Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi hanno discorso qui e
troppo meglio che io non saprei; i propri casi egli raccontò nelle
_Memorie_ che non possono compendiarsi, senza toglier loro quanto hanno
di arguta gaiezza e di bonaria semplicità; a esaminare particolarmente
l'opera sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti de'
quali alcuni non abbastanza, altri non furono fino ad oggi per nulla
studiati, la breve ora di una conferenza non basterebbe: a ricercare,
per esempio, le fonti popolari o letterarie di qualche sua commedia: a
esaminare l'opera de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli ebbe in
Francia verso la fine del secolo scorso,[1] quando appunto sulle nostre
scene non rimaneva più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani
trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti col proprio lavoro,
illuminati co' riflessi della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi
o dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima volta col Darbes;
in Livorno ove col Medebac sottoscrisse il primo contratto, riaprivano
il teatro agli sconci personaggi del vecchio repertorio, alle _Gertrudi
martiri_, ai _Re d'Aragona_, agli _Eroi di Belgrado_.
Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, e di molto,
allargare la cornice: io me ne starò dunque a raffigurare, se sia
possibile, la immagine intellettuale e morale del Goldoni che si
rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare frettolosamente i pregi
intrinseci di quest'opera, le ragioni per le quali essa è giunta sino a
noi, per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale.