Cosimo I assume giovinetto il potere, calcando le superstiti resistenze
repubblicane, e l'ambizione, a quelle alleata, della ultima famiglia di
emuli contro la supremazia medicea, gli Strozzi. Legato di necessità
alla fortuna di Spagna, vuole e sa avere, pur sotto quegli auspicî,
una politica propria, che gli consente i vantaggi della protezione
imperiale, riserbandogli sufficiente libertà di atti, rispetto agli
altri Stati d'Italia, alla Francia, alla Chiesa. Vendicata in Lorenzino
la strage del duca Alessandro, e in Filippo Strozzi (comunque e'
finisse) la resistenza armata al proprio insediamento, volge attorno,
con sicurezza di vecchio signore, di sovrano nato, lo sguardo: e mentre
prosegue (con tutti i mezzi, nessuno eccettuato, leggi, forca, pugnale)
la depressione e la dispersione de' ribelli, che, sotto quel flagello
incessante, non si raccozzeranno mai più; mentre difende la novella
sua porpora ducale dalle gelosie delle antiche prosapie principesche
d'Italia, e contro l'ardito generoso tentativo dell'ultimo, nell'Italia
medievale, idealista di libertà Francesco Burlamacchi; Cosimo ha, fin
da principio, chiaro dinanzi a sè il suo intento, e verso quello mira
con perseverante sagacia, risolutezza e, quand'occorra, violenza: e
l'intento suo è la formazione d'uno stato che abbracci tutta intera
la Toscana. Da Montemurlo a Scannagallo, questa tenace sua volontà
trionfa col soggiogamento della vigorosa Repubblica sopravvissuta
alla fiorentina, pel quale gli è consentito di scrivere sul granito
della colonna di Santa Trinita “Cosimo de' Medici duca di Firenze e
di Siena„: la volontà di Cosimo, prima e dopo di quella vittoria, si
afferma, a benefizio del paese e afforzamento del principato, mediante
i provvedimenti agrari migliorativi specialmente del Valdarno pisano
e della Valdichiana; si afferma con la difesa del litorale infestato
dai Barbareschi, contro i quali la istituzione della milizia di Santo
Stefano durerà non senza gloria della nazione; con gli stessi forzati
pazientamenti, si afferma, verso la Spagna. Lo stato spagnuolo dei
Presidî, nella Maremma senese, è limitato, per ventura d'Italia,
dall'assodata potenza (che la Corsica, destinata a disitalianarsi per
colpa d'una italiana repubblica, invoca quasi presaga) dalla potenza
di questo duca italiano. Non molto dissimile che con l'Impero, fu
l'atteggiamento suo con la Chiesa: della quale secondava le gagliarde
resistenze alla libertà religiosa, accettando in Firenze i Gesuiti;
favorendovi l'Inquisizione, e vilmente gratificandola del capo di Piero
Carnesecchi; sovvenendo le sanguinarie guerre di religione in Francia,
anche per destreggiarsi con Caterina che sul trono cristianissimo
aveva portato i rancori suoi di Medici, ultima del maggior ramo, contro
lui Cosimo sopravvenuto e sormontato del ramo cadetto: — ma tuttociò,
senza ch'egli disertasse la difesa delle civili giurisdizioni contro
le usurpatrici improntitudini del fòro ecclesiastico, e conservando
quella indipendenza statuale ch'era stata pe' secoli tradizione della
guelfa repubblica. Fu vittoria di questa sua politica, audace a un
tempo e prudente, il serto di granduca di Toscana che a cinquantun
anno, soli quattro prima che morisse, coronò per mano del Papa, con
mala contentezza dell'Impero e dei principi italiani, le ambizioni di
questo che solo fra essi tutti, in quanto fondatori di nuovo stato,
poteva vantarsi di aver saputo applicare, sebbene per fini del tutto
personali e dinastici, le sinistre teorie, a ben più alta meta rivolte,
di Niccolò Machiavelli.
