Uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente i lettori di storia —
quando riflettono — sta nella costante accelerazione degli svolgimenti
sintetici d'ogni natura, a misura che ci allontaniamo dalle epoche
primigenie; sta nella sempre maggior brevità di quei periodi
ricostruttori o elaboratori di cose nuove, che un tempo duravano
più secoli e suggerivano al poeta latino il pensoso: _mortalis ævi
spatium_....
Chiamatelo, secondo le leggi morali, progresso; chiamatelo, secondo
le leggi statiche, moto uniformemente accelerato; certo è che quelle
mutazioni generali di pensieri, di abitudini, di legislazioni, di
vita civile, a cui nell'evo antico appena bastavano dieci generazioni
d'uomini, si sono compiute più tardi nello spazio di un secolo, e,
venendo più presso a noi, in cinquant'anni od in trenta.
Uomini ed eventi esercitavano, nelle prime epoche dell'umanità,
un'azione così passeggiera e così lenta che quasi non s'avvertiva. Le
grandi monarchie orientali impiegarono più di un millennio e mezzo
a sorgere, a brillare, a distruggersi, senza che il mondo antico
apparisse, dopo così grandi catastrofi, notevolmente mutato. Roma era
vecchia di oltre cinque secoli, quando cominciò a far avvertire la sua
presenza fuori de' suoi confini. Sesostri, Ciro, Cambise, Alessandro il
Macedone, malgrado il loro genio e le loro conquiste, non lasciarono
negli ordinamenti del mondo maggior traccia di quella che lascia una
frana di monte, rotolatasi nell'Oceano. L'umanità doveva giungere fino
al Pescatore di Galilea, per sentirsi tratta a mutare in sè e di sè
tanta parte di pensieri e di scopi. Eppure ci vollero quasi mille anni
perchè il Cristianesimo vincesse, soltanto in Europa, tutti gli antichi
Iddii. E i quattrocento anni dell'Impero romano occidentale dimostrano
che, dopo la scossa data alle vecchie compagini sociali da Cesare e
da Augusto, il mondo s'era ricantucciato nella schiavitù nuova e non
accennava a riscuotersi più.
Colla discesa dei barbari nell'Europa, divenuta ormai l'unico fattore
di trasformazioni sociali, la storia comincia a pigliare avviamenti
più rapidi. Attila rinnova il mondo colla forza, Giustiniano col
diritto. Nel medio evo, i periodi elaboratori diventano anche più
frequenti e più intensi. Carlo Magno, gli Ottoni, la casa di Svevia
danno gli ultimi colpi alla marmorea e millennaria tradizione romana.
Da un secolo all'altro, le condizioni della società umana cominciano
ad assumere aspetti diversi; ora sotto l'influenza delle Crociate,
ora sotto quella del risveglio artistico e letterario, ora sotto gli
influssi economici allargatisi per la scoperta d'America. Le plebi
cominciano a rialzarsi; l'aristocrazia da feudale diventa cittadina;
le necessità dei commerci danno varietà alle legislazioni civili; gli
Stati si costituiscono; sorgono le questioni nuove dell'equilibrio
politico.
È così che, avvicinandosi ai tempi nostri, la mutazione organica
delle cose appare più evidente e quasi continua; sicchè, mentre nel
tempo antico un uomo di pensiero doveva spingere lo sguardo a due
o tre secoli addietro per cogliere i sintomi di un movimento nella
compagine umana, potè più tardi limitarsi ad esaminare il corso della
propria vita, per trovarvi elementi di novità intellettuali, politiche,
sociali, talvolta tanto più meravigliose nell'ultimo effetto loro
quanto meno s'era avvertito il loro sorgere e il loro concatenarsi.
*
Uno di questi periodi storici, a rapide evoluzioni e a multiformi
sorprese, ci presenta la seconda metà del secolo decimottavo, al quale
finalmente sono giunte queste conferenze sulla vita italiana, dopo
avere cominciato a frugare per entro i secoli oscuri e dopo avere
illustrato i secoli gloriosi.
Uscivamo da un lunghissimo periodo di decadenza intellettuale e
morale. Da dugent'anni avevamo perduto ogni elaterio di vita pubblica,
ogni diritto ed ogni virtù d'iniziativa paesana. In un secolo e
mezzo, soltanto il Galileo ci aveva dato l'orgoglio dell'antica
grandezza intellettuale italiana. Ma, letterariamente, eravamo
passati dall'Ariosto e dal Machiavelli a Gregorio Leti e al cavalier
Marino; artisticamente, imbrattavamo di calce gli affreschi dei
quattrocentisti, per ridipingere su quelle preziose pareti le fiamme
dei dannati o le colossali effigie di San Cristoforo; giuridicamente,
eravamo ritornati alle più fitte ignoranze del medio evo, mediante
i grotteschi processi contro le streghe e contro gli untori.
