libera d'imperatori per sessant'anni, e ne' diciotto primi precipitò la
casa di Svevia. Corrado suo figliuol primogenito, giá incoronato re di
Germania, successe lá e vi rimase un anno; mentre i fratelli di lui Arrigo
e Manfredo bastardo governaron per esso Sicilia e Puglia; ed Innocenzo IV
tornava a Italia trionfando, per Genova, Milano, Ferrara, Bologna, Perugia,
e faceva risorgere da per tutto parte guelfa.--Sceso Corrado [1251], venne
nel Regno, ebbelo di mano di Manfredo; e con lui riprese e puní Napoli ed
altre cittá sollevatesi per il papa [1252]. Il quale allora offrí quel
regno per la prima volta a Riccardo, poi ad Edmondo, fratello quello,
figlio questo del re d'Inghilterra; e l'ultimo l'accettò, ma non
venne.--Morto poscia Corrado [1254], e succedendogli in diritto Corradino
figlio di lui, fanciullo di due anni, rimasto in Germania, sollevaronsi i
siciliani contro a' tedeschi e saracini; e il papa s'avanzò nel Regno per
impossessarsene. Manfredi venivagli incontro; ma i suoi cavalieri prendeano
zuffa con uno de' guelfi del papa, e l'uccideano; ed egli fuggiva e
raggiungeva i saracini di Lucera devotissimi di sua casa; e risollevava il
Regno. Moriva Innocenzo IV nel medesimo anno; e succedevagli Alessandro IV
minor di lui, ma non meno aspro avversario degli Svevi, di tutti i
ghibellini. Non seppe conservare il Regno; Manfredi lo riconquistò tutto in
breve.--Alessandro predicò la croce contra Ezzelino, il tiranno di Verona,
Vicenza, Padova ed all'intorno; il quale era cresciuto a invidie e
crudeltá, che non iscompariscono al paragone con quelle de' marchesi e
delle cittaduzze e degli altri tiranni piccoli o grandi, antichi o moderni,
italiani o stranieri; ondeché contra costui, fu, almeno una volta, opera
santa la crociata di cristiani contra cristiani. Tre anni durò, tenendosi
stretti i ghibellini all'infame lor capo. Finalmente [1259] due signori
principali di questi, Oberto Pelavicino e Buoso da Doara, sollecitati l'un
contro l'altro dal tiranno, scoprono il doppio tradimento, abbandonano il
traditore, s'aggiungono alla lega guelfa; ed Ezzelino che avanzavasi verso
Milano, si trova rinchiuso tra questa e l'Adda, in mezzo a un cerchio di
nemici; combatte a Cassano, è vinto, ferito e preso, e si lascia morir
ferocemente. Quasi tutta Lombardia ne rimase guelfa. I Torriani ne crebbero
in Milano; gli Scaligeri ne sorsero all'incontro in Verona, e vi
continuarono la potenza, il capitanato ghibellino di Lombardia.--Intanto
[1258] Manfredi, udita, o data, una falsa nuova della morte di suo nipote
re Corradino, avea presa la corona di Puglia e Sicilia; e udito che quegli
viveva, serbolla, nominandolo suo successore. Quindi volendo rinforzarsi in
Toscana v'aiutava i ghibellini, i fuorusciti di Firenze. Seguivane [1260]
la battaglia di Montaperti (4 settembre) immortale ne' versi di Dante,
famosa allora per la vittoria de' ghibellini, il loro ritorno in Firenze, e
il lor disegno di distruggerla, impedito dal solo Farinata degli
Uberti.--L'anno appresso [1261] è quello della caduta dell'imperio latino
