È ben doloroso a pensare che una donna come la Browning, con tali doti
straordinarie, con tale anima; ricca, gloriosa, debba finire con un
lamento così straziante! Essa ci è un esempio di più che questa terra,
per i veri poeti, per le anime delicate, è una buia prigione, un luogo
di torture quotidiane; e che il contatto del mondo le lacera, come
farebbe un guanto di ferro alle ali d’una farfalla. Anime divinamente
gemebonde, di cui Tecla, la Généviève e la Amelia sono i tipi ideali,
ed Elisabetta Barrett Browning il tipo reale sopra la terra. Ma non
le compiangiamo troppo! Fra le loro lacrime, esse hanno avuto dei
momenti di estasi ineffabile e di gioia suprema, ignoti affatto alla
moltitudine che vegeta, calcola e passa.
In Firenze, in quella casa Guidi da cui s’intitola uno dei più mirabili
suoi poemi, la signora Browning moriva nel 1861. Il municipio vi faceva
porre questa iscrizione, dettata da Niccolò Tommaseo:
QUI SCRISSE E MORÌ
ELISABETTA BARRETT BROWNING
CHE IN CUORE DI DONNA CONCILIAVA
SCIENZA DI DOTTO E SPIRITO DI POETA
E FECE DEL SUO VERSO AUREO ANELLO
FRA ITALIA E INGHILTERRA.
PONE QUESTA LAPIDE
FIRENZE GRATA
1861
Dopo l’unica Saffo, Elisabetta Barrett Browning a me sembra
incomparabilmente superiore ad ogni antica e moderna poetessa. Due sole
donne a me pare la vincano in potenza di genio: la Sand e la Eliot; ma
essa resta insuperata nel dono di toccar le corde dei soavi affetti,
nella poesia della tenera commozione e dei nobili e santi entusiasmi.
Essa è la donna-angelo nel coro dei moderni poeti: è il dolcissimo
passionato violino della grande orchestra poetica inglese.