Fu ordinato prete nel '54; e, quando si condonino ai tempi licenziosi
e all'indole di lui, nato piuttosto per la famiglia che per la
chiesa, gli amori sentiti nell'animo o cantati nel verso più spesso
che esercitati nella vita, fu prete buono. E cristiano fu sempre dal
profondo dell'animo nell'alta, serena, cosciente, coraggiosa sua fede.
Da vecchio, se è vera la fama, non vedendo più il crocifisso nella
sala delle adunanze municipali, esclamò: — Dove non entra Cristo, non
entra il cittadino Parini! — e contro la prepotenza, l'ingiustizia, il
mal costume, si era levato sempre con ardore evangelico. Ad ogni modo,
se fu bene o male per lui il farsi prete, nessuno oggi può dire; ma
nessuno può dubitare non fosse ciò un bene grande all'arte ed anche
alla morale: perchè il Parini laico non avrebbe veduto quanto vide,
non avrebbe rappresentato quello che così vivacemente rappresentò,
con effetti non vani su' costumi, durevoli sulla poesia, gloriosi a
lui ed all'Italia. Quel po' di stima che tra i letterati milanesi gli
aveva procacciato due anni innanzi il libretto delle poesie di Ripano
Eupilino, nome arcadico allusivo al suo lago, non gli avrebbe infatti
schiuso le porte di casa Serbelloni, se egli non fosse stato sacerdote,
e per ciò insieme abate di casa e precettore ai duchini; nè dai
Serbelloni sarebbe passato educatore in altre case patrizie; nè senza
gli agi della vita che gli permisero lo studio e l'esercizio dell'arte,
senza l'agevolezza dell'osservare i costumi signorili da presso e
smascherati, avrebbe potuto pensare ed eseguire l'elegante e tremenda
satira del _Giorno_.
Il palazzo de' Serbelloni e la vivace e colta duchessa Vittoria Maria,
che iniziò il giovine prete alla conoscenza della vita aristocratica,
erano tali da mantenerlo per alcun poco nella buona stima che di
quella vita egli si fosse fatta giudicandone da lontano per le esterne
apparenze. I vizii del secolo e de' signori non gli erano ormai
ignoti, non foss'altro per le chiacchiere, i pettegolezzi, le rime
de' letterati borghesi amici suoi, per le poesie di canzonatura o
d'improperio in che la Musa meneghina si sfogava, per gli ammonimenti
che l'eloquenza verbosa e fiorita de' predicatori non si stancava di
far rimbombare nelle chiese stuccate e indorate. Ma altro è udire,
altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche per le stampe
la duchessa, e alla mano col medico e col precettore; i due cognati
Serbelloni erano ufficiali valorosi nelle milizie imperiali; grande
la casata, ricca, illustre. Ma il duca marito, da un lato, la duchessa
moglie, dall'altro: onde il Parini non seppe mordersi la lingua prima
che scossasse per quel contrasto, di cui si occupavano perfino alla
corte di Vienna, un pungente epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso e
prepotente il duca, che non si voleva veder tra i piedi quel pretonzolo
di Bosisio cui Maria Vittoria dava troppa confidenza. Alla mano la
duchessa, ma anche manesca. Una volta che, in villa, diede due schiaffi
alla figliuola d'un maestro di cappella ch'era là ospite sua, soltanto
perchè voleva tornare a Milano, il Parini non ci resse; prese la
ragazza e l'accompagnò dove essa voleva. Onde la padrona _si disfece_
di lui. Ed eccolo a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto
dell'avvenire, così povero nel presente da dover chiedere in rima e in
prosa a un amico il prestito di pochi zecchini:
Limosina di messe, Dio sa quando
Io ne potrò toccare, e non c'è un cane
Che mi tolga al mio stato miserando.
La mia povera madre non ha pane
Se non da me, ed io non ho danaro
Da mantenerla almeno per domane.
Miseria e, quel che è più crudele, miseria che doveva celarsi.
Entro ad un libro voi li riponete
Perchè nessuno se n'avvegga, e quello
In una carta poi lo ravvolgete;
Anzi lo assicurate col suggello
O pur con uno spago, e dite poi
Che consegnino a me questo fardello.
Col poscritto in prosa: “Sono senza un quattrino.... Non mostrate a
nessuno la mia miseria descritta in questo foglio.„ L'uomo e per ciò il
poeta erano ormai compiuti: il dolore matura la coscienza e l'arte.