in Costantinopoli; dove si rinnovava il greco, e si fondava, in odio a'
veneziani, la colonia di Galata da' genovesi rivaleggianti. E morto in
quello papa Alessandro IV, succedevagli Urbano IV, francese, piú che mai
caldo nell'odio italiano contro agli Svevi, e nell'impresa di cacciarli dal
Regno. Subito l'offrí a Carlo d'Angiò, conte di Provenza fratello di san
Luigi re di Francia, facendovi rinunziare quell'Edmondo d'Inghilterra a cui
era stato dato dal predecessore [1263]. Non poté adempier l'impresa, ma
lasciolla morendo [1265] a Clemente IV pur francese, anzi provenzale, e
tanto piú caldo in essa.--Allora eleggevasi Carlo a senator di Roma, e la
guerra contra Manfredi era dichiarata crociata. Carlo avviava sua moglie,
l'ambiziosa Beatrice, con un forte esercito per Piemonte e Lombardia; e
venuto egli per mare a Roma con mille cavalieri, vi riceveva l'investitura
del Regno. Sceso quell'esercito, congiungevasi co' Torriani e i guelfi
lombardi, batteva Pelavicino e i ghibellini, e per Romagna raggiungeva
Carlo nuovo re. Avanzavasi questi da Roma a Benevento, e vi s'avanzava dal
Regno re Manfredi, mal secondato, giá tradito da' suoi. Seguiva una gran
battaglia (26 febbraio 1266); e Manfredi v'era ucciso, seppellito sotto un
monumento militare d'un sasso gettatogli da ogni uomo, diseppellito e
buttato fuori dalle terre del papa da un feroce legato. Anche Manfredi fu
principe di conto, non indegno del padre. Ma non mi par quell'eroe, massime
non eroe d'indipendenza, di nazionalitá italiana, che ne vorrebbon fare
taluni. Il fatto sta che per il gran desiderio che se n'aveva testé, e non
avendone allora niun vero, se ne fingevano degli immaginari.--Inferocirono
subito i francesi in Benevento, nel Regno occupato senza contrasto. Quindi,
fin d'allora, a sollevarsi contr'essi l'opinione universale, le speranze
ghibelline. Chiamarono di Germania Corradino, bello e prode giovanetto di
sedici anni, che la madre non voleva lasciar partire, che partí con gran
séguito di principi e signori tedeschi. Giunse a Verona sul finir del 1267,
mentre ghibellini e saracini si sollevavan per lui nel Regno. Quindi
dovette accorrere Carlo, lasciando Toscana ove erasi avanzato a rifarla
guelfa. Giunsevi Corradino, vi fu festeggiato e rinforzato da' pisani,
s'avanzò a Roma lasciata dal papa, penetrò negli Abruzzi fino a
Tagliacozzo. Ed ivi fu incontrato da Carlo, men forte ma piú astuto
capitano. E combattutavi [23 agosto] una gran battaglia, rimase vincitore
primamente Corradino, poi, per l'arte (suggeritagli da un vecchio suo
guerriero) di tener intatta una riserva, Carlo d'Angiò. E preso il giovane
infelice e scelleratamente giudicato, perdé sul palco il capo innocente, su
cui s'erano accumulati tanti odii, odii guelfi contra Svevi, odii papali
contra imperatori, odii cristiani contra saracini, odii italiani contra
tedeschi. Dal palco gettò un guanto in mezzo alla folla degli spettatori;
ed uno di essi il portava poi a Costanza figliuola di Manfredi e regina
d'Aragona, solo resto oramai di casa Sveva.--Enzo, quell'altro innocente,
moriva quattro anni dopo in suo carcere a Bologna.