Politicamente poi, nulla era più tristo e più umiliante dei vari
regimi italici; ballottato tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi, l'elemento
indigeno s'era piegato a tutte le tirannie, a tutte le pompe di quei
governi violenti o ridicoli. I pochi principi di famiglie nazionali,
come i Medici e i Gonzaga, s'affondavano nel lezzo dei cattivi costumi.
Nessuna resistenza di moltitudini, nessuna protesta di pensatori
fermava i governanti sullo sdrucciolo delle prepotenze e delle pazzie.
Nobili e popolani s'erano acconciati a servitù, e l'uniforme gallonato
d'un cortigiano spagnolo o francese trovava curve le schiene e verbosa
l'ammirazione degli eredi di Piero Capponi e di Gerolamo Morone.
Questo insieme di ordinamenti politici e di fenomeni sociali
sembrava assodato e ribadito nel 1748 dalla pace di Acquisgrana; che,
sostituendo l'Austria alla Spagna nella preponderanza sull'Alta Italia,
ed aggiungendo al Borbone di Napoli un Borbone di Parma, otteneva
l'intento di stringere il nostro paese fra le due famiglie dinastiche
ritenute più ostili ad ogni allargarsi di attività nazionali.
Or bene, un uomo che fosse nato, per esempio nel 1730 e si fosse
spento, dopo settant'anni, nel 1800, sarebbe invece passato per tali
e tante vicende, da non poter più riconoscere nella sua vecchiaia il
mondo che gli era stato famigliare nella giovinezza; avrebbe assistito
a così larghi mutamenti, a così profonde evoluzioni di costumi, di
discipline, di pensieri, di ordinamenti politici, da dover dubitare se
veramente non fosse stato almeno doppio il tempo della sua esistenza.
Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con Giuseppe Parini,
sostituirsi all'Arcadia la letteratura civile; avrebbe visto
distruggersi la scolastica, spuntare con G. B. Vico la filosofia;
avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col Muratori, la critica
storica; avrebbe visto rinnovarsi ab ovo la giurisprudenza, col
Filangieri e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche far passi
da gigante col Volta, col Piazzi, collo Spallanzani; avrebbe visto
sgominati i cortigiani politici e risorti gli uomini di Stato, col
Tanucci, col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe visto di più;
avrebbe visto una triade d'innovatori fondare un teatro drammatico
italiano, col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe visto
uscire dai deliri del barocco due ingegni severi, che riconducevano
l'arte al culto delle linee e del pensiero, Appiani e Canova.
Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della vita, quell'uomo
si sarebbe accorto di altri fenomeni; avrebbe veduto illuminarsi
e lastricarsi le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa
del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione elegante
sostituirsi le carrozze alle lettighe, nell'alimentazione delle
infime classi sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi.
Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute pubblica, mediante
l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione nella pubblica educazione,
mediante l'espulsione dei gesuiti da tutto il territorio italiano; una
rivoluzione nei contatti sociali, mediante la fondazione dei giornali e
lo spesseggiare dei ritrovi nelle botteghe da caffè.
Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi italiani, un
rivolgimento inatteso e anche più consolante; avrebbe riudito un
linguaggio, a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio
dell'uomo libero dinanzi al potente, si chiamasse principe o plebe.
Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele III chiedere al
Muratori in qual modo pensava di trattarlo ne' suoi _Annali_, e il
Muratori rispondere: “come Vostra Maestà tratterà la mia patria„.
Avrebbe udito un Commissario francese invitare Ennio Quirino Visconti
a pubblicare un editto ingiurioso per l'onor cittadino, e il Visconti
rispondere: “che cercasse altrove i carnefici del suo paese„. Avrebbe
udito la bordaglia milanese chiedere al Parini che gridasse “morte agli
aristocratici„ e il Parini rispondere: “viva la repubblica, morte a
nessuno„. E finalmente avrebbe veduto, nell'ultimo anno della sua vita,
una pleiade di alti ingegni e di robusti caratteri sfidare impavida i
carnefici del re di Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato
loro da una regina corrotta e da un ammiraglio fedifrago.
Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto
il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e
bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e
innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza
quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella
paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire.
D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido
rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli
Italiani, non par facile congetturare.
Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza
del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato
ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il
Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni
e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del
Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti
di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono
gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico
il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò,
ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino,
Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la
pubblicazione dei _Rerum Italicarum scriptores_ precedette, nel
pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini
francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione
poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso
Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò
a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella
novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare
Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini.
Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola
potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando
cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei
nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno
a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile
che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era
avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici,
dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a
comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che
cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa
dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare
direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto
lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili
che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere
giustizia e civiltà.
I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la
successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana,
rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste
cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi
porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle
questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più
parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il
bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri
loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo
Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici
ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite,
volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato
da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo
intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi
ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo
delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi
e spensierati.
Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti
avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta
a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente
gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che
aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce.
E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli l'ingegno umano, se
potesse afferrare, anche soltanto nel passato, una sicura sintesi
delle cagioni. Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che fermano
al problema delle origini le più audaci indagini dello scienziato,
trattengono intorno al problema delle leggi evolutive il moralista o il
filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, quei salti che
turbano, senza impedirlo, il lento avanzarsi delle razze umane verso il
miglioramento indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi nei
fatti, ma non si riesce a sottoporli a discipline di pensiero; come
si constata, ma non si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi
degli strati nella storia geologica.
Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, i periodi
demolitori e i periodi ricostruttori, le epoche, in cui l'uomo
precipita verso gli abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo.
Supporre che nell'avvenire queste alternative debbano cessare e i
periodi storici non segnino più che nobili gare verso sempre maggiori
svolgimenti di bene, può essere una speranza, non è una legge che abbia
stabilito i suoi termini. Il che non impedisce che nell'uomo rimangano
però immutabili i termini del dovere morale, che consiste nell'opporre
ogni resistenza alle ragioni del male, anche quando un concorso di
forze irresponsabili sembri impedire o allontanare il trionfo del bene.
*
Ma tornando all'argomento storico, dopo questa scappata, forse
inopportuna, nelle regioni dell'etica, è bene avvertire come, anche in
questo mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze innovatrici
siano state di due sorta, ed assai diverse così nella rapidità
come nella intensità degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un
cammino calmo, costante, non audace, pacifico; dal 1795 alla fine del
secolo, è un correre vertiginoso, spensierato, fatale, una distruzione
implacabile, una ricostruzione tumultuosa. Nel primo periodo di 47
anni, l'impulso è dato da elementi nazionali, da pensatori, da principi
o da ministri di principi; nel secondo periodo di soli cinque anni,
è dato da invasioni straniere, da prepotenza d'armi, da subitaneità
d'interessi, da esigenze di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a
dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. Il primo periodo si
suole chiamare delle riforme, il secondo, della rivoluzione.
Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di storia patria, se il moto
rivoluzionario esotico abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi
effetti di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno.
Forse anzi è questa la tesi storica del secolo decimottavo, intorno
a cui si siano più affatioate le menti e le ipotesi dei polemisti. È
inutile aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, la situazione è
rimasta quella di prima. Nè gli adoratori della Rivoluzione francese
riescono a persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca
del metodo giacobino; nè questi possono presumere di vaticinare che
cosa sarebbe stato il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori
del 1789. Certo, i progressi economici e civili raggiunti in Toscana
sotto l'amministrazione leopoldina non furono superati da quelli a cui
posero mano i commissari francesi o la principessa Elisa Bonaparte. E
quando, nel 1790, il conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi,
contro l'opinione del Visconti e del Botta, di chiedere all'imperatore
Leopoldo una Costituzione, l'opinione pubblica lombarda doveva già
trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, cinquantasette anni
dopo, l'opinione pubblica piemontese, quando il conte di Cavour propose
ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e del Valerio, di
chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione dello Statuto.
Del resto — ripeto — siffatta disputa non può servire oggimai a
nessuno scopo scientifico, quando non sia quello d'un'acuta ginnastica
intellettuale. Potrebbe chiudersi tutt'al più con quella vigorosa frase
sintetica, colla quale a Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una
polemica quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: “forse il mondo
sarebbe stato più felice se io e lui non fossimo nati.„
Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate le masse, ma era stato
preveduto, in parte favorito dagli uomini di pensiero.
Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era sfuggito alla sagacia del
ministro piemontese, conte Bogino, il quale, guardando alla Francia,
era morto esclamando: “povera Italia! povera Europa!„ Viaggiando in
Francia, al seguito di una dama lombarda, illustre per bellezza e per
intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro Verri, Francesco
Melzi, Cesare Beccaria s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori
della società parigina e riportavano in patria l'impressione che il
periodo delle riforme stava per chiudersi. Un abate napoletano, pozzo
di spirito e di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in grande
dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e scriveva da Parigi ai suoi
compatrioti, informandoli di tutte le agitazioni e le preparazioni che
bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori s'affaccendavano
gli avventurieri, razza che non manca mai di entrare in iscena alla
vigilia delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno la moralità,
non mai l'ingegno o l'audacia.
Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con mirabile ardire dalla
prigione dei Piombi, aveva percorso l'Europa, rompendo tutte le
discipline sociali; imponendosi con astuzie di finanza al conte di
Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a Maria Teresa; bisticciandosi
col conte di San Germano e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi
per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei giuochi, pei duelli,
per gli amori, pei debiti.
Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato più addentro negli
organismi delle vecchie sette europee; le aveva dominate coi misteri
nuovi del mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di Cagliostro
nell'aristocrazia europea, corrompeva principi, aizzava plebi,
abbarbagliava ignoranti, spargeva dappertutto i semi della miscredenza
e della rivolta.
Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi delle più spinte
dottrine demagogiche, s'era volontariamente sbandito dalla patria ai
primi sintomi della commozione francese; s'era fatto intimo dei più
scamiciati giacobini dell'epoca; aveva accettato missioni segrete di
agitatore in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto dell'arciduca
Ferdinando, era stato radiato dall'albo della nobiltà milanese e, coi
procedimenti giudiziari ancora in uso, gli erano state confiscate le
proprietà.
Era sotto queste impressioni e sotto queste influenze, dirette o
indirette, che cominciava a suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole
alle dottrine umaniste, quantunque risolutamente contraria alle
applicazioni inumane dei rivoluzionari francesi.
Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, sopratutto nella
regione lombarda, la più indicata a ricevere il primo urto delle idee e
dei fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione ostile, fatta,
sin dal 1789, nel teatro della Scala al conte d'Artois, e nel tempo
stesso l'avversione acuta, universale ond'erano circondati i violenti
energumeni che del Comitato di Salute Pubblica parigino s'erano fatti
fra noi apologisti e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio
Ranza e Carlo Salvador.
Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre e senza rimedio, gli
esagerati si organizzavano e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi
e non i secondi si trovarono pronti a cogliere i vantaggi ed esercitare
le influenze che la procella politica stava per sostituire ai vecchi
ordinamenti sociali.
Questi resistettero, come meglio seppero, in Piemonte e in Lombardia,
finchè le minaccie partirono soltanto da elementi indigeni e da
cospirazioni paesane; si frantumarono, come statue di gesso, a cui
venisse tolto il sostegno, appena furono visti dalle Alpi scender
armati, e, come ai tempi del Filicaja,
Bever l'onda del Po gallici armenti.
Per dire il vero, quegli armati non scendevano “a torrenti„ come il
Filicaja narra del tempo suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio
nutriti; ma li guidava un'idea fatale e un giovane anche più fatale
dell'idea.
Era un generale in capo di ventisette anni, non alto di statura,
gracile di complessione, pallido di colorito, coi capelli spioventi
sulla fronte e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo sguardo
d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, implacabile. Il suo paese
lo aveva veduto sedare in dodici ore una formidabile insurrezione per
le vie di Parigi, rioccupare Tolone a colpi di cannone, e strisciare
come un sollecitatore nelle anticamere del disonesto Barras,
dispensatore di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato a
vederlo fulmineo vincitor di battaglie, distruttore di regni e di
repubbliche, improvvisatore di governi e di costituzioni politiche,
saccheggiatore di codici e di opere d'arte, nemico formidabile di
despotismi e di libertà, detronizzatore di principi e di pontefici,
restauratore di ordine, di studî e di religione, imperioso con
generali, con popoli, con regnanti, schiavo umile e innamorato di una
sposa bella, frivola e traditrice.
L'ora che corre segna in tutta Europa una specie di ripresa della
leggenda napoleonica. Non si sa se sia ammirazione della fortuna, delle
virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. Non si sa se
il mondo discopra quel tumulo per cercarvi una volontà potente, una
direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza inferiore, o se frughi
fra quelle ossa per trovarvi i residui del dispotismo illimitato e
spensierato, a cui anelino di prostrarsi società frolle e scettiche,
stanche di pensare e di combattere por idealità da cui non aspettano
nessun vantaggio.
Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di questa natura agitava i
contemporanei, quando il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse
a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira e supera nel tempo
stesso la catena dell'Appennino ligure, si ficca come un cuneo fra
le colonne austriache e le piemontesi, batte le prime a Montenotte
e a Dego, le seconde a Millesimo, forza ad un armistizio il governo
sardo, scende difilato lungo la corrente del Po, lo varca a Piacenza
mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, si getta su Lodi, vi sbaraglia
l'esercito austriaco ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale,
mentre tutte le difese gli si erano opposte dal lato occidentale.
Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce
sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese,
di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la
nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra,
le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo
dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano
tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie
dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo
patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di
tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro
Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi
inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni
politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non
riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era
stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto
il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i
governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi
metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate
della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre,
reazioni egualmente torbide.
E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa,
e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri
susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine
collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia.
Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di
Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori,
il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni
saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata
dalle bande che gridavano: _viva Maria;_ a capo delle quali entrò in
Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo,
Alessandrina Mari di Montevarchi.
Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel
vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran
parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli,
mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno
d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto
luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e
gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi,
per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove
diplomazie.
È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di
Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti
responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la
seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità.
*
Dopo le prime battaglie di Montenotte e di Millesimo, il governo sardo,
vistosi impotente a continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli
pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, stipulando a
Cherasco un armistizio, che fu poi convertito a Parigi in un formale
trattato di pace.
Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse essere soddisfatto,
poichè a nessuna condizione onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva
libero il passo agli eserciti francesi, cedeva la Savoia e Nizza,
lasciava occupare le fortezze di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria,
distruggeva i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di Susa, chiudeva
i suoi porti alle navi delle potenze ostili alla Francia, riduceva
l'esercito al piede di pace.
Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava alla Francia
l'assorbimento del regno. Sicchè, dai confini della Lombardia, divenuta
Repubblica Cisalpina, entravano spesso elementi di rivolta, che si
aggiungevano alle cospirazioni paesane. Viceversa, quando il governo
sardo reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore francese
che partiva la domanda o l'ingiunzione di grazia. Così riusciva
difficile il governare. Meno di due anni dopo il trattato di Parigi,
il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò d'alleanza, e pel
quale — s'intende — il Piemonte doveva fornire uomini ed armi contro
i nemici della Francia, quali si fossero. Neanche questo bastò. Verso
la primavera del 1798 divenne evidente che il Direttorio francese
accampava contro il Piemonte le stesse ragioni che, nella favola
famosa, il lupo accampava contro l'agnello.
Due letterati di primo ordine si fecero complici in questa turpe
commedia: il Ginguené, ambasciatore della Repubblica francese,
e Leopoldo Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. Non vi
fu sopruso, non vi fu inganno che fosse risparmiato da questi due
rappresentanti d'una sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano,
abbondando nelle concessioni, di stornare dal suo capo una sorte
immutabilmente decisa. I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna
della cittadella e l'ottennero; poi domandarono si congedassero i
ministri, e il Re non volle; poi esigettero che si armassero dieci mila
uomini per combattere il re di Napoli, e furono accordati; finalmente
intimarono di consegnar l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le
truppe della Repubblica Ligure invadevano il territorio dall'Apennino,
mentre il generale Joubert lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di
Superga minacciava Torino.
Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a maggiori umiliazioni e con un
manifesto del 9 dicembre 1798 abdicava nelle mani del generale, futuro
maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, per la dignità del trono,
lo aveva consigliato anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero
Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni dell'abdicazione
doveva essere la sua prigionia, andò spontaneamente a costituirsi nelle
mani delle autorità parigine. Le dinastie che hanno secoli di fiera
esistenza trovano qualche volta, piuttosto nei periodi della sventura
che in quelli della fortuna, consiglieri di così alta devozione e di
così antica virtù.
*
Mentre queste cose accadevano intorno alle alture dove comincia il
Po, altre non meno dolorose avevano luogo intorno alle lagune, dove
finisce.
La Repubblica di Venezia era certamente quello fra gli Stati italiani
dove s'erano meno pronunciate le alternative dello spirito pubblico.
Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni del governo veneto
erano divenute interamente aristocratiche dopo la famosa riforma
elettorale del doge Gradenigo. La durata secolare di questo regime
aveva probabilmente sottratta la Repubblica all'influenza di quelle
cause che determinavano, nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale
e politica; ma le aveva anche impedito quel ritorno di energie che in
ogni regione del pensiero aveva segnalato il settecento italiano. Un
po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla politica spendereccia
e megalomane del doge Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata
ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, ogni secolo, le proprie
tradizioni, mediante le imprese marittime di Francesco Morosini o di
Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio si veniva estinguendo, e
l'immobilità sua non le permetteva più di mantenere influenza su popoli
e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, a mutarsi, a perfezionarsi.