Coerentemente a questa sua azione verso il di fuori, l'amministrazione
dello Stato fece egli servire al concetto di afforzarlo anche
internamente e guarentirlo da pericoli di turbamento. Perciò represse
i maleficî con fiere leggi; aiutò i commerci nei quali egli stesso
continuò, da buon Medici, a trafficare con somme ingenti; ordinò,
quanto meglio consentivano i tempi, l'economia pubblica, non senza
aiutarne i provvedimenti con le ispirazioni della carità. Nel favorire
gli studî, non pure rinnovò l'antica liberalità medicea, ma consentì
libertà di pensieri e di giudizi maggiore assai che non avrebbe
tollerata nei fatti. L'Accademia Fiorentina, che, quasi rinfocolando
i platonici entusiasmi del Rinascimento, denominò sacra; l'Accademia
del Disegno, il cui sorgere s'irradiò degli splendori del divino
Michelangelo; la biblioteca Medicea Laurenziana; lo Studio di Pisa;
sentirono il benefizio dell'opera sua. Palazzi, ville, loggie, colonne,
statue, il fabbricato degli Ufizi superbo di greca toscanità, furono
sotto gli occhi del popolo il duraturo ricordo e l'auspicio della
signoria novella. Ma di questa signoria il monumento più solenne,
e pieno di ammonitrice severità e di epica grandezza, addivenne il
palagio che d'allora in poi, cessatagli la perpetua giovinezza della
libertà, s'incominciò a chiamare il Palazzo Vecchio; il palagio, che
da sede del magistrato popolare artigiano, diventava il Palazzo del
Duca, e i suoi veroni giardino pensile della duchessa spagnuola, e
calate dalla torre le campane che avevano per secoli risonata la voce
del popolo, e le pareti del salone memore di fra Girolamo istoriate
delle guerre asservitrici di Pisa e di Siena, e ai lati della porta
fiammeggiante nel nome di Cristo re profanate le virili idealità
del David michelangiolesco con l'appaiarle all'eroismo brutale del
grosso iddio Ercole. Poco appresso, sulla verde pendice che sovrasta
all'oltrarno, sorgeva, vagheggiata dalla duchessa, sorgeva nel
palagio di altri emuli vinti già da tempo, e si distendeva pei viali
ariosteschi di Boboli, la vera e propria reggia fiorentina, che Cosimo
mediante l'aereo corridoio da Pitti agli Ufizi congiungeva col Palazzo
del Duca; nel modo stesso che altrove un despota feudale avrebbe, con
qualche via sotterranea irta di orridi agguati, comunicato il proprio
covo con la ròcca delle sue masnade: ma in Firenze quel corridoio
valicante l'Arno, finiva, in volger breve di tempo e per quando duchi
e granduchi sarebber trapassati alla storia, con l'aver congiunte due
reggie dell'arte, e fatto un solo tesoro della più splendida galleria
che vanti il mondo civile.
Nella vita privata e domestica, unì Cosimo quella che ormai pel secolo
cortigiano era repubblicana rozzezza, con le qualità buone o tristi di
principe assoluto. Armatore e carezzatore di sicarî, non si tenne dal
farsi omicida egli stesso. E invero, la vita degli uomini, o strumenti
o vittime ch'e' se li assegnasse, fu a lui meno che nulla: nel che pur
troppo quella rozzezza di medio evo agevolmente si conciliava con la
ferocia, più o meno dissimulata, che l'istinto della conservazione e
i clericali sofismi del diritto divino connaturavano alle tirannidi
dinastiche. Dalla Eleonora di Toledo che, data a lui dalla Spagna,
molto conferì a improntare di spagnuolo la novella corte, ebbe
figliolanza, salvo uno, Ferdinando granduca, tutti, quanti essi furono,
di tragiche sorti: Maria, morta giovinetta non si sa se d'amore o di
veleno; Isabella Orsini e Lucrezia d'Este, la prima certamente uccisa
dal marito; Garzia e Giovanni, mancati di precipitosa morte insieme con
essa la madre; Pietro, perdutissimo uomo, più scherano che principe,
assassino dell'altra Eleonora di Toledo che fu moglie sua sciagurata;
Francesco successore, mal vissuto e finito in turpe abbandono di sè
a grossolani abusi: per non dire degli altri due figliuoli che Cosimo
ebbe, Giovanni (uomo di venturosa vita) da una Albizzi, e Virginia (che
andò sposa, e vittima a un altro Estense) dal secondo senile matrimonio
con una Martelli.
La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette anni di regno,
luminosa di carattere, di genio politico, d'una forte, profonda,
imperturbata coscienza di quanto egli principe doveva a sè e al paese
ch'egli in sè impersonava: tenebrosa di propositi inflessibili, di
bieche violente passioni, il cui impeto pure gli concedeva una feroce
apatia al bene ed al male. Uomo terribile al fare; e a ciò che di
fare si prefiggeva, e quasi si decretava, subordinatore di tutti
i sentimenti, di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia
(diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale specie di complicità fra
coteste mani ducali e quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche
essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche cosa. Forse ne'
tempi da lui vissuti, per riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva
essere diversi da quel ch'egli fu.