18. Il terzo periodo della presente etá in generale
[1268-1377].--Segue il periodo della potenza angioina, meno infelice,
men pericolosa alla libertá, giá confermata, de' comuni. Perciocché
per quanto severo sia il giudicio che si deve fare degli ultimi papi,
inutilissimamente qui chiamatori di nuovi stranieri, il fatto sta che
la libertá d'Italia non fu mai cosí presso a compiuta come ne' due
secoli seguenti, come in generale tutte le volte che alla signoria o
preponderanza tedesca sul settentrione d'Italia si contrappose
staccato il Regno del mezzodí. Allora, per poco che non sieno
mediocrissimi, paurosissimi quei re lontani dalla prepotenza tedesca,
sorge un equilibrio naturale, che dá fiato, che diminuisce la servitú
della penisola intiera; e se fosse mai sorto, se sorgesse mai un gran
principe colá, non è dubbio che la servitú cesserebbe del tutto. Se
Carlo I fosse stato simile al gran fratello san Luigi di Francia (ma
forse, se tale, non sarebbe venuto a Italia), sarebbesi ciò allora
adempiuto. Ma qui fu il gran danno, qui la colpa del secolo che siam
per correre; né Carlo I né niuno degli Angioini non furono grandi
principi mai; furono principi semibarbari, semifeodali, non occupati
in altro che nell'estendere lor potenza personale, senza uno di quei
pensieri di riunire in un corpo una nazione, di appoggiarsi sugli
interessi generali, sulle opinioni di lei, di riunirla quando divisa,
di ordinarla quando scomposta, di liberarla quando dipendente, o di
accrescere la somma delle forze, della virtú, della felicitá di lei,
quando giá sia indipendente; i quali, per vero dire, son pensieri di
etá piú progredite, od anzi di pochi eletti in queste stesse. E
tuttavia anche allora, anche non bene costituito il Regno, il
costituirsi antitedesco di esso fu tal fatto, che se ne muta quinci
innanzi l'andamento di tutti i fatti minori; che dopo un secolo di
prepotenza tedesca combattuta ed abbattuta, segue un secolo di
prepotenza francese; che l'imperio, gli imperatori eletti, od anche
discesi ed incoronati, ne scemano del tutto d'importanza; e che non
piú sulla successione di questi, ma su quella dei re Angioini, ci pare
dover oramai dividere ed ordinare la successione degli eventi.--Del
resto, noi continueremo per forza a tralasciare le guerre civili di
cittá a cittá, ed anche peggio le cittadine entro ad ogni cittá, e gli
accrescimenti piú che mai frequenti de' tirannucci in ciascuna, o de'
signori feodali, quando tutti questi fatti non sieno importantissimi
alle vicende di tutta Italia, le quali sole qui proseguiamo. Noi non
abbiamo spazio da badare agli interessi, alle memorie anche gloriose
(se ci sia lecito dir cosí) di niun campanile, sia pur quello di Santa
Maria del fiore di Firenze, di San Marco di Venezia; né agli interessi
o alle genealogie di nessuna famiglia principesca, sia pur quella
d'Este o di Savoia. All'incontro, ci pare importante a notar fin di
qua della parte guelfa; che siam per vederne i piú gravi errori,
gl'imperdonabili pervertimenti, il passar di lei sotto a capi
stranieri, e quindi l'esagerarsi, il dividersi, il perder lo scopo
qualunque che pur aveva avuto, il ridursi piú che mai a nome vano e
nocivo di discordie. E noteremo delle cittá in generale: che elle giá
non si reggevano né si resser piú in niuna di quelle forme originarie,
quasi universali e piú semplici, de' consoli del secolo decimosecondo,
o de' podestá del principio del decimoterzo; che ogni governo
cittadino s'era mutato in forme diversissime, e variabilissime,
secondo la preponderanza de' ghibellini o de' guelfi, de' nobili
antichi o de' nuovi, de' popolani dell'arti maggiori o delle minori,
od anche dell'ultima plebe, ad ogni decennio, ad ogni lustro, ad ogni
anno; che questi governi quali che fossero, quand'eran di parecchi, si
chiamarono la «Signoria»; e quando d'uno costituito legalmente o
illegalmente, il «signore» dagli amici, il «tiranno» da' nemici; e che
insomma le divisioni e suddivisioni e diversitá e gelosie ed invidie e
pettegolezzi d'Italia non furono cosí moltiplici mai come in questo
secolo. Il quale tuttavia è il secolo di Dante (nato l'anno appunto
della discesa di Carlo, 1265) e di Petrarca, Boccaccio, e Giotto e
Arnolfo di Lapo e Nicolò Pisano, il secolo in che piú progredirono a
un tratto la lingua, le lettere, le arti nostre. Tanto a tutte le
colture generalmente, alle lettere principalmente, valgono
l'indipendenza anche incompiuta, la libertá anche coi suoi
inconvenienti ed abusi ed eccessi.