Il patriziato aveva conservato una certa attitudine ai grandi affari
politici; ma per reprimere novità ostili al suo prestigio, non aveva
cercato mai di educare il popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi
di lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era diventata una
grande oasi di gioia, a cui tutti potevano accorrere e attingere. Però,
su ogni cosa che riguardasse affari e politica, posava la diffidenza
e il sospetto. Non se ne occupavano — e in segreto — che i patrizi
del Maggior Consiglio, ai quali pareva che gli interessi conservatori
stessero unicamente nel chiudere sempre le loro fila e i loro
ordinamenti ad ogni alito di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano
mandato a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè fattosi iniziatore di
riforme nelle leggi costituzionali della Repubblica.
Era in questa situazione morale e politica che Venezia vedeva
avvicinarsi alle sue contrade la bufera rivoluzionaria scatenatasi
dalla Francia.
La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel
quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco
Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità
di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„
esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è
perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete
trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano
dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola
può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del
Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase
fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità
disarmata.
Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La
Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja.
Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte
e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi.
D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè
potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una
volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze
belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla
seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile
la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del
globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche
cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo.
Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca
pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco
l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il
principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo
Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin.
Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche,
destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica:
Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici;
Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e
previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti,
degli spensierati.
Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo
romoreggiavano sul capo della Repubblica.
Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte
già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione
a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello
offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo.
Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi
un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E
l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da
quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto
per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg,
primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore
veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla
Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile,
“la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni
dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„
La fatalità trascinava il Governo repubblicano, ostinato a cercare la
salute in quell'isolamento che non era indipendenza.
E intanto erano avvenute le prime battaglie del 1796, e la guerra
s'avvicinava, indietreggiando, alle provincie di terra ferma. Il
generale Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, credette scorgere
nel contegno della Repubblica una diffidenza verso il genio della
vittoria ch'egli personificava, e fermò nella profonda mente il disegno
di sopprimerne la secolare esistenza. Non lo nascose uno de' suoi
intimi, il colonnello Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che
“quatorze siècles d'existence devaient suffire à la république„.
I pretesti cominciarono per la presenza sul territorio veneto del conte
di Lilla, chè tal nome aveva preso nell'emigrazione il pretendente
al trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta alle sue antiche
tradizioni d'asilo, Venezia dovette sacrificare l'esule ai reclami del
Direttorio e alle intimazioni del suo generale.
Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche della neutralità
disarmata. Impotente a respingere così i vinti come i vincitori,
la Repubblica non potè negare il passaggio alle truppe austriache,
nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, irritato, fece subito
occupare Brescia, poi Bergamo; il generale austriaco, per rappresaglia,
pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, impadronendosi di
Verona. Il Senato veneto strepitava, il Querini reclamava a Parigi, il
provveditor Foscarini si presentava al quartier generale dell'esercito
francese. Ma ormai tutta la guerra si faceva sul territorio veneto, ne
ed era possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini in tono
altezzoso e coll'offerta ironica di mandare le sue truppe a difendere
la libertà di Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un trattato
d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva l'aspetto d'un trattato
di servitù; e negli intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva
proporre dagli affaristi del Direttorio, che con cinque milioni dati
per le spese di guerra e settecento mila lire sborsate al direttore
Barras, si sarebbero potuti ottenere dal governo francese dei dispacci
che fermassero il generale Bonaparte ne' suoi disegni di distruzione.
Le tratte per settecento mila lire furono effettivamente consegnate;
e il Barras non ebbe pudore a presentarle per lo sconto al banco
Pallavicini di Genova. Ma il generale Bonaparte s'era già posto
colle sue vittorie in una situazione personale, che gli permetteva di
non ricevere ordini da nessuno. Il suo proposito circa Venezia era
implacabile; egli voleva finire una guerra, dalla quale ormai aveva
tratto tutta la gloria che gli occorreva; coi territori di quella
Repubblica avrebbe ammansato l'Austria, non mai esausta di forze e
di eserciti. Per giungere allo scopo suo, non esitò ad entrare per
le vie sdrucciole dell'insidia e della ipocrisia. I suoi emissari
politici fecero lega coi più torbidi elementi del partito popolare,
che in Venezia metteva capo al Pisani, in Brescia ai fratelli Lechi.
Ben presto una sorda agitazione invade le popolazioni delle città e
delle campagne appartenenti alla Repubblica. Brescia, Bergamo, Crema
insorgono contro il dominio veneto e sono manifestamente appoggiate
dai comandanti francesi. Questo primo successo incoraggia a proseguire
nella via, e tutti gli sforzi s'acuiscono intorno a Verona, la città
principale dei dominii di terraferma.
Qui tutto diventa odioso, sleale e tragico. Era capo dell'ufficio
militare francese d'informazioni un Landrieux, colonnello degli ussari.
Uomo senza scrupoli e deciso a servire occultamente tutti i partiti
dell'epoca, uno dopo l'altro e gli uni contro gli altri, s'accontò
con un vecchio stromento della demagogia parigina, Carlo Salvador,
milanese rinnegato e disonorato, di cui Bonaparte si serviva per ogni
mandato. Insieme complottarono un documento falso, e fu un proclama
del provveditore Battaglia, nel quale, annunciandosi immaginarie
sconfitte dei Francesi nel Friuli e nel Tirolo, s'eccitavano i fedeli
sudditi della Repubblica, e sopratutto le classi rurali, a reprimere
l'insolenza dei rivoltosi, scacciandoli da Bergamo e da Brescia, dove
s'erano annidati.
Fu questa, in mezzo alla tensione naturale degli animi, la causa prima
delle famose _Pasque veronesi_, e poco mancò non tornasse a danno
irreparabile dei provocatori. Invano protestò il Battaglia contro
l'apocrifa pubblicazione e protestarono i governanti veneti, presso
il Direttorio e presso il Quartier generale. L'impulsione era data;
le smentite sono in ogni tempo meno autorevoli delle calunnie; la
provocazione alla guerra civile ottenne l'effetto suo.
Il 17 aprile 1797 Verona fu piena d'armi, d'odii e di stragi. Ad una
rissa fra militari veneziani e militari francesi, il generale Balland
credette opportuno por fine, cannoneggiando dai forti. La popolazione
si credette assalita e reagì. Dove si trovò in minor numero, fu
sopraffatta dalle milizie; dove prevalse, non risparmiò nè vivi, nè
ammalati, nè donne. Non bastava la morte, vi si aggiunsero i tormenti.
Per cinque giorni durarono le stragi per parte dei popolani e dei
contadini, le bombe e l'incendio per parte dei francesi, agglomerati
nei forti. Al sesto, venuta meno quasi la materia prima ai furori,
poterono pronunciarsi parole di pace. Parecchi patrizi veronesi, il
conte Nogarola fra gli altri, avevano raccolto e nascosto in casa
loro cittadini ed ufficiali francesi, cercati a morte. I provveditori
veneti, Giustiniani, Erizzo e Giovanelli, che da un pezzo avevano
richiamata l'attenzione sullo stato degli animi e sulle mene dei
cospiratori franco-italiani, si raccolsero a consiglio coi generali
francesi; ma ebbero presto ad accorgersi che in questi nessuna idea di
temperanza poteva penetrare. Il linguaggio era brutale, le esigenze
innumerevoli, evidente il desiderio di trarre dal dramma veronese
pretesto a maggiori complicazioni. Verona dovette arrendersi a
discrezione, e i provveditori furono rimandati a Venezia.
Ma su Venezia intanto scoppiava l'ira del Giove tonante.
Le sorti della guerra avevano portato il generale Bonaparte sulle
alture del Semmering, d'onde l'istinto audace gli faceva già
intravedere l'occupazione di Vienna.
Però tra l'audacia e il successo, nel cervello del futuro Cesare v'era
ancor posto pel ragionamento. Anzi, pei ragionamenti; poichè, nel
momento attuale, erano due e combaciavano fra loro. Vincere un'altra
battaglia pareva ancora possibile, forse era facile; ma non era esclusa
la possibilità di perderla, e la perdita, in quelle condizioni, bastava
ad annullare tutta la gloria e tutti i vantaggi ottenuti. A misura che
si allungava su Vienna, l'esercito francese, così lontano dalle sue
basi, naturalmente s'indeboliva; mentre intorno alla gran capitale,
l'arciduca Carlo avrebbe trovato forze e mezzi di resistenza e di
attacco sempre maggiori. Non si poteva giurare che una sola vittoria
avrebbe ancora stesa l'Austria ai piedi del vincitore; si poteva
giurare che una sola sconfitta avrebbe costretto il generale Bonaparte
a rifare in fuga precipitosa quel cammino fino allora seminato di così
rapide audacie.
D'altra parte, obbligando l'arciduca Carlo, non timido avversario, a
concentrare tutte le forze militari del suo paese per difendere da un
colpo di mano la capitale della monarchia, Bonaparte avrebbe resa più
facile una ripresa offensiva dell'esercito del Reno, che il generale
Moreau guidava con minore impeto, ma con eguale tenacia, contro i
nemici della Francia repubblicana. V'era a prevedere il caso che
i due eserciti entrassero contemporaneamente in Vienna e che i due
generali ne avessero eguale onore. Ora, ciò non secondava i disegni
del generale Bonaparte, che già si sentiva il primo nel suo paese e non
avrebbe voluto dividere con nessuno, meno che mai — e lo provarono gli
eventi successivi — col generale Moreau, la dittatura che già volgeva
nell'animo.
