E, da ultimo, non dimentichiamo mai, o signore, che Vittorio Alfieri
non considerò la potenza del suo teatro tragico e in genere la potenza
dell'arte sua che come un mezzo per raggiungere una nobilissima meta:
il rinnovamento del carattere degli italiani, il riscatto civile e
politico d'Italia.
Nel preambolo del suo _Misogallo_, egli vi dice che vivendo,
palpitando, fantasticando, scrivendo, ebbe sempre davanti a sè tre
Italie: quella che fu, grande e gloriosa; quella che era al suo tempo,
abbietta e divisa; quella che sarà un giorno, indubbiamente grande e
gloriosa come l'antica. E da queste tre Italie egli attinse tutte le
sue ispirazioni; e al culto di queste tre Italie egli dedicò e consacrò
tutte le forze del suo ingegno fino al sacrifizio di ogni altro
dilettevole fine.
Io so che questa missione civile e politica farebbe ridere certi
nuovissimi poeti, i quali dicono che l'artista, se vuol essere davvero
rispettabile, si deve chiudere dentro una “torre d'avorio,„ e là
dentro vivere tutto nell'adorazione egoistica di sè e dell'arte sua,
dimenticando che fuori di quella benedetta torre vi è pur sempre il
consorzio umano col suo patrimonio di dolori grandi e di gioie scarse,
assetato di spirituali emozioni, affamato di verità e di giustizia.
Però, a quel tempo, non soltanto l'Alfieri ma tutti la sentivano
in modo diverso; e nel confronto non credo che noi abbiamo molto da
vantarci, guardando anche solo alla eccellenza artistica delle opere
compiute.
Quanto all'Alfieri, anche se il suo sacrificio fu grande, la ricompensa
fu certo invidiabile. Ne' suoi ultimi tempi, in mezzo alla tristezza
della vita che tramontava, in mezzo ai disinganni d'ogni genere, in
mezzo ai crucci e agli sdegni che suscitavano in lui le condizioni
miserrime d'Italia e la insolenza forestiera, giunto presso al momento
d'entrare nella storia, il nostro poeta, come si legge dei guerrieri
delle leggende, fu consolato da un superbo sogno, che potè esprimere
in bellissimi versi. — Egli vide nel futuro gl'italiani redivivi e in
armi contro la prepotenza straniera; e li vide (o gioia!) eccitati alle
virtù militari e civili da due potenti stimoli: il ricordo delle virtù
degli avi, e i versi di Vittorio Alfieri. Poi sentiva dalla Posterità
venirgli una voce di plauso che diceva:
... O vate nostro, in pravi
Secoli nato, eppur create hai queste
Sublimi età che profetando andavi!
Così egli raggiunse la meta più bella che un poeta, un artista possa
mai domandare. Vide l'opera sua non limitata al puro campo delle
lettere; vide dalla sua poesia scaturire una nobilissima corrente di
forze redentrici in pro del suo paese; e la sua figura di poeta grande
completarsi nella figura di grande cittadino.
Con l'Alfieri, infatti, l'Italia finalmente si ricorda che le lettere
possono e debbono avere un nobile ufficio. L'Arcadia muore davvero
con lui; ed egli diventa come il primo aureo anello di una nobilissima
catena della quale fanno parte tutti i più insigni e forti e generosi
spiriti ne' quali siasi poi compiacciuta e glorificata l'Italia.
Per questo il nome dell'Alfieri fu sempre invocato come un eccitamento
e come un auspicio. Per questo i suoi versi, mentre arroventavano sotto
il sole le plebi d'Italia, serpeggiavano nell'ombra delle congiure ed
erano adoperati come un vino generoso a fortificare i combattenti nelle
agonie delle prove supreme. Per questo Giuseppe Mazzini chiamò Vittorio
Alfieri il primo italiano moderno; e Vincenzo Gioberti attestò che,
solamente risorti a libertà e fatti virtuosi, gl'italiani sarebbero
stati degni di sdebitarsi con la memoria di Lui.