno e l'altro più che ai contemporanei parlarono a quelli che il loro
tempo avrebbero chiamato antico.
Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu solo sempre, e la
solitudine che all'uno parve elezione, all'altro necessità, fu destino
per entrambi, che non maledissero mai alla Fortuna, considerandola nel
_fatale andare_. L'epigrafe di Dante a sè è mesta, come l'autobiografia
di Vico; ma il dolore del genio non si estende sul destino della
specie.
I padri vostri condannarono Dante, quando non era Dante ancora; Vico,
vivente, non fu mai Vico per Napoli, per la città de' miracoli del
genio e dell'ignoranza. Le CXIV _degnità_ innanzi alla Scienza Nuova
sono come le terzine di Dante al sommo di una porta: parole di colore
oscuro. Perciò Vico non esiste nè anche oggi per molti, come non
esisteva Dante per Voltaire e Lamartine.
I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati e si dilatano sempre, e
ti ritrovi dentro quando credi esserne uscito _a riveder le stelle_.
Così ai tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo come
attraverso una selva, sotto l'imminenza di un altro giudizio niente
allegro per i potenti e pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa
ammogliarsi a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico a un certo punto
spezzare il circolo e ripetere: _Mundus adhuc juvenescit._
Ma noi, in tema di scienza, non dobbiamo lasciarci sopraffare dalla
fantasia. Dobbiamo rassegnatamente contenerci nel tema, e neppure in
tutto, bensì in quella parte che può capire nel discorso.
Il punto più oscuro per me nella storia del pensiero è stato sempre
questo: come fu, come è possibile che Vico non esiste ne' tempi suoi?
Io — dal Fedone platonico sino alle più recenti biografie su Bruno —
non conosco e non so immaginare una tragedia del pensiero più fosca
di quella di Vico; e m'induco a sospettare non sia stata piuttosto una
leggenda che una tragedia.
In fatti, è assai doloroso vedere ad un pensatore, ad un artista, ad
un benemerito della civiltà destinato il carcere invece del Pritaneo,
il patibolo invece de' primi onori. Pur si spiega. Ma vedere sotto il
silenzio passare un uomo che reca in mano la Scienza Nuova, vederlo
passare per la più bella e popolosa città d'Italia come in mezzo ad una
selva ne' tempi muti, è un fenomeno non pur desolante ma inesplicabile.
E sarebbe incredibile, se i documenti non resistessero al dubbio.
Che fu dunque? Fu oscuro? Ma non più di Dante, sotto il velame de'
versi strani, nè più di Bruno e di Spinosa, che pur meritarono l'onore
di qualche ammaccatura. Parve stranezza più che originalità ridurre
a scienza la storia de' fatti umani? E non parve stranezza minore
ai contemporanei di Copernico e di Galileo far girare la terra sotto
ai nostri piedi, e pur que' due ebbero gloria e protettori. E poi la
stranezza che rasenta o simula l'originalità è tante volte argomento
di fama, se non di gloria. Un uomo affatto non inteso dall'età sua
è un anacronismo, il quale è grottesco se non è follia. Può essere
un solitario sino a quando la sua teoria non si faccia luce nuova e
diffusa, ma il lampo se ne vede sempre.
E qui fermiamoci. Lasciamo stare gli _anacronismi_, i _miracoli_ del
genio, e le supposizioni metafisiche che si sono fatte a spiegare
l'oscurità di Vico tra' contemporanei. Quelle illustrazioni accrescono
l'oscurità. Vico fu un solitario.
Chiariamo.
Ogni teoria, ogni autore d'una teoria vengono in proprio tempo e luogo.
A questa storia del pensiero non poteva sottrarsi Vico che la costruì.
Gli anacronismi non sono dunque nella storia del pensiero ma delle
infermità umane.
“_Dunque Vico fu inteso ed ebbe, nel suo tempo, seguaci i Vichisti_.„
Così disse Poli e negò il fatto.
“_Vico non fu inteso, perchè la sua storia delle idee umane
presupponeva una metafisica della mente umana, che venne di poi_.„ Così
disse Spaventa e negò la teoria.