Sicchè la pace — una pace gloriosa, dopo una guerra che non l'era
meno — avrebbe posto fine alle due preoccupazioni che lo agitavano,
e avrebbe mantenuta intorno al solo suo capo la doppia aureola del
vincitore e del pacificatore dell'Europa.
Fu per queste considerazioni, tradite già dai documenti dell'epoca,
e ormai riconosciute da tutti gli storici, che il generale Bonaparte
si decise a scrivere all'arciduca Carlo una lettera famosa per la sua
moderazione pacifica e a trattare nel tempo stesso Venezia con modi
altrettanto famosi per la loro esagerata violenza. Dopo i fatti di
Bergamo, di Brescia e di Salò, aveva mandato a Venezia il generale
Junot, minacciando il Doge e gli ottimati di aperta guerra; dopo i
fatti di Verona, accolse burbero gli inviati del Senato, e scrisse a
Pesaro: “io sarò un Attila per Venezia.„
E Attila fu; non nel senso della devastazione materiale, ma nel senso
della distruzione politica.
Invano riceveva istruzioni dal Direttorio, e dal suo ministro degli
Affari Esteri, Talleyrand, di non permettere dominio austriaco sopra
nessuna parte di territorio italiano. Egli era già abbastanza forte
da fare una politica che non fosse quella del suo governo, e voleva
stupire il mondo col suo amor della pace, dopo averlo meravigliato
colla sua rapidità nella guerra.
Così si venne ai preliminari di Leoben, che cominciavano a sbranare la
Repubblica di Venezia, dando all'Austria tre quarti delle sue provincie
di terraferma. Era però serbata ad un piccolo villaggio posto fra Udine
e Passeriano, questa gloria d'Erostrato, di consumare il sacrificio
del più antico Stato indipendente che esistesse in Europa. Da Leoben a
Campoformio le trattative furono ancora molte, ma l'implacabile disegno
di Bonaparte trionfò d'ogni esitazione; e poichè i plenipotenziarii
austriaci stavano sul tirato, egli ruppe loro sul viso un candelabro,
per dimostrare la superiorità della sua diplomazia.
Convinti da questo argomento, i plenipotenziari firmarono il trattato
di Campoformio, mediante il quale l'Austria acconsentiva a lasciare
estendersi la Cisalpina fino alla riva dell'Adige, e otteneva in cambio
il cadavere vivo della Repubblica di Venezia.
È doloroso dover dire che nessuna grande inspirazione di virtù o di
valore eruppe allora dagli ultimi consigli della morente Repubblica.
Il Vallaresso e i suoi colleghi si ostinarono fino all'ultimo giorno
nella loro politica di rassegnazione agli eventi; il generale Condulmer
affermava l'impossibilità di difendere la laguna; Lodovico Manin
si rammaricava di non poter neanche dormire la notte nel proprio
letto. Tanto era diverso da un successivo Manin l'animo e l'ingegno
dell'ultimo Doge della Repubblica!
Il 16 maggio 1797 il Senato faceva annunciare che il Governo
cedeva i suoi poteri al Municipio. E il giorno dopo, il generale
Baraguay-d'Hilliers occupava con quattromila francesi la piazza di
San Marco. Erano i primi soldati stranieri che da quattordici secoli
Venezia avesse veduti!
Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che iniziava così quella
politica di disprezzo delle nazioni e di mercato di popoli, a cui
ubbidì in tutto il corso della sua meravigliosa dominazione.
So che la leggenda napoleonica trova degli evocatori anche in Italia,
e degli evocatori dominati da simpatia. A questi io non posso unirmi.
Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un vulcano in eruzione. Ma
non posso avere nessuna simpatia pel despota, che, avendo nelle sue
mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di Venezia e ha fatto di Roma
un dipartimento francese.
Non sempre dalle pagine storiche si possono trarre delle formole
educative. Questa volta, penso, si può.
Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, radiati dalla carta
politica dell'Italia due Stati, una repubblica e un principato.
Settant'anni dopo, quella repubblica appariva, negli animi, più morta
che mai; quel principato era divenuto, per affetto di popoli e per
virtù di casi, il regno d'Italia.
Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi difficilmente risorgono
i governi, quando ubbidiscono soltanto ad un programma cieco ed
egoista di conservazione, come quello che prevaleva negli ultimi tempi
della Repubblica di Venezia. Vuol dire che, malgrado le catastrofi,
hanno avvenire splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, quelle
dinastie, che fondano il loro diritto di conservazione sopra un ideale,
sia di completamenti nazionali, sia di progressi morali.