I. -- _Impressione e Giudizio._

La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian

Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno

l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza

serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola

drammatica intitolata: _Fausto, tragedia_; e composta da una dedica, un

preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la

prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma,

possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto

illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla

inerzia intellettuale, a giurare _in verba magistri_ dalle istituzioni,

che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di

fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema,

come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca

reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio,

ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa,

che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dico

_irragionata_, non _irragionevole_) dell'eccellenza d'un objetto ignoto

non ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il

nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo

stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il

Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della

Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito

s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi

antichi. O forse che il proclamare pel _non plus ultra_ della musica

l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come

assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare

degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?

La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse

domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due

monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto

acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran

lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in

prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe

Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea

Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene

con lo Stazio: _Itala iam studio discit memoratque inventus_; diventa

per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne

forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un

parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli

scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque

spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un

sistema estetico e quindi filosofico.

Ho detto: _l'opinione, che il pubblico se ne forma_; e non già

_l'impressione, che ne riceve_. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro

per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico

desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta

dalla maestria del poeta o dalla valentia del macchinista, è tutt'una

per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle

mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!

Sclamava un classicista furibondo:

-- «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!

S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,

E nel terzo e nel quarto e tira via!» --

-- «Aggiungi» -- lo interruppi -- «se ti pare,

Che il pubblico s'ammazza per entrare». --

Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione

tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne'

drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi

invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi

gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi.

Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette

piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col

pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo

diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire

per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o

prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo,

_più di lor non si ragiona_. Hanno la vita efimera del giornale e senza

avvenire, senza dimane.

Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità

del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche:

premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non

implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si

registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica

stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de'

battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il

dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi,

acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca,

esempligrazia del _Fausto_ del Goethe, per biasimo implicito o di chi

s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o

di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo

riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia

delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno

stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior

licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove

pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona

adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto:

rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e

Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in

grado di leggerlo.

In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito

decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è

riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla

tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in

Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da

presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu

detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo

avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi

nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.

La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno

vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era

altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro

chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia

dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni

napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha

fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con

questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta,

la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo

ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo nome? O finalmente il poco

valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo

avvertirlo, che il Persico traduce il _Fausto_ in versi sciolti,

togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico,

spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa di _violento_ un trissillabo;

ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio,

nelle prime pagine, _un soffio magico, che tempestoso circonda uno

stuolo_ di fantasmi, si trasforma in _aure scosse da' celesti vanni_.

Gli amici del Goethe, _frodati di amene ore dal destino_, divengono pel

Persico

_... i cari, che ingannò il giocondo_

_Fugace istante,...._

Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fosse _nuovo e

di momento, ma piacevole nel contempo_; il Persico gli fa desiderare che

_tutto riesca nuovo e, che più monta, alletti_. Dice il tedesco:

_mostratevi esemplari (musterhaft)_; e la versione: _fatevi innanzi

maestrevolmente_ (come se nel testo fosse: _meisterhaft_). Poco più in

là, nell'originale, l'impresario dichiara non esser _mortificato_ da un

biasimo; nella traduzione egli non n'è _scosso_. Una _nottolata_ diventa

una _notte selvaggia (sic!)_ Potrei continuare all'infinito: e nelle

stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.

Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora

di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio

sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia

dissertazioncella.

Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella

recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del

verso fa una gran tara alle bellezze del _Fausto_,) può servir solo a

mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne

sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor

buaggine, basti 'l dire, che traducono _Fliegengott_ (cioè: Belzebù)

per -- «Moschedio» --; _Valpurgisnacht_ (tregenda) per -- «notte di

Valburga[7]»; _Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar,

doch thätig-frei zu wohnen_ (schiudo spazî dove molti milioni

abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per -- «Io

schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad

abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno,

con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» --

Chiaman poi oscuro il _Fausto_! Diamine, se l'imbrogliate di questa

fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non può _in

Aeonen untergehen_. Il Gazzino non capisce quella parola greca _o aiòn_

(epoca lunga, eternità); e traduce: -- «non può andar inghiottita

dall'Eunoè[8]» -- Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali

magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una

coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia!

E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle

Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati da Rinaldo

nel secondo canto del _Ricciardetto_.

A piè di questa smisurata pianta

Vide legata una gentil donzella,

Che i crini d'oro con la man si schianta,

E si affligge, e si affanna, e si arrovella.

Ma, come dir si suole, ai sordi canta;

E quel, che par più cosa atroce e fella,

Le vide star da dritta e da sinestra

Due bestie, lunghe un tiro di balestra.

Eran questi due rospi velenosi

Grossi così, sì sporchi e disadatti,

Che avrian fatto di loro timorosi

Non pur la donna de gli angelici atti,

Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,

E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;

Che ognun di loro egli era fatto in guisa,

Che avria co' morsi una balena uccisa.

Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si

loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: -- «Un minchione trova sempre

un più minchione per ammirarlo.» -- _Un sot trouve toujours un plus sot

qui l'admire._ Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!

[7] I tedeschi credevano che la tregenda più solenne delle streghe

avesse luogo la notte di santa Valburga, quindi quella notte

significava per loro _tregenda_, come, secondo le varie parti

d'Italia, lo sgombero, ch'è un'altra specie di tragenda, si chiama

_il san Michele_ od _il quattro Maggio_. E poi, quando indichiamo

il giorno dal nome del santo, vi prefiggiamo sempre l'epiteto di

_santo_: puta: -- «il giorno di sant'Anna fu un gran tremuoto;» --

«alcuni dicono l'Imperatore Federico II morto il giorno di san Luca

ed altri in quello di santa Lucia» -- Sicchè _notte di Valburga_

non s'ha a dire in modo alcuno; ma, se si volesse pur dire,

s'avrebbe a dir _notte di santa Valburga_. In questo errore cadono

tutti i traduttori del Goethe.

[8] Nè questo vocabolo si trova solo usato dal Goethe, nèd il Goethe fu

il primo ad usarlo. _Musaeus_ (_Volksmaerchen. Stumme Liebe_) --

«Denn du sollst wissen, dass wenn die Seele von dem Korper

scheidet, sich nach dem Ort der Ruhe verlangt, und diese heisse

Sehnsucht macht ihr die lahre zu Aeonen, so lange sie in einem

fremden Eiemente schmachtet,» --_Museaus._ (_Volksmaerchen.

Riehilde._): -- «Kein Wunsch war ihnen uebrig als der, aeonenlang

ihr wechselseitiges Glück zu geniessen ohne Wandel.» --

Fame usurpate · 第 24 / 72 题