E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel
nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già
la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un
nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a
sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; e comporlo,
badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io
non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare il _Ventaglio_
(stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i
quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino,
Tornei, voli, cariaggi,
Cinquantotto personaggi,
Trentasei divinità.
Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover
essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano
più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel
distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso
ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in
sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che
è vecchia osservazione, i due primi atti del _Tartuffo_. Vedete invece
il Goldoni: leggete il primo atto della _Famiglia dell'antiquario_ e
poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e
perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto della _Famiglia
dell'antiquario_ è troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena
della _Locandiera_, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la
rilegga: