VI

La sera di una burrascosa giornata di novembre, a Roma, nell’ora

del tramonto, io vidi dall’orto di Sant’Onofrio sul Gianicolo uno

spettacolo che non potrò dimenticar mai. La città tra il barlume

crepuscolare e la nebbia pareva un’enorme Pompei sotto la cenere. Il

cielo era spaventoso. Blocchi giganteschi di nuvole color di rame si

affollavano verso oriente: a occidente, una immensa tenda di fuoco,

candescente come una fornace dove il mantice soffii continuo. Qua e

là, immani forme di mostri apocalittici, tizzoni fumanti, striscie

di sangue, rovine babiloniche, confusi avanzi di enormi naufragi....

E tutto era immobile, peso, senza un alito di vento. Solo in fondo

all’orizzonte, verso Albano, si vedeva un pezzo di cielo turchino, un

piccolo triangolo d’un azzurro ineffabilmente tenero e profondo, un

occhio di paradiso su quella babele di nuvoli minacciosi....

La storia della passione di Giulia Lespinasse a me pare che rassomigli

a quel sinistro cielo crepuscolare. È una scena d’orrore, consolata

solo da un lembo d’azzurro, da un breve sorriso di pace.

Fu il primo e l’ultimo. Un letargo di due giorni precedè la morte

di lei. Quando riuscirono a farla tornare in sè, disse con accento

di dolore e di spavento: «Dunque son sempre viva?...» Sperava che

l’_orribile palpito_ fosse finito: la vita le faceva terrore.

Ma la morte, la consolatrice, venne; e posò le sue fredde mani sulla

fronte ardente, sul petto in sussulto dell’infelice.... e il cuore e il

cervello di Giulia Lespinasse si acquietarono — finalmente.

Il 23 di maggio del 1776, alle due dopo la mezzanotte, era guarita per

sempre.

Medaglioni · 第 16 / 28 题