VII.

E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel

nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già

la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un

nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a

sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; e comporlo,

badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io

non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare il _Ventaglio_

(stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i

quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino,

Tornei, voli, cariaggi,

Cinquantotto personaggi,

Trentasei divinità.

Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover

essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano

più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel

distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso

ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in

sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che

è vecchia osservazione, i due primi atti del _Tartuffo_. Vedete invece

il Goldoni: leggete il primo atto della _Famiglia dell'antiquario_ e

poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e

perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto della _Famiglia

dell'antiquario_ è troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena

della _Locandiera_, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la

rilegga:

La Vita Italiana nel Settecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1895 · 第 52 / 100 题