Conchiudiamo.
Nel comico impareggiato, fecondo come pochi, se pur è vero ciò che si
narra del De Vega e del Calderon; de' più felici osservatori, de' più
sagaci imitatori della natura, salutatelo con simpatia reverente il
Goldoni e passate. Non gli chiedete la dipintura di affetti forti e
profondi, non li provò nè seppe descrivere; fin gli onesti spasimi di
Pamela lo turbano; quando la passione, rarissimamente, sbotta in alcuno
de' suoi personaggi egli crede darle linguaggio adeguato, scontorcendo
il periodo e mettendoci il verbo in fondo. Non gli chiedete che
s'avventi contro al corrotto costume col flagello della satira: a
tentare le fustigazioni pariniane nè l'animo suo fu inclinato, nè
la cura del queto vivere gliele avrebbe, se mai, consentite. Tutti
i personaggi della satira pariniana sfilano e più volte nelle sue
commedie, ma indistinti, lievi come ombre. Non gli chiedete neanche
la compiuta cronaca morale della sua Venezia: non vi trovereste tutto
quanto ne videro il De Brosses, il Casanova, il Rousseau; se alle molte
lodi che desiderò e meritò, una vi piaccia aggiungerne ch'e' non curò
meritare, dite ch'ei creò nel tempo della cipria e de' guardinfanti
una commedia democratica, e ai miseri splendori delle ultime baldorie
del patriziato contrappose sulla scena la vita lietamente povera de'
navalestri ruvidi e de' pescatori, delle loro donne festose ma pudiche,
modeste ma altere. Alla casa ov'ei nacque, là tra il ponte di Nomboli
e il ponte di Donna Onesta, sull'angolo di via Cà Cent'anni (fatidico
nome), se vi piaccia appendere ghirlande, inframmischiate al lauro le
rose; e il simbolo della sua gloria si congiunga col simbolo della non
mai turbata serenità dell'animo suo, onde parte di quella gloria gli
venne.
Non corone di quercia. Questa smania innovatrice che ci travaglia e
onde si sfigurano oggi le più limpide fisonomie, non oltre ci tenti a
far del Goldoni un educatore morale o civile. Egli non sognò neppure le
presunzioni didattiche della commedia; credè che all'arte bastasse il
proporsi di ritrar la natura, come credè l'istesso Molière, non ostante
le turpitudini del suo tempo gli strappassero dal labbro gli amari
giudizî, e l'occhio suo divinatore scrutasse ne' decadimenti morali e
politici dell'avvenire.
“Arcadia„ dicono. O beata colonia, dove il grande arcade Polisseno
Flegeio siede tra le commosse creature della sua fantasia. Là ancora
Zelinda, più che centenaria oramai e tuttavia giovine della giovinezza
perpetua degli Dei e de' capolavori, acuisce con affettuose malizie la
gelosia di Lindoro: là ancora Lelio s'impiglia nelle proprie spiritose
invenzioni: là il marchese di Forlimpopoli si conforta delle cresciute
strettezze, pensando che un altro secolo crebbe la muffa agli orli
degli aviti diplomi: là il Goldoni, fra quelle personificazioni delle
immortali debolezze dello spirito umano, le contempla e sorride d'un
sorriso immortale.