Da un lato, dunque, l'alta società viennese. “Qui gli odii e gli
amori (scriveva il Metastasio al Farinello nel '47) non tolgono mai
il sonno: qui l'anima s'impaccia pochissimo degli affari del corpo:
la sera siete il favorito, la mattina l'incognito. Le premure, le
agitazioni, le sollecitudini, le picciole guerre, le frequenti paci,
le gratitudini, le vendette, il parlar degli occhi, l'eloquenza del
silenzio, insomma tutto ciò che può dar di piacevole o di tormentoso
il commercio delicato delle anime, è paese non conosciuto, se non
che come ridicolo ornamento de' romanzi. È cosa incredibile a qual
segno arrivi l'indolenza di queste placidissime ninfe. Io dispererei
di trovarvi una sola capace di trascurare un giuoco di _piquet_ per
la perdita o per la morte d'un carissimo amante; ve ne troverei ben
quante mai ne volessi di quelle che non interromperanno l'insipido
lavoro de' lor nodetti fra gli eccessi dell'estro più misterioso. E
voi temete per me? Tranquillatevi pure. Non si corre questo rischio.„
E in quella società che nella sua aristocratica superiorità al volgo
degli uomini rinunziava alle passioni degli uomini, l'abate Metastasio
cantò le passioni non vere degli eroi melodrammatici e di sè. Sottile
analizzatore degli affetti si dilettava incidere, come Properzia de'
Rossi fece della Passione di Cristo, tutta quanta la storia d'una
passione sopra un nocciolo di pesca; ma erano affetti immaginarii.
Perfino Nice, la Nice che gl'inspirò così leggiadre canzonette, visse
soltanto nella mente del poeta, che si raccomandava agli amici non
restassero ingannati dai teneri versi; non gli facessero il torto di
crederlo innamorato, non esser egli capace di tali debolezze! Invece,
se correvan chiacchiere di certe sue avventure con una ballerina,
raccomandava le lasciassero correre “perchè alla fine, quando ci
andiamo avvicinando ad una certa età non ci dispiacciono tanto queste
imposture che accreditano il nostro vigor giovanile.„ Chiuso sempre
in quei salotti di dame e di attrici, non desideroso d'altro che
dell'agiato vivere, lontano dalla patria e da' parenti, il Metastasio
fermò sè, la sua vita, la lingua e l'arte sua, in una beata ed elegante
placidità: non si curò di sapere, ignorò che facesse, che pensasse
il popolo italiano: invecchiò supremo rappresentante d'un'età e d'una
letteratura ormai trapassate.
Dall'altro lato, tutta l'Europa che segreta fermenta. E l'Alfieri vi si
aggira irrequieto, smanioso; suggendo dalla natura viva, e dai libri
vivi, e dagli uomini e dalle donne vive, gli elementi delle passioni
che l'agitano diversamente finchè non ama la D'Albany, le lettere
classiche, l'Italia futura. Diceva che, nato libero, avrebbe amato la
patria su tutto; nato schiavo, nulla amava più che la sua donna: amò
invece la sua donna e la patria, come nessuno de' nostri poeti dalla
prima metà del Cinquecento aveva più saputo amarle:
Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite:
Irato sempre; e non maligno mai:
La mente e il cor meco in perpetua lite.
Per ciò egli è un'anima moderna; e, pur nelle forme in che la costrinse
quasi a dispetto, l'arte sua, nell'intendimento e ne' concetti, è
tutta moderna. Perchè gettò via lo Shakespeare, subito che si accorse
che gli andava troppo a sangue? Mala paura lo colse d'essere indotto
a imitarlo, e non volle. Tardi tornò a lui, e tardi lo imitò; quando
le forze non erano più adeguate all'impresa. Perchè lo spirito
suo non s'infuse piuttosto in liberi drammi all'inglese che nelle
anguste tragedie alla francese? La potenza dell'Alfieri, se è lecito
rimpiangere che chi tanto diede non abbia dato anche più, fu, a parer
mio, anche maggiore dell'opera sua. Poeta più che artista: più artista
che poeta, di contro a lui, il Metastasio.
Dall'uno all'altro, rammentata pure la tanta disparità delle indoli,
e i casi diversi delle vite, non intenderebbe il passaggio chi non
ripensasse cause più generali e profonde: la critica trionfatrice,
le riforme civili ed estetiche che ne mossero, l'esaurimento del
melodramma, la maturità della tragedia.
Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito di collaborare
all'_Enciclopedia_, proprio a quella del Diderot, di cui l'ultimo
volume uscì nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non disformi
dagli intendimenti dell'impresa, certe _Osservazioni sul teatro greco_
dove, prendendo a una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle,
Euripide, e le commedie d'Aristofane, le giudicò tutte secondo i gusti
e le idee del Settecento, nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea
semplicità greca„ che mal pareva anche a lui sciocchezza. Tanto aveva
potuto il secolo perfino sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul
Trapassi che il Gravina aveva, per amor de' Greci, metastasiato.
Dimostrato falso dal Galilei il principio dell'autorità nelle scienze,
rimesso in onore da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai
delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima giudice di
tutto, del presente, del passato, dell'avvenire, non secondo le
necessità della storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava
idealmente. E perchè ella era quale i tempi recavano che fosse, diversa
da quale in altri tempi era stata, derideva nel passato tutto quello
che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente ogni cosa a suo
modo, studiava di preparar l'avvenire, su norme teoriche, tale da
imporgli poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, tu se' bello!„
Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il secolo scorso lavoravano
tutti, l'aristocrazia e l'alto clero non meno de' borghesi, a tale
opera di revisione, di riforma, di preparazione. Onde la critica
sagace delle autorità mal consacrate, e insieme l'irreverenza contro
i grandi de' tempi che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde utili
mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme abbozzi utopistici di
legislazioni e di costituzioni per la piena, universale, sempiterna
felicità del genere umano. Il male era pertanto misto al bene in sì
fatto fervore di pensieri e di coscienze; ma io non sono di quelli
che affermano essere stato il male più assai che il bene. Concordano
tutti che le riforme, delle quali si giovò allora e pe' corpi e per le
anime tanta parte d'Europa, furon giuste e proficue. Ma que' sogni per
l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori della Rivoluzione,
altre riforme, giuste e proficue del pari? Così lento è il Bene nel suo
secolare viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi sempre più,
sempre più, ma non raggiungerla mai, che ad affrettarlo tanto giova
la Fantasia quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è questa nel
guidarlo. La Fantasia, ignorante degli ostacoli, fa cuore al Bene e gli
dà così forze novelle per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito
cammino.
Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola spesso, e turpe qualche
volta, la irreverenza verso il passato, il disprezzo della storia:
perchè soltanto per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, della
cieca devozione, della superstizione pedantesca, onde in nome de'
morti si vituperavano i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti
contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli spunzecchiatore di Dante, nè il
Voltaire calunniatore dello Shakespeare; ma se de' grandi non fu inteso
il valore, che la storia meglio studiata ci mostra oggi intiero, ebbe
del buono quell'affermazione dover l'arte viva d'ogni età rispondere
alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola d'alquanto; nè
ricalco sull'antico nè moda audace e rapidamente caduca; sì espressione
estetica della civiltà sociale e della coltura intellettuale onde è
prodotta.
Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di mezzo quasi una gran
folata di vento, che spazzò via molta polvere e molti germi sparpagliò
da per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso ne dà
l'estate, ad annunziare un temporale che avanza. Verranno la pioggia
e la grandine e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, e si
respira meglio.