19. Re Carlo I d'Angiò [1268-1285].--Morto Corradino, trionfò parte
guelfa. Morto Clemente IV un mese dopo, e non succeduto nessun papa
quasi per tre anni, re Carlo rimase solo capo della parte
trionfatrice, capo straniero della parte nazionale, che fu il seme di
tutti i danni. In Toscana, in Lombardia, in Piemonte le cittá si
rifacevan guelfe, e le piú facevan Carlo capo di lor vari governi, di
lor signorie, signore. Firenze era stata delle prime (fin dal 1266); e
perseverò poi guelfa sempre, non ultima causa di sua grandezza, di sua
coltura; l'ispirazione nazionale è somma delle ispirazioni. In
Lombardia, i due grandi capi ghibellini Oberto Pelavicino e Buoso di
Doara finirono, quegli poco piú che signor privato di castella, questi
spoglio del tutto. Se Carlo si fosse contentato d'Italia, egli l'aveva
allora. Ma fu dapprima distratto da quella crociata ch'ei fece col
fratello san Luigi in Africa, dove questi morí [1270]; e sempre poi
dal disegno di riconquistar l'imperio greco. E fosse leggerezza
naturale o perché le menti ristrette non sanno attendere a un tempo
alle cose presenti e alle ulteriori, fu meravigliosa la noncuranza con
che egli e i suoi francesi malcontentarono i regnicoli, gl'italiani
tutti, gli stessi guelfi. Naufragate le navi genovesi al ritorno
d'Africa sulle coste di Sicilia, ei le fece predare; era uso del tempo
in casi soliti, ma scandaloso anche allora contra crociati ed alleati.
Guido di Monforte, uno de' principali francesi, che aveva perduto il
padre nelle guerre contra Inghilterra, trovandosi un dí in chiesa con
Arrigo principe inglese, lo trucidò a personale e vile vendetta, fuggí
di chiesa, e ripentito rientrovvi a tirar fuori l'ucciso pe' capegli,
come gli era stato tirato il padre; e re Carlo lasciò impunito
quell'arrabbiato. Poi, gli storici concordano ad accusare Carlo e i
francesi di ruberie, di lussi e lussurie; tanto piú insultanti a que'
repubblicani, che eran rimasti semplici e costumati fin allora, e che
allora appunto (com'è notato da Dante e da' cronachisti)
incominciarono a corrompersi. Poi, come succede a tutte le parti
vittoriose di dividersi in moderati ed esagerati, cosí fin d'allora
subito si divise parte Guelfa in quelle due suddivisioni che poc'anni
appresso furono famose in Firenze sotto ai nomi di «bianchi» e «neri»;
e i papi seguenti, quando furon nazionali, furono in generale
moderati; e gli Angioini e francesi e lor papi furono sempre
esagerati. Ed insomma, per legge naturale, inevitabile, in pochi anni
gli stranieri nuovi furono odiati, certo non meno, forse piú che gli
antichi. Tutto ciò incominciò a vedersi quando fu fatta finalmente
l'elezione di Gregorio X [1272]; uno de' papi, che seppe far meglio
insieme i due uffici di pontefice e di principe, che adoprò i quattro
anni del troppo breve pontificato a far paci dentro e fuori Italia, in
tutta la cristianitá, per riunirla ad una nuova crociata. Anche
lasciando la santitá e l'utilitá politica di quell'imprese a cui dopo
Gregorio X niuno attese piú per due secoli, restano belli e superiori
alla sua etá gli sforzi per cui egli fece richiamar i ghibellini nelle
cittá guelfe di Toscana, e conchiuder paci tra re Carlo e Genova, tra
Venezia e Bologna. Carlo all'incontro faceva ricacciare i ghibellini
ripatriati. Come Gregorio primo e il secondo e il settimo, cosí il
decimo segna un'epoca, un cambiamento nella politica dei papi. Fu
primo de' guelfi moderati. Ancora Gregorio riconobbe l'imperator
