_Caro Morandi_,
So, che tornando con insistenza sopra un argomento, si risica di riuscir
tediosi; ma non posso esimermi dallo aggiunger due postille al mio
articolo sul Maffei, rilevando due errori, che trasandai di notare ne'
versi disaminati.
I. Nel soliloquio di Fausto, il Maffei ommette di pianta il secondo
verso (sessagesimottavo della scena) che suona in tedesco: _Aetherische
Dämmrung milde zu begrüssen._ Nella sua versione, non ci ha parola, che
ne renda il senso o l'intenzione. Forse lo imbrogliava (e non dico ch'e'
sia facile a tradursi!) ed ha girata la difficoltà.
II. L'altro errore mi vien fatto notare dal prof. Felice Tocco; e
trascriverò quindi le parole di lui: -- «Ne' versi XCII-CII credo, che
ti sia sfuggito un altro errore del Maffei traducendo un imperfetto
_wollten_ col presente (_vuol_) tradisce pienamente il testo. Nel
tedesco è espressa una certa opposizione tra il desiderio ed il fatto.
_Noi volevamo_ (semplicemente) _accendere la fiaccola della vita; ed_
(invece) _un mare di fuoco ne circonda_. Nella traduzione del Maffei,
questa opposizione scompare; e sembra, che il desiderio di accendere la
face della vita succeda alla vista delle fiamme di fuoco: _Ah! ma
s'eleva Da quei baratri eterni un mar di foco! Stupefatto n'è l'uomo; e,
della vita Vuol la face allumarvi.... Immense fiamme Gli fan siepe
d'intorno!_» --
Ed ora, basta davvero. Non voglio spigolare altro, dov'ho mietuto;
sebbene certo di aver lasciato cadere più spighe, che non ne abbia
immagazzinate nel granaio, o, per parlar fuori metafora, trascurate un
numero di spropositi e d'improprietà maggiore di quello che registro.
Ah! mio caro, il mestiere del traduttore non è il più facile del mondo;
e chi vi si mette con poca dottrina, con punto gusto e con molta
presunzione, può scroccarsi fama, non meritarla. Diranno, ch'io parlo
così per invidia. Invidia di chi, di che? Se non isdegnassi, se degnassi
imbrancarmi con tutti i ciarlatani, che mutuamente s'incensano in
Italia, se avessi anch'io una spina dorsale flessibile ed una penna
cortigiana, come mi avrebber caro! che grand'uomo sarei! Ma la quistione
non è lì. Dato e non concesso, che parlassi per astio e per rovello,
allego fatti? somministro prove? Oh dicano allora!
Forse di me con gloria si favella
Dove d'essi o si tace o si maldice:
Dico appo i buoni, a malgrado di quella
Loro ignorante turba adulatrice,
Che in presenza li adora e che li appella
Con titoli di grandi e di felici.
E poi l'intendo diversamente: per me l'è quistione di dovere, non di
gloria. Che gloria può acquistarsi dimostrando inane un preteso
miracolo, falsa una riparazione usurpata? Nessuna; ma si può rendere
così un servigio a' concittadini. Sta sano e riama il tuo
*Imbriani.*
Firenze, 21. III. 70.