I vichisti contemporanei di Vico sono una favola; ed è un errore
affermare che un sistema possa derivare da una dottrina che nascerà
dopo. Le antecedenze di Vico non si troveranno in Germania presso Kant,
ma si trovarono in Italia e nel terzo periodo del Rinascimento. Anche
ad ammettere che sia venuto dopo chi lo abbia chiarito ed integrato,
ci aveva ad essere prima chi gli aprì la via e gl'indicò la traccia.
La famosa _proles sine matre nata_ possiamo lasciarla all'enigma del
Macduffo shekspeariano.
Insomma, raccogliendo il mio pensiero in forma chiara, vo' dire che
Vico fu piuttosto non approvato che non inteso, perchè non la teorica
mancò a lui ma la prova di fatto, quella appunto che più gli bisognava;
non fu giudicato oscuro ma _incerto_; e non fu, quindi, un anacronismo,
ma un solitario.
E i solitarii non sono eccezioni, sono pensatori che entrano nella
categoria di coloro che hanno larghe visioni e piccola prova. Vico, in
fatti, fece correre la storia ideale eterna sopra un piano angusto —
sul vecchio mondo greco-latino — e con poche fonti, fra le omeriche e
le dodici tavole. Intuizione immensa e prova scarsa.
La grandezza e novità dell'intuizione fu intesa da tutti; la povertà
della prova consigliava riserbo ed aspettazione di altri fatti.
_Aspettiamo la prova:_ ecco la solitudine intorno a Vico.
Aspettiamo la prova: non si poteva dire così a Copernico e a Galileo,
nè a Cartesio ed a Spinoza. In Vico è immediatamente visibile la
sproporzione tra l'immensità dell'intuizione e la portata de' fatti.
Se non dunque da' fatti, donde ei trasse l'intuizione che è il titolo
unico della sua gloria?
Non da Cartesio che aveva respinto — vano ingombro alla memoria — la
storia e le lingue; nè dal primo sè stesso, che nell'_Antichissima
Sapienza_ aveva attribuito parlari filosofici alle origini umane. Nella
_Scienza Nuova_ dimostra invece che il cammino dell'uman genere non
comincia da concetti filosofici, ma da grossolane immagini. Dal senso
si comincia, si sale alla fantasia, si arriva alla ragione; ed a questi
tre gradi della mente rispondono tre età, che egli chiama tempi divini,
tempi eroici, tempi umani.
Fermiamoci ancora. Abbiamo una successione di tempi secondo una
graduale evoluzione psichica, la quale comincia dal senso e perviene
alla ragione.
È dunque una filosofia della storia a base di una psicologia
naturalistica, che prende le mosse dall'evoluzione del senso. Egli dirà
di avere avuto presente il Verulamio e di averlo voluto integrare; ma
egli deriva dal Naturalismo italiano, che, da Telesio a Campanella,
aveva dato quell'indirizzo alla psiche.
E non è tutto. Quando le leggi della natura erano state determinate
da Leonardo a Galileo e le leggi del pensiero da Pomponazzi a Bruno,
la conseguenza inevitabile era determinare le leggi della storia. Vico
doveva essere la suprema parola della rinascenza italiana.
Così intesi — e lo proverò meglio in altra mia opera — l'evoluzione
dell'essere: Natura, pensiero, storia. La natura, organandosi, si fa
pensiero; il pensiero, consociandosi, si fa storia. Il fatto naturale
diventa pensiero; il pensiero diventa fatto storico. Quindi la natura è
inscienza; il pensiero è scienza; la storia è coscienza.
Ne' tre periodi del Rinascimento noi troviamo intera questa evoluzione
dell'essere, che si compie in Vico. Dopo, il nostro sapere è
importazione.
Del significato e del valore di questa importazione tratterò in altro
discorso, nel quale dimostrerò come la scolastica sia stata europea;
italiano il Rinascimento; e come dalle nuove correnti del pensiero
europeo sia stato perfezionato. Ora è chiaro come Vico sia stato non un
ignoto ma un solitario; e come abbia trovato nel Risorgimento italico
le antecedenze.
Una obiezione, prima di esaminare da un punto pratico il sistema di
Vico: — Come può allignarsi sul tronco del Risorgimento egli che in
ogni parte dell'opera sua introduce la _provvidenza?_
Si guardi bene: quella _provvidenza_ non è influsso esteriore, è insita
nel _senso comune umano_, che si move _usu exigenti, ut que humanis
necessitatibus expostulantibus_.
Ed ora esaminiamo il significato storico della _degnità_.