greco, e riuní (per poco pur troppo) quella chiesa alla latina; e re
Carlo trattò all'incontro, s'apparentò con Baldovino l'imperator
latino cacciato. Finalmente attese Gregorio X a far cessare
l'interregno nell'imperio occidentale, vanamente disputato da parecchi
anni tra due competitori lontani ed impotenti, Alfonso re di Castiglia
e Riccardo di Cornovaglia, principe d'Inghilterra. Scartati quelli, fu
ora eletto in Germania a re de' romani (cosí incominciavasi a chiamar
il re di colá, investito oramai, per prescrizione, del diritto d'esser
incoronato imperatore) Rodolfo d'Absburga, lo stipite della prima casa
imperiale d'Austria. Ma quest'ultima non fu certamente buona opera
politica per l'Italia, a cui aveva giovato giá l'interregno, a cui
avrebbe anche piú, se si fosse lasciato cader in disuso il funesto
nome, le funeste pretensioni: ondeché ciò che dicemmo de' comuni e di
lor leghe, è a dir ora di questo e de' seguenti od anzi forse di tutti
i papi; che essi non seppero innalzarsi mai a desiderare od imaginare
né l'indipendenza compiuta d'Italia, né, finché durarono gl'imperadori
romani, una cristianitá senza tal capo ed ornamento. Del resto,
Rodolfo fu forse il migliore che s'avesse mai. Principe non solamente
prode e gran guerriero, ma (lo dico con intimo convincimento)
previdentissimo politico, attese tutta sua vita a fondare, ad
estendere la potenza di sua casa in Germania; e la fondò ed estese
molto bene in que' paesi d'Austria e Boemia, su quel Danubio, dove fu,
è, e sará sempre il nerbo, la veritá di lor potenza; trascurò l'Italia
dov'era lo splendore, ma dov'era e sará sempre la fallacia di essa.
Non vi scese mai, diede appena speranze di venirvi ad alcuni
ghibellini, confermò ai papi (piú esplicitamente che non fosse forse
stato fatto mai da Pipino, Carlomagno o Matilde) quegli Stati ch'essi
hanno oggi ancora. E tutta questa germanica politica di casa
d'Austria, ei la fondò e tramandò cosí bene, che rimase piú o meno
quella di tutti i discendenti di lui, imperadori o non imperadori, per
due secoli, fino a Massimiliano e Carlo V. Cosí questi non l'avesser
lasciata, per tornare a quella delle due case ghibelline di Franconia
e di Svevia! L'Italia ne sarebbe da parecchi secoli, non la piú
grande, non la primeggiante probabilmente, ma almeno la piú felice fra
le nazioni del mondo; e casa d'Austria non avrebbe perduto il
principato di Germania per proseguir sempre quel d'Italia, e non
averlo tranquillo mai; e Germania, rimasta piú felice essa pure, e piú
unita, avrebbe adempiuto meglio l'ufficio suo passato di difenditrice,
adempirebbe meglio il suo presente o futuro di estenditrice della
cristianitá, all'Oriente. Ma che? Dall'epoca appunto a cui siam
giunti, dall'abbandono delle crociate, dal non ascolto dato a Gregorio
X, i principi cristiani quasi sempre amarono aggirarsi, intricarsi nel
medesimo cerchio di politica ristretta europea gli uni contra gli
altri, anziché estenderla agli interessi esterni e comuni.--Ad ogni
modo, morto il buon papa Gregorio X, come appunto s'apparecchiava a
passar in Asia egli stesso [1276], succedettergli in poco piú d'un
anno quattro papi: Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI e [1277]
Niccolò III imitator di Gregorio, paciero e guelfo moderato come
quello, ed anche piú di quello, temperator della oltrepotenza
angioina. Appoggiandosi al nuovo re de' romani, fece a Carlo deporre i
titoli e le potenze di senator di Roma, e di vicario imperiale in
Toscana; e pacificò quindi questa e Romagna, facendo ripatriar i
ghibellini. Ma morto esso nel 1280, e disputandosi l'elezione tra
italiani e francesi, soverchiaron questi per forza di Carlo, e fu
eletto [1281] Martino IV francese; e francese, angioina, guelfa
esagerata rifecesi l'Italia.--Ma intanto da quel resto di sangue e di
diritti ghibellini che erano stati portati da Costanza a Pietro
d'Aragona, dalla fedeltá di due grandi fuorusciti pugliesi, Ruggeri da
Loria e Giovanni da Procida, e principalissimamente dall'ira de'
popoli oppressi, apparecchiavasi una mezza rovina agli Angioini, un
terzo popolo straniero alla misera Italia, una divisione di quel bello
e natural regno delle Due Sicilie, che riuní allora per poco, che
riunisce ora da oltre un secolo il piú gran numero d'italiani
indipendenti; ondeché non può se non dolere qualunque volta ci si veda
o si tema ridiviso. Ruggeri era in Aragona diventato almirante e
grand'uomo di mare; il Procida (se grandezza e cospirazione possono
stare insieme) gran cospiratore. Corse Sicilia ad inasprir grandi e
popolo; Costantinopoli due volte, a farvi sentire i pericoli, le
minacce dell'ambizioso Carlo, e trarne sussidi di danaro; Roma (sotto
Niccolò III) ad ottenerne approvazione quando fosse fatto; ed Aragona
a rendervi conto e pressare un'impresa a Sicilia. E Pietro
l'apparecchiava sotto nome d'impresa contro a' saracini, e salpava e
scendeva in Africa; quando il lunedí di Pasqua 30 marzo 1282, andando
secondo il costume i cittadini di Palermo a' vespri del vicino
Monreale, un francese insultò una fanciulla al fianco di suo
fidanzato, e fu ucciso lí da questo, e tutto il popolo si sollevò al
grido «Muoiano i francesi»; e ne fu fatto macello in Palermo, e via
via poi in ciascuna delle cittá dell'isola, al dí, all'ora che
v'arrivò la novella del feroce esempio. Cosí, come suole quando v'è
materia vera, la rivoluzione popolare troncò indugi e dubbi alla
cospirazione principesca ed aristocratica. Allora Carlo, giá mezzo
disperato all'annunzio, pregava Dio, «se dovea scendere, di scendere
almeno di piccol passo», ed assaliva poi Messina con una gran flotta.
Ma sopragiungevano finalmente [30 agosto] Pietro, che fu riconosciuto
re in tutta l'isola, e Ruggeri di Loria che sforzò Carlo a lasciar
Messina, e gl'inseguí ed incendiò la flotta. Poi Carlo e Pietro si
sfidavano personalmente a vicenda per a Bordeaux in Francia; ed a
vicenda andandovi, s'accusaron l'un l'altro di non esservisi trovati,
di non avervi sicurezza; e non se ne fece altro [1283]. Il papa
francese spogliava Pietro de' suoi regni, e Pietro li serbava. E Carlo
tornando di Francia a Napoli, trovava sua flotta ribattuta dal gran
Ruggeri, e condottone via prigione il proprio figliuolo Carlo il
giovane [1284]; e si vendicò malvagiamente sui napoletani, ed accorato
morí in sul principio del 1285. Morendo dicono pregasse Dio: gli
perdonasse i peccati, per il merito fattosi in conquistar il Regno a
santa Chiesa! Tanto gli uomini sembrano illuder sé, e voler illudere
Dio stesso, chiamando merito e sacrificio le proprie ambizioni! Ma
entriamo noi il men possibile nell'intenzioni: son segreti di Dio
giudice, giudice terribile e misericordioso.--L'anno innanzi [1284]
erasi combattuta un'altra gran battaglia navale tra genovesi e pisani,
di nuovo alla Meloria. Ma qui furono vinti i pisani; e non se ne
rialzaron mai piú, né essi, né parte ghibellina in Toscana.
20. Re Carlo II d'Angiò [1285-1309].--A Carlo I d'Angiò successe, da sua
prigionia d'Aragona, Carlo II figliuolo di lui, nel regno di Puglia ed
insieme nel contado di Provenza e gli altri feudi francesi. E fu nuova
disgrazia nostra siffatta riunione del regno italiano e delle province
francesi negli Angioini; i quali, quantunque dimoranti tra noi, sempre
rimaser francesi, non si fecer nostri bene mai, come succedé poi piú volte
delle famiglie di principi stranieri ma venute a regnare in Italia sola. Il
tempo di Carlo II è famoso nella nostra storia letteraria, perché è quello
della vita politica di Dante, quello de' fatti che entrano piú
abbondantemente nel poema di lui. Ed è pur tempo molto notevole nella
nostra storia politica, perché oramai abbiamo in essa tedeschi, francesi,
spagnuoli, tutti quanti gli stranieri moderni; e perché poi è il tempo
degli ultimi errori di parte guelfa, quello in che succombette la
suddivisione moderata, papalina ed italiana, e prevalse l'esagerata, pura o
francese.--Morirono nel medesimo anno che Carlo I, papa Martino, a cui
succedette Onorio IV italiano, e Pietro re, a cui succedettero il figliuolo
primogenito di lui Alfonso III nel regno d'Aragona, e il secondogenito
Giacomo in quel di Sicilia. Carlo II d'Angiò fu liberato per un trattato
del 1288; onde rimase a lui il regno di Napoli o Puglia, a Giacomo quel di
Sicilia. Ma appena giunto Carlo in Italia, ei ruppe il trattato; e si
riaprí la guerra di Francia, Castiglia e Napoli contra Aragona e Sicilia,
giá di nuovo riunite (per la morte di Alfonso) in Giacomo re dell'una e
dell'altra. Cosí pressato, questi conchiudeva [1296] un nuovo trattato, per
cui anche Sicilia era abbandonata all'Angioino. Ma sollevaronsi i
siciliani, gridaron re Federigo fratello minore dell'Aragonese; e il
sostenner poi generosamente, fortissimamente in lunga guerra contra Napoli,
Francia, ed Aragona stessa.--Intanto al breve e non importante pontificato
d'Onorio IV era succeduto quello non guari diverso di Nicolò IV
[1288-1292]; ed era quindi vacata la Sedia due anni tra le dispute de'
cardinali italiani e francesi; ed eletto poi Celestino V, un santo romito,
che fu grande esempio del non bastare le virtú private a quel sommo posto
della cristianitá; e che fece quindi «il gran rifiuto», spintovi, dicesi,
dalle arti di colui che voleva essere e fu in breve successor suo,
Bonifazio VIII [1294]. Noi vedemmo, per due secoli e piú, un papa
grandissimo e come pontefice e come principe italiano, non pochi grandi,
quasi tutti buoni nelle due qualitá, quantunque talora imitatori
inopportuni ed esagerati di Gregorio VII, alcuni solamente degli ultimi, i
francesi, non buoni principi, come esageratori di parte guelfa fatta
francese. Ora, Bonifazio VIII italiano, ma da principio tutto guelfo,
esagerato, tutto francese, e poscia tutto contrario, e non solo imitatore
inopportuno, ma, se sia lecito dire, caricatura di Gregorio VII incominciò
la serie de' papi men buoni o cattivi che vedremo poi. Una delle opere piú
infelici di lui, fu il sostegno dato ai guelfi esagerati di Toscana; i
quali prima in Pistoia, poi in Firenze e tutt'intorno, incominciarono a
chiamarsi «neri»; contro ai moderati, chiamati «bianchi», ed accusati
(secondo il consueto) di pendere alla parte opposta ghibellina. Dante, Dino
Compagni, il padre di Petrarca, e quanti erano animi alti e migliori in
Firenze furono naturalmente di parte moderata; ma fu poi gran colpa
politica di Dante e non pochi altri, di quasi giustificar quell'accusa,
rivolgendosi poi, quando perseguitati, e per ira, a quella parte non loro,
a quelli che avrebbon dovuto serbare per avversari comuni. Intanto
Bonifazio chiamava ad aiuto de' guelfi neri o puri Carlo di Valois. un
guerriero venturiero di casa Francia, a cui giá era stato dato e tolto
nelle guerre e paci anteriori (in parole non in fatto) il regno d'Aragona.
Scese in Italia con poca gente, pochi danari, s'abboccò con Bonifazio,
risalí a Firenze, mutovvi il governo da' bianchi a' neri, che esiliarono i
bianchi, e cosí Dante [1301]. L'anno appresso guerreggiò contra Federigo
Aragonese, approdò in Sicilia; ma vi fu ridotto a cosí mal partito, che ne
seguí finalmente la pace tra Francia, Aragona, Puglia e papa da una parte,
e Federigo dall'altra, e ne rimase Sicilia a questo, secondo lo scritto per
sua vita solamente, ma di fatto a sua famiglia poi [1303]. A tal fine
contraria riusciva una delle ire di Bonifazio. Peggio che mai le due altre,
in che si precipitò contro a' Colonnesi, una famiglia cresciuta a gran
potenza intorno a Roma; e contro allo stesso Filippo il bello, re di
Francia, alla cui parte in Italia ei s'era anche troppo accostato, ne' cui
affari francesi ei voleva, ma non era lasciato entrare. Fu la prima od una
delle prime volte che si parteggiò colá per quelle cosí dette libertá della
chiesa gallicana, le quali Sismondi non cattolico ma liberale chiama
«diritto di quel clero di sacrificar la coscienza stessa alle voglie del
padrone secolare, e di respingere la protezione d'un capo straniero e
indipendente contro alla tirannia». Ad ogni modo, accordatisi un mal
cavaliero francese, ed un malo italiano, Nogareto e Sciarra Colonna,
insidiarono il papa in Anagni; presero la cittá, invasero la casa,
insultarono, minacciarono, e fu detto Sciarra battesse il vecchio pontefice
di ottantasei anni. Ad ogni modo il tenner prigione tre dí, finché fu
liberato dal popolo sollevato contro all'eccesso; ed egli d'angoscia o di
furore moriva fra pochi altri dí [1303].--Succedevagli Benedetto XI, papa
italiano, buono e di nuovo paciero; ma morí fra pochi mesi, e, dicono, di
veleno [1304]. Allora disputavasi a lungo l'elezione, di nuovo tra francesi
ed italiani; e finivasi con un compromesso, che questi eleggessero tre
candidati, e quelli nominassero ultimamente uno fra' tre; e ne riuscí papa
Clemente V, francese [1305], di funesta memoria, che tutti s'accordano a
dire aver patteggiato di pontificare a voglia del re francese, e che ad
ogni modo cosí pontificò. Rimase in Francia, chiamovvi i cardinali, la
curia romana; e non potendo la Sedia, piantovvi la residenza, che continuò
colá intorno a settant'anni, e fu dai contemporanei scandalezzati chiamata
«cattivitá di Babilonia». Ancora, egli fu che abolí i templieri, ordine di
frati guerrieri simili a' gerosolimitani, piú guerrieri che frati, forse
giá decaduti in costumi, certo cresciuti in ricchezze: ondeché loro spoglie
furono forse allettamento, certo grande e brutta preda. In Italia Clemente
V volle far il paciero; ma lontano, straniero, e da terra straniera non gli
riuscí. La parte francese, guelfa esagerata, trionfò quasi dappertutto. In
Toscana continuarono, s'accrebbero i neri; in Bologna prevalsero, cacciando
i bianchi nel 1306. In Milano, dove, cacciati i Torriani da parecchi anni,
avean signoreggiato i Visconti pendenti a ghibellini, erano stati cacciati
questi fin dal 1302; e ne era seguíta una lega guelfa di molte cittá, lega
non piú di nazionali contra stranieri, ma nazionali contra nazionali,
caricatura anche questa di bei fatti antichi. Nei soli Scaligeri di Verona
rimaneva qualche forza, qualche speranza, il primato della parte
ghibellina, a cui i tedeschi non pensavano piú. Ché, morto Rodolfo nel
1292, e succedutogli a re de' romani Adolfo di Nassau, non iscese, non poté
nulla in Italia. Né vi scese o poté Alberto d'Austria figliuolo di Rodolfo,
che nel 1298 fu eletto contro Adolfo, e lo spogliò ed uccise in battaglia;
e che fu quello poi contro a cui nel 1307 si sollevarono e si liberarono
ammirabilmente gli svizzeri, come ognun sa. Ma ucciso costui da un suo
parente a vendetta personale nel 1308, gli fu eletto a successore Arrigo
VII di Lucemburgo; il quale, chiamato da' ghibellini, annunziò voler
finalmente dopo sessant'anni far rivedere all'Italia una discesa imperiale.
Ma, prima che l'effettuasse, morí Carlo II d'Angiò, e succedettegli Roberto
suo figliuolo secondo [1309]. Il primo, Carlo Martello, l'amico di Dante,
era morto da parecchi anni, lasciando un figliuolo, stipite degli Angioini
d'Ungheria, i quali rivedremo